Il sogno inconfessabile di Silvio Berlusconi per il voto del 4 marzo

            Anche Marcello Pera, che lo conosce bene per averlo frequentato a lungo in veste di autorevole consigliere, mancato ministro della Giustizia e infine presidente del Senato, prima di staccare la spina e ritirarsi nella sua Lucca, si è detto convinto, parlandone recentemente col Foglio, che Silvio Berlusconi abbia un sogno inconfessabile nella corsa al voto del 4 marzo. E’  di vincere sì con la sua coalizione di centrodestra, ma solo virtualmente, senza avere i numeri parlamentari per scomodarsi a designare un presidente del Consiglio al capo dello Stato, visto il proprio perdurante impedimento giudiziario, e aiutarlo poi dietro le quinte a difendersi più che dagli avversari di sinistra, dall’alleato leghista Matteo Salvini.

           E’ un’esperienza d’altronde, pur non ricordata generosamente da Pera, che Berlusconi visse in proprio  nel lontano 1994 col suo primo governo, quando dovette difendersi dall’alleato leghista Umberto Bossi e infine capitolare in circa otto mesi, non avendo trovato aiuto da nessuna parte: né al centro post-democristiano, che allora disponeva di gruppi parlamentari formalmente equidistanti pilotati da Rocco Buttiglione, né a sinistra e tanto meno al Quirinale. Dove il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro aveva nominato così malvolentieri presidente del Consiglio l’uomo di Arcore  da dettargli con tanto di lettera, a dir poco inusuale, le linee essenziali del programma di governo, specie di politica estera.

          Dopo il 4 marzo di questo 2018, allorché anche i grillini avranno accertato l’inconsistenza del loro successo elettorale, avendo avuto più voti di tutti gli altri presi singolarmente ma non la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, come ha appena pronosticato a ragione il presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, a Berlusconi sarebbe più facile accordarsi con Matteo Renzi per un Gentiloni 2, o qualcosa del genere, di quanto gli toccherebbe fare per forza, e chissà a quale prezzo, con Salvini vincendo le elezioni davvero il centrodestra.

         In questa realistica visione delle cose, che i sondaggi d’altronde tendono ad accreditare, fa un po’ ridere francamente quella specie di totoministri cui lo stesso Berlusconi si è abbandonato nella campagna elettorale tenendosi ben stretto il nome da designare per Palazzo Chigi per “non comprometterlo”, come ha spiegato in televisione, ma proponendo a Salvini il Ministero dell’Interno e a Giorgia Meloni quello della Difesa. Non mi spingo oltre per non ridere tanto da non poter proseguire con queste mie osservazioni. Che comunque chiudo lo stesso perché la situazione è tragica ma non seria, come diceva la buonanima di Ennio Flaiano.

Reticenze nella polemica su Repubblica all’interno della famiglia De Benedetti

            Con tutto il rispetto dovuto alla famiglia De Benedetti, divisa fra padre e figli nella valutazione del giornale fondato da Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo nel 1976, passato poi di proprietà e ora diretto da Mario Calabresi, c’è qualcosa che continua a non tornare nella polemica che sta procurando a Repubblica danni certi ma non ancora ben calcolabili.

            C’è qualcosa che non torna né negli attacchi, specie l’ultimo, di Carlo De Benedetti –l’ingegnere- a Scalfari e a Calabresi, né nella pur esplicita dissociazione del figlio Marco dal padre, espressa anche a nome dei fratelli Rodolfo e Edoardo e appena affidata con una lunga intervista al vice direttore del quotidiano Dario Cresto-Dina.

            Ciò che non torna, al netto degli 80 miliardi delle vecchie lire sgradevolmente rinfacciate –di certo- dall’ingegnere a Scallfari per la liquidazione della sua vecchia quota di proprietà del giornale, e della ingratitudine lamentata altrettanto sgradevolmente dall’ingegnere, è la reticenza sulle vere ragioni dello scontro. Che cosa si aspettava, in particolare, l’ingegnere da Scalfari e poi anche da Calabresi?  E che,  non avendo avuto, ha spinto papà De Benedetti a parlare appunto di ingratitudine, mettendo in imbarazzo i figlioli? I quali tuttavia si limitano ad esprimere in coro, attraverso l’intervista di Marco, presidente della società editrice, l’auspicio che la polemica finisca. Ed anche un fermo invito al padre a rispettare la “irreversibile” successione da lui stesso decisa con la donazione della proprietà del giornale: donazione che, in quanto tale, non è però per  niente irreversibile sul piano giuridico.

            Rimango della convinzione, che non credo offensiva per l’interessato, tanto da condividerne il cruccio, che la questione sulla quale sono esplosi i già difficili rapporti fra gli interessati, sia la mancata difesa delle ragioni dell’ingegnere da parte di Repubblica quando si è riaccesa in questa pesante campagna elettorale una vecchia polemica sui 600 mila euro guadagnati tre anni fa dall’allora editore del giornale investendo 5 milioni sulle banche popolari, dopo avere avuto conferma della loro imminente riforma da Matteo Renzi. Che era il presidente del Consiglio e faceva spesso colazione di prima mattina a Palazzo Chigi proprio con Carlo De Benedetti, accompagnandolo personalmente poi all’ascensore, sulle cui porte, presente il commesso di turno, gli confermò l’intervento in arrivo sulle banche popolari, appunto.

