Le solite reticenze di stampa sulle difficoltà politiche dopo il voto in Umbria

                Puntuali all’appuntamento con la disinvoltura, a dir poco, di una rappresentazione reticente della realtà, illuminando i fuochi fatui e distraendo da quelli veri, o minimizzandoli, i giornali hanno rovesciato sui lettori titoli sul duello, scontro e quant’altro apertosi fra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte dopo il rovescio elettorale della maggioranza giallorossa nella prima regione in cui essa ha voluto imprudentemente riproporsi, l’Umbria, per darsi un carattere strategico e non tattico, ordinario e non straordinario, permanente e non momentaneo. E in questo Il Fatto.jpgscontro, da qualcuno allargato- come sul Fatto Quotidiano– ad altri partiti della coalizione, che sarebbero “separati in casa”, c’è stata anche l’esordio ottimistico, fiducioso e quant’altro di Conte come cantante, dopo la prova d’orchestra di qualche tempo fa in un oratorio di Avellino, prima di apparire alla nomenclatura residua della vecchia Dc per commemorare Fiorentino Sullo. Stavolta Conte ha voluto cantare per volare alla maniera di Domenico Modugno sulle miserie della cronaca politica.

            In realtà, il vero, unico, o comunque prevalente scontro consumatosi dopo la batosta umbra è stato quello all’interno delle 5 Stelle, diciamo così, fra il fondatore, l’”elevato” e non so cos’altro Beppe Grillo e il capo ancòra nominale del movimento, della delegazione al governo e ministro degli Esteri Luigi Di Maio. E’ stato uno scontro in cui Grillo ha cercato di minimizzare l’accaduto ridendoci sopra con la formula “pensavo peggio”, e quindi col proposito di benedire, proteggere, difendere e quant’altro l’alleanza col Pd e dintorni, e Di Maio invece ha voluto aumentarne le distanze Nazione.jpgparlando di esperimento non riuscito e non ripetibile, non foss’altro per evitare che quel 7 per cento e rotti cui il movimento sé è ridotto in Umbria si ripeta altrove, e magari cali ancora. Ma dietro le parole giunte ai giornali deve esserci stato ben altro fra i due se Grillo, comico ma non fesso, ha rimosso dal proprio blog la sua uscita.

            Il problema quindi è sotto e dentro le cinque stelle, riconducibile peraltro ad un articolo della Costituzione di cui da quelle parti non si gradisce che si parli in queste occasioni. E’ l’articolo 49, tanto breve e laconico quanto imbarazzante per il modo in cui i grillini lo interpretano e lo applicano a casa loro, superando in disinvoltura anche altre formazione dove pure lo si rispetta maluccio: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ebbene, é proprio democratico il metodo in uso fra i grillini per decidere e cambiare la linea politica e quant’altro?  Bastano la cosiddetta piattaforma Rousseau gestita da Davide Casaleggio, le consultazioni digitali e l’ultimissima parola ad un Grillo che potrebbe anche all’improvviso cancellarla dalle sue tavolette, a garantire il “metodo democratico” reclamato dalla Costituzione ?

            Sia pure finita nelle pagine interne, senza un richiamo in prima, mi ha fatto un po’ sperare in qualche sorpresa la corrispondenza del Corriere della Sera dal Quirinale, Che riferisce sì con la firma Corsera.jpgdel solito Marzio Breda della prudente decisione di Sergio Mattarella di mettersi Breda 2 .jpgalla finestra per vedere la maggioranza alla prova parlamentare della manovra finanziaria e del bilancio, ma anche della piena consapevolezza del capo dello Stato che “la maggiore incognita” del quadro politico è il partito -quello appunto delle 5 stelle- di cui ha voluto conservare la cosiddetta centralità o prevalenza in Parlamento evitando le elezioni anticipate nella gestione della crisi di agosto.

            Un altro passaggio significativo della corrispondenza di Breda è quello finale, in cui si gira ai Breda 3 .jpglettori l’informazione “severa” fornita da Mattarella in persona ai suoi interlocutori in questi giorni che la prossima volta si andrà  davvero alle elezioni in caso di crisi, “senza tener conto -sentite bene- dei calcoli su quali forze di Camera e Senato eleggeranno il suo successore al Quirinale” nel 2022. Il Presidente della Repubblica, insomma, non è all’incanto. Nessuno gli farò salvare le Camere con la promessa -imprudentemente adombrata durante la crisi d’agosto- di rieleggerlo. E’ un doveroso avviso ai naviganti.

