La morte e il linciaggio dimenticati di Gilberto Benetton

            Scomparsa rapidamente dalle prime pagine dei giornali, la notizia della morte di Gilberto Benetton, avvenuta la sera di lunedì 22 ottobre,  potrebbe tornarvi  sabato per i funerali, che si prevedono assai partecipati venerdì 26 nel Duomo di Treviso. Dove potrà essere restituito -si spera- dall’officiante e altri interventi l’onore ignobilmente negato alla memoria del  famoso imprenditore veneto dal popolo webete. Che giù la sera di lunedì, quando la salma dell’imprenditore non era stata ancora composta, si scatenò letteralmente contro di lui in quanto capo del ramo finanziario di una famiglia diventata imperdonabilmente colpevole di una determinante partecipazione alla società Autostrade per l’Italia.

            “Un travaso, un diluvio, un mare di fiele”, l’ha giustamente definito sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella scrivendo di quelle reazioni webete all’imprenditore affetto da leucemia ma spentosi forse  più rapidamente per il dolore procuratogli dalla campagna d’odio scatenatasi sulla famiglia, e su di lui più in particolare, dopo il crollo del ponte Morandi a Genova. Come se egli avesse mandato direttive ai gestori della società autostrade perché i guadagni fossero privilegiati alla sicurezza. Come se avesse ordinato lui di fare spallucce ai problemi di quel viadotto, il cui pericolo di crollare era stato però liquidato negli anni scorsi come “una favola” dai grillini contrari alla costruzione della “Gronda”: il nome dato ad un’opera proposta per sostituire il ponte controverso, o alleggerirne il carico di traffico troppo più grande di quello per il quale era stato progettato e realizzato negli anni Sessanta.

                Poi furono proprio i grillini ad aprire e guidare dalle loro posizioni di governo, dopo la tragedia del crollo e il suo pesante bilancio di morti e feriti, l’offensiva contro i Benetton, attribuendo loro la responsabilità della tragedia. E con ciò precedendo l’inchiesta giudiziaria perché -spiegò imprudentemente il presidente del Consiglio in persona, il pur avvocato, professore e quant’altro Giuseppe Conte- che la politica, cioè il governo, non voleva aspettare “i tempi” troppo lunghi della magistratura.

                 Impossibilitati a sostituire i tribunali anche nell’uso delle manette, mandando quindi gli accusati in carcere, i grillini hanno proceduto alle ritorsioni economiche e amministrative contro i Benetton. Li hanno esclusi con decreto legge dalla ricostruzione del ponte, avviate le procedure della revoca della concessione autostradale e rappresentati come una specie di banda di profittatori e corruttori, capaci con le loro inserzioni pubblicitarie di condizionare i giornali, quando non partecipavano alla loro proprietà, come nel caso di Repubblica e testate in qualsiasi modo collegate. Non parliamo poi dei contributi versati, per quanto legittimamente, ai partiti.

               Di fronte ad una simile offensiva morale, e non solo economica e politica, lo scatenamento della platea digitale, notoriamente affollata di grillini, alla notizia della morte di Gilberto Benetton fu tanto naturale, diciamo così, quanto odiosa: un’altra prova, l’ennesima, dell’imbarbarimento non solo della lotta politica, ma del senso comune intervenuto con la nascita, lo sviluppo e infine l’arrivo al potere di un movimento come quello di Beppe Grillo. Il quale non a caso, avvolto nelle sue magliette nere e in linguaggio in cui le parolacce si sprecano,  può chiudere un suo comizio-spettacolo, come ha fatto domenica scorsa al Circo Massimo di Roma, prendendosela con gli autistici.

            Il senso comune, elettronico e non, come ha ricordato recentemente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella citando uno dei passi più felici dei Promessi sposi del grande Alessandro Manzoni, è quello che nei momenti peggiori di una comunità sommerge rovinosamente il buon senso. Che è costretto a nascondersi.

 

 

 

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La partita un pò troppo truccata in corso tra Roma e Bruxelles

            La rapidità con la quale la Commissione europea ha bocciato i conti del governo gialloverde d’Italia è sospetta quanto il rifiuto preventivo di rivederli, che è tornato a levarsi da Palazzo Chigi e dintorni, pur contraddetto peraltro dalla disponibilità che nelle ore pari della giornata, ma qualche volta anche nelle dispari, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a spiegare, approfondire e sotto sotto, ma molto sotto, anche a trattare, par di capire.

            La partita che si sta giocando fra Bruxelles e Roma comincia ad essere un po’ troppo truccata. E cresce il sospetto che, per quanto zoppicanti, per carità, i numeri italiani della manovra finanziaria e del bilancio del 2019 siano diventati il pretesto per qualcosa di diverso.

