Scalfari paragona Berlusconi a Mussolini, ma di prima maniera…..

            Da qualche settimana Eugenio Scalfari si tiene lontano dalla campagna elettorale nei suoi appuntamenti domenicali con i lettori di Repubblica, in particolare da quando si è scontrato duramente con l’ex editore