Mattarella sbotta e Conte è costretto a convocare il Consiglio dei Ministri

              Il decreto fiscale, quello sul condono che non deve però chiamarsi così perché i grillini vi sono allergici, ha subìto una deviazione nel percorso verso la Procura di Roma, su cui l’aveva spinto il vice presidente del Consiglio pentastellato Luigi Di Maio con il clamoroso annuncio televisivo di una denuncia per manipolazione del testo.

            Il provvedimento dai binari giudiziari è tornato su quelli politici per approdare di nuovo in Consiglio dei Ministri, appositamente convocato dall’estero dal presidente Giuseppe Conte per domani, sabato, dopo avere tentato di chiudere la vicenda programmando un vertice gialloverde: l’ennesimo della pur breve storia del governo “del cambiamento” nato a giugno.

            Rolli.jpgIl vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, convinto che il decreto pervenuto in bozza al Quirinale, dove quindi hanno potuto annunciare di non averlo ricevuto nell’unico testo protocollabile nel palazzo, non abbia subìto le manipolazioni estensive denunciate da Di Maio, non ha gradito l’annuncio di Conte. E, dopo avere annunciato per sabato impegni già assunti altrove, sferrando così il pugno o la sberla al professore attribuitagli da Stefano Rolli nella vignetta di prima pagina del Secolo XIX, ha lasciato circolare la voce di una diserzione della seduta del governo da parte di tutti i ministri leghisti.

            A questo punto, con uno scatto di orgoglio istituzionale e personale cui certo non aveva abituato i suoi interlocutori, il professore Conte ha rivendicato le proprie competenze e confermato la convocazione. Ma egli non poteva fare altro dopo essersi impegnato in questa direzione, dietro le quinte del palcoscenico politico, nei contatti fra Quirinale e Governo, col presidente della Repubblica. Che, geloso a sua volta delle prerogative costituzionali di “vigilanza”  appena rivendicate in un discorso a Pontedera in memoria del suo predecessore Giovanni Gronchi, nel quarantesimo anniversario della morte, dev’essere letteralmente sbottato di fronte al maldestro tentativo di coinvolgerlo in un pasticcio a dir poco imbarazzante. Era ormai venuto fuori che a livello di bozze una consultazione fra gli uffici del Quirinale e quelli ministeriali sul testo del condono c’era stata. E ne erano emerse perplessità dei consiglieri di Mattarella, se non contrarietà vere e proprie, sulle dimensioni della sanatoria fiscale, o comunque la si voglia chiamare, sfruttate nelle polemiche politiche dai grillini.

            E’ insomma successo quello che doveva succedere: una rivolta del capo dello Stato contro l’abuso  della prassi delle consultazioni preventive su decreti e disegni di legge che fingono di uscire approvati dalle sedute del Consiglio dei Ministri ma continuano ad essere incerti, con ma anche senza la formula dell’approvazione “con riserva”.

            Comunque vada a finire questa storia mista di fattori politici, istituzionali e persino giudiziari, per l’oggettivamente improvvido annuncio televisivo di Di Maio di volersi rivolgere alla Procura di Roma, il rapporto fra i due partiti di governo è già uscito lacerato.

             Salvini non ha gradito il tentativo di Di Maio non di vincere, com’era già accaduto, ma di stravincere la partita della manovra fiscale, spogliando anche delle foglie che erano rimaste il “condonino” cui era stato ridotto il condono voluto dalla Lega. Cui ben pochi potranno rimanere interessati -e ben poco quindi potrà anche ricavarne l’erario per finanziare le maggiori spese per il cosiddetto reddito di cittadinanza e la ormai ex tassa piatta- se i potenziali beneficiari continueranno a correre rischi penali, anche per riciclaggio. E ciò per non parlare d’altro: per esempio, i conti e gli immobili all’estero.

            Tria e Moscovici.jpgIl caso, davvero sfortunato, ma prevedibile da parte di Di Maio, ha voluto che tutto questo pasticcio scoppiasse a Roma in coincidenza con la visita del commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici. Che prima ha consegnato al ministro dell’Economia Giovanni Tria, e spiegato in una conferenza stampa comune,  la lettera di critiche alla manovra fiscale, pur di ancora incerto contenuto, perché costituirebbe “una deviazione senza precedenti” dai parametri e, più in generale, dagli accordi comunitari, anche da quelli presi da questo stesso governo nello scorso mese di luglio, e poi è andato a riferirne al presidente della Repubblica, al Quirinale.  

             Nel frattempo i mercati finanziari erano diventati per l’Italia una specie di ottovolante e lo spread salito a 327 punti: inevitabile effetto della ulteriore crisi di credibilità di cui aveva dato prova il governo, peggiore sotto certi aspetti persino di una crisi vera e propria, contrassegnata dalle dimissioni del presidente del Consiglio.

 

 

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