            Leghisti e grillini, o viceversa, debbono dimostrare al loro “popolo” -sennò che populisti sarebbero, come si compiacciono di essere definiti?- di volere e poter tenere fede ai loro esosi impegni di spesa per il cosiddetto reddito di cittadinanza e l’anticipo dell’età pensionabile. I signori di Bruxelles debbono dimostrare di non essere né scaduti né in scadenza, anche se in scadenza, a dire il vero, lo sarebbero davvero perché nella prossima primavera sarà eletto il nuovo Parlamento europeo. Ma è anche vero che fra il rinnovo del Parlamento e il rinnovo della Commissione dovrà passare tanto di quel tempo che il commissario uscente degli affari europei, il francese Pierre Moscovici, ha potuto beffardamente prenotarsi per l’esame anche dei conti e del bilancio italiano del 2020.

            Gli unici che hanno armi vere con cui giocare sono i mercati finanziari, su cui tuttavia sono in grado di influire, obiettivamente, più i signori di Bruxelles con i loro voti e le loro bocciature, per non parlare delle agenzie internazionali di rating, che il governo gialloverde di Roma. La cui credibilità è direttamente proporzionale alla loquacità o incontinenza dei suoi protagonisti, attori e quant’altri nei pressi, dietro o sotto le quinte, fra cui il “garante”, l’”elevato” e non so cos’altro del movimento 5 stelle Beppe Grillo.

            Non è un bel quadro. Ma è l’unico che gli elettori hanno appeso il 4 marzo scorso alle pareti italiane.

 

 

 

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Il terremoto che ha consegnato a Matteo Salvini le terre di Alcide De Gasperi

            L’ultima scossa sismica in Trentino risale al 17 aprile scorso, per fortuna senza danni. Il terremoto politico è arrivato invece domenica 21 ottobre, nelle urne, con la vittoria leghista che ha chiuso una lunghissima stagione democristiana, comprensiva della coda targata Pd.

            E’ stata una scossa fortissima, che ha coinvolto la limitrofa provincia altoatesina di Bolzano e deve essere stata avvertita metaforicamente anche a Roma, nell’atrio della Basilica di San Lorenzo fuori le mura. Dove riposa  il figlio più celebre e insieme recente della terra trentina: Alcide De Gasperi. Che fu sepolto davanti al Verano, lontanissimo delle sue montagne, in omaggio al ruolo politico svolto a Roma, protagonista di otto governi a cavallo fra la Monarchia e la Repubblica, ma soprattutto per desiderio del Vaticano. Fra le cui mura De Gasperi aveva trovato rifugio negli anni dell’antifascismo e non ne avevano dimenticato poi la riconoscenza, espressa anche con l’impegno personale da lui profuso, come presidente del Consiglio, per la ricostruzione proprio di quella Basilica, danneggiata dai bombardamenti americani del 19 luglio 1943. Fra le cui rovine corse Papa Pacelli in una visita all’intero quartiere romano di San Lorenzo così duramente colpito, con più di 700 morti e 1600 feriti. Mussolini sarebbe caduto meno di una settimana dopo.

             Sarebbe sin troppo facile, quasi banale, immaginare le ossa di De Gasperi rivoltate nella tomba per le novità politiche provenienti dalla sua terra all’insegna della destra sovranista nella quale viene generalmente indentificata la Lega di Matteo Salvini: l’opposto degli ideali e della pratica del leader storico della Dc. Ma va detto con altrettanta onestà che nell’Europa minacciata dal sovranismo leghista, e movimenti affini oltre le Alpi, anche De Gasperi avrebbe avuto oggi difficoltà a riconoscersi, tanto è diventata diversa o lontana dalla concezione solidaristica coltivata da lui in Italia, da Konrad Adenauer nella Germania ancora divisa e da Robert Schuman in Francia.

            Va anche detto che la Lega, a dispetto del disprezzo che ostenta, e che accomuna Umberto Bossi a Salvini, per la storia della cosiddetta prima Repubblica, più che la costola della sinistra immaginata in un suo congresso dall’ospite allora potente Massimo D’Alema, è nata dalla Dc. Ne ha raccolto i voti, i militanti e gli amministratori a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta nel Nord, dove lo scudo crociato trasformato dalla lunga gestione demitiana era diventato indigesto.

            Durante la cosiddetta seconda Repubblica un’azione di contenimento dello smottamento dell’elettorato democristiano verso la Lega è stata efficacemente condotta da Silvio Berlusconi con la sua Forza Italia  e varianti, come fu il Pdl.

