Irrompe nella campagna elettorale anche il fantasma di Bettino Craxi

            A quasi diciannove anni dalla morte di Bettino Craxi in terra tunisina d’esilio, altro che di latitanza, come si ostinano a chiamarla i suoi persecutori, ci voleva il vecchio e saggio Sergio Staino con la sua felicissima matita a ricordarne la lezione a una sinistra smemorata. Che continua a procurarsi danni irreparabili costruendosi in casa, più che fuori, il nemico da combattere e da distruggere con ogni mezzo.

            Negli anni Novanta, cavalcando le inchieste giudiziarie sul fenomeno politico più diffuso e tollerato per decenni come il finanziamento irregolare dei partiti e delle loro correnti, i comunisti, post-comunisti e quant’altri si liberarono di quel rompiscatole del leader autonomista del partito socialista. Che aveva osato essere appunto autonomista, collaborare con la Dc senza l’autorizzazione di lor signori delle Botteghe Oscure, strapparle persino Palazzo Chigi,  dopo avere “tagliato la barba” a Marx, come gli aveva rimproverato Eugenio Scalfari alla guida della sua Repubblica di carta, e sostenere una grande riforma della Costituzione per far camminare il Paese al passo della modernità.

            Il risultato della guerra a Craxi fu per la sinistra tanto apparentemente vittorioso, col segretario socialista costretto a riparare all’estero e a morirvi, quanto concretamente disastroso per chi l’aveva condotta. La sinistra fu clamorosamente battuta nelle elezioni politiche del 1994, quelle dell’esordio della cosiddetta seconda Repubblica, da un esordiente della politica –Silvio Berlusconi- che aveva improvvisato un partito dandogli il nome di un grido allo stadio: Forza Italia.

            Pur di riprendersi dalla botta la sinistra post-comunista incoronò un leader pescato nel mondo della Dc, Romano Prodi, per fargli poi le scarpe, sino a candidarlo al Quirinale, nel 2013, giusto per bocciarlo a scrutinio segreto nell’aula di Montecitorio. Nel frattempo quella sinistra, imprudentemente fusasi con i resti della sinistra democristiana, aveva trovato sulla sua strada un giovanotto intraprendente contro il quale finì poi per maturare lo stesso odio nutrito contro Craxi. E ciò, per quanti sforzi facesse il giovanotto –naturalmente Matteo Renzi- di esorcizzare il fantasma del leader socialista preferendogli nei discorsi la buonanima di Enrico Berlinguer, e negandogli nella sua Firenze la titolazione anche di un vicolo.

            E’ proprio in odio a Renzi che la sinistra ha consumato la scissione del Pd e ha allestito un nuovo movimento al solo scopo, neppure nascosto, di far perdere al fiorentino le elezioni del 4 marzo: un movimento nel quale anacronisticamente Massimo D’Alema, sempre in odio a Renzi, per contrapporglielo, ha scoperto col solito ritardo di vent’anni e più le qualità di Craxi, sino a conferirgli la qualifica di statista, e a vantarsi di avere inutilmente cercato di farlo almeno morire in patria.

            La vignetta di Staino, affidata al Dubbio, è tanto più apprezzabile e significativa quanto più si riflette sulle circostanze in cui è stata confezionata: a pochi giorni, come dicevo, dal diciottesimo anniversario della morte di Craxi, che ricorre il 19 gennaio, e mentre Silvio Berlusconi, salvo ripensamenti, si accinge a raggiungerne la tomba addirittura per “cominciare” da lì –come ho letto su qualche giornale- la sua campagna elettorale per il rinnovo delle Camere.

            Non è la prima volta che Berlusconi s’improvvisa e si propone anche con una certa disinvoltura come erede politico, e non solo come amico in vita, del leader socialista. E ciò profittando, questa volta, della perdurante paura di Matteo Renzi di richiamarsi a Craxi e alle sue battaglie per l’ammodernamento della sinistra che pure qualcuno, fra i post-comunisti, ha avuto il coraggio di riconoscergli senza le strumentalizzazioni di D’Alema. Mi riferisco a Piero Fassino, che da ultimo segretario dei Ds- ex Pci  ha scritto di Craxi  anni fa, nel suo libro autobiografico “Per passione”,  come dell’uomo di sinistra rivelatosi più moderno di tutti, tanto da mettere Enrico Berlinguer in una crisi dalla quale non ne sarebbe uscito vivo.

            E’ proprio a Fassino –guarda caso- che Renzi si è rivolto in questa stagione politica  per gestire i rapporti con i potenziali o possibili alleati del Pd. Mi chiedo a questo punto che cosa aspetti ancora l’ex presidente del Consiglio a non farsi più intimidire dagli ormai perduti compagni della sinistra di Liberi e uguali, annessi e connessi, e a non lasciare a Berlusconi la memoria di Craxi, che  tirerebbe quanto meno le orecchie all’amico di Arcore per i pasticci politici che sta facendo nei rapporti di alleanza con Matteo Salvini.  

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