Tutto sommato, a pensarci bene, e di più rispetto alle impressioni iniziali, quel “Ponte della corruzione” sparato dalla Repubblica di carta all’annuncio delle indagini della Procura di Roma sull’opera progettata per unire la Calabria alla Sicilia, è il meno peggio che le potesse capitare. La corruzione e la violazione del segreto d’ufficio contestate a un ex alto magistrato della Corte dei Conti, ad un avvocato leghista stimato, diciamo così, dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini, e da un imprenditore, ma forse anche ad altri, visto lo sviluppo delle indagini riferito dai giornali, è sempre meglio, o memo peggio della mafia. Ai cui interessi, solitamente conditi di morti ammazzati, non di vittime di crolli, i contrari al ponte pensavano di poterlo intestare prima ancora che si cominciasse a costruirlo davvero.
Meglio un ponte della corruzione, ripeto con le minuscole della fantasia, e con le modiche quantità attribuite ai progetti legislativi del ministro della Giustizia in materia, che un ponte della mafia, con la coppola d’ordinanza in testa, a luce intermittente sulle torri più alte per evitare che ad abbatterlo sia qualche aereo, e non una scossa sismica.
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