            Esaurito per una serie di ragioni il fenomeno politico del berlusconismo, ora ridotto ormai ad una sola cifra elettorale, col Cavaliere che anche sul piano sportivo si  occupa del Monza e non più del Milan, la Lega ha rotto gli argini e ha preso il posto centrale che fu della Dc. E che è paradossalmente minacciato solo dalla sua alleanza temporanea di governo con i grillini, se Salvini non la saprà gestire con la necessaria accortezza: quella che forse Berlusconi, in fondo consapevole del proprio declino, si aspettava quando autorizzò il leader leghista, nella scorsa primavera, a mettere un piede fuori dal centrodestra per fare con i pentastellati il governo del cosiddetto cambiamento. Che al Cavaliere serviva solo per evitare le elezioni anticipate e trasformare il proprio declino in una scomparsa politica ravvicinata.  

 

 

 

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La sinistra barbosa sfottuta da Grillo ha forse bisogno di saltare in braccio a Benigni

Dalla sinistra “antipatica” di Luca Ricolfi, che ne ha scritto e ne scrive con rammarico per i voti che essa ha perso dall’alto della sua presunzione, o senso di superiorità, siamo passati alla sinistra “barbosa” di Beppe Grillo. Che ne ha parlato, di certo senza rammarico, nel comizio-spettacolo con cui ha chiuso al Circo Massimo il raduno annuale di Italia 5 Stelle. Egli ha attribuito alla noia procurata dalla “vecchia” sinistra, anche quando a indossarne i panni sono i giovani della Leopolda riuniti a Firenze dall”ebetino” Matteo Renzi, il segreto del successo travolgente del proprio movimento, cresciuto con l’allegria dei suoi discorsi.

I grillini in effetti si divertono molto agli spettacoli peraltro gratuiti del comico genovese, anche se poi, tornando a casa e andando all’occorrenza alle urne, riescono a tradurre l’allegria in risentimento, odio e quant’altro verso quelli che hanno imparato a scambiare per i nemici quasi personali, sommersi dagli insulti e dalle solite parolacce del loro garante, elevato e quant’altro . Si va dai “gufi” operosi nei giornali, da mangiare giusto per avere poi il gusto di vomitarli , ai “malati di mente” delle agenzie di rating, che aiutano gli speculatori a giocare coi titoli di Stato italiani come se fossero birilli; dai preoccupati dell’effetto Serra, che non sanno quanto sia bello poter fare i bagni a Genova anche fuori stagione, al “maggiordomo” messo dalle correnti del Nazareno alla segreteria del Pd, e ai “bambini violentati dagli anziani”, che crescendo conquistano anche l’Eliseo, con tanto di citazione di Macron. Col quale comunque i conti li fa adesso l’affidabile Salvini. E pazienza se la madre del Matteo padano quella volta non preferì la pillola, come Grillo allegramente le rimproverò al telefonino passatogli dal figlio nel primo, occasionale incontro avuto col leader leghista in un aeroporto. Dove magari un giorno si metterà una targa commemorativa dell’evento inconsapevolmente storico.

L’unica cosa che sembra sfuggita incresciosamente al fondatore del movimento delle 5 stelle sul palco del Circo Massimo è stata la disapprovazione dei troppi poteri che avrebbe il capo dello Stato in Italia. Pertanto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’ex “professorino”, come apparve a Grillo quando glielo presentarono, cresciuto moltissimo nei primi 143 giorni del suo governo, si è affrettato a telefonare a Sergio Mattarella per scusarsi. E il suo vice Di Maio, una vera “macchina da guerra”, l’ha definito Grillo, ha tenuto a certificare che una riforma dell’istituto presidenziale non è -per fortuna, aggiungo io- nel “contratto” del governo gialloverde.

Passata la festa del Circo Massimo e superato in qualche modo anche il pasticcio politico e istituzionale del decreto sull’innominabile condono fiscale, torna di attualità il problema dei problemi di questa incipiente terza Repubblica. Che è quello della praticabilità di una vera opposizione, la cui sostanziale assenza é paradossalmente avvertita e lamentata spesso dallo stesso presidente del Consiglio con battute più o meno riuscite quando parla con i giornalisti e avverte, diversamente dal livore che mostra nei loro riguardi Grillo, che neppure loro hanno una grande voglia di rompergli tanto le scatole.

Viste le difficoltà quasi insormontabili del centrodestra, dove Salvini ha ottenuto dopo le elezioni di marzo dallo stesso Berlusconi la licenza di fare il governo con i grillini per evitare un ricorso anticipato alle urne destinato, come si sta vedendo nelle elezioni locali, a segnare un vantaggio sempre più grande della Lega su Forza Italia, la scommessa di un’alternativa si può giocare per ora solo a sinistra. Ma qui francamente sembra avere ragione Grillo, almeno dal suo punto di vista, a indicarne la barbosità, aggravata da perduranti, anzi crescenti conflittualità interne per una nuova leadership, prima ancora che essa possa prendere corpo davvero.

