Anche “Mafia Capitale” finisce tra i rifiuti di Roma, col timbro della Cassazione

            Tra i rifiuti a Roma, in condizioni di ormai cronica emergenza, è dunque finita dopo la sentenza definitiva della Cassazione la “Mafia Capitale”, con le virgolette tutte al loro posto, scoperta e fatta processare dalla Procura dei tempi di Giuseppe Pignatone. Il quale, già smentito dalla sentenza diGiuseppe Pignatone.jpg primo grado rifiuti a roma.jpgrovesciata però in appello, non avrà accolto bene la notizia -penso- nella nuova postazione di capo del tribunale del Vaticano. Dove è approdato il 3 ottobre scorso per volontà personale del Papa, spero non nella presunzione, sospetto e quant’altro che la mafia si sia affacciata anche oltre le Mura, visto ciò che vi accade da qualche tempo e che ha procurato al Pontefice un bel po’ di delusioni e preoccupazioni.

            Non hanno preso bene il verdetto della Cassazione, pur nel dovuto e dichiarato “rispetto” per il suo verdetto, neppure la sindaca di Roma Virginia Raggi e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, accomunati dall’appartenenza al Movimento delle 5 Stelle e dalla convinzione che a Roma la mafia ci fosse stata davvero, con il Campidoglio costituitosi parte civile nel processo. Per i due pentastellati la delusione è stata doppia, avendo voluto accorrere insieme al processo a sentire il verdetto, prevedendolo evidentemente di tutt’altro segno.

            La malavita romana è di natura diciamo così ordinaria, da associazione a delinquere, per la quale gli imputati si vedranno perciò ricalcolare, cioè ridurre, le pene che naturalmente meritano. E’ una consolazione modesta, d’accordo, come ha praticamente sostenuto nella sua imbarazzata reazione la sindaca Raggi. Che però è nella condizione, diciamo così, scomoda di essere riuscita a scalare il Campidoglio perché una parte almeno dei suoi elettori era stata autorizzata dall’autorità giudiziaria a sospettare che i suoi predecessori avessero lasciato devastare il Comune anche dalla mafia, e non solo dalla criminalità comune. O no? La Il Foglio.jpgsindaca fu aiutata a vincere la sua partita, di cui i romani stanno in  prevalenza non godendo ma subendo gli effetti, da quella “fiction”, come giustamente l’ha definita nel titolo di prima pagina Il Foglio, che si è rivelata “Mafia Capitale”.

            L’esito del processo dovrebbe ispirare fiducia nella Giustizia, con la maiuscola, che alla fine riesce a ristabilire una certa differenza tra la fiction, appunto, e la realtà, per quanto anch’essa assai grave, per carità. Eppure c’è qualcosa che lascia ugualmente l’amaro in bocca. E’ ciò che politicamente è o può essere accaduto fra il momento dell’accusa e il momento del verdetto finale, e cui non c’è sentenza che possa rimediare. Ciò riporta al problema del rapporto fra la giustizia e la politica, o fra la giustizia e l’opinione pubblica: quella che recentemente, parlando d’altro e più in alto, e ispirandosi al Manzoni dei Promessi Sposi, il presidente della Repubblica ha definito “il senso comune” quando prende ingiustamente e rovinosamente il posto del “buon senso”.  

 

 

 

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Dietro la crisi di Repubblica sbrigativamente attribuita da Carlo De Benedetti ai figli

Anche se il figlio Marco in una lettera agli azionisti della sua Gedit ne ha appena voluto rivendicare leadership coprendo il 20 per cento del mercato editoriale, la serietà della crisi della Repubblica di carta fondata nel 1976 da Eugenio Scalfari è rimasta scolpita  nello scontro improvviso e durissimo fra Carlo De Benedetti e i suoi discendenti. Che, a cominciare dal primogenito Rodolfo, sono stati accusati dall’anziano ma ancora vitalissimo genitore di scarsa o nessuna passione e competenza nella gestione dell’azienda editoriale a loro ceduta negli anni scorsi.

Non è stato il primo, e credo che non sarà neppure l’ultimo scontro tra genitori e figli nel mondo imprenditoriale. E merita -a mio avviso- tutto il rispetto dovuto a simili vicende, senza sguazzare nello sciacallaggio, come purtroppo ho visto fare in questa occasione da qualche giornale interessato a trarne vantaggio per cercare di risalire dalle posizioni attuali, pensando di avere occupato o di potere occupare le posizioni politiche ed editoriali che Repubblica avrebbe lasciato o, peggio ancora, tradito. Non faccio nomi, né di testate né di direttori, per carità professionale, diciamo così.

Ogni giornale che entra in crisi, o l’aggrava, o chiude e scompare dalle edicole, che già diminuiscono per effetto delle difficoltà dell’intero settore editoriale, è una perdita per la libertà d’informazione e di opinione cui tutti dovremmo tenere, a prescindere dalla tutela garantita dalla Costituzione. E che recentemente, per esempio con l’attacco a Radio Radicale, ho visto minacciata persino da un governo, fortunatamente caduto almeno sotto questo profilo.

Sarebbe tuttavia un errore liquidare la crisi di Repubblica – come ho avvertito tra le righe della stessa sofferenza, o insofferenza, di Carlo De Benedetti in precedenti sortite televisive, e persino nel documento diffuso dalla redazione del giornale giustamente preoccupata della sua sorte e desiderosa di rassicurazioni- al direttore che ha avuto la sventura, prima ancora della responsabilità, di avere ereditato o di avere mantenuto durante tutta o una parte della sua avventura perdite più o meno consistenti di copie. Non ho mai avuto il piacere di conoscere, e tanto meno di lavorare, con Mario Calabresi, ma trovo ingeneroso il trattamento riservatogli nel brusco licenziamento da lui stesso raccontato con una franchezza neppure tanto recriminatoria che gli fa onore.

La Repubblica, come altre testate analoghe, paga gli effetti di un certo modo di fare e di creare i giornali, e di gestirli conseguentemente. I giornali non possono fare e tanto meno sostituirsi ai partiti senza condannarsi all’effimero o alla instabilità della politica, specie ora che sono cadute, o si ritiene che siano cadute le ideologie, e i partiti proliferano come funghi dopo la pioggia.

