Nel pentolone referendario potrebbero svanire i calcoli degli spazzaparlamentari

Ho sentito dare del pazzo in Transatlantico, alla Camera, al mio amico Roberto Giachetti perché aveva appena annunciato in aula il suo voto a favore della riduzione dei seggi parlamentari e, al tempo stesso, la decisione di raccogliere le 126 firme necessarie dei deputati per chiedere il referendum cosiddetto confermativo, in realtà abrogativo della legge. Che Giachetti aveva criticato analiticamente, e coerentemente col precedente passaggio, sempre a Montecitorio, ma allora votando anche contro, al pari di tutti i colleghi di partito, che era ancora il Pd.

Centoventisei firme da raccogliere, pari al quinto dell’assemblea richiesto dall’articolo 138 della Costituzione, non sono obiettivamente poche rispetto agli appena 14 voti contrari espressi contro la legge grillina nell’ultimo scrutinio di Montecitorio. Non sono pochi neppure se volessimo considerare contrari alla legge spazzaseggi, chiamiamola così, quella sessantina di deputati assenti al momento opportuno, alcuni dei quali anche grillini.

Ma è davvero pazzo il mio amico Giachetti, come la sua collega renziana del Senato Laura Garavini, impegnata pure lei a raccogliere le 64 firme necessarie a Palazzo Madama, e più in generale gli esponenti della Fondazione Einaudi messisi all’opera per convincere i parlamentari alla causa referendaria, e poi anche per la raccolta delle firme di 500 mila elettori, se dovessero fallire i tentativi in Parlamento, o per allertare cinque Consigli regionali anch’essi abilitati dalla Costituzione a promuovere il referendum? Non mancano d’altronde regioni, le più piccole naturalmente, che rischiano di perdere ogni rappresentanza parlamentare con la forte riduzione dei seggi comtemplata dalla nuova norma costituzionale, a meno che non si metta mano alla legge elettorale e ad altro ancora, secondo gli impegni -ma non di più di questi- presi con i nuovi soci di maggioranza dai grillini, che intanto hanno preteso e ottenuto di incassare subito la cambiale della legge spazzaseggi. Che sembra ad occhio e croce una variante della legge spazzacorrotti, sempre grillina, nella quale i leghisti l’anno scorso, quando erano al governo, lasciarono imprudentemente infilare come una supposta la norma che per i reati commessi dal 1° gennaio prossimo blocca la prescrizione, cioè l’abolisce, con l’emissione della sentenza di primo grado, di condanna ma anche di assoluzione, per cui l’accusa avrà davanti a sé una prateria infinita su cui muoversi.

In soccorso di Giachetti e amici, se la vogliamo buttare in letteratura, si può invocare il Polonio di Wiliam Shakespeare, che scopre e indica felicemente del “metodo nella follia” di Amleto. C’è del metodo, cioè della logica, e della ragione, anche nella pazzia quindi apparente tagli in piazza.jpgdei sostenitori del referendum contro una legge approvata a così larga maggioranza dal Parlamento, festeggiando come i tacchini il Natale, e festeggiata in piazza dai grillini nella convinzione della sua popolarità per la carica anti-casta che contiene. Si è un po’ ripetuto davanti a Montecitorio lo spettacolo di Luigi Di Maio affacciatosi l’anno scorso al balcone di Palazzo Chigi per festeggiare la sconfitta della povertà.

Il diavolo, si sa, fa le pentole ma non i coperchi. Il referendum potrebbe ritorcersi contro chi spavaldamente non lo teme. E ciò a causa di errori, sottovalutazioni e novità impreviste: per esempio, se per forza di cose e per l’abilità dei suoi promotori il referendum dovesse trasformarsi in un tentativo di plebisicito per un governo nato all’improvviso e tra un disorientamento a dir poco diffuso per il repentino cambiamento di linea del Pd, per giunta promosso da chi al suo interno -Matteo Renzi, prima di andarsene e creare la sua attuale Italia Viva– più si era battuto contro un accordo con i grillini, preferendo aspettarne la crisi mangiando quantità industriali di pop-corn.

Nel momento in cui questa curiosa, sorprendente svolta  si è cercato di estenderla anche a livello locale, cresce fra i grillini la paura di perdere ancor più voti di quanti non ne abbiano perduti durante l’alleanza di governo con i leghisti e la sovraesposizione rappresentativa dei pentastellati, già emersa dalla batosta delle elezioni europee del 24 maggio, aumenta in un Parlamento a sua volta sovrappopolato di fronte alle nuove, ridotte dimensioni volute da loro stessi, il referendum Giachetti -chiamiamolo così- potrebbe diventare ben altra cosa. Da folle potrebbe diventare una iniziativa geniale.

Ricordiamo l’infortunio di Matteo Renzi col referendum del 2016 sulla sua riforma costituzionale, diventato la sua fossa politica, o quasi, nel momento in cui l’allora presidente del Consiglio ne fece un plebiscito su di sè. E, accortosi dell’errore pubblicamente segnalatogli persino dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, non fece in tempo a correggerlo, o comunque a porvi rimedio.

Senatus mala bestia, diceva Marco Tullio Cicerone. O gli si attribuisce. Si può pensarlo e dirlo anche dell’elettorato, referendario e non.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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