La Giustizia festeggia nonostante il processo sulla trattativa a Palermo

            Il caso, non so francamente se più diabolico o comico, ha voluto che sull’asse Roma-Palermo si svolgessero contemporaneamente la solita, solenne cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziaria, sotto i soffitti della Corte di Cassazione, e la duecentodecima udienza –credo- del processo in corso in Corte d’Assise da quattro anni e otto mesi sulla presunta trattativa fra pezzi dello Stato e della mafia nella cosiddetta stagione delle stragi. Di cui i mafiosi disseminarono l’Italia fra il 1992 e il 1993, mentre la cosiddetta prima Repubblica tirava le cuoia già per conto suo, affetta da un morbo- Tangentopoli- che i magistrati avevano deciso di curare a modo loro, anche a costo di amputare il sistema e di capovolgere gli equilibri nei rapporti fra politica e giustizia sanciti nella Costituzione in vigore dal 1° gennaio del 1948.

           Quella Costituzione, del resto, fu modificata in tutta fretta proprio in quegli anni dal Parlamento, sotto minaccia di scioglimento anticipato da parte dell’allora capo dello Stato,  per formalizzare i nuovi equilibri, a tutto vantaggio delle Procure della Repubblica: una Repubblica che da parlamentare, come era stata voluta dai Costituenti, con la maiuscola, divenne così giudiziaria. E tale è rimasta, come dimostra la diabolica coincidenza ricordata all’inizio fra gli eventi giudiziari, appunto, di Roma e Palermo.

            Un processo di primo grado che dura –ripeto- da 4 anni e 8 mesi e da 210 udienze, delle quali le ultime dieci occupate interamente dagli interventi di quattro pubblici ministeri, è già di per sé uno spettacolo anomalo. Se poi ricordiamo che due degli imputati originari sono già stati assolti per gli stessi fatti, con altro rito o in altri processi, lo spettacolo da anomalo diventa semplicemente irragionevole, per non dire di peggio, almeno agli occhi della gente comune.

            Mentre a Palermo i rappresentanti della pubblica accusa formulavano le loro richieste per una novantina d’anni di carcere dicendo, fra l’altro, che essi hanno indagato e valutato, insieme a fatti più o meno verificati, anche “strategie” di natura inevitabilmente politiche, dati certi imputati, a Roma c’era ben poco da festeggiare –ripeto- sotto i soffitti della Cassazione. Eppure la festa c’è stata lo stesso.

            Fra le anomalie del processo di Palermo, preceduto –ricordiamolo-  da indagini sulle quali nel 2012, cioè sei anni fa, dovette intervenire la Corte Costituzionale perché non ne risultasse in qualche modo macchiato l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intercettato al telefono con l’amico Nicola Mancino, poi accusato di falsa testimonianza, va segnalata anche la presenza sostanziale fra gli imputati, negli interventi dei magistrati d’accusa, di due persone estranee al procedimento. Uno è l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, peraltro morto, l’altro è Silvio Berlusconi.

            I due non hanno notoriamente mai avuto simpatie l’uno per l’altro. Costretto dagli elettori nel 1994 a dargli l’incarico di presidente del Consiglio, Scalfaro cercò in una lettera di scrivere lui il programma di governo a Berlusconi. E non ebbe pace sino a quando, meno di nove mesi dopo, non ne raccolse le dimissioni coprendo di elogi l’uomo che le aveva provocate col ritiro dell’appoggio: l’allora segretario della Lega Umberto Bossi.

            Ebbene, stando alle famose “strategie” avvertite o scoperte dalla pubblica accusa a Palermo, Scalfaro e Berlusconi nel 1992-93 avevano entrambi scommesso praticamente sulla mafia: uno per convincerla a non demolire con le stragi quel che rimaneva della cosiddetta prima Repubblica e l’altro per convincerla invece a completare la demolizione per spianargli la strada di Palazzo Chigi. Ma, ripeto, l’uno è morto e non può neppure difendersi. L’altro è vivo ma non è neppure imputato. E se ne può anche fregare perché, pur non candidabile per altri motivi, guida nei sondaggi la graduatoria delle coalizioni in corsa per le elezioni politiche del 4 marzo.

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