Non si sa quanto sia lungo quell'”in fondo” di Berlusconi e Salvini convergenti

            D’accordo, il centrodestra di Berlusconi, Meloni e Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico per non fare torto a nessuno dei tre, è in testa in tutti i sondaggi come coalizione partecipe alla campagna elettorale per il rinnovo delle Camere.

           Essa è davanti anche al maggiore partito, sempre nei sondaggi, che però corre da solo –naturalmente il movimento delle 5 stelle- e quindi dovrà accontentarsi di incorniciare il risultato e appenderlo inutilmente alla parete, non potendo investirlo in nessuna maggioranza, e tanto meno in un governo, per la sua dichiarata e orgogliosa diversità da tutti gli altri. E pazienza se il candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio sogna di notte, e pure di giorno, di essere chiamato al Quirinale già il 5 marzo, il giorno dopo le elezioni, per ricevere il cosiddetto incarico, senza neppure aspettare l’insediamento delle Camere e dei loro presidenti, la costituzione dei gruppi parlamentari e tutte le altre cose che hanno sempre preceduto il rito delle consultazioni sul colle più alto di Roma.  

            In fondo, siamo a Carnevale e ogni scherzo vale, a coltivarlo e a sentirselo raccontare: anche lo scherzo, negato cinque anni fa dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano al suo ex compagno di partito Pier Luigi Bersani, di un presidente incaricato, pre-incaricato e chissà cos’altro che reclama il diritto di fare un governo pur senza avere i numeri per la fiducia parlamentare ancora imposta dalla Costituzione, e di presentarlo alle Camere per sfidarle a negargliela, rischiando le elezioni anticipate. Come se a questa follia potesse o dovesse seguirne un’altra: quella di un presidente della Repubblica che rinuncia a cercare altre soluzioni e rimanda gli italiani alle urne, peraltro con questa legge elettorale studiata apposta proprio per cercare in Parlamento dopo il voto, e non prima, una maggioranza di governo.

             Fatta questa premessa e precisato che anche il centrodestra –ripeto- di Berlusconi, Meloni e Salvini non potrà tradurre, se non con un miracolo, la maggioranza dei voti in maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, mi chiedo se il presidente di Forza Italia non stia abusando dell’ordine alfabetico che lo mette in testa alla sua combinazione politica, e dei due punti più o meno scarsi di vantaggio che i sondaggi gli attribuiscono sulla Lega, per proporsi non solo agli elettori italiani ma anche all’Unione Europea e al mondo intero come il Garante di tutto e di tutti, al maiuscolo. Garante, come  Beppe Grillo continua ad essere ritenuto nel proprio movimento anche dopo essersene quasi allontanato, non si è ancora ben capito se più per sfinimento, per delusione o per paura.

              Reduce da una missione a Bruxelles spesa mediaticamente come un successo, e una rivincita rispetto al trattamento derisorio ricevuto sei anni e mezzo fa, quando presiedeva a Roma il suo ultimo governo tra i fuochi artificiali dei mercati finanziari, sparati con i titoli del debito pubblico italiano, Berlusconi non ha saputo resistere per più di qualche ora alle proteste del suo alleato Salvini. Che gli aveva pubblicamente contestato la garanzia o la promessa, come preferite, di fare rispettare dal governo prossimo venturo di centrodestra, se mai dovesse davvero arrivare, il vincolo comunitario del 3 per cento di deficit sul prodotto interno lordo. Che secondo il segretario della Lega, e candidato premier anche nel simbolo del proprio partito, e quindi nelle schede elettorali con cui si voterà nei seggi il 4 marzo, è una cosa –e non l’unica fra le tante regole europee- che danneggia troppo l’Italia per continuare ad essere rispettata.

               Dimentico degli impegni e promesse appena formulate a Bruxelles, e tornato a immergersi personalmente ad Arcore nelle convulse trattative per la distribuzione delle candidature elettorali fra gli alleati, Berlusconi ha cercato di frenare le richieste, e non solo le proteste, di Salvini dandogli praticamente ragione sul problema dei vincoli europei. In fondo –ha detto l’ex presidente del Consiglio- io e Salvini pensiamo e diciamo la stessa cosa.

               Ma questo “in fondo” di Berlusconi è lungo di quanti metri o chilometri? E non solo in tema di vincoli europei, essendo diverse le posizioni sua e di Salvini anche sull’abolizione, o azzeramento, della cosiddetta legge Fornero sulle pensioni, sulla riforma della riforma del mercato del lavoro, sulle nuove aliquote fiscali e su altro ancora, compresa la politica estera. E’ recentissimo lo spettacolo offerto dal centrodestra nelle aule parlamentari sulla missione militare italiana nel Niger.

              Temo che l’inguaribile ottimismo dell’ex presidente del Consiglio, oltre a fargli dimenticare le difficoltà incontrate in passato con gli stessi alleati, su cui pure prevaleva di più elettoralmente col suo partito, lo stia spingendo non so se più a sopravvalutare le proprie capacità di convincimento o a sottovalutare quelle degli elettori di capire il vero, cioè scarso grado di attendibilità della sua coalizione, pur in testa –torno a riconoscerlo- ai sondaggi elettorali.   

 

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