C’è del metodo nella “follia” del referendum contro i tagli alle Camere

            A prima vista non è francamente né comoda né lineare la posizione di quei parlamentari, a cominciare naturalmente dal deputato renziano Roberto Giachetti, che si stanno prodigando nella raccolta delle firme per il referendum di verifica della riduzione del numero dei parlamentari dopo averla approvata, sia pure per sola e dichiarata disciplina di partito, o di gruppo, motivando nei propri intervento in aula le ragioni che avrebbero dovuto indurli a votare contro. O solo tacendo e votando a malincuore. A Montecitorio, per esempio, dovrebbero essere in 126, pari al 20 per cento dell’assemblea, a chiedere il referendum dopo avere votato contro solo in 14

            Nonostante la maggioranza superiore ai due terzi ottenuta nella quarta ed ultima votazione dalla legge festeggiata dai grillini in piazza con forbici e quant’altro, l’accesso al referendum confermativo per iniziativa di un quinto della Camera o del Senato, o di cinque Consigli regionali, o di 500 mila elettori, è consentito dall’articolo 138 della Costituzione perché quella quantità di voti necessaria per evitare una verifica popolare avrebbe dovuto verificarsi anche nella penultima votazione svoltasi al Senato. Dove i parlamentari del Pd, della sinistra radicale e altri, allora all’opposizione del governo gialloverde presieduto da Giuseppe Conte, avevano votato contro. Poi -si sa- con la crisi provocata dalla Lega di Matteo Salvini è cambiato il governo ed è cambiata la posizione dei nuovi soci della maggioranza, in cambio dell’impegno -non più di questo, per il momento- di completare successivamente la riforma con altre misure “conpensative”, fra le quali una nuova legge elettorale che risparmi, fra l’altro, ad alcune regioni il rischio o la certezza di rimanere senza rappresentanza parlamentare, vista la fortemente ridotta composizione della Camera e del Senato.

            Apparentemente contraddittoria, capricciosa, balsana e quant’altro, per quanto legittima, conforme cioè a ciò che è consentito dalla Costituzione, sino a poter procurare a Giachetti quella parolaccia -faccia da c….- da lui gridata una volta in una riunione di partito ad un collega che si era pronunciato contro il sistema elettorale maggioritario dopo averlo a lungo sostenuto, la mobilitazione referendaria del deputato di recente passato col suo amico Matteo Renzi dal Pd all’Italia Viva, ha una sua logica, Se ne potrebbe parlare e scrivere come William Shakespeare nella seconda scena del secondo atto del suo Amleto: “ C’è del metodo in quella follia”.

            E’ in fondo lo stesso metodo, alla rovescia, sperimentato ai propri danni nel 2016 dall’allora presidente del Consiglio Renzi, e da Giachetti che lo spalleggiava come vice presidente della Camera, caricando di significato e di portata controproducenti il referendun -anch’esso confermativo, di verifica- sulla sua riforma pur organica e sotto molti aspetti largamente condivisa della Costituzione, per esempio nella parte in cui eliminava il superatissimo e dispendioso Consiglio Nazionale dell’Economia.

            Diventato per incauta decisione dello stesso Renzi, che cercò di correggersi quando era ormai troppo tardi, in una prova generale su di lui e sul suo governo, sino a impegnarsi non solo alle dimissioni da presidente del Consiglio, come poi fece con un ripiegamento, ma persino al ritiro dalla politica in caso di sconfitta, quel referendum fu rovinosamente perduto. E, per quanto si fosse fermato nella sconfitta a quel mitico 40 per cento dei voti raggiunto due anni prima nelle elezioni europee come segretario del Pd e presidente del Consiglio, Renzi non riuscì a sopravvivervi politicamente.

             Il colpo di grazia glielo diede il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur da lui voluto l’anno prima al Quirinale anche a costo di rompere l’alleanza stretta con Silvio Berlusconi sulle riforme. Il capo dello Stato negò le elezioni anticipate reclamate da Renzi nella consapevolezza, in verità non infondata, che ormai la legislatura, giunta ad un anno dalla sua scadenza ordinaria, avesse di fatto esaurito la sua funzione col fallimento del principale obiettivo che si era data: quello appunto della riforma costituzionale.

            Sulla riduzione del numero dei seggi parlamentari, riducendone 230 alla Camera e 115 al Senato, per quanto siano riusciti all’ultimo momento a coprirsi con la conversione dei nuovi soci di maggioranza, passati repentinamente da no al sì, a condizioni però tutte ancora da verificare, quando già l’amputazione è diventata legge, i grillini stanno un po’ compiendo lo stesso errore di Renzi nel 2016 con la sua pur diversa e organica -ripeto- riforma costituzionale. L’hanno trasformata in un paradigma che potrebbe rivelarsi controproducente, se non fatale per loro, più ancora che per gli altri piegatisi all’ultimo momento ad assecondarli pur di scongiurare un turno di elezioni anticipate vinto alla grande da Salvini.

            Non è detto che la bandiera dell’anti-casta nella quale Beppe Grillo e compagni hanno avvolto da sempre la riduzione del numero dei parlamentari, con stratosferische previsioni di risparmi ridottesi però allo 0,007% di spese in meno nel bilancio dello Stato, funzioni sino in fondo in una campagna referendaria dove altri potrebbero riuscire a mettere e a fare avvertire altri temi, propri o impropri che siano: per esempio, la natura non più eccezionale o emergenziale ma sistemica, e diffusa in periferia, della maggioranza giallorossa subentrata a quella gialloverde.

           Dimezzatisi di voti in un solo anno per effetto della loro alleanza di governo con i leghisti, i grillini potrebbero perderne altri, stavolta per l’alleanza con la sinistra, e dare agli elettori proprio col referendum Giachetti, chiamiamolo così, un’occasione per affondare la lama. La prova referendaria in fondo potrebbe mettere a nudo -specie col defilamento o col sostanziale boicottaggio praticato contro Renzi nel 2016 da molto dei suoi stessi compagni allora di partito- la debolezza intrinseca ormai di un movimento che dopo la batosta delle elezioni europee del 24 maggio scorso, è semplicemente o miracolosamente sopravvalutato nelle attuali Camere a composizione sprezzantemente definita pletorica, e lo sarebbe ancora di più in Camere a composizione virtuosamente ridotta.

            Il vento Giachetti e Renzi.jpgormai per i grillini è cambiato, per quanti vantaggi essi possano ancora ricavare dall’attuale -e per giunta disprezzata, ripeto-  consistenza del Parlamento. E Giachetti, ma non solo lui, con la sua vecchia scuola radicale alle spalle, e nell’acquario renziano in cui ha deciso di continuare a nuotare, potrebbe davvero trovarsi nei panni di chi sembra pazzo ma non lo è per niente.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it http://www.startmag.it

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