Eugenio Scalfari -non se ne vorrà se lo ricordo- fondò il suo quotidiano nel 1976 anche o soprattuttoScalfari.jpg per reazione alla nascita, due anni prima, del Giornale fondato da Indro Montanelli contro la deriva di sinistra che egli avvertì nel Corriere della Sera con il passaggio della direzione da Giovanni Spadolini a Piero Ottone.

Ho lavorato a lungo dall’esordio al Giornale, e non da semplice cronista. So  bene, quindi, di che cosa sto scrivendo. Uscimmo per contrastare Montanelli.jpgi progetti d’alleanza politica, e persino d’intese parziali o eccezionali, fra la Dc e il Pci come antipasto del “compromesso storico” teorizzato da Enrico Berlinguer nel 1973 per evitare -egli scrisse- alternative di sinistra alla maniera del Cile, dove il potere finì nelle mani dei generali e nel sangue.

In occasione delle campagne elettorali segnalavamo ai lettori i partiti per cui votare e, al loro interno, essendoci le preferenze, i candidati più affidabili. Montanelli ruppe col suo amico di lunga data Ugo La Malfa, dandogli del matto e rifiutandogli la mia testa, che il leader repubblicano aveva chiesto per un articolo in cui avevo raccontato di un suo incontro con alcuni corrispondenti di giornali stranieri da Roma, per avere considerato “inevitabile”, ed anche utile, un momentaneo accordo con i comunisti. Che fu poi realizzato nel 1976 con la formula della “solidarietà nazionale” e l’appoggio dei comunisti ad un governo monocolore democristiano affidato astutamente all’uomo dello scudo crociato forse più lontano dal Pci, che era Giulio Andreotti. E che non si sentì molto a disagio, diciamo così, nel ruolo affidatogli in particolare da Aldo Moro, il presidente della Dc che sembrava destinato a diventare due anni dopo capo dello Stato., alla scadenza del mandato di Giovanni Leone. E vi sarebbe sicuramente riuscito se non fosse stato nel frattempo sequestrato, fra il sangue della sua scorta sgominata in via Fani il 16 marzo 1978, e infine ucciso pure lui, dopo 55 giorni di drammatica prigionia.

Fu proprio nel 1976, alla vigilia o in vista della stagione della “solidarietà nazionale”, che Scalfari fece uscire la sua Repubblica, sostenendo la linea opposta a quella del Giornale, e rischiando la chiusura, fra il dispiacere -ve lo assicuro- di Montanelli, sino a quando non intervenne a salvarlo come editore proprio Carlo De Benedetti. Che dopo molti anni avrebbe avuto il cattivo gusto di rinfacciare a Scalfari la “pacchettata” di soldi versatigli per diventare appunto il suo editore.

Nello scontro avuto adesso con i figli, lasciandosi intervistare da Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, l’ormai ex editore deciso a riprendersi in qualche modo la sua creatura per evitare che i figli la vendano, secondo lui, a chi ne farebbe un cattivo uso, ha orgogliosamente detto che “tante cose sono avvenute su Repubblica, e tante sono avvenute a causa di Repubblica”. E’ vero. Non è possibile dargli torto. Decisivo, per esempio, ancor più del Giornale di Montanelli, dove ad un certo punto dovetti andarmene in ferie per non condividerne la linea, fu l’apporto di Repubblica alla “fermezza” imposta al governo e alla Dc dal Pci di Berlinguer, ma anche dal Pri di La Malfa, alla gestione del sequestro Moro.

Altrettanto decisivo, e infine condizionante anche per il Giornale di Montanelli, dal quale proprio per questo ce ne andammo nel 1983 Enzo Bettiza e io, fu l’anticraxismo di Repubblica. Che sin dall’arrivo del segretario socialista a Palazzo Chigi ne anticipò o auspicò la crisi un giorno sì e l’altro pure, sino a quando il segretario della Dc Ciriaco De Mita  non si decise ad accontentarla sfrattandolo nel 1987 per andare alle elezioni anticipate.

I giornali-partito o di Palazzo, come preferite, hanno finito così per svuotare e infine uccidere, assorbendone lettori e personale, specie per quanto riguardava Repubblica, dotata di maggiori mezzi ed anche -perché negarlo?- di maggiore fantasia e capacità gestionale, i giornali di partito che facevano il loro onesto e trasparente lavoro: dall’Avanti all’Unitò, dal Popolo alla Giustizia, dalla Voce Repubblicana a Liberazione. Ma ciò, con l’aiuto della maggiore enfasi e penetrazione elettronica e quant’alltro,  era destinato, come si è visto proprio con la clamorosa ammissione di De Benedetti nello scontro con i figli, a non portare fortuna ai giornali. E neppure ai partiti, visto come sono ridotti ancheIl Fatto su Casaleggio.jpg loro, ancor peggio dei giornali che spesso cercano di pilotarli. Per cui può accadere, per esempio, a Davide Il Fatto su Casaleggio 2.jpgCasaleggio -in curiosa coincidenza con le voci o notizie che gli attribuiscono resistenze o scetticismo sull’alleanza col Pd- di ritrovarsi oggetto di un’inchiesta giornalistica  da “fuoco amico”, condotta da un giornale non certo ostile ai grillini, sui reali o potenziali “conflitti d’interesse” derivanti da consulenze per “centinaia di migliaia di euro” fornite a “lobby del tabacco, delle scommesse e dei trasporti” usualmente o geneticamente “contestati” dal Movimento delle 5 Stelle.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 26 ottobre 2019

La maggioranza giallorossa sulle orme del centro-sinistra prima della dissoluzione

            Sulla Stampa Federico Geremicca ha visto e indicato “il copione della Prima Repubblica”Geremicca.jpg nei pre-vertici, vertici e quant’altro svoltisi nelle ultime 24 ore a Palazzo Chigi e dintorni alla ricerca, da parte di Giuseppe Conte, di una composizione dei contrasti nella maggioranza Stefano Rolli.jpggiallorossa sulla manovra finanziaria. Che è peraltro la stessa sulla quale dalla Commissione dell’Unione Europea sono stati chiesti chiarimenti eufemisticamente definiti tecnici, cioè sui “numeri”. Ma che il vignettista del Secolo XIX Stefano Rolli ha tradotto, con la solita ironia coniugata con la chiarezza, in questa domanda: “Chi comanda lì da voi?”.