            Le apparenze, ma solo quelle, erano tutte contrarie sia a De Benedetti sia a Renzi quando l’affare dei 5 milioni investiti e dei 600 mila euro ricavati finì all’esame della Consob, e da questa passò alla Procura di Roma. Che l’anno dopo –cioè più di un anno e mezzo fa- avrebbe chiesto l’archiviazione al gip. Della cui decisione è stranamente in attesa tuttora la giustizia italiana, e non solo l’unico che finì indagato: l’operatore di borsa cui l’ingegnere diede le disposizione d’investimento dicendogli al telefono –in una conversazione registrata secondo le regole in vigore- della notizia appena raccolta dall’allora presidente del Consiglio, per non parlare di una analoga fornitagli giorni prima in Banca d’Italia.

            Agli inquirenti parve balzana, ai fini di un’accusa di insider trading, la modestia dell’investimento e del guadagno sulle banche popolari rispetto alla consistenza abituale delle operazioni di borsa effettuate da Carlo De Benedetti. Che manovrava complessivamente seicento milioni di euro, e sulle banche muoveva pacchetti da venti milioni di euro l’uno, contro gli appena cinque impegnati quella volta sugli istituti popolari di credito in via di riforma.

            C’erano obiettivamente tutte le ragioni per aspettarsi da Repubblica lo stesso atteggiamento garantista, una volta tanto, degli inquirenti. E invece a Repubblica non si riuscì o non si volle trovare il coraggio di farlo, come il don Abbondio di manzoniana memoria non a caso citato nelle polemiche dei giorni scorsi da De Benedetti. Che tuttavia lo ha fatto, ospite del salotto televisivo di Lilli Gruber, senza parlare esplicitamente in quel passaggio dell’affare delle banche popolari.

            Nella redazione di Repubblica è stata scartata anche nei riguardi di Carlo De Benedetti, con un editoriale di presa di distanze dai suoi “interessi” finanziari, la linea del garantismo. E ciò in continuità col giustizialismo praticato da quel giornale, con una identità mai smarrita, come invece De Benedetti ha mostrato di ritenere che sia avvenuto solo per il suo caso, pur senza parlare direttamente –ripeto- dell’affare in borsa di tre anni fa.

            L’unica eccezione, o la più recente, che io ricordi alla linea non garantista di Repubblica è quella praticata personalmente da Scalfari nel 2012, non a caso  in dissenso dichiarato da altri autorevoli collaboratori, a favore dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che dovette ricorrere alla Corte Costituzionale per liberarsi dalla gabbia mediatica nella quale era finito, con una intercettazione telefonica raccolta e custodita dalla Procura di Palermo, nelle indagini sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione stragista del 1992-93.

           

Mario Monti, sfrenato sulla linea del rigore, attacca i partiti e persino Draghi

            C’è qualcosa di peggio di una campagna elettorale imbottita di promesse irreali, che un po’ tutti i partiti fanno sapendo bene che non potranno mantenerle o perché, perdendo le elezioni non andranno al governo, o perché, pur andando al governo, magari senza avere neppure loro vinto le elezioni ma accordandosi con altri sconfitti dopo il voto, potranno accampare mille scuse per sottrarsi agli impegni. La più facile delle quali potrà essere proprio quella di avere dovuto accordarsi con altri meno generosi, o più tirchi, per garantire la cosiddetta governabilità del Paese. Altrettanto facile sarà scaricare ogni colpa sull’Europa e sui vincoli finanziari, derivanti da trattati contro i quali in Italia sono vietati i referendum abrogativi.

            Peggiore di questo scenario sicuramente negativo sul piano etico e pratico, perché consente la turlupinatura degli elettori, pur allertati da giornali e analisti che ogni tanto cercano di smontare i conti farlocchi di chi promette troppo, è la tentazione di buttarla sul penale. Cosa che ha appena fatto il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti con un editoriale sul Corriere della Sera che ha interrotto la sospensione di una collaborazione a livello così impegnativo: sospensione seguita ad uno scontro consumatosi sulla pagina della posta dei lettori del giornale milanese di via Solferino  fra lo stesso Monti e Aldo Cazzullo. Il quale aveva risposto a dovere all’ex presidente del Consiglio dolutosi delle sue critiche per l’eccessivo rigore praticato nell’esperienza tecnico-politica a Palazzo Chigi, a costo di ammazzare il paziente affidatogli dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

            Monti si è doluto, questa volta, che non vi sia una legge, e probabilmente neppure un procuratore della Repubblica disposto a crearsela di fatto interpretando a suo modo qualche articolo del codice penale in vigore, che possa evitare, punendola tempestivamente, la turlupinatura elettorale. Che quanto meno confinerebbe col reato di cosiddetto voto di scambio.