Viene voglia di chiedersi, paradossalmente ma sino ad un certo punto, anche a costo di inorridire il mio amico e saggio Emanuele Macaluso, se anche la sinistra in questo bailamme politico non abbia bisogno di essere guidata da un comico, visto ciò che Grillo è riuscito a fare nel suo indefinibile campo in una decina d’anni soltanto.

È davvero nel Pd il momento di Nicola Zingaretti, di Marco Minniti, di Matteo Richetti, di Teresa Bellanova o non di Roberto Begnini? O di Maurizio Crozza, che con la sua fantasia nelle elezioni del 2013 contribuì a far perdere a Pier Luigi Bersani la vittoria piena che l’allora segretario del Pd sentiva di avere già in tasca, e a bagnare le polveri pur modeste, sempre a sinistra, del magistrato allora tra i più famosi e temuti d’Italia. Che era Antonio Ingroia, uscito come uno straccio dalle urne dove era entrato come aspirante addirittura a Palazzo Chigi.

Passatevi la mano sulla coscienza, cari Benigni e Crozza, e chiedetevi se non sia il caso di offrirvi alla buona causa della sinistra che piange tra le risate di Grillo.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Quel Beppe Grillo a ruota libera, come il governo dei suoi ragazzi d’altronde…

             E’ curioso che dello spettacolo -più che del comizio- di Beppe Grillo al Circo Massimo di Roma,  a chiusura del raduno nazionale di Italia 5 Stelle, abbia fatto notizia solo o soprattutto l’attacco -è stato detto- al presidente della Repubblica. Che poi non è stato  neppure un attacco, perché in quanto tale avrebbe dovuto riguardare il presidente in carica Sergio Mattarella. Che invece Grillo non ha neppure nominato. E in difesa del quale nella primavera scorsa egli intervenne con una furiosa telefonata a Luigi Di Maio, contestandogli l’opportunità del cosiddetto impeachment appena minacciato dal non ancora vice presidente del Consiglio per la mancata nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. E per la conseguente rinuncia di  Giuseppe Conte alla rinuncia all’incarico di formare il primo governo di questa diciottesima legislatura:  un Conte, peraltro, destinato a sorprendere per primo proprio Grillo. Che ha confessato al suo pubblico di avere avuto allora l’impressione che fosse “un professorino”, niente di più.

            In soli 143 giorni, quanti lo stesso Conte ne aveva contati poco prima sul medesimo palco di Grillo, il presidente del Consiglio è invece politicamente cresciuto tanto da permettersi il proposito di cambiare “il mondo”, e non solo l’Italia, disponendo come vice di “una macchina da guerra come Luigi”. Che aveva appena dato la parola a Grillo chiamandolo “il padre di tutti noi”, ricambiato però con ironia minacciosa: “Solo io -ha avvertito il comico impugnando una mano allusiva di plastica – posso criticarlo perché so tutto della sua vita”.

           Del presidente della Repubblica, per tornare all”’attacco” che ha maggiormente colpito commenti e reazioni,  Grillo ha solo lamentato i “troppi” poteri che gli conferisce la Costituzione: dal comando delle forze armate alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e alla nomina di cinque senatori a vita. Che male c’è a parlarne prescindendo dal presidente in carica?  

           La riforma dell’istituto presidenziale, da cui il governo si è precipitato a prendere le distanze ricordandone l’assenza dal contratto stipulato fra i partiti che lo compongono, è niente rispetto a tutto il resto che ha detto Grillo al suo pubblico col proposito infine dichiarato di farlo “sorridere”, cioè divertire. Come ogni comico, d’altronde, anzi come ogni “buffone”, quale si è autoproclamato Grillo, deve fare col suo spettacolo, alternando concetti e parolacce, o viceversa, data l’abbondanza delle seconde nel nostro caso.

            Schermata 2018-10-22 alle 07.53.32.jpgNell’incitare filosoficamente e simpaticamente i suoi a “non prendersi sul serio”, neppure con i gradi che si sono guadagnati al governo del Paese, e a “godere questo momento magico” della loro vita, Grillo ha esortato meno spiritosamente, e più rovinosamente, a non prendere sul serio neppure gli altri: per esempio, “i malati di mente” delle agenzie di rating, i commissari europei che hanno fatto le pulci ai conti della manovra finanziaria e suonato l’allarme per il debito pubblico. A proposito del quale il comico ha detto che di debiti ve ne sono anche di “immorali”, come quelli -par di capire- ereditati da questo governo; debiti pertanto che sarebbe anche lecito non pagare, come hanno fatto nella storia piccoli e grandi Paesi.

            Anche sulle difficoltà dei rapporti con i leghisti Grillo ha lanciato secchiate di benevola ironia, mostrando di non condividere le preoccupazioni e i moniti che un giorno sì e l’altro pure esprimono in materia il presidente della Camera Roberto Fico e, da oltre Oceano, dove è ancora in minacciosa vacanza, Alessandro Di Battista.

