Gli smemorati che protestano contro il costoso Cnel dopo averlo salvato

            In questa fase della campagna elettorale che non a caso si sovrappone o sottopone, come preferite, alla stagione di Carnevale, al maiuscolo ma da non confondere con l’anziano magistrato sopravvissuto alle gogne giudiziarie e mediatiche riservategli da colleghi semplicemente invidiosi della sua competenza professionale, c’è qualcosa di ancora più grottesco dell’arruolamento leghista del compianto Giulio Andreotti. Grottesco, anche se a compierlo con pubbliche dichiarazioni è stata una donna che Andreotti stimò e frequentò davvero, trattandola alla fine quasi come una figlia, più che come la sua avvocatessa di fiducia: Giulia Bongiorno. Che il segretario della Lega Matteo Salvini manderebbe al Ministero della Giustizia se riuscisse davvero a diventare presidente del Consiglio e a stendere a terra con un infarto il pur alleato Silvio Berlusconi.

             Come antipasto l’aspirante premier le ha intanto servito alla nuova recluta del Carroccio un  piatto abbondante di candidature che la riporteranno in Parlamento, dopo la sfortunata avventura politica con Gianfranco Fini e la conseguente dieta politica.

            Più grottesco ancora di questo andreottismo postumo di marca leghista, che ha tolto il sonno non solo nelle vignette al governatore uscente della Lombardia Roberto Maroni, leghista ora di minoranza, è l’ennesimo scandalo scoperto e gridato dal solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio. Che da giorni sta bersagliando il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni perché, manovrato dietro le quinte dal segretario del Pd Matteo Renzi, ha imbottito di nomine il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, rimasto per un bel po’ praticamente senza presidente, senza segretario generale e senza consiglieri perché se n’era prevista l’abolizione nella riforma costituzionale progettata con la benedizione dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e approvata dalle Camere con le dovute procedure. Persino la sede del Cnel, una bellissima palazzina bianca nel parco romano di Villa Borghese, finì per essere immaginata sgombra: tanto che ci mise sopra gli occhi il Consiglio Superiore della Magistratura per trasferirvisi dalla scomoda e troppo trafficata Piazza Indipendenza. Il trasloco sarebbe costato un bel po’ di denaro, ma per fare stare più comode toghe e annesse non si sarebbe badato a spese.

            Gli scopritori e cultori dello scandalo del Cnel tornato a vivere e a costare, con i suoi organici di nominati e assunti, sono curiosamente gli stessi che si impegnarono sino allo spasimo per fare bocciare, nella consultazione referendaria del 4 dicembre del 2016, la riforma che lo sopprimeva. Sono gli stessi che ne festeggiarono la caduta, insieme con le dimissioni di Renzi da presidente del Consiglio, sino a ubriacarsi. Di vino e champagne, e non solo di chiacchiere, fra le quali la promessa dell’ineffabile Massimo D’Alema di improvvisare e fare approvare in quattro e quattr’otto nella parte residua della legislatura un’altra, più snella ed efficace, e meno divisiva, riforma costituzionale.

          Questo capolavoro politico è però rimasto nei sogni di D’Alema, d’altronde troppo impegnato dopo quel 4 dicembre inebriante a cercare di completare l’opera di demolizione di quell’amalgama mal riuscito che egli aveva già definito da tempo il Pd, prima ancora che ne conquistasse la segreteria l’odiato, anzi odiatissimo Renzi.

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