Gioie e dolori del raduno dei grillini a Napoli per i loro 10 anni di vita

                  Preceduti tanto casualmente quanto felicemente dalla scoperta, negli scavi della vicina Pompei, da un antico affresco di due gladiatori, i capi, sottocapi, sotto-sottocapi, parlamentari, militanti e, più in generale, il “popolo” del Movimento 5 Stelle -assenti, pare, solo alcuni inconsolati o inconsolabili ex ministri e l’ormai solito Alessandro Di Battista, fuori dalle grazie di Dio, almeno sino al momento in cui scrivo, per il rapido e disinvolto cambio di alleati al governo- festeggiano in quel di Napoli il loro primo decennio di vita politica. Se sarà pure l’ultimo, è francamente difficile dirlo, anche se tutto in politica è diventato terribilmente rapido, e pure effimero.

                   Chi avrebbe mai potuto prevedere, per esempio, che sarebbe bastato meno di un anno a Matteo Salvini per dimezzare letteralmente i voti  dei grillini nelle urne limitandosi a governare con loro? E chi, d’altro canto, avrebbe potuto immaginare che a Salvini, sempre lui, sarebbero bastate due o tre settimane di bagni di sole e di acqua per sprecare quel successo e fornire ai suoi nuovi e vecchi avversari l’occasione di allearsi e rimandarlo all’opposizione a fare i conti con Silvio Berlusconi e con Giorgia Meloni, per non parlare degli uffici giudiziari che qua e là si occupano direttamente di lui o dei suoi amici? E ciò in un Paese in cui è dannatamente frequente una certa commistione, a dir poco, di cronache giudiziarie e politiche.

                  Per tornare alle immagini dei gladiatori di Pompei e applicarle in qualche modo al raduno festoso dei grillini a Napoli, senza peraltro scomodare Beppe Grillo dall’alto -o “elevato”- in cui si è divertito a collocarsi, sino a confondersi con le stelle del suo movimento e a far giungere a terra la sua voce come Dio a Mosè, uno dei due gladiatori può ben essere indicato in Luigi Di Maio. Che del resto ci tiene moltissimo, vista la frequenza con la quale rivendica direttamente, o fa rivendicare dagli amici del giro stretto, la sua qualifica di capo, confermata con tanto di quasi-plebiscito elettronico anche dopo la scoppola delle elezioni europee del 24 maggio scorso. I retroscenisti assicurano che egli si sia occupato anche dei dettagli del raduno napoletano negli spazi di tempo sottratti alla Farnesina e dintorni, dove dirige anche la politica estera italiana e non solo il suo movimento, dalla grana dei curdi alle prese con i soliti turchi.

               L’altro gladiatore sotto le cinque stelle  è sembrato essere un po’ negli ultimi tempi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, grillino onorario -diciamo così- da quando ha smentito di avere aderito del tutto al movimento, come parve invece di capire a qualcuno che lo sentì saltare l’anno scorso sul palco dell’analoga festa al Circo Massimo di Roma, quando anche lui credette all’annuncio fatto dal suo vice Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi che fosse stata sconfitta la povertà in Italia.

             Delle sofferenze, dei disagi, delle preoccupazioni procurate a Di Maio, sempre lui, dall’accresciuto ruolo di Conte, non a caso rivelatosi capace di restare al proprio posto tranquillamente pur cambiando alleati, maggioranza e un po’ anche programma, avendo i nuovi soci chiesto di mettervi mano per non fare troppo chiaramente la figura delle comparse, sono state e sono fin troppo piene le cronache dei giornali per starle qui a ripetere.

            Ma proprio alla vigilia del raduno partenopeo si è proposto come gladiatore, sporgendo la testaFico inmandierato.jpg fra una bandiera e l’altra che gli sventolano quotidianamente accanto per i suoi impegni istituzionali, il presidente della Canera Roberto Fico. Il quale, rispettosamente intervistato dal Corriere della Sera, ha aggiunto al compiacimento Fico 1 .jpgper la “crescita” del movimento, sicuramente anagrafica se non vogliamo stare a immiserirci con i voti perduti a maggio, il rammarico che non ci sia “un luogo dove poter discutere anche le critiche” e liberare così le potenzialità insiste nelle “differenze di vedute”, cioè nei contrasti che dividono, dilaniano e quant’altro un partito, o quasi partito, vista la ritrosia a chiamarlo così, che pure è rimasto quello di maggioranza relativa dopo lo scampato pericolo dello scioglimento anticipato delle Camere.

            Di partiti dove non si hanno molte sedi per discutere, almeno in modo trasparente, o non  se ne hanno proprio, ce ne sono anche altri in Italia, ridotti ad uno stato praticamente personale, o di cerchio piò o meno magico. Forza Italia, per esempio, non è in condizioni migliori del movimento grillino, anche se si è e ci ha risparmiato la piattaforma tipo Rousseau, disinvoltamente presentata da Davide Casaleggio ed esegeti come nuova forma di democrazia interna, magari esportabile in un Parlamento messo a dieta anche di seggi.

            Neppure Matteo Salvini mi sembra francamente molto sensibile al problema della democrazia interna della sua o delle sue Leghe. I fratelli d’Italia con quello stesso nome che si sono dati mostrano di voler essere più una famiglia che un partito, cui basta e avanza quella Margareth Tachter giovane e in miniatura che sembra Giorgia Meloni. Ma i grillini, ahimè, pur dicendolo senza rendersene forse conto davvero, sono -ripeto- il movimento di maggioranza relativa nelle Camere salvate apposta dallo scioglimento anticipato per conservargli questo ruolo per forza di cose centrale. Saperlo praticamente privo di una democrazia interna per ammissione dell’esponente più alto in grado sul piano istituzionale, non mi sembra francamente di poco conto.  