             “Con Salvini non c’è niente di strano”, ha testualmente detto Grillo elogiandone poi l’abitudine che ha dimostrato di “mantenere la parola”, e condividendo la propensione che ha pure lui di farsi condizionare, presumibilmente nella gestione della sicurezza e dell’immigrazione, più che dalla testa, dalla “pancia”. Da cui in fondo l’organismo umano è biologicamente condizionato.  

              Esilarante, poi, è stato il racconto di come Grillo abbia conosciuto Salvini, incontrandolo in un aeroporto mentre il leader leghista era al telefonino con la mamma, per cui gli chiese di parlarle, a testimonianza e dimostrazione dell’evento. E lui, Grillo, la salutò allegramente chiedendole perché mai “quella volta”, quando concepì Matteo, “non avesse preso la pillola”. E tutti naturalmente a ridere, come nei passaggi contro “i corvi schifosi dei giornalisti”, a favore dell’”effetto Serra”, che gli aveva consentito di fare il bagno a mare il giorno prima senza temere la temperatura dell’acqua, e di comprensione per la plastica che ci assedia e sommerge. Prima o dopo arriveranno “i batteri” utili a distruggerla, cari ambientalisti che vi state forse montando la testa dopo il successo elettorale in Baviera, aggiungo io.

              Renzi alla Leopolda.jpg Persino nei riguardi dell’”ebetino” Matteo Renzi, che dalla Leopolda aveva poche ore prima rinnovato  un’offensiva politica, culturale e morale contro il governo gialloverde, Grillo ha trovato qualcosa di sorprendente e in fondo simpatico da  dire, riconoscendogli per esempio il merito di  essere migliore del “maggiordomo” che ora guida il Pd: un partito, ma più in generale una “sinistra morta perché barbosa”. Le manca evidentemente un comico all’altezza di quello che ha fondato il movimento delle 5 Stelle, lo ha portato così rapidamente al governo e ora si gode lo spettacolo dei  “ragazzi” al potere con quel “diminutivo” che gli piace da morire: “grillini”.

            Qualche volta il pedale dell’ironia è stato spinto davvero troppo dal leader dell’Italia a 5 Stelle, anche se il pubblico ha mostrato di gradire ridendo al volo al nome di Macron da lui pronunciato in volata, come tra parentesi, mentre parlava dell’unica piaga che è sembrato impensierirlo: quella dei “bambini violentati da anziani”.

 

 

 

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Il flop di Di Maio al Circo ex Massimo pur dopo la vittoria contro il condono fiscale

             Pur depurato dello scudo penale, dei beni all’estero e di quant’altro di criminale e indecente, presunto o reale, aveva mandato su tutte le furie il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, sino a definirne il testo manipolato e a minacciare una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma, il decreto legge sul condono fiscale appena approvato da un Consiglio dei Ministri appositamente convocato da un insolitamente solerte presidente Giuseppe Conte non è riuscito a scaldare i cuori, o solo a ridurre la diffidenza del pubblico pentastellato radunato al Circo Massimo. Dove Di Maio, Giggino per gli amici, ha voluto correre da Palazzo Chigi, accorciando una conferenza stampa con lo stesso Conte e col vice presidente leghista Matteo Salvimi, per dare il lieto annuncio. E per spiegare di essere riuscito a salvare lo slogan grillino dell’onestà dalle grinfie e dai condizionamenti dell’alleanza col Carroccio.

            Circo Massimo.jpgGià ridotto di suo dal Massimo al Minimo per l’affluenza di pubblico, il Circo romano della quinta edizione della festa Italia 5 Stelle ha riservato al vice presidente del Consiglio in maniche di camicia arrotolate, e occhiaie allargate per le “tre ore di lotta” vissute a Palazzo Chigi, un’accoglienza modesta. Che è diventata ancora più evidente quando il presidente della Camera Roberto Fico – sempre più insofferente verso l’alleanza di governo con i leghisti, e perciò liquidato altrettanto frequentemente da Salvini come un emulo di precedenti guastafeste delle maggioranze di turno avvicendatisi al vertice di Montecitorio, quali Gianfranco Fini a destra e Fausto Bertinotti a sinistra- ha ammonito gridando: “Non dimentichiamo chi eravamo”, al passato dunque.

            E’ come se Fico, già indicato nei soliti retroscena politici come l’uomo che potrebbe riscattare il suo movimento dalla vergogna, o giù di lì, dell’alleanza con i leghisti preparandone un’altra col Pd, già coltivata d’altronde durante le consultazioni del capo dello Stati per la formazione del primo governo di questa diciottesima legislatura, avesse voluto rimpiangere il passato del suo pur giovane partito, salito forse troppo presto al potere.

