La partita un pò troppo truccata in corso tra Roma e Bruxelles

            La rapidità con la quale la Commissione europea ha bocciato i conti del governo gialloverde d’Italia è sospetta quanto il rifiuto preventivo di rivederli, che è tornato a levarsi da Palazzo Chigi e dintorni, pur contraddetto peraltro dalla disponibilità che nelle ore pari della giornata, ma qualche volta anche nelle dispari, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a spiegare, approfondire e sotto sotto, ma molto sotto, anche a trattare, par di capire.

            La partita che si sta giocando fra Bruxelles e Roma comincia ad essere un po’ troppo truccata. E cresce il sospetto che, per quanto zoppicanti, per carità, i numeri italiani della manovra finanziaria e del bilancio del 2019 siano diventati il pretesto per qualcosa di diverso.

            Leghisti e grillini, o viceversa, debbono dimostrare al loro “popolo” -sennò che populisti sarebbero, come si compiacciono di essere definiti?- di volere e poter tenere fede ai loro esosi impegni di spesa per il cosiddetto reddito di cittadinanza e l’anticipo dell’età pensionabile. I signori di Bruxelles debbono dimostrare di non essere né scaduti né in scadenza, anche se in scadenza, a dire il vero, lo sarebbero davvero perché nella prossima primavera sarà eletto il nuovo Parlamento europeo. Ma è anche vero che fra il rinnovo del Parlamento e il rinnovo della Commissione dovrà passare tanto di quel tempo che il commissario uscente degli affari europei, il francese Pierre Moscovici, ha potuto beffardamente prenotarsi per l’esame anche dei conti e del bilancio italiano del 2020.

            Gli unici che hanno armi vere con cui giocare sono i mercati finanziari, su cui tuttavia sono in grado di influire, obiettivamente, più i signori di Bruxelles con i loro voti e le loro bocciature, per non parlare delle agenzie internazionali di rating, che il governo gialloverde di Roma. La cui credibilità è direttamente proporzionale alla loquacità o incontinenza dei suoi protagonisti, attori e quant’altri nei pressi, dietro o sotto le quinte, fra cui il “garante”, l’”elevato” e non so cos’altro del movimento 5 stelle Beppe Grillo.

            Non è un bel quadro. Ma è l’unico che gli elettori hanno appeso il 4 marzo scorso alle pareti italiane.

 

 

 

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