            L’ex presidente del Consiglio e- ripeto- senatore a vita felicemente in carica, in grado quindi di presentare qualche suo concreto disegno di legge a Palazzo Madama non appena ne avrà la possibilità tecnica, visto che le Camere della diciassettesima legislatura sono state ormai sciolte, mi è sembrato sognare col suo editoriale qualche ufficio giudiziario dove obbligare i partiti a depositare i loro programmi, come debbono fare con le liste dei candidati: uffici nei quali però dovrebbe essere permessa una verifica dei conti e la bocciatura delle proposte irreali, a giudizio naturalmente delle toghe. Che già potendo disporre di tutto, anche della sopravvivenza di imprese piccole e grandi, come hanno dimostrato certe iniziative assunte a Taranto per l’Ilva, potrebbero pur arrogarsi prima o poi anche il compito di mettere fuori gioco questo o quel partito sulla soglia delle elezioni giocando sui confini tra tecnica e politica.

            Questi tecnici prestati più o meno imprudentemente alla politica fanno paura, almeno a me, più ancora dei magistrati che hanno preso la cattiva  abitudine di fare politica con le loro indagini e sentenze. E dei giornali e giornalisti che li giustificano e li sostengono, per esempio liquidando il garantismo come una forza più o meno surrettizia di assistenza ai criminali: di concorso esterno –si dice così adesso- alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta, corona unita e simili.

            Nel suo rigorismo tecnico e finanziario Monti è riuscito con il suo editoriale sul Corriere della Sera ad allungare di fatto un’ombra di sospetto, se non di accusa di lassismo e complicità  con i turlupinatori degli elettori, persino sulla Banca Centrale Europea gestita dall’italiano Mario Draghi, già sotto pelosa sorveglianza tedesca.

          In particolare, la Banca Centrale Europea “ha causato col finanziamento facile del settore pubblico e i tassi di interesse molto bassi –ha sentenziato Monti nei panni che immagino di procuratore generale europeo contro gli sprechi e simili- un effetto anestetico, un artificiale offuscamento delle reali condizioni della finanza pubblica e dell’economia. Si sono così attenuati gli stimoli a completare il risanamento finanziario e le riforme strutturali”. E i partiti –aggiungo io- hanno potuto e possono ancora profittarne per imbrogliare il paziente anestetizzato.    

Gli smemorati che protestano contro il costoso Cnel dopo averlo salvato

            In questa fase della campagna elettorale che non a caso si sovrappone o sottopone, come preferite, alla stagione di Carnevale, al maiuscolo ma da non confondere con l’anziano magistrato sopravvissuto alle gogne giudiziarie e mediatiche riservategli da colleghi semplicemente invidiosi della sua competenza professionale, c’è qualcosa di ancora più grottesco dell’arruolamento leghista del compianto Giulio Andreotti. Grottesco, anche se a compierlo con pubbliche dichiarazioni è stata una donna che Andreotti stimò e frequentò davvero, trattandola alla fine quasi come una figlia, più che come la sua avvocatessa di fiducia: Giulia Bongiorno. Che il segretario della Lega Matteo Salvini manderebbe al Ministero della Giustizia se riuscisse davvero a diventare presidente del Consiglio e a stendere a terra con un infarto il pur alleato Silvio Berlusconi.

             Come antipasto l’aspirante premier le ha intanto servito alla nuova recluta del Carroccio un  piatto abbondante di candidature che la riporteranno in Parlamento, dopo la sfortunata avventura politica con Gianfranco Fini e la conseguente dieta politica.

            Più grottesco ancora di questo andreottismo postumo di marca leghista, che ha tolto il sonno non solo nelle vignette al governatore uscente della Lombardia Roberto Maroni, leghista ora di minoranza, è l’ennesimo scandalo scoperto e gridato dal solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio. Che da giorni sta bersagliando il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni perché, manovrato dietro le quinte dal segretario del Pd Matteo Renzi, ha imbottito di nomine il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, rimasto per un bel po’ praticamente senza presidente, senza segretario generale e senza consiglieri perché se n’era prevista l’abolizione nella riforma costituzionale progettata con la benedizione dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e approvata dalle Camere con le dovute procedure. Persino la sede del Cnel, una bellissima palazzina bianca nel parco romano di Villa Borghese, finì per essere immaginata sgombra: tanto che ci mise sopra gli occhi il Consiglio Superiore della Magistratura per trasferirvisi dalla scomoda e troppo trafficata Piazza Indipendenza. Il trasloco sarebbe costato un bel po’ di denaro, ma per fare stare più comode toghe e annesse non si sarebbe badato a spese.