            Forse è proprio al presidente dissidente della Camera che ha voluto riferirsi il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio prendendo le difese di Di Maio con questo incipit, pur al ribasso, del suo editoriale a commento della vicenda del decreto sul condono fiscale: “Ingenui o sprovveduti, o incompetenti, o raggirati che siano stati, i cinque stelle salvano la faccia in extremis”.

            Sul fronte opposto chi invece non avrebbe salvato né la faccia nè altro sarebbe stato Salvini, pur avendo ottenuto nuove e compensative concessioni dai grillini sul fronte della sicurezza e del contrasto all’immigrazione, tra leggi all’esame delle Camere e il consenso all’invio di altri mezzi e uomini della Polizia sulla frontiera occidentale. Dove la gendarmeria francese ha l’abitudine ormai di scaricare clandestinamente in territorio italiano i clandestini, a loro volta, scoperti dalle sue parti, e non sempre provenienti dall’Italia. Bel campione di europeismo il presidente d’oltr’Alpe Emmanuel  Macron, promosso da Eugenio Scalfari nel fondo domenicale della sua Repubblica di carta come l’uomo più a sinistra, o quasi, rimasto all’opera nel vecchio Continente.

            Rolli.jpgUn Alessandro Sallusti particolarmente  irritato, direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, traducendo in parole ancora più dure la delusione e le preoccupazioni espresse dal Cavaliere nel Trentino, dove si vota a livello amministrativo, ha svillaneggiato Salvini “tradito dall’amante”, cioè da Di Maio, e non dalla “moglie”. Che sarebbe naturalmente Forza Italia, pronta comunque a perdonarlo se dovesse virilmente reagire alle corna di Di Maio tornando a casa, nel centrodestra.  

Il Conte di Palazzo Chigi è sceso dal pero del distacco e dell’ottimismo

            Costretto da quelle che lui stesso definisce “tensioni politiche nella maggioranza” a scendere un po’ dal pero del distacco e dell’ottimismo su cui si era appollaiato, prima di meritarsi l’impietosa vignetta di Emilio Giannelli che lo rappresenta sulla prima pagina del Corriere della Sera minacciato dalle acque sulla poltrona semissomersa di Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio si è deciso a mandare un monito ai partiti di governo. E, più in particolare, pur non nominandoli, ai due vice -il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini- di cui egli è spesso apparso agli osservatori più severi come “il loro sottosegretario”.

            Se si continua di questo passo, fornendo peraltro “pretesti allo spread”, e anche alle agenzie di rating che hanno cominciato con Moody’s a declassare il già ingente debito pubblico , invogliando i mercati a liberarsi dei titoli di Stato italiani e non certo ad acquistarne di nuovi, “si perdono anche i consensi” nelle urne. Che comunque vanno inseguiti non dimenticando “la responsabilità verso il Paese”, ha avvertito Giuseppe Conte in  una intervista rilasciata al Corriere in vista del Consiglio dei Ministri, convocato in tutta fretta allo scopo di chiudere il pasticcio del decreto legge sul condono fiscale, manipolato secondo Di Maio a tal punto da poter finire alla Procura della Repubblica di Roma.  

            Gazzetta.jpgDel testo di quel decreto, nella parte dello scudo penale contestato da Di Maio,  il presidente del Consiglio ha riconosciuto un po’ il carattere quanto meno improvvisato, ricavato da “qualche foglietto” pervenutogli all’ultimo momento sugli accordi precedentemente raggiunti  in sede politica. “Ora -ha annunciato Conte anticipando lo svolgimento della nuova riunione del governo raccomandatagli dietro le quinte anche dal presidente della Repubblica- ristudierò bene ogni articolo, lo inquadrerò politicamente e lo riproporrò ai ministri perché trovino un compromesso”. Murale jpg.jpgChe chiuda l’incidente fra Di Maio e Salvini, scambiatisi a distanza un po’ di insulti: fesso, bugiardo, incompetente e via scudisciandosi. Sono decisamente lontani i giorni del murale di Piazza Capranica, a Roma, dove i due impegnati nelle trattative di governo si baciavano.

            Il “compromesso” dice comunque da solo come sia destinata a chiudersi la vicenda: con una toppa, di cui si valuterà consistenza ed effetti sulla tenuta della maggioranza  solo in seguito, lungo l’accidentato percorso della manovra finanziaria e del bilancio in Parlamento e della rovente campagna elettorale che si può considerare già in corso per il voto europeo della primavera dell’anno prossimo.

            Altre prove quindi aspettano il presidente del Consiglio, fra le ansie anche del suo vecchio amico e maestro Guido Alpa, che contribuì nel 2002 al superamento controverso di un concorso per la cattedra universitaria.