            Geremicca, tuttavia, meno anziano di me, ha visto e indicato nel suo “campione” solo la parte, diciamo così, conclusiva della Prima Repubblica: quella contrassegnata dal cosiddetto pentapartito di Bettino Craxi e poi di Giulio Andreotti, ma in qualche modo, prima ancora o fra  l’uno e l’altro, anche di Francesco Cossiga, Arnaldo Forlani, Giovanni Spadolini, Giovanni Goria e Ciriaco De Mita, tenendo fuori i governi in qualche modo terminali di Giuliano Amato e di Carlo Azeglio Ciampi.

            Più anziano di Federico, nei vertici di Conte e nuovi alleati -o “vortici”, come ci ha scherzato sopra Nico Pillinini, il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno- io invece avverto la fase intermedia della Nino Pillinini.jpgPrima Repubblica: quella seguita all’esperienza degasperiana di centro e contrassegnata dal centro-sinistra, col trattino, di Amintore Fanfani, Aldo Moro, Mariano Rumor, che sostituirono nella maggioranza e poi nel governo i liberali con i socialisti, prima che gli uni e gli altri si ritrovassero insieme, grazie a Craxi, nelle edizioni del già citato pentapartito.

            Durante la lunga stagione del centro-sinistra la Dc doveva sudare le proverbiali sette camicie per comporre le posizioni di due alleati concorrenti fra di loro come i socialisti e i socialdemocratici, che reclamavano ciascuno un rapporto privilegiato col partito di maggioranza relativa: gli uni per la maggiora forza parlamentare di cui disponevano e gli altri per la più consolidata collaborazione con lo scudocrociato all’insegna dell’atlantismo e dell’anticomunismo.  E’ un po’ quello che per certi versi sta accadendo nella maggioranza giallorossa di Conte, dove tra le righe o sotto le foglie delle polemiche e degli scontri sulla manovra finanziaria si sta praticamente svolgendo una lotta fra il Pd e la neonata Italia Viva, creata da Matteo Renzi uscendo dallo stesso Pd, su chi debba conquistarsi più attenzione e riguardo dal Movimento delle 5 Stelle. Che ha preso per consistenza parlamentare, e conseguente “centralità”, il posto della Dc ma ha una doppia guida, diciamo così: una di Conte a Palazzo Chigi, voluto dai grillini sia nella prima sia nella seconda edizione, e una di Luigi Di Maio, ancòra capo formalmente del suo quasi partito: quasi perché non vuole essere chiamato partito, appunto. Il quale Di Maio si muove come “capo” pentastellato  fra lo stesso Palazzo Chigi, dove gli hanno lasciato un ufficio a disposizione, e la Farnesina, dove fa il ministro degli Esteri.

            Anche la Dc, salvo le eccezioni, peraltro non fortunate, di Fanfani e di De Mita, che vollero fare contemporaneamente il segretario del partito e il presidente del Consiglio finendo entrambi per cadere malamente, aveva una guida doppia, al partito e al governo.

            Il povero Moro, a Palazzo Chigi ininterrottamente dal 1963 al 1968, cercò di risolvere la concorrenza fra socialisti e socialdemocratici, spaccatisi nel lontano 1947, facilitandone l’unificazione con l’elezione di Giuseppe Saragat al Quirinale, alla fine del 1964. Ma difficilmente Conte, pur generosamente paragonato a Moro da alcuni estimatori, riuscirà a  far rimettere insieme Renzi e  Nicola Zingaretti, appena separatisi.

         Rumor, subentrato a Moro alla guida del governo alla fine del 1968, non seppe tenere uniti i socialisti, che si spaccarono di nuovo l’anno dopo. E il centro-sinistra anticipato da Fanfani con l’appoggio esterno dei socialisti e realizzato organicamente da Moro nel 1963 annegò nel vortice -per tornare alla vignetta di Pillinini- degli “equilibri più avanzati” reclamati dal Psi di Francesco De Martino. Che viveva tormentato sia dalla collaborazione con gli odiati socialdemocratici sia dalla paura dell’opposizione comunista, cresciuta a tal punto da tradursi in una rottura con la Dc all’insegna del “mai più al governo senza i comunisti”. Seguirono il minimo elettorale del Psi nelle elezioni anticipate del 1976 e, sull’onda anche della sconfitta democristiana nel referendum del 1974 sul divorzio, la fase della cosiddetta “solidarietà nazionale” negoziata col Pci di Enrico Berlinguer.

            Faccio, e assai modestamente, solo il giornalista. Ma forse i protagonisti e gli attori di questa avventura della maggioranza giallorossa, già in crisi vortuale, o potenziale, dopo soli 45 giorni di vita, farebbero bene a ripassarsi non dico la storia ma la cronaca politica italiana per rendersi -come preferiscono- più cauti o coraggiosi: più cauti per sopravvivere o più coraggiosi per rovinarsi.

 

 

 

 

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Le sviste o dimenticanze del gabbiano Renzi volando sulla sua Italia Viva

            Sarà pure viva, e non morta, come l’hanno già liquidata da becchini sul Fatto Quotidiano, Il Fatto.jpgl’Italia che Matteo Renzi si è proposto di guidare, e sulla quale vola come un gabbiano nel simbolo che i militanti hanno scelto per il nuovo movimento, ma l’ex segretario del Pd, ex presidente del Consiglio, ex sindaco di Firenze, ex “senatore semplice di Scandicci”, visto che adesso è uno dei soci decisivi dalla nuova maggioranza giallorossa di governo, almeno a Palazzo Madama, dove i numeri sono notoriamente avari per qualsiasi combinazione ministeriale; il tante volte ex, dicevo, ha voluto chiudere il raduno della ormai sua “Leopolda” chiudendo gli occhi.