            Gli scopritori e cultori dello scandalo del Cnel tornato a vivere e a costare, con i suoi organici di nominati e assunti, sono curiosamente gli stessi che si impegnarono sino allo spasimo per fare bocciare, nella consultazione referendaria del 4 dicembre del 2016, la riforma che lo sopprimeva. Sono gli stessi che ne festeggiarono la caduta, insieme con le dimissioni di Renzi da presidente del Consiglio, sino a ubriacarsi. Di vino e champagne, e non solo di chiacchiere, fra le quali la promessa dell’ineffabile Massimo D’Alema di improvvisare e fare approvare in quattro e quattr’otto nella parte residua della legislatura un’altra, più snella ed efficace, e meno divisiva, riforma costituzionale.

          Questo capolavoro politico è però rimasto nei sogni di D’Alema, d’altronde troppo impegnato dopo quel 4 dicembre inebriante a cercare di completare l’opera di demolizione di quell’amalgama mal riuscito che egli aveva già definito da tempo il Pd, prima ancora che ne conquistasse la segreteria l’odiato, anzi odiatissimo Renzi.

Si affaccia il femminicidio nelle polemiche interne a Repubblica

            Nella conclusione dell’intervista che Eugenio Scalfari ha voluto rilasciare alla “sua” Repubblica, per difendersi e difenderla dalle critiche di Carlo De Benedetti, che pure si sente “monogamo” anche come editore, l’ingegnere rischia l’accusa….di femminicidio. Manca poco, dopo che il suo amico e sodale lo ha accomunato a “quegli ex che provano a sfregiare la donna che hanno amato male e che non amano più”.

L’incontenibile vocazione di D’Alema a dettare la linea ai compagni di strada

            Pietro Grasso, presidente a tempo pieno di Leu, acronimo del movimento Liberi e uguali, e presidente del Senato a tempo limitato, dovendo cessare dalla seconda carica dello Stato il 23 marzo, giorno d’’insediamento delle nuove Camere, ha nascosto a mala pena col suo sorriso di ordinanza il fastidio comprensibilmente procuratogli dal solito Massimo D’Alema. Che -a dispetto della qualifica di “laterale” assegnatasi per il carattere periferico del collegio elettorale pugliese dove tornerà a candidarsi al Parlamento- ha dato l’impressione di dettare la linea al nuovo partito della sempre prolifica sinistra italiana con l’intervista al giornalista del Corriere della Sera di cui più si fida per serietà e fedeltà di traduzione dei suoi affilati messaggi: Aldo Cazzullo.

            Il passaggio politicamente più incisivo di questa intervista, pur se altri, come vedremo, hanno fatto più rumore, sta nell’indicazione dell’”avversario” principale, se non unico, che deve avvertire una sinistra degna di questo nome. E’, anzi continua ad essere, “la destra” nella concezione più ampia considerata da D’Alema, comprensiva non solo dell’odiato Silvio Berlusconi e alleati ma anche del non meno odiato Matteo Renzi. Che avrebbe tanto modificato i connotati del Pd, inseguendo Berlusconi anziché contrastarlo davvero, da averlo reso indigesto a D’Alema e compagni.

            Perché il suo pensiero non fosse frainteso nella definizione dei confini, D’Alema ha marcato quelli di destra dicendo che l’avversario, o nemico, della sinistra non è il movimento grillino, pur essendo prevalentemente critico il suo giudizio sul personale e sul  programma delle 5 stelle.

            Messe le cose in questi termini, al netto degli scatti d’umore che può provocare il tortuoso andamento della campagna elettorale, nella quale il candidato grillino a Palazzo Chigi ne dice e ne fa di tutti i colori, la posizione di D’Alema non si discosta da quella di Pier Luigi Bersani. Che già cinque anni tentò l’aggancio con i grillini, ai cui capricci egli era disposto ad appendere un governo “di minoranza e di combattimento” messo in cantiere ma demolito dall’allora presidente della Repubblica, ed ex compagno di partito, Giorgio Napolitano.

            La partita ora si giocherebbe a ruoli invertiti, anche se D’Alema finge di ignorarlo, perché i rapporti di forza parlamentare fra i grillini e la sinistra nelle nuove Camere, senza il premio di maggioranza della legge elettorale precedente, sarebbero a vantaggio dei primi.

            Eppure, della nuova intervista  di D’Alema al Corriere della Sera  ha fatto più  notizia sulla maggior parte dei giornali, e nello stesso mondo politico, non la vecchia, vecchissima contrapposizione fra destra e sinistra, come se il mondo fosse rimasto fermo al secolo scorso, ma la surrettizia, furbesca, disinvolta disponibilità dell’ex presidente del Consiglio a derogare alla sua visione e alle sue preferenze per cause di forza maggiore di fronte alla prevedibile, e sotto sotto auspicata, ipotesi di un “governo del Presidente”, inteso come presidente della Repubblica. Che di fatto lo imporrebbe ai partiti affidandolo a un uomo di sua fiducia.

