Brividi di stampa: un monocolore Di Maio come quello Andreotti del 1976

            L’ultima su Luigi Di Maio –sì, proprio lui, il vice presidente uscente della Camera che concorre alle elezioni del 4 marzo non solo come deputato grillino ma anche come presidente del Consiglio, pur se questa carica non è in palio, spettandone la nomina al capo dello Stato- l’ha sparata La Stampa. Egli sarebbe “tentato” –bontà sua, soltanto tentato- dalla formazione di un governo col Pd del pur odiato Matteo Renzi, con i liberi e uguali del presidente uscente e perciò terminale del Senato Pietro Grasso, che quasi contemporaneamente ha definito molto difficile un’intesa con i grillini, e coi gruppi parlamentari che probabilmente riuscirà a formare, raggiungendo la soglia del 3 per cento dei voti, la radicale italiana più famosa nel mondo, anche se l’omonimo partito erede di Marco Pannella ha proclamato contro di lei uno sciopero assai stravagante del voto: Emma Bonino.

           Ma la stessa Bonino, sempre in contemporanea con la tentazione attribuita a Di Maio dalla Stampa, è stata appena rappresentata sia dal Corriere della Sera sia dal Fatto Quotidiano, a dir poco simpatizzante dei grillini, come una carta di riserva di Silvio Berlusconi per un governo delle cosiddette larghe intese tra Forza Italia, Pd e altri volenterosi di centro e pure di sinistra, se una simile combinazione fosse vista da Massimo D’Alema, e fatta ingoiare ai compagni di ventura elettorale, come “il governo del Presidente”. Un governo, cioè, voluto o protetto dal capo dello Stato per scongiurare elezioni anticipate, ed anche per evitare –ha spiegato lo stesso D’Alema- che la sinistra si faccia troppo del male, dopo quello che si è già procurato con la scissione del Pd e con le pratiche rottamatrici di Renzi, sempre nella visione dalemiana delle cose.

          Peccato, a questo punto, dopo lo scoop della Stampa, che il segretario generale della Presidenza della Repubblica, pregato dal capo dello Stato di ricevere lo sgomitante e istituzionalmente incolto Di Maio, che aveva chiesto di salire al Quirinale per portargli la lista dei ministri senza avere neppure ricevuto l’incarico, abbia per ragioni di cortesia e di discrezione già dimenticato i nomi anticipatigli dall’aspirante presidente del Consiglio. Peccato perché, se avesse voglia di ricordarseli e di farceli conoscere, potremmo forse avere la conferma di un progetto di governo monocolore grillino aperto, bontà sua, all’appoggio esterno o all’astensione parlamentare altrui.

            Lo stesso Di Maio, d’altronde, nelle pause lasciategli dall’intensa attività di espulsione dal movimento delle 5 stelle di candidati al Parlamento rivelatisi impresentabili ma ormai irrimediabilmente presentati, e destinati quasi sicuramente all’elezione per approdare nei gruppi misti, ribadisce continuamente il suo proposito di non trattare “posti”, cioè incarichi ministeriali, con nessuno. E di volere lasciare agli altri solo l’onore e l’onere, come preferite, di concorrere alla concessione della fiducia, purtroppo ancora necessaria in entrambi i rami del Parlamento dopo la bocciatura della riforma costituzionale di Renzi, osteggiata nel referendum del 4 dicembre 2016 anche dai grillini, oltre che da Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Pierluigi Bersani, D’Alema, Ciriaco De Mita, magistrati associati e via elencando.

            Qualcuno potrebbe  dare ragione, a questo punto, al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, che in un libro fresco di stampa ha riconosciuto “uno stile un po’ andreottiano” a Di Maio. Nel 1976 al democristianissimo Giulio Andreotti riuscì di fare un governo monocolore democristiano appoggiato esternamente dal Pci di Enrico Berlinguer e molti altri. Ma il regista di quel passaggio eccezionale della politica italiana fu Aldo Moro, di cui sta per ricorrere il quarantesimo anniversario del tragico sequestro da parte delle brigate rosse, con tutto ciò che ne conseguì. Non vorrei che il direttore del Corriere riconoscesse qualcosa di moroteo in Beppe Grillo, o in Davide Casaleggio, o in entrambi.

            E poi ci meravigliamo delle copie che anche i cosiddetti giornaloni perdono nelle edicole.

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