            Pur di tenersi fedele allo schema adottato per spiegare, o giustificare, la repentina rinuncia alla dieta del pop-corn aprendosi ai grillini, e inseguito da un Pd che l’ha persino scavalcato cercando di dare una prospettiva strategica e non solo tattica all’alleanza con i pentastellati, Renzi ha continuato Salvini.jpga prendersela col Matteo Salvini esasperatamente sovranista, antieuropeista, l’uomo insomma del Papeete. Così lo chiama Renzi inchiodandolo alllo stabilimento balnerare che gli è, tutto sommato, costato il Ministero dell’Interno, e tutto ciò che il Viminale rappresentava per la sua Lega.

            Renzi ha voluto ignorare per comodità dialettica e di propaganda -e per meglio proporsi a ciò che resta dell’elettorato e della nomenklatura berlusconiana dopo il salto del Cavaliere sul palco salviniano di sabato nella storica piazza romana di San Giovanni- quello che giustamente sul Foglio l’ex governatore leghista della Lombardia Roberto Maroni ha Maroni.jpgappena definito “lo spariglio” di Salvini. Il quale usando lo stesso Foglio digerita la crisi d’agosto, ha fatto “professione di fedeltà all’euro”, per usare sempre le parole di Maroni: un euro definito “irreversibile”, anzi gridato come tale perché tutti lo potessero ascoltare, a cominciare -ha avvertito Salvini- dai leghisti ancora tentati di parlarne alla vecchia maniera, utile appunto alla propaganda dei suoi avversari. A capo dei quali Renzi vorrebbe rimanere perché è nel suo interesse farlo, anche se “l’ostilità” fra i mondi dell’Italia Viva e della Coalizione degli italiani, come Salvini ha appena anticipato al Corriere della Sera di voler chiamare la nuova edizione del centrodestra che ha preso corpo davanti alla Basilica capitolina di San Giovanni, più che reale è forse solo “apparente”. Che è l’aggettivo usato proprio da Maroni sul Foglio per descrivere lo scontro fra i due Mattei della politica italiana.

            Ma quello di ignorare lo spariglio di Salvini sull’euro “irreversibile” e su tutto ciò che ne consegue, Renzi ha fatto al raduno fiorentino del suo popolo l’errore -temo per lui- di scoprire un po’ troppo il tatticismo del suo gioco politico vantandosi di  avere voluto la formazione del nuovo governo, e relativa maggioranza, anche o soprattutto per prenotare -chissà poi per chi, non credo per un bis di Sergio Mattarella, che come capo dello Stato, per quanto da lui voluto, non lo ha molto aiutato quando era presidente del Consiglio- l’elezione del nuovo presidente della Repubblica da parte delle Camere attuali. Dove il centrodestra, o quel che ne resta, è in minoranza e la battaglia presidenziale potrebbe svolgersi con la regìa dello stesso Renzi e di Luigi Di Maio, forse non a caso trovatisi d’accordo proprio in questi giorni in un’azione, diciamo così, di contenimento sul piano economico, finanziario e  politico di Giuseppe Conte. Che, peraltro, con i suoi 55 anni compiuti l’8 agosto Conte e Di Maio.jpgscorso, proprio mentre rischiava di perdere Palazzo Chigi, e con tutti gli abiti che indossa celebrando defunti di ogni colore politico, proponendosi ai cattolici come continuatore di Aldo Moro e alla sinistra come promotore di una “rivoluzione culturale” di memoria maoista, potremmo ben trovarcelo sul palcoscenico del 2022, alla scadenza del mandato di Mattarella, come candidato al Quirinale. Renzi  non avrebbe l’età, prima ancora dei voti. Tanto meno Di Maio.

            L’esperienza più che settantennale della Repubblica insegna che le corse al Quirinale cominciate con troppo anticipo -in questo caso due anni e mezzo prima del dovuto- non giovano né a chi le promuove né a chi è tentato di parteciparvi, o vi si trova casualmente coinvolto.  Adelante Pedro, fa dire Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi al cocchiere da Antonio Ferrer, il gran cancelliere spagnolo in movimento tra la folla in subbuglio a Milano.  

 

 

 

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Il miracolo di Conte di dividere la sua maggioranza e ricompattare il centrodestra

            Nei primi 45 giorni di vita del suo secondo governo Giuseppe Conte non è riuscito ad avere con i suoi alleati migliore fortuna che nel primo. I rapporti nella maggioranza giallorossa sono persino peggiori di quelli vissuti da Conte nella maggioranza gialloverde, sfociati in quel mezzo processo del 20 agosto nell’aula del Senato al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini.

            Allora le difficoltà col “capitano” della Lega erano  almeno compensate da una prevalente sintonia di Conte col proprio partito di riferimento e di designazione, cioè il Movimento delle 5 Stelle. Che non aveva scaricato il professore neppure nei tre passaggi in cui più clamorosamente lo aveva praticamente smentito: in ordine cronologico, sul ridimensionamento del deficit nel bilancio del 2019 per evitare la bocciatura dell’Unione Europea, per cui il 2,4 per cento di disavanzo rispetto al pil festeggiato sul balcone di Palazzo Chigi dal vice presidente leghista del Consiglio e pluriministro Luigi Di Maio divenne il 2,04; sullo sblocco della Tap, cioè il gasdotto proveniente dal Mar Caspio con approdo pugliese, e su quello della Tav, la linea di trasporto ferroviario ad alta velocità delle merci tra la Francia e l’Italia.

            Sì, d’accordo, sulla Tav i grillini mostrarono di non stare al gioco, o al ripensamento, di Conte presentando al Senato una mozione ostinatamente contraria all’opera, ma sapendo in partenza che sarebbe stata bocciata, e Conte fingendo che non ce l’avevano con lui, a tal punto da non presentarsi neppure in aula quando fu discussa. Egli lasciò che il governo esprimesse parere contrario all’opera con un sottosegretario grillino e favorevole con un sottosegretario leghista. Fu una cosa mai vista in passato, che Salvini, pur stando una volta tanto dalla parte di Conte, evitò clamorosamente di usare come occasione o ragione per la crisi, preferendo provocarla poco dopo qualche giorno su un altro terreno e perdendo la partita.