           Dovrebbe essere insomma il buon Sergio Mattarella a togliere D’Alema dall’imbarazzo di fronte ad un risultato elettorale neutro, che non consentirebbe a nessuno di fare la parte del gallo. In particolare, il capo dello Stato dovrebbe tornare a fare come cinque anni fa Napolitano dopo essere stato rieletto al Quirinale, supplicato anche da Bersani dopo il fiasco della candidatura di Romano Prodi: il ricorso alle cosiddette larghe intese fra i maggiori partiti della sinistra e della destra, senza inseguire un movimento che era arrivato in Parlamento col proposito dichiarato di aprirlo come una scatola di tonno.

          Allora i grillini tentarono persino la scalata al colle più alto di Roma con la candidatura improvvisata di Stefano Rodotà, preso in prestito con tanta disinvoltura dalla vecchia classe dirigente da essere brutalmente scaricato, e insultato, al primo dissenso  da lui manifestato, da buon giurista com’era, dalle proposte programmatiche e dai metodi del comico genovese, amici e seguaci.  

Diventa autorete l’attacco di Carlo De Benedetti al vecchio Scalfari

Ho perso il conto, come si dice in queste occasioni, delle volte in cui ho dissentito da Eugenio Scalfari, specie negli anni di Bettino Craxi. In particolare, quando il fondatore e direttore di Repubblica cominciò a difendere “la barba di Marx” dalle forbici estive del leader socialista, e poi scambiò la capacità contrattuale del segretario del Psi nei rapporti con la Dc per le rapine che nel Medio Evo il brigante Ghino di Tacco, pur perdonato poi dal Papa,  consumava sui viandanti e pellegrini che transitavano per la sua  Radicofani.

Eppure mi sono sentito ferito anch’io quando ho ascoltato e visto sul teleschermo l’aggressione –non so chiamarla diversamente- riservata a Scalfari dal suo ormai ex amico e sodale Carlo De Benedetti, ospite solitario l’altra sera del salotto di Lilli Gruber. Che non ha mai saputo tradurre il suo pur evidente imbarazzo in una interruzione degna di questo nome, in difesa di un assente che solo in quanto tale avrebbe meritato un po’ di protezione.

Cerco di procedere in ordine con gli appunti presi sbrigativamente durante l’ascolto. Non è stato giusto definire “una stupidaggine”, come ha fatto appunto De Benedetti, la pur paradossale preferenza espressa di recente da Scalfari per Silvio Berlusconi rispetto al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Che peraltro anche De Benedetti ha liquidato bruscamente, pur bastandogli e avanzandogli difendersene col voto al Pd di Matteo Renzi, come d’altronde anche Scalfari ha recentemente confermato di voler far fare in un editoriale su Repubblica. E questo credo sia stato un segno ancora più evidente del carattere –ripeto- paradossale e non stupido della sua sortita a favore di Berlusconi nel salotto televisivo, quella volta, di Giovanni Floris.

Ancora più sconveniente ho trovato la riduzione delle capacità intellettive praticamente attribuita da De Benedetti a Scalfari per via della sua età -94 anni da compiere il 6 aprile- e di una presunta impossibilità, quindi, di fronteggiare un contraddittorio.

Altrettanto sconveniente, a dir poco, ho trovato quell’accusa di “ingratitudine” rivolta a Scalfari da De Benedetti rinfacciandogli prima il salvataggio dal “fallimento di fatto” in cui il giornalista sarebbe incorso col suo socio d’allora Carlo Caracciolo agli inizi degli anni Ottanta, credo, e poi un “pacco pazzesco di soldi”. Che fu versato –ha detto testualmente De Benedetti- quando il fondatore di Repubblica volle farsi liquidare personalmente come socio, rimanendo solo direttore della testata.

Credo che l’ingegnere- come De Benedetti viene comunemente chiamato, allo stesso modo in cui il compianto Gianni Agnelli era noto come “l’avvocato”- sia uomo sin troppo abituato agli affari per non poterli né doverli scambiare per opere pie, o caritatevoli. Gli affari comportano una reciproca convenienza.  Che evidentemente non mancò a De Benedetti quando decise, non certo con una pistola puntata contro la testa, di liquidare profumatamente la quota proprietaria di Scalfari. Dal quale se si aspettava come gratitudine una difesa dagli attacchi piovutigli addosso in questo periodo per i 600 mila euro guadagnati tre anni fa investendo cinque milioni sulle banche popolari che il governo Renzi si apprestava a riformare, De Benedetti ha fatto semplicemente un errore.

Quella difesa, come ho già scritto qui qualche giorno fa, spettava a De Benedetti –ad opera di Scalfari e, più in generale, di Repubblica– per semplice garantismo, non per gratitudine: più in particolare, per i buoni argomenti dell’ingegnere, condivisi persino dalla Procura della Repubblica di Roma, investita della questione dalla Consob.

La Procura romana prima ha evitato di estendere le indagini dall’operatore di borsa incaricato dell’affare da De Benedetti allo stesso finanziere, e tanto meno a Renzi, che gli aveva confermato la riforma in arrivo.  Poi la stessa Procura ha chiesto –più di un anno e mezzo fa- l’archiviazione del fascicolo.