            Nel garantirne la bravura, la diligenza e quant’altro, e nel dolersi che le fatiche di governo gli abbiano fatto perdere “tre chili”, Alpa ha detto che Conte “ha un ruolo difficile: deve mediare”. Ma su uno dei due giornali che hanno pubblicato l’intervista del professore, sul Secolo XIX piuttosto che su Repubblica, sono comparse parole ancora più crude sul compito di Conte: “E’ costretto ad arrampicarsi sugli specchi”.

 

 

 

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La manina del Colle che ha messo un pò in riga Salvini sul Consiglio dei Ministri

Questa volta, di fronte al pasticcio del decreto legge sul condono fiscale, o come altro preferiscono chiamarlo i loro stessi promotori, il presidente della Repubblica si è davvero spazientito, come dicono un po’ eufemisticamente al Quirinale pensando forse a qualcosa di più.

Dopo avere tollerato una certa estensione della già cattiva abitudine dei governi precedenti di varare, anche senza la formula della “riserva”, provvedimenti incompleti, riempiti tecnicamente e politicamente lungo il percorso, pur fisicamente assai breve, tra Palazzo Chigi e il Colle, separati in fondo solo dalla Galleria Alberto Sordi, ex Colonna, e dalla Fontana di Trevi, Mattarella ha puntato i piedi.

E’ sembrata eccessiva al capo dello Stato la pretesa che andava delineandosi di confezionare il decreto sul condono, dopo la inedita minaccia di una sua deviazione addirittura verso la Procura della Repubblica per effetto della presunta manipolazione annunciata  dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, in un vertice gialloverde, l’ennesimo nella pur breve storia del nuovo governo. O, peggio ancora,  in una ricognizione più o meno solitaria, per quanto sicuramente scrupolosa, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Sono pertanto partiti dal Quirinale gli opportuni segnali sulla opportunità, se non necessità, di una convocazione del Consiglio dei Ministri. E le conseguenti disposizioni agli uffici del Colle di interrompere ogni traffico di vecchie e nuove bozze, visti i rischi cui si era purtroppo prestata e ancor più si sarebbe prestata, nelle nuove condizioni create dalla denuncia di Di Maio, la volenterosa opera di consultazione o persuasione morale del presidente della Repubblica, e dei suoi consiglieri.

Altro francamente non avrebbe potuto disporre il capo dello Stato, peraltro fresco di una immersione di studio nella storia dei suoi predecessori, accingendosi a commemorare a Pontedera Giovanni Gronchi nel quarantesimo anniversario della morte, come ha poi fatto in un’atmosfera politica di accresciuto interesse.

Scambiata per una semplice decisione di Conte, o addirittura per una sua impuntatura sotto la spinta dei grillini, interessati a inventarsi chissà cos’altro in vista di un raduno a Roma con la partecipazione di Grillo in persona, il vice presidente leghista Matteo Salvini ha spavaldamente minacciato di disertare Palazzo Chigi per onorare precedenti impegni. E ha lasciato circolare per qualche ora voci su una clamorosa assenza di tutta la delegazione del Carroccio dal Consiglio dei Ministri annunciato dall’estero, essendo ancora Conte impegnato nel vertice europeo a cercare di tranquillizzare i suoi interlocutori sulla manovra finanziaria del governo. Che contemporaneamente veniva strapazzata a Roma dal commissario agli affari economici Pierre Moscovici per la sua “deviazione senza precedenti” dai parametri dei trattati dell’Unione, e dagli impegni assunti non più tardi dello scorso mese di luglio dall’attuale governo, e non solo dai precedenti in date anteriori.

Quando si è reso conto della manina del Quirinale nella convocazione del Consiglio dei Ministri, Salvini ha smesso di eccepire ed ha rimosso ogni ostacolo, pur consapevole del confronto assai scabroso che lo aspetta personalmente con Di Maio, per quanto preceduto di poche ore da un vertice che potrebbe disinnescarlo

Il vice presidente grillino del Consiglio, premuto dalle esigenze interne del proprio movimento, sempre più insofferente dei rapporti con la Lega, si è proposto di togliere a Salvini altri punti, dopo quelli sottrattigli nelle trattative sulla manovra finanziaria. Si tratta questa volta, dopo il ridimensionamento, a dir poco, della cosiddetta tassa piatta, di ridurre proprio all’osso il condono fiscale, sino a rendere inappetenti, senza uno scudo anche penale, i contribuenti ai quali Salvini voleva destinarlo pensando al suo elettorato, di certo, ma anche ai ricavi possibili per l’erario in funzione del finanziamento dei generosi programmi di spesa del governo: dal cosiddetto reddito di cittadinanza, la bandiera delle 5 stelle, allo smontaggio, anzi alla distruzione -la bandiera issata sul Carroccio- della odiata legge Fornero sulle pensioni.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

Mattarella sbotta e Conte è costretto a convocare il Consiglio dei Ministri

              Il decreto fiscale, quello sul condono che non deve però chiamarsi così perché i grillini vi sono allergici, ha subìto una deviazione nel percorso verso la Procura di Roma, su cui l’aveva spinto il vice presidente del Consiglio pentastellato Luigi Di Maio con il clamoroso annuncio televisivo di una denuncia per manipolazione del testo.