            Col suo secondo governo, e -ripeto- in soli 45 giorni, Conte è riuscito, volente o nolente, a spaccare il Pd, spingendo Matteo Renzi a uscirne, o ad accelerare la già progettata scissione, e persino i grillini. Che sono divisi fra un Luigi Di Maio sempre più insofferente verso il presidente del Consiglio e non si è ancora ben capito quanta parte dei gruppi parlamentari tentata di schierarsi apertamente col professore nelle controversie finanziarie.

            Ha avuto un bel dire Conte a Perugia  partecipando alla campagna elettorale per le regionali umbre di Conte.jpgdomenica prossima -di cui peraltro ha voluto allo stesso tempo testimoniare l’importanza ed escludere un valore di test per la maggioranza giallorossa riprodottasi sul posto attorno ad una candidatura civica alla presidenza- che “chi non fa squadra è fuori dal governo”. Sono state e sono parole francamente al vento, pronunciate peraltro dopo che lo stesso Conte aveva dovuto accettare la richiesta di un vertice della maggioranza avanzata da Di Maio come capo ancora del suo movimento dopo un incontro con i ministri pentastellati. Che il capo ancòra del movimento aveva chiamato a rapporto per farsi raccontare bene, per filo e per segno, la riunione del governo sulla manovra finanziaria approvata con “riserva d’intesa”, cui lui non aveva potuto partecipare perché impegnato col capo dello Stato nella visita alla Casa Bianca.

           Non deve essere stato, quello, un bel rapporto se ad un certo punto il ministro degli Esteri, secondo indiscrezioni uscite su tutti i giornali e non smentite, ha avuto da ridire su una specie di relazione privilegiata instauratasi fra il presidente del Consiglio e i ministri del Pd capeggiati come delegazione da Dario Franceschini. Che non a caso, del resto, è stato il più risentito di fronte alle proteste levatesi dallo stesso Di Maio e da Matteo Renzi, cui ha detto -non mandato a dire- che “un ultimatum al giorno toglie il governo di torno”.

           Se ci dovesse essere una crisi, ha contemporaneamente avvertito il segretario del Pd Nicola Zingaretti, con un monito attribuitogli dai giornali senza uno straccio di smentita o precisazione, si andrebbe dritto alle elezioni lasciando a Palazzo Chigi Conte, sempre lui, che però diventerebbe a quel punto, il candidato premier dello stesso Zingaretti per la prossima legislatura. Siamo, quindi, già a questo livello di rapporti, cioè di tensioni, nella maggioranza giallorossa ancora in fasce.

            In questa situazione si capisce la delusione del direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana. Luciano Fontana.jpgChe, diversamente dalla rassegnazione di Eugenio Scalfari, su Repubblica, a vivere in “un Purgatorio senza Paradiso”, il Purgatorio.jpgsi è chiesto se “si può continuare così”. E, di fronte ad “uno spettacolo per alcuni aspetti suicida” ha smesso di elogiare o scommettere sulle doti di “mediatore” del presidente del Consiglio, al quale piuttosto ha rimproverato di avere annunciato “una rivoluzione che non c’è” con la manovra finanziaria contestata, evidentemente non a torto, o almeno non del tutto a torto, da Di Maio e Renzi.

             Ancor più si capisce, sempre in questa situazione, come e perché Silvio Berlusconi, spiazzando fra i suoi forzisti sia chi aveva tentato -come Gianfranco Rotondi- di offrire un gioco di sponda a Conte per consentirgli di durare, sia chi aveva rifiutato di accorrervi, come Mara Carfagna e Renato Brunetta, si sia affrettato a saltare sul palco di Piazza San Giovanni, a Roma, per ricostituire nel modo più visibile possibile l’unità del centrodestra di fronte ai duecentomila manifestanti accorsi da ogni parte d’Italia all’invito di Salvini. Che ha sventolato l’”orgoglio italiano” nell’assalto mediatico, parlamentare ed elettorale, almeno quello a livello regionale non procrastinabile, contro  quello che il Cavaliere ha chiamato lo schieramento “delle cinque sinistre”. Egli ha visto e indicato la presenza anche della “sinistra giudiziaria”, accanto ai grillini, piddini, renziani e bersanian-dalemiani.

            Conte ha insomma fatto il miracolo di ricompattare l’opposizione del centrodestra, peraltro nel giorno stesso in cui il cosiddetto Italia Viva.jpgsocio della sua maggioranza Matteo Renzi completava a Firenze i riti leopoldini della formazione della sua Italia Viva vestendola di un simbolo, o bandiera, e faceva liquidare anche lui il Pd, al pari del Cavaliere, come “il partito delle tasse”. 

 

 

 

 

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Un sabato bestiale per il governo, fra l’opposizione esterna e quella interna

            Altro che il sabato del villaggio lasciatoci nella mente e nel cuore da Giacomo Leopardi. Questo penultimo di ottobre del 2019, cui seguirà fra una settimana la vigilia delle temute elezioni regionali in Umbria, dove la maggioranza giallorossa raccoltasi attorno ad un candidato civico ha deciso di giocare la sua prima partita di periferia, come assaggio della sua prospettiva addirittura strategica, o sistemica, è un sabato bestiale per il governo Conte 2, o Bisconte. Che è alle prese con l’opposizione esterna di centrodestra-  chiamata in piazza a Roma da Matteo Salvini, fresco di una “leadership” riconosciutagli in un sussulto di realismo anche da Silvio Berlusconi, pur a costo di spingere verso l’altro Matteo, Renzi, la sofferente Mara Carfagna-   e con quella interna radunata dallo stesso Renzi a Firenze per la decima edizione della Leopolda, o prima edizione di Italia Viva: il nuovo partito messo su dall’ex segretario del Pd. Cui è peraltro capitata la paradossale avventura di ritrovarsi in sintonia col capo ancòra del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, nella prova di forza con Conte sulla manovra finanziara appena varata con la solita, evanescente formula del “salvo intese”: la stessa che con felice arguzia il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX ha messo in bocca a Renzi, affiancato da Di Maio, per replicare alla rivendicazione del proprio ruolo di premier da parte del presidente, appunto, del Consiglio.