Ma il garantismo –si sa- non è mai stato tanto di casa dalle parti di Repubblica. E questo per responsabilità comuni a giornalisti e a editori. Anche sotto questo aspetto mi pare paradossalmente ingiusto anche il rimprovero fatto da De Benedetti alla nuova direzione o gestione di Repubblica di avere smarrito la sua “identità”.

A proposito di gestione, trovo infine impropria la distinzione che si fa un po’ dappertutto fra la vecchia e la nuova per via dell’”ex” che De Benedetti si è guadagnato assumendo solo la presidenza onoraria della società editrice, e lasciandone le redini effettive al figlio Marco. Che, diversamente dal padre, non mi risulta abbia mai avuto occasione di dolersi della linea e della direzione attuale di Repubblica. Per cui se c’è, o è sorta una questione, essa è di tipo esclusivamente familiare: cosa che forse non sarebbe stato male far presente a De Benedetti dalla conduttrice che lo ha ospitato raccogliendone passivamente gli sfoghi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Lo sbotto televisivo di De Benedetti contro l’ex moglie di carta Repubblica e Scalfari

            Non sarà stato forse raffinato come gli estimatori lo consideravano sino a quando non lo hanno sentito e visto nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7, curiosamente ospitato senza uno straccio di contraddittorio, essendosi messa la conduttrice a sua completa disposizione. Ma qualche attenuante Carlo De Benedetti la merita nel giudizio negativo che gli spetta, come vedremo, per lo sbotto cui si è abbandonato contro l’ormai ex amico e sodale Eugenio Scalfari. Al quale non è solo tornato a dare del “vanitoso” per la sua frequente esposizione mediatica e per il gusto di sorprendere il prossimo con opinioni quanto meno insolite rispetto al suo passato, ma questa volta anche dello “stupido”. E persino dello svanito a causa della sua tardissima età.

            A “stupidaggine” De Benedetti ha declassato o promosso, se si inverte la  scala dei valori, la preferenza espressa recentemente dal fondatore di Repubblica, pur con qualche precisazione successiva, per Silvio Berlusconi rispetto al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi di Maio. Di cui comunque anche  De Benedetti pensa tutto il male possibile, ma non tanto e tale evidentemente da fargli ingoiare il rospo dell’uomo di Arcore, peraltro avventuratosi incautamente con una telefonata amichevole, quasi di ringraziamento, dopo la clamorosa sortita di Scalfari, scambiata dal presidente di Forza Italia per un apprezzamento politico condiviso dall’editore di Repubblica. Che invece il 4 marzo voterà convinto –ha detto alla Gruber- per il Pd di Matteo Renzi, come del resto ha scritto di voler fare anche Scalfari in un recente editoriale, pur preferendo teoricamente Berlusconi a Di Maio.

              In verità, a proposito del rapporto con Repubblica, da qualche tempo di Carlo De Benedetti si parla come di ex e non più di editore. Ma l’ex è per modo di dire. A parte il fatto che De Benedetti è pur sempre presidente onorario della società editrice del gruppo mediatico, il comando operativo è rimasto in famiglia, essendo passato al figlio secondogenito Marco. Del quale chissà perché Lilli Gruber non ha voluto ricordare al suo ospite televisivo il giudizio positivo recentemente espresso su Repubblica, mentre il padre ne parlava con delusione, amarezza, preoccupazione e quant’altro dicendo che essa deve  ritrovare la sua identità”. Evidentemente persa anche quando di recente, con un editoriale non firmato e perciò riconducibile alla direzione, il giornale ha preso le distanze da lui e dalle sue vicende di finanziere di fronte alle polemiche e ai rischi giudiziari che egli potrebbe ancora correre, sulla carta, per quei maledetti 600 mila euro guadagnati tre anni fa con i titoli delle banche popolari in corso di riforma. Ma guadagnati, sia pure con un investimento inferiore alle abitudini delle puntate in Borsa di De Benedetti per questo tipo di affari, dopo avere parlato proprio delle banche popolari con l’allora presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, e qualche giorno prima col vice direttore generale della Banca d’Italia in via Nazionale, in entrambe le occasioni –curiosamente- nel momento del commiato, sulla porta dell’ascensore.

              Oddio, qualche parola a sua difesa Carlo De Benedetti aveva francamente il diritto di aspettarsela dalla pur sempre “sua” Repubblica, e da Scalfari, di fronte all’esplosione dello scandalo gridato dal solito Fatto Quotidiano. Gli argomenti favorevoli al finanziere sono stati d’altronde condivisi dalla Procura di Roma. Che prima lo ha tenuto fuori dalle indagini, al pari di Renzi, aperte su segnalazione della Consob e poi ha chiesto l’archiviazione, addirittura più di un anno e mezzo fa, di quelle contenute a carico dell’operatore di borsa di De Benedetti. Lavarsi pilatescamente le mani di quegli argomenti rivendicando un’assoluta estraneità rispetto all’”editore a lungo” del giornale, non è stata francamente una bella cosa. E l’ingegnere, come De Benedetti viene spesso chiamato per la sua laurea scimmiottando un po’ l’abitudine del compianto Gianni Agnelli di farsi chiamare avvocato, non ha tutti i torti quando si rifà al don Abbondio dei Promessi Sposi, citato nel salotto della Gruber, per dire che il coraggio bisogna averlo per poterselo dare. Evidentemente a Repubblica, la sua “unica moglie” di carta, come l’ha chiamata De Benedetti escludendo di volerne avere altre fondando qualche nuovo giornale, il coraggio è stato smarrito con la già ricordata “identità”.