            Il provvedimento dai binari giudiziari è tornato su quelli politici per approdare di nuovo in Consiglio dei Ministri, appositamente convocato dall’estero dal presidente Giuseppe Conte per domani, sabato, dopo avere tentato di chiudere la vicenda programmando un vertice gialloverde: l’ennesimo della pur breve storia del governo “del cambiamento” nato a giugno.

            Rolli.jpgIl vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, convinto che il decreto pervenuto in bozza al Quirinale, dove quindi hanno potuto annunciare di non averlo ricevuto nell’unico testo protocollabile nel palazzo, non abbia subìto le manipolazioni estensive denunciate da Di Maio, non ha gradito l’annuncio di Conte. E, dopo avere annunciato per sabato impegni già assunti altrove, sferrando così il pugno o la sberla al professore attribuitagli da Stefano Rolli nella vignetta di prima pagina del Secolo XIX, ha lasciato circolare la voce di una diserzione della seduta del governo da parte di tutti i ministri leghisti.

            A questo punto, con uno scatto di orgoglio istituzionale e personale cui certo non aveva abituato i suoi interlocutori, il professore Conte ha rivendicato le proprie competenze e confermato la convocazione. Ma egli non poteva fare altro dopo essersi impegnato in questa direzione, dietro le quinte del palcoscenico politico, nei contatti fra Quirinale e Governo, col presidente della Repubblica. Che, geloso a sua volta delle prerogative costituzionali di “vigilanza”  appena rivendicate in un discorso a Pontedera in memoria del suo predecessore Giovanni Gronchi, nel quarantesimo anniversario della morte, dev’essere letteralmente sbottato di fronte al maldestro tentativo di coinvolgerlo in un pasticcio a dir poco imbarazzante. Era ormai venuto fuori che a livello di bozze una consultazione fra gli uffici del Quirinale e quelli ministeriali sul testo del condono c’era stata. E ne erano emerse perplessità dei consiglieri di Mattarella, se non contrarietà vere e proprie, sulle dimensioni della sanatoria fiscale, o comunque la si voglia chiamare, sfruttate nelle polemiche politiche dai grillini.

            E’ insomma successo quello che doveva succedere: una rivolta del capo dello Stato contro l’abuso  della prassi delle consultazioni preventive su decreti e disegni di legge che fingono di uscire approvati dalle sedute del Consiglio dei Ministri ma continuano ad essere incerti, con ma anche senza la formula dell’approvazione “con riserva”.

            Comunque vada a finire questa storia mista di fattori politici, istituzionali e persino giudiziari, per l’oggettivamente improvvido annuncio televisivo di Di Maio di volersi rivolgere alla Procura di Roma, il rapporto fra i due partiti di governo è già uscito lacerato.

             Salvini non ha gradito il tentativo di Di Maio non di vincere, com’era già accaduto, ma di stravincere la partita della manovra fiscale, spogliando anche delle foglie che erano rimaste il “condonino” cui era stato ridotto il condono voluto dalla Lega. Cui ben pochi potranno rimanere interessati -e ben poco quindi potrà anche ricavarne l’erario per finanziare le maggiori spese per il cosiddetto reddito di cittadinanza e la ormai ex tassa piatta- se i potenziali beneficiari continueranno a correre rischi penali, anche per riciclaggio. E ciò per non parlare d’altro: per esempio, i conti e gli immobili all’estero.

            Tria e Moscovici.jpgIl caso, davvero sfortunato, ma prevedibile da parte di Di Maio, ha voluto che tutto questo pasticcio scoppiasse a Roma in coincidenza con la visita del commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici. Che prima ha consegnato al ministro dell’Economia Giovanni Tria, e spiegato in una conferenza stampa comune,  la lettera di critiche alla manovra fiscale, pur di ancora incerto contenuto, perché costituirebbe “una deviazione senza precedenti” dai parametri e, più in generale, dagli accordi comunitari, anche da quelli presi da questo stesso governo nello scorso mese di luglio, e poi è andato a riferirne al presidente della Repubblica, al Quirinale.  

             Nel frattempo i mercati finanziari erano diventati per l’Italia una specie di ottovolante e lo spread salito a 327 punti: inevitabile effetto della ulteriore crisi di credibilità di cui aveva dato prova il governo, peggiore sotto certi aspetti persino di una crisi vera e propria, contrassegnata dalle dimissioni del presidente del Consiglio.

 

 

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