            Come potete chiamarlo se non bestiale un sabato del genere per Conte e per il suo secondo governo, non dissimile per disordine interno, diciamo così, dal primo? Che si era dissolto in agosto per la crisi imprudentemente aperta da Salvini scommettendo sulla serietà, affidabilità e quant’altro dell’impegno preso dal segretario del Pd Nicola Zingaretti di andare pure lui alle elezioni anticipate, piuttosto che accodarsi con i grillini prendendo il posto dei leghisti.

            Con Salvini il professore Conte si era trovato a trascorrere i suoi week end “al telefono” parola dello stesso presidente del Consiglio- con i suoi omologhi europei per chiedere “la cortesia personale” di  ospitare nei loro paesi una parte dei migranti che il suo ministro dell’Interno teneva bloccati al largo o negli stessi porti italiani, senza lasciarli sbarcare dalle navi che li avevano soccorsi, qualche volta battenti anche il nostro tricolore militare. Da Renzi, spalleggiato -ripeto- da un Di Maio che si è fatto assegnare un ufficietto anche a Palazzo Chigi per riunirvi i ministri grillini, in alternativa alla più lontana Farnesina,  Conte si deve sentire invitare, come gli è capitato di leggere in una intervista del leader di Italia Viva ai giornali del gruppo Monti-Riffeser, a “pensare al futuro più del Paese che suo”. Che non è, francamente, un bell’invito neppure per uno come Conte, appunto, che si diverte, volontariamente o no, a navigare con il linguaggio delle commemorazioni e delle dichiarazioni all’intervistatore amico di turno fra la “solidarietà nazionale” del compianto corregionale Aldo Moro e la “rivoluzione culturale” di un altro e più lontano compianto: Mao Tse Tung.

               Se questo sabato è bestiale, il venerdì che lo ha preceduto è stato bestialissimo per il giornale che Il Fatto.jpgcon più entusiasmo, impegno e quant’altro sostiene Conte: Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio.  Che, oltre a minimizzare con un richiamino la “provocazione”, cioè l’autorete, di Beppe Grillo in persona sul diritto di voto da togliere agli anziani, presumibilmente sopra gli 80 anni, avendone il comico 71 e volendo forse continuare a votare ancora per un po’, ha dovuto montare la prima pagina contro la indigesta coppia Di Maio-Renzi, in ordine rigorosamente alfabetico, uniti praticamente nella difesa degli evasori dalla guerra dichiarata loro da un Conte smanioso di mandarli tutti in galera, o ammanettati negli stadi, vista la insufficienza delle prigioni esistenti in Italia già per altri reati, figuriamoci per questo.

               La ciliegina, diciamo così, sulla torta della prima pagina del quotidiano di Travaglio è “la cattiveria” di giornata contro il pubblico di Salvini e alleati radunato in Piazza San Giovanni perché “per le strade La cattiveria.jpgdi Roma il sabato si raccoglie l’umido”. O si dovrebbe raccogliere, visto lo stato in cui la sindaca pentastellata Virginia Raggi, anch’essa molto cara al Fatto Quotidiano, che la difende in ogni occasione possibile e impossibile, ha ridotto la città e, in particolare, il settore di quella che una volta si chiamava Nettezza Urbana, oggi più propriamente Monnezza Urbana, per non dire peggio.

 

 

 

 

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Il navigatore Giuseppe Conte fra Moro e Mao, quello della Rivoluzione Culturale

            Nel decantare le virtù della manovra finanziaria prima ancora che il Consiglio dei Ministri riuscisse ad approvarla, peraltro neppure in modo completo perché ha dovuto ricorrere alla formula ormai usuale del “salvo intese”, Giuseppe Conte ha buttato davvero il cuore oltre l’ostacolo.  In una delle interviste strappategli Conte come Maojpg.jpgnon so se al telefono o a quattr’occhi davvero egli ha detto testualmente: “Oggi parte una rivoluzione culturale”. Che, consultando Wikipedia per la dannata abitudine presa navigando in internet, ci porta dritto a quella di Mao nel decennio trascorso fra il 1966 e il 1976.

           Il professore ha ambizioni davvero grandi. D’altronde, già nel suo primo governo, che abbiamo poi scoperto con quanta sofferenza avesse guidato dovendosi tenere come vice presidente e ministro dell’Interno, mica dello Sport o del Turismo, un uomo come Matteo Salvini, l’inquilino di Palazzo Chigi si era mosso come Marco Polo sulla cosiddetta “Via della Seta”. E ciò anche a costo di procurare qualche preoccupazione alla Casa Bianca, senza perdere tuttavia la simpatia di Donald Trump, tornato a dargli del “Giuseppi” durante la crisi di agosto aiutandolo non poco a restare dov’è, pur cambiando alleato e maggioranza.

            Eppure, solo due giorni prima di vantare l’avvio della sua “rivoluzione culturale”, che ha peraltro indotto l’intervistatore a sognare gli stadi italiani trasformati in prigioni per i troppi evasori fiscali tollerati dai governi precedenti, e e destinati finalmente ai ceppi con processi magari regolati col rito sommario e “popolare” dei tempi di Mao in Cina, tra l’entusiasmo di qualche magistrato italiano poi pentitosi in un libro dal titolo significativo di “Toga rossa”; solo due giorni prima, dicevo, Giuseppe Conte si era proposto in un teatro di Avellino come continuatore della Democrazia Cristiana. E aveva mandato in visibilio un pò di reduci più o meno altolocati di quell’esperienza, ritrovatisi per celebrare con lui il compianto Fiorentino Sullo. Il presidente della cui Fondazione, Gianfranco Rotondi, deputato adesso di Forza Italia, si era scusato con Conte, sentitone il discorso, di non potergli consegnare una tessera della Dc non stampandosene più dal suo scioglimento. E  si era poi abbandonato in una intervista a dire del presidente del Consiglio: “Gli basta adesso fare una telefonata a Silvio Berlusconi”, includendolo quindi da vivo nel suo Pantheon, “per poter essere paragonato al nostro Moro”.

            Certo, navigare politicamente e culturalmente fra Moro e Mao, fra il bianco che più bianco non si può e il rosso che più rosso non potrebbe essere, non è facile.  Non dovrebbe esserlo neppure per un uomo che di disinvoltura ha dimostrato di averne abbastanza per superare così rapidamente i dubbi pur avuti in agosto, e ammessi nel discorso di presentazione del suo secondo governo alle Camere, di fronte ad un cambiamento così repentino di maggioranza.