              RTanta pur comprensibile delusione, tanta insofferenza, tanto rancore, che peraltro oggi va purtroppo di moda, non hanno purtroppo trattenuto De Benedetti da taluni eccessi. Come mi sono francamente apparsi quelli in cui l’ingegnere è caduto dando quasi dello svanito a Scalfari, come ho già ricordato,  parlando della sua età e di una presunta incapacità di reggere a un contradditorio, e rinfacciandogli “il pacco pazzesco di soldi” versatogli liquidandolo  a suo tempo come socio, dopo averlo salvato dal fallimento “tecnico” in cui era caduta ad un certo punto la testata da lui fondata con Carlo Caracciolo.

            Da imprenditore incallito e di successo, al netto di tutte le operazioni che non sono riuscite neppure a lui, De Benedetti sa bene che gli affari non possono essere confusi con opere pie. I miliardi, sia delle vecchie lire sia della moneta europea che ne ha preso il posto, si danno e si ricevono con logiche di convenienza, non di carità, e relativa gratitudine. Che De Benedetti ha  invece reclamato da Scalfari nel suo sbotto televisivo.

 

 

Quel piccone di Pietro Grasso contro la ministra della Sanità Beatrice Lorenzin

            Comunque finirà la sua avventura politica alla guida dei Liberi e uguali, Leu in acronimo, Pietro Grasso potrà vantarsi con la sinistra, che ama da ragazzo, di avere scoperto, denunciato e forse anche neutralizzato un’infiltrata  pericolosa e troppo a lungo sfuggita ai radar mediatici. Che sono stati probabilmente distratti dal gradevole aspetto fisico, dalla maternità e anche da qualche buona iniziativa della ministra della Sanità nei tre governi succedutisi durante la diciassettesima legislatura. Si tratta infatti proprio di lei, Beatrice Lorenzin, ex Forza Italia e ora in groppa a quel cavallo di Troia che il presidente uscente del Senato ha individuato in Civica Popolare, come si chiama il movimento di recentissima formazione dove si sono raccolti uomini e donne di tradizione moderata, fra cui Pier Ferdinando Casini, convinti che la collaborazione col Pd sperimentata negli ultimi cinque anni al governo possa proseguire.

            Di questa collaborazione è stato in qualche modo partecipe per quattro anni, nove mesi e qualche giorno dal suo pur alto scranno istituzionale anche Grasso, sino a quando non si è dimesso dal gruppo parlamentare del Pd. E non è trasmigrato altrove, peraltro rifiutandosi di pagare al partito di provenienza un debito di 80 mila euro e rotti, per contributi rapportati alle indennità parlamentari, accusando l’amministratore di non avergli chiesto il saldo nei tempi e soprattutto nei modi dovuti, più in pubblico che in privato. Eppure quel debito l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, artefice dell’arrivo di Grasso al Senato e poi anche della sua incoronazione al vertice di Leu, lo ha pagato senza fare tante storie, staccando un assegno e basta.

            Comunque, almeno per quanto riguarda l’estrema pericolosità politica, il carattere inquinante della Lorenzin per la sinistra e via dicendo, o sproloquando, meglio tardi che mai. Una volta che ha scoperto il bubbone, da procuratore generale della sinistra, emulo della missione giudiziaria compiuta contro la mafia, e un po’ anche da chirurgo, Grasso si è mosso con  energia. E ha spiegato personalmente nel salotto televisivo di Porta a Porta, dove peraltro l’interessata gli è subentrata sulla poltrona dell’ospite ricevendone anche un disinvolto saluto sorridente, di avere reclamato e ottenuto dal governatore uscente della regione Lazio Nicola Zingaretti l’esclusione della Lorenzin dal perimetro del cosiddetto centrosinistra.

            Informatone, come  ha poi avuto la bontà di rivelare la ministra della Sanità,  il segretario del Pd Matteo Renzi se n’è doluto molto, ma nulla di più ha potuto fare per non compromettere l’unico caso di alleanza con gli scissionisti nelle elezioni regionali abbinate a quelle politiche del 4 marzo. Se in cuor suo, almeno, se ne sia doluto anche il piddino Zingaretti subendo il diktat del procuratore generale della sinistra, non si sa. E forse non è neppure il caso di saperlo per non mettere ingiustamente a rischio la simpatia che si è conquistato nel vasto pubblico televisivo l’incolpevole fratello di Zingaretti. Che è Luca, l’ormai mitico commissario Montalbano.    