 

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Nel pentolone referendario potrebbero svanire i calcoli degli spazzaparlamentari

Ho sentito dare del pazzo in Transatlantico, alla Camera, al mio amico Roberto Giachetti perché aveva appena annunciato in aula il suo voto a favore della riduzione dei seggi parlamentari e, al tempo stesso, la decisione di raccogliere le 126 firme necessarie dei deputati per chiedere il referendum cosiddetto confermativo, in realtà abrogativo della legge. Che Giachetti aveva criticato analiticamente, e coerentemente col precedente passaggio, sempre a Montecitorio, ma allora votando anche contro, al pari di tutti i colleghi di partito, che era ancora il Pd.

Centoventisei firme da raccogliere, pari al quinto dell’assemblea richiesto dall’articolo 138 della Costituzione, non sono obiettivamente poche rispetto agli appena 14 voti contrari espressi contro la legge grillina nell’ultimo scrutinio di Montecitorio. Non sono pochi neppure se volessimo considerare contrari alla legge spazzaseggi, chiamiamola così, quella sessantina di deputati assenti al momento opportuno, alcuni dei quali anche grillini.

Ma è davvero pazzo il mio amico Giachetti, come la sua collega renziana del Senato Laura Garavini, impegnata pure lei a raccogliere le 64 firme necessarie a Palazzo Madama, e più in generale gli esponenti della Fondazione Einaudi messisi all’opera per convincere i parlamentari alla causa referendaria, e poi anche per la raccolta delle firme di 500 mila elettori, se dovessero fallire i tentativi in Parlamento, o per allertare cinque Consigli regionali anch’essi abilitati dalla Costituzione a promuovere il referendum? Non mancano d’altronde regioni, le più piccole naturalmente, che rischiano di perdere ogni rappresentanza parlamentare con la forte riduzione dei seggi comtemplata dalla nuova norma costituzionale, a meno che non si metta mano alla legge elettorale e ad altro ancora, secondo gli impegni -ma non di più di questi- presi con i nuovi soci di maggioranza dai grillini, che intanto hanno preteso e ottenuto di incassare subito la cambiale della legge spazzaseggi. Che sembra ad occhio e croce una variante della legge spazzacorrotti, sempre grillina, nella quale i leghisti l’anno scorso, quando erano al governo, lasciarono imprudentemente infilare come una supposta la norma che per i reati commessi dal 1° gennaio prossimo blocca la prescrizione, cioè l’abolisce, con l’emissione della sentenza di primo grado, di condanna ma anche di assoluzione, per cui l’accusa avrà davanti a sé una prateria infinita su cui muoversi.

In soccorso di Giachetti e amici, se la vogliamo buttare in letteratura, si può invocare il Polonio di Wiliam Shakespeare, che scopre e indica felicemente del “metodo nella follia” di Amleto. C’è del metodo, cioè della logica, e della ragione, anche nella pazzia quindi apparente tagli in piazza.jpgdei sostenitori del referendum contro una legge approvata a così larga maggioranza dal Parlamento, festeggiando come i tacchini il Natale, e festeggiata in piazza dai grillini nella convinzione della sua popolarità per la carica anti-casta che contiene. Si è un po’ ripetuto davanti a Montecitorio lo spettacolo di Luigi Di Maio affacciatosi l’anno scorso al balcone di Palazzo Chigi per festeggiare la sconfitta della povertà.

Il diavolo, si sa, fa le pentole ma non i coperchi. Il referendum potrebbe ritorcersi contro chi spavaldamente non lo teme. E ciò a causa di errori, sottovalutazioni e novità impreviste: per esempio, se per forza di cose e per l’abilità dei suoi promotori il referendum dovesse trasformarsi in un tentativo di plebisicito per un governo nato all’improvviso e tra un disorientamento a dir poco diffuso per il repentino cambiamento di linea del Pd, per giunta promosso da chi al suo interno -Matteo Renzi, prima di andarsene e creare la sua attuale Italia Viva– più si era battuto contro un accordo con i grillini, preferendo aspettarne la crisi mangiando quantità industriali di pop-corn.

Nel momento in cui questa curiosa, sorprendente svolta  si è cercato di estenderla anche a livello locale, cresce fra i grillini la paura di perdere ancor più voti di quanti non ne abbiano perduti durante l’alleanza di governo con i leghisti e la sovraesposizione rappresentativa dei pentastellati, già emersa dalla batosta delle elezioni europee del 24 maggio, aumenta in un Parlamento a sua volta sovrappopolato di fronte alle nuove, ridotte dimensioni volute da loro stessi, il referendum Giachetti -chiamiamolo così- potrebbe diventare ben altra cosa. Da folle potrebbe diventare una iniziativa geniale.

Ricordiamo l’infortunio di Matteo Renzi col referendum del 2016 sulla sua riforma costituzionale, diventato la sua fossa politica, o quasi, nel momento in cui l’allora presidente del Consiglio ne fece un plebiscito su di sè. E, accortosi dell’errore pubblicamente segnalatogli persino dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, non fece in tempo a correggerlo, o comunque a porvi rimedio.

Senatus mala bestia, diceva Marco Tullio Cicerone. O gli si attribuisce. Si può pensarlo e dirlo anche dell’elettorato, referendario e non.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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