             Giulio Andreotti, un altro personaggio storico della Dc al quale ogni tanto qualcuno si avventura a paragonare Conte, aspettò tre anni – dal 1973 al 1976- per uscire da Palazzo Chigi dopo avere guidato un governo di centrodestra a partecipazione liberale e ritornarvi per guidare un governo monocolore democristiano appoggiato esternamente, e in modo decisivo, dal Pci di Enrico Berlinguer: appoggiato, ripeto, non partecipato. Conte non è uscito neppure un giorno da Palazzo Chigi per spostarsi dalla destra alla sinistra. Egli ha come passato il foglio del governo da una mano all’altra delle due di cui lo ha dotato la natura. E meno male che sono solo due.  

            Forse non ha avuto torto a scrivere prudentemente di Giuseppe Conte su Repubblica il mio vecchio amico Stefano Folli -di formazione repubblicana e scuola spadoliniana- che la sua posizione “non si è rafforzata Folli su Cointe.jpgnelle ultime settimane”, e “non solo a causa della legge finanziaria”, approvata peraltro -ripeto- con la consueta “riserva d’intesa”, senza bisogno -ha poi avvertito lo stesso capo del governo- di farla ripassare per un’altra riunione del Consiglio dei Ministri, come invece si aspettava qualche componente della maggioranza, Che ha reagito alla precisazione di Conte annunciando o rafforzando il proposito di rivalersi in Parlamento con la solita scorribanda degli emendamenti.

             Del giudizio a dir poco scettico di Folli si sarà compiaciuto Carlo De Benedetti, l’ex direttore di Repubblica deciso a tentarne il recupero fra lo stupore e le proteste dei figli, e affrettatosi a bocciare nelle l'ingegnere.jpgscorse settimane il nuovo governo,  nel salotto televisivo di Lilli Gruber, prima ancora di vederlo all’opera. Per valutarlo gli era evidentemente bastato osservarne il modo in cui era nato, con quella che uno dei suoi stessi artefici, Matteo Renzi, ha imprudentemente definito, nello scontro televisivo con Salvini a Porta a Porta, “un’operazione machiavellica di palazzo”. Per favore, con la minuscola, anche se l’ex segretario del Pd, ex presidente del Consiglio, ex sindaco di Firenze e ora leader di Italia Viva pensava alla maiuscola, vantandosene col capo della Lega.

 

 

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Un fantascientifico Grillo che potrebbe divorare il Pd, o esserne divorato…

Sarebbe veramente il colmo del paradosso, anche per un comico professionale come lui, se Beppe Grillo dovesse riuscire a realizzare il disegno attribuitogli da retroscenisti e quant’altri osservandolo al raduno napoletano per il decennale del suo movimento: mangiarsi il Pd appena adottato come alleato di governo forzando anche a parolacce le resistenze di Luigi Di Maio, il capo ancora dei pentastellati, e persino di Davide Casaleggio.

Salvatosi per un’autorete di Matteo Salvini dal rischio di essere divorato lui dalla Lega, che in meno di un anno ne aveva quasi dimezzato a proprio vantaggio, nelle urne europee del 24 maggio scorso,la fortunosa e clamorosa consistenza elettorale del 4 marzo 2018, quel diavolo di un Grillo è riuscito a infilare come in una trappola un partito -il Pd appunto- nel quale dieci anni fa, qualche mese prima di creare il movimento delle 5 stelle aveva cercato furbescamente di infilarsi come un topo nel formaggio.

Era luglio del 2019. Il Pd creato al Lingotto da Walter Veltroni fondendo i resti del Pci, della sinistra democristiana e cespugli vari non aveva ancora compiuto due anni e aveva già liquidato il suo primo segretario, sostituito temporaneamente dal vice Dario Franceschini. Si, è proprio lui, l’attuale Franceschini.jpgministro dei beni culturali e capo della delegazione piddina nel secondo governo di Giuseppe Conte, o Bisconte. E’ proprio lui: quello che, prima ancora della svolta di Matteo Renzi già in procinto peraltro di andarsene dal partito, aveva proposto nel Pd di offrirsi a Grillo per sostituire la Lega e il suo truce capitano.

In Sardegna per vacanza, il comico prese  di mira in quell’estate di dieci anni fa la prima sezione del Pd a portata di piede o di macchina, quella di Arzachena, nel cui territorio egli ha una delle sue case da diporto, per iscriversi. Pagò in contanti 16 euro, di cui 15 per la prenotazione della tessera e uno di mancia al cassiere, o qualcuno del genere. Che, magari, era convinto di avere procurato al Pd l’affare del secolo, senza sapere che il comico aveva intenzione con quella mossa di terremotare il già sconquassato  partitoBersani.jpg candidandosi alle primarie per la successione a Franceschini. Il quale, informato del progetto dallo stesso Grillo a mezzo stampa, ovviamente non gradì. Ancor meno gradì Pier Luigi Bersani, deciso a subentrargli, come poi avvenne, per rimettere a posto a suo modo “la ditta”, come il simpatico emiliano chiamava il partito dai tempi del Pci.

Il 14 luglio, mentre a Parigi si festeggiava la presa della Bastiglia e la rivoluzione incorporata del 1789, a Roma più modestamente Franceschini e Bersani mettevano il partito al riparo dall’assalto del comico  facendo respingere la domanda di iscrizione di Grillo, trattato come un intruso fra le proteste e il rammarico di un altro intruso ma almeno alleato del Pd all’opposizione del governo di centrodestra di Silvio Berlusconi: l’ancora fascinoso ex protagonista della stagione giudiziaria di Mani Pulite, Antonio Di Pietro.

Respinto non so francamente se più con incauta tempestività o con felice intuizione dai signori del Nazareno, Grillo si vendicò a suo modo mettendosi in proprio, mandando tutti i partiti a quel posto in una piazza di Bologna, umiliando col proprio Movimento 5 Stelle nel 2013 il Pd di Bersani , che gli chiese Renzi.jpginutilmente aiuto per la formazione di un governo “di minoranza e combattimento”, e battendo clamorosamente cinque anni dopo il Pd dell'”ebetino” Renzi, cui nel frattempo aveva già fatto perdere il referendum sulla riforma costituzionale.