 

 

 

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Il viaggio di Mario Draghi da Francoforte all’Inferno della politica italiana

Temo che l’Inferno che lo aspetta in Italia col comune e curioso auspicio di amici e nemici farà presto rimpiangere a Mario Draghi le rogne avute a Francoforte negli otto anni di mandato di presidente della Banca Centrale Europea. Dove il settantaduenne economista, già governatore della Banca d’Italia e dirigente di quello che i vecchi chiamano ancora Ministero del Tesoro, oggi Ministero dell’Economia, ha dovuto vedersela sopra e sotto il tavolo, davanti e dietro la porta, con interlocutori tosti come sono quelli tedeschi. E ciò senza avere -credo per fortuna del nostro Paese- quel complesso un po’ reverenziale verso la cultura germanica, e annessi e connessi, che distingueva Carlo Azeglio Ciampi quand’era governatore della Banca d’Italia. Poi egli passò a Palazzo Chigi, chiamato all’improvviso dal trafelato presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nel 1993, sostituendolo al Quirinale nel 1999, dopo aver fatto il guardiano dei nostri conti dietro la scrivania di Quintino Sella.

L’Inferno che temo aspetti Draghi in Italia, per quanto egli possa attrezzarsi di estintori e buona volontà, ha un fuoco che continuerebbe ad intossicare anche dopo che fosse miracolosamente spento. Draghi 2 .jpgL’unica che potrà forse proteggerlo è la moglie Maria Serena Cappello. Alla quale, consapevole evidentemente dei rischi, e sicuro dell’affetto che li tiene insieme da 44 anni, lo stesso Draghi ha invitato i giornalisti a rivolgersi più o meno direttamente quando gli hanno chiesto, nella cerimonia di chiusura della propria esperienza a Francoforte, se avesse o vedesse prospettive politiche, o d’altro tipo, anche ora che avrebbe tutto il diritto di fare il pensionato. E non è certamente tipo da reddito di cittadinanza, come ha osservato l’ex sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, ancora in preda agli incubi quando pensa a quella misura mai digerita al tavolo con i grillini nella stagione gialloverde.

E’ stato proprio Giorgetti, diavolo di un uomo, a mettere in pista Draghi per una eventuale successione a Giuseppe Conte, a capo di un governo istituzionale, o quasi, destinato ad evitare, anzi a rievitare elezioni anticipate in caso di crisi, anche a costo di procurare un mezzo infarto al suo “capitano” Matteo Salvini e al piddino di maggior grado nella compagine ministeriale in carica, Dario Franceschini.

Salvini, si sa, smania di elezioni anticipate già dalla scorsa estate, quando vi puntò scommettendo imprudentemente sulla linea analoga adottata da Nicola Zingaretti dopo la sua elezione a segretario del Pd di fronte all’ipotesi di un’intesa di governo con i pentastellati. Egli smania dall’estate scorsa e vi lascio perciò immaginare ora che ha stravinto le elezioni regionali umbre col centrodestra a forte trazione leghista: una trazione riconosciuta in piazza San Giovanni, a Roma, da Silvio Berlusconi a tal punto da essersi procurato le proteste, le riserve e quant’altro di Mara Carfagna, Renato Brunetta, Gianfranco Micciché, Gianfranco Rotondi e via elencando.

Franceschini non smania di elezioni anticipate, è vero. Sarebbe troppo attribuirgliele come un vero e proprio progetto. Ma la sua musica è cambiata da quando Matteo Renzi si è messo in proprio con Italia Viva ed ha cominciato a prendere quanto meno le distanze dalla visione strategica, e non tattica, permanente e non momentanea, dell’alleanza fra il Pd e il Movimento delle 5 Stelle. Di fronte al toscano che non sembra proprio disposto a stracciarsi le vesti se il governo Conte per qualsiasi ragione dovesse poco serenamente cadere anzitempo, nonostante la popolarità del professore nei sondaggi e il suo sforzo di non perderla girando come una trottola per tutte le parti d’Italia, 54Franceschini non lascia quasi trascorrere giorno senza ammonire che questo è davvero l’ultimo governo della legislatura. In caso di crisi, quindi, anche a costo di ritrovarsi con l’odiato, temuto e quant’altro Salvini, egli sosterrebbe lo scioglimento anticipato delle Camere. E pazienza, sembra addirittura di capire, salvo precisazioni, se nel frattempo non si sarà riusciti ad arrivare, nel 2022, all’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale.

Il Quirinale: ecco un altro girone paradossale dell’immaginifico Inferno che potrebbe aspettare Draghi, vista l’imprudenza con la quale retroscenisti e simili, stavolta comprensivi anche di quel veterano, a dir poco, del giornalismo politico  italiano  che è Eugenio Scalfari, hanno cominciato a parlare di lui come del prossimo, auspicabile presidente della Repubblica. E ciò anche a costo di smentire l’occhiolino fatto, con pari imprudenza, durante la crisi di agosto all’incolpevole Mattarella per un bis.

Una regola imposta dall’esperienza alla corsa al Quirinale è che non cominci con troppo anticipo. Porta sfiga, dicono a Roma. ”Non sarà un atterraggio facile”, ha preconizzato un esperto del ramo, diciamo così,  come Romano Prodi. Che nel 2013 provò sulla sua pelle di quanti chiodi possa essere disseminata la salita al Colle più alto.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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