Irrompe nella campagna elettorale anche il fantasma di Bettino Craxi

            A quasi diciannove anni dalla morte di Bettino Craxi in terra tunisina d’esilio, altro che di latitanza, come si ostinano a chiamarla i suoi persecutori, ci voleva il vecchio e saggio Sergio Staino con la sua felicissima matita a ricordarne la lezione a una sinistra smemorata. Che continua a procurarsi danni irreparabili costruendosi in casa, più che fuori, il nemico da combattere e da distruggere con ogni mezzo.

            Negli anni Novanta, cavalcando le inchieste giudiziarie sul fenomeno politico più diffuso e tollerato per decenni come il finanziamento irregolare dei partiti e delle loro correnti, i comunisti, post-comunisti e quant’altri si liberarono di quel rompiscatole del leader autonomista del partito socialista. Che aveva osato essere appunto autonomista, collaborare con la Dc senza l’autorizzazione di lor signori delle Botteghe Oscure, strapparle persino Palazzo Chigi,  dopo avere “tagliato la barba” a Marx, come gli aveva rimproverato Eugenio Scalfari alla guida della sua Repubblica di carta, e sostenere una grande riforma della Costituzione per far camminare il Paese al passo della modernità.

            Il risultato della guerra a Craxi fu per la sinistra tanto apparentemente vittorioso, col segretario socialista costretto a riparare all’estero e a morirvi, quanto concretamente disastroso per chi l’aveva condotta. La sinistra fu clamorosamente battuta nelle elezioni politiche del 1994, quelle dell’esordio della cosiddetta seconda Repubblica, da un esordiente della politica –Silvio Berlusconi- che aveva improvvisato un partito dandogli il nome di un grido allo stadio: Forza Italia.

            Pur di riprendersi dalla botta la sinistra post-comunista incoronò un leader pescato nel mondo della Dc, Romano Prodi, per fargli poi le scarpe, sino a candidarlo al Quirinale, nel 2013, giusto per bocciarlo a scrutinio segreto nell’aula di Montecitorio. Nel frattempo quella sinistra, imprudentemente fusasi con i resti della sinistra democristiana, aveva trovato sulla sua strada un giovanotto intraprendente contro il quale finì poi per maturare lo stesso odio nutrito contro Craxi. E ciò, per quanti sforzi facesse il giovanotto –naturalmente Matteo Renzi- di esorcizzare il fantasma del leader socialista preferendogli nei discorsi la buonanima di Enrico Berlinguer, e negandogli nella sua Firenze la titolazione anche di un vicolo.

            E’ proprio in odio a Renzi che la sinistra ha consumato la scissione del Pd e ha allestito un nuovo movimento al solo scopo, neppure nascosto, di far perdere al fiorentino le elezioni del 4 marzo: un movimento nel quale anacronisticamente Massimo D’Alema, sempre in odio a Renzi, per contrapporglielo, ha scoperto col solito ritardo di vent’anni e più le qualità di Craxi, sino a conferirgli la qualifica di statista, e a vantarsi di avere inutilmente cercato di farlo almeno morire in patria.

            La vignetta di Staino, affidata al Dubbio, è tanto più apprezzabile e significativa quanto più si riflette sulle circostanze in cui è stata confezionata: a pochi giorni, come dicevo, dal diciottesimo anniversario della morte di Craxi, che ricorre il 19 gennaio, e mentre Silvio Berlusconi, salvo ripensamenti, si accinge a raggiungerne la tomba addirittura per “cominciare” da lì –come ho letto su qualche giornale- la sua campagna elettorale per il rinnovo delle Camere.

            Non è la prima volta che Berlusconi s’improvvisa e si propone anche con una certa disinvoltura come erede politico, e non solo come amico in vita, del leader socialista. E ciò profittando, questa volta, della perdurante paura di Matteo Renzi di richiamarsi a Craxi e alle sue battaglie per l’ammodernamento della sinistra che pure qualcuno, fra i post-comunisti, ha avuto il coraggio di riconoscergli senza le strumentalizzazioni di D’Alema. Mi riferisco a Piero Fassino, che da ultimo segretario dei Ds- ex Pci  ha scritto di Craxi  anni fa, nel suo libro autobiografico “Per passione”,  come dell’uomo di sinistra rivelatosi più moderno di tutti, tanto da mettere Enrico Berlinguer in una crisi dalla quale non ne sarebbe uscito vivo.

            E’ proprio a Fassino –guarda caso- che Renzi si è rivolto in questa stagione politica  per gestire i rapporti con i potenziali o possibili alleati del Pd. Mi chiedo a questo punto che cosa aspetti ancora l’ex presidente del Consiglio a non farsi più intimidire dagli ormai perduti compagni della sinistra di Liberi e uguali, annessi e connessi, e a non lasciare a Berlusconi la memoria di Craxi, che  tirerebbe quanto meno le orecchie all’amico di Arcore per i pasticci politici che sta facendo nei rapporti di alleanza con Matteo Salvini.  

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