Lo sbotto televisivo di De Benedetti contro l’ex moglie di carta Repubblica e Scalfari

            Non sarà stato forse raffinato come gli estimatori lo consideravano sino a quando non lo hanno sentito e visto nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7, curiosamente ospitato senza uno straccio di contraddittorio, essendosi messa la conduttrice a sua completa disposizione. Ma qualche attenuante Carlo De Benedetti la merita nel giudizio negativo che gli spetta, come vedremo, per lo sbotto cui si è abbandonato contro l’ormai ex amico e sodale Eugenio Scalfari. Al quale non è solo tornato a dare del “vanitoso” per la sua frequente esposizione mediatica e per il gusto di sorprendere il prossimo con opinioni quanto meno insolite rispetto al suo passato, ma questa volta anche dello “stupido”. E persino dello svanito a causa della sua tardissima età.

            A “stupidaggine” De Benedetti ha declassato o promosso, se si inverte la  scala dei valori, la preferenza espressa recentemente dal fondatore di Repubblica, pur con qualche precisazione successiva, per Silvio Berlusconi rispetto al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi di Maio. Di cui comunque anche  De Benedetti pensa tutto il male possibile, ma non tanto e tale evidentemente da fargli ingoiare il rospo dell’uomo di Arcore, peraltro avventuratosi incautamente con una telefonata amichevole, quasi di ringraziamento, dopo la clamorosa sortita di Scalfari, scambiata dal presidente di Forza Italia per un apprezzamento politico condiviso dall’editore di Repubblica. Che invece il 4 marzo voterà convinto –ha detto alla Gruber- per il Pd di Matteo Renzi, come del resto ha scritto di voler fare anche Scalfari in un recente editoriale, pur preferendo teoricamente Berlusconi a Di Maio.

              In verità, a proposito del rapporto con Repubblica, da qualche tempo di Carlo De Benedetti si parla come di ex e non più di editore. Ma l’ex è per modo di dire. A parte il fatto che De Benedetti è pur sempre presidente onorario della società editrice del gruppo mediatico, il comando operativo è rimasto in famiglia, essendo passato al figlio secondogenito Marco. Del quale chissà perché Lilli Gruber non ha voluto ricordare al suo ospite televisivo il giudizio positivo recentemente espresso su Repubblica, mentre il padre ne parlava con delusione, amarezza, preoccupazione e quant’altro dicendo che essa deve  ritrovare la sua identità”. Evidentemente persa anche quando di recente, con un editoriale non firmato e perciò riconducibile alla direzione, il giornale ha preso le distanze da lui e dalle sue vicende di finanziere di fronte alle polemiche e ai rischi giudiziari che egli potrebbe ancora correre, sulla carta, per quei maledetti 600 mila euro guadagnati tre anni fa con i titoli delle banche popolari in corso di riforma. Ma guadagnati, sia pure con un investimento inferiore alle abitudini delle puntate in Borsa di De Benedetti per questo tipo di affari, dopo avere parlato proprio delle banche popolari con l’allora presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, e qualche giorno prima col vice direttore generale della Banca d’Italia in via Nazionale, in entrambe le occasioni –curiosamente- nel momento del commiato, sulla porta dell’ascensore.

              Oddio, qualche parola a sua difesa Carlo De Benedetti aveva francamente il diritto di aspettarsela dalla pur sempre “sua” Repubblica, e da Scalfari, di fronte all’esplosione dello scandalo gridato dal solito Fatto Quotidiano. Gli argomenti favorevoli al finanziere sono stati d’altronde condivisi dalla Procura di Roma. Che prima lo ha tenuto fuori dalle indagini, al pari di Renzi, aperte su segnalazione della Consob e poi ha chiesto l’archiviazione, addirittura più di un anno e mezzo fa, di quelle contenute a carico dell’operatore di borsa di De Benedetti. Lavarsi pilatescamente le mani di quegli argomenti rivendicando un’assoluta estraneità rispetto all’”editore a lungo” del giornale, non è stata francamente una bella cosa. E l’ingegnere, come De Benedetti viene spesso chiamato per la sua laurea scimmiottando un po’ l’abitudine del compianto Gianni Agnelli di farsi chiamare avvocato, non ha tutti i torti quando si rifà al don Abbondio dei Promessi Sposi, citato nel salotto della Gruber, per dire che il coraggio bisogna averlo per poterselo dare. Evidentemente a Repubblica, la sua “unica moglie” di carta, come l’ha chiamata De Benedetti escludendo di volerne avere altre fondando qualche nuovo giornale, il coraggio è stato smarrito con la già ricordata “identità”.

              RTanta pur comprensibile delusione, tanta insofferenza, tanto rancore, che peraltro oggi va purtroppo di moda, non hanno purtroppo trattenuto De Benedetti da taluni eccessi. Come mi sono francamente apparsi quelli in cui l’ingegnere è caduto dando quasi dello svanito a Scalfari, come ho già ricordato,  parlando della sua età e di una presunta incapacità di reggere a un contradditorio, e rinfacciandogli “il pacco pazzesco di soldi” versatogli liquidandolo  a suo tempo come socio, dopo averlo salvato dal fallimento “tecnico” in cui era caduta ad un certo punto la testata da lui fondata con Carlo Caracciolo.

            Da imprenditore incallito e di successo, al netto di tutte le operazioni che non sono riuscite neppure a lui, De Benedetti sa bene che gli affari non possono essere confusi con opere pie. I miliardi, sia delle vecchie lire sia della moneta europea che ne ha preso il posto, si danno e si ricevono con logiche di convenienza, non di carità, e relativa gratitudine. Che De Benedetti ha  invece reclamato da Scalfari nel suo sbotto televisivo.

 

 

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