Un’altra brutta giornata per l’informazione e la politica in tema di giustizia

             A vedere e a leggere i giornaloni, che continuano a pagare caro nelle edicole l’attenzione che riservano più al Palazzo, e alle lotte al suo interno, che ai lettori e ai problemi concreti che li circondano, assediano e a volte travolgono, la questione più attuale, più incombente, più assillante è lo scontro -l’ennesimo, direi- consumatosi più o meno a distanza fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo ex vice e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Dei quali, dopo l’audizione di Conte al Copasir, acronimo del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, non si riesce ancora a capire bene chi abbia più da nascondere, o non abbia ancora chiarito bene l’uno sui rapporti con la Casa Bianca e dintorni, l’altro sui rapporti col Cremlino, e dintorni, anche lì.

            Di loro, Conte e Salvini cioè, si sono occupati nei titoli principali di prima pagina i due giornali Corsera.jpgpiù diffusi: il Corriere della Sera e Repubblica.jpgla Repubblica, l’uno riferendo che “Conte attacca Salvini” e l’altro pure ma in forma più diretta, equivalente a Salvini, rispondi su Mosca”, anche se Salvini non era né di fronte, né dietro né di lato al presidente del Consiglio nella sala del Copasir.

            Conte accusa praticamente Salvini di sottrarsi all’obbligo della chiarezza sui suoi rapporti col collega di partito ed almeno ex collaboratore Gianluca Savoini sorpreso, diciamo così, a Mosca -in una intercettazione su cui sta indagando la Procura di Milano- a trattare un affare petrolifero poi dissoltosi per strada, o per aria, presuntivamente destinato a procurare un finanziamento per milioni di dollari alla Lega. Salvini si fa forte proprio dell’inchiesta giudiziaria in corso, dai tempi al solito assai lunghi, per invitare ad attenderne i risultati e replica a distanza vedendo nell’attacco di Conte un segno di debolezza e non di forza di fronte al problema che il capo del governo ha di fronte. E che consiste nel far davvero credere che quella sponsorizzazione ottenuta dal presidente americano in persona, Donald Trump, durante la crisi agostana di governo, con quel “Giuseppi” straordinariamente bravo e meritevole di conferma a Palazzo Chigi, non abbia proprio nulla in comune con i contatti da lui precedentemente autorizzati, sin da giugno, fra il ministro della Giustizia statunitense e i servizi segreti italiani sul cosiddetto Russiagate.  Che tormenta l’inquilino attuale della Casa Bianca a tal punto da fargli rischiare il posto per il sospetto di essere stato aiutato, in pratica, da Mosca a vincere a suo tempo la campagna elettorale contro Hillary Clinton.

            Non sono cose da poco, d’accordo, ma francamente dubito che interessino i lettori italiani più di come stiano sempre più scoprendo sull’amministrazione, chiamiamola così, della giustizia nel loro Paese. E ciò mentre il governo giallorosso guidato da Conte, pur fra tensioni all’interno della maggioranza dai confini volubili e non sempre chiari, sta affidando praticamente alla magistratura anche la lotta all’evasione fiscale, col solito ricorso alle manette, Bonafede e Conte.jpgall’ingrosso, rivendicato in particolare dall’asse grillino Luigi Di Maio-Alfonso Bonafede. Al quale asse il presidente del Consiglio sta mostrando la stessa disponibilità dei tempi del suo primo governo, con i leghisti, quando lasciò inserire nella cosiddetta legge spazzacorrotti la supposta dell’abolizione della prescrizione con l’emissione della sentenza di primo grado, a cominciare dal 1° gennaio prossimo, anche in mancanza di una seria, concreta riforma del processo penale. Si sta così avvicinando la prospettiva allucinante di un imputato a vita, anche se assolto nel primo giudizio.

            Su questo modo, diciamo così, disinvolto con cui si pretende che venga amministrata la giustizia italiana è caduta nelle ultime 48 ore una doppietta, chiamiamola, garantista di grande valenza giuridica e morale, aggiungerei. Il primo colpo l’ha sparato la Cassazione bocciando clamorosamente l’enfatica aggravante mafiosa alla malavita romana: aggravante che negli anni scorsi, sulla spinta dell’accusa e nelle more del processo, ha determinato la conquista del Campidoglio da parte dei grillini come un assalto alla Bastiglia. Il secondo colpo l’ha sparato la Corte Costituzionale contro l’automatismo incivile, caro ai giustizialisti di sinistra e di destra, con la quale la legge ha sinora consentito l’applicazione del carcere duro, senza permessi e quant’altro, agli ergastolani non collaborativi con  la magistratura, privata tuttavia della possibilità di giudicare caso per caso, come invece hanno ora e finalmente imposto i giudici del Palazzo della Consulta.

            I signornò hanno subito protestato contro i rischi cui la Corte Costituzionale avrebbe deciso di far vivere i magistrati di sorveglianza, ricattabili anche di morte se non dovessero assecondare le attese del criminale di turno. Ma questa reazione  dovrebbe offendere, non gratificare la magistratura, dopo tutte le garanzie rivendicate e ottenute a tutela della loro autonomia e sicurezza. E’ una reazione, infine, che ignora o sottovaluta il supporto dei pareri che il magistrato di sorveglianza è tenuto a chiedere alla Procura antimafia e al comitato provinciale di turno per l’ordine e la sicurezza pubblica.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

 

             

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