Romano Prodi ha spento il sorriso di Pietro Grasso

            Pietro Grasso, presidente terminale del Senato, dove il 23 marzo nulla sarà più come adesso perché subentrerà l’assemblea degli eletti di 19 giorni prima, ha smesso di sorridere. O, meglio, continua a sorridere perché così è configurato il suo volto dalla nascita, ma di un sorriso spento, diciamo così: un sorriso triste. Quello sereno e promettente rimarrà solo sui manifesti elettori dei Liberi e uguali che troneggiano particolarmente numerosi alle fermate romane dell’Atac, affollate di gente non per ammirare il leader di Leu, acronimo del nuovo movimento, ma semplicemente per l’abituale disservizio del trasporto pubblico della Capitale. Che obbliga gli aspiranti passeggeri a lunghe attese.

            A guastare l’umore di Grasso è stato l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Che, pur avendo arrotolato qualche tempo fa  la sua tenda per prendere le distanze dal Pd, ha annunciato che il 4 marzo lo voterà lo stesso, magari turandosi il naso come la buonanima di Indro Montanelli faceva e raccomandava ai suoi lettori di fare a favore della Democrazia Cristiana. O voterà per una delle liste collegate al Pd, visiti i suoi noti, eccellenti rapporti con Emma Bonino, che nella coalizione con Renzi chiede più Europa: l’Europa della cui Commissione, a Bruxelles, Prodi è stato presidente, e l’esponente radicale componente assai conosciuta e apprezzata.

            Con la sua storia legata al centrosinistra e all’Ulivo il professore emiliano ha detto di non avere altra scelta a disposizione per le urne del 4 marzo, visto il carattere “divisivo” del movimento in cui pur tanti suoi amici ed estimatori sono confluiti affidandosi alla leadership di Grasso.

            Divisivi a noi ?, ha protestato il presidente terminale del Senato, attribuendo al solito Matteo Renzi tutte, ma proprio tutte le responsabilità della divisione del centrosinistra lamentata da Prodi. E dimenticando che, per quanto cattivo, malvagio e quant’altro, Renzi dal Pd non ha cacciato né Grasso né, prima di lui, i vari Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Miguel Gotor, in ordine rigorosamente alfabetico dei loro cognomi. Se ne sono andati via dal Pd tutti di loro volontà, col proposito neppure tanto nascosto di far perdere a Renzi tutte le elezioni possibili e immaginabili, di ogni ordine e grado.

              Grasso si è peraltro unito agli scissionisti non solo per ultimo, ma tenendosi  ben stretta la carica di presidente del Senato, per quanto terminale, ottenuta a suo tempo per l’appartenenza al Pd, e rifiutandosi di pagare un debito di un’ottantina di migliaia di euro: l’equivalente dei contributi dovuti al partito per regole interne. Il buon Bersani invece il suo debito l’aveva saldato con un assegno uscendo da quella che non sentiva più come la sua “ditta”.

            L’annuncio elettorale di Prodi a favore del Pd costituisce indubbiamente il fatto politico più rilevante di almeno le ultime ventiquattro ore, tanto è vero che si è trovato su tutte le prime pagine dei giornali, ad eccezione però del Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che se ne sarà forse occupato all’interno, ma in prima pagina no. Lì il fatto di Prodi è stato ignorato, diciamo pure censurato, dal Fatto: questione di minuscolo e maiuscolo, evidentemente. O di buono e cattivo umore.

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