Se adesso, ripeto, imbarcatolo nel governo del Bisconte in consistenza parlamentare per giunta ridotta rispetto a un anno fa, vista la sopraggiunta scissione renziana, Grillo riuscisse a divorare il Pd senza neppure prendersi il gusto di vomitarlo, come ogni tanto vorrebbe fare con i giornalisti, sarebbe uno spettacolo ancora più paradossale di quelli che lui fa in teatro. Ma altrettanto sarebbe lo spettacolo inverso, cioè quello del Pd che, per quanto malmesso, come al solito, riuscisse a dissanguare elettoralmente il Movimento delle 5 Stelle, già in sofferenza per le sue tensioni interne, e infine lo divorasse.

 

 

 

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Il fuoco a salve tra Renzi e Salvini, i due Mattei che servono l’uno all’altro

            Stentavo a credere a miei occhi e alle mie orecchie quando ho sentito Marco Travaglio, più agitato e manettaro del solito, in collegamento dal suo Fatto Quotidiano col salotto televisivo di Lilli Gruber, invocare il documento di bilancio, manovra finanziaria e com’altro si voglia chiamare, in gestazione in quel momento a Palazzo Chigi, come la prova deliberatamente voluta da Giuseppe Conte, con tanto di orari coincidenti, per dimostrare la irrilevanza dei “due bulli” che avevano appena registrato il loro duello televisivo a Porta a Porta.

            Mi riferisco naturalmente ai due Mattei, Renzi e Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico: l’uno socio della maggioranza giallorossa, provvisto di un numero di senatori sufficienti, all’occorrenza, per far cadere il governo, e l’altro per niente rassegnato a restare a lungo all’opposizione. Dove  è da poco finito per una crisi da lui stesso voluta per provocare le elezioni anticipate e conclusasi invece con una “machiavellica operazione di Palazzo”: così l’ha definita lo stesso Renzi, che l’ha azionata aprendo per primo, e all’improvviso, dall’interno del Pd, dove in quel momento risiedeva ancora, all’accordo con i grillini. E’ stata notoriamente questa apertura a liberare il segretario piddino Nicola Zingaretti dall’impegno, preso sul serio dall’improvvido Salvini, a non fare intese con i pentastellati senza un preventivo passaggio elettorale.

            Ci voleva la falsa furbizia, o ingenuità, pure lui, del direttore del Fatto Quotidiano per prendere sul serio -e buttarle in faccia agli “irrilevanti” Mattei- le manette facili sventolate da Conte contro l’evasione fiscale e le deduzioni ai contribuenti che riusciranno a strappare agli idraulici una fattura pagandola con una carta di credito. Conte e i suoi ministri, a cominciare da quello dell’Economia, cui il professore ha pure scritto un messaggino di mobilitazione, non bastando le parole che per dovere d’ufficio si scambiano così frequentemente, non hanno mai visto un idraulico in casa per immaginarli provvisti di un Pos e, soprattutto, disposti a non lavorare in nero. Avrebbero, sennò, i servizi igienici e quant’altro in rovina, con tutti gli effetti che vi lascio immaginare, a casa loro e dintorni.

            Del duello, scontro e quant’altro fra i due Mattei, seguito poi da telespettatori sicuramente più Libero.jpgnumerosi dei lettori del Fatto Quotidiano, nella consapevolezza di un Travaglio forse proprio per questo più agitato- ripeto- del solito, vi dirò che mi ha stupito la gravità con la quale l’ha recepito e raccontato su tutta la sua prima pagina il pur smaliziato Libero di Vittorio Feltri col titolo “Botte da orbi”. Ma quali botte?

            Quello fra i due Mattei  -come si evince un po’ dai titoli di tutti o quasi gli altri giornali-  è stato Il Foglio.jpgun fuoco a salve, per fare rumore più che per farsi davvero del male. Il Tempo.jpgRenzi e Salvini -sempre in ordine rigorosamente alfabetico, anche se i rapporti di forza parlamentari sono rovesciati, per non parlare di quelli elettorali solo perché il toscano non si è ancora misurato nelle urne con la sua Italia Viva- sono due furbi della Madonna, con tutte le scuse che la Madonna Il Giornale.jpgha il diritto di chiedermi e di ottenere. Essi hanno in fondo bisogno l’uno dell’altro per vivere e crescere politicamente, e all’occorrenza anche perLa Nazione.jpg mettersi insieme, come si sono ritrovati nello stesso duello televisivo reclamando le dimissioni e la liquidazione della sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi.  Cui invece Zingaretti, sia in veste di segretario del Pd per non compromettere i rapporti con i grillini, sia in veste di presidente della regione Lazio per non cadere anzitempo, ha mostrato di voler dare una mano.

            Nell’offensiva congiunta contro la Raggi, non gradita naturalmente al Fatto Quotidiano, che ne ha raccolto le proteste contro quei due che non lavorano, stando sempre in televisione, Renzi ha concesso al partito di Salvini anche il riconoscimento di avere buoni sindaci e amministratori. E, detta dall’’ex sindaco di Firenze, non mi pare, una cosa modesta o indifferente.

            Il fatto è, al minuscolo, che lo scontro fra i due Mattei si era ridimensionato già lunedì, con la lunga intervista di svolta di un Salvini europeista, atlantista e altro ancora, sino all’euro da considerare ormai Ferrara.jpg“irreversibile”, pubblicata  sul Foglio con una insofferenza neppure tanto nascosta dal fondatore Giuliano Ferrara. Che, tanto per tenere il punto contro il “Truce”, con la maiuscola, pur riconoscendo a Salvini di avere parlato in “renzismo purissimo”, ha dovuto il giorno dopo firmare il proprio dissenso addirittura dal compianto Winston Churchill. Che, da Machiavelli in salsa britannica, alla luce anche della propria non disprezzabile e lunga carriera politica, definì “una dieta molto nutriente” quella della “parola rimangiata”.  

 

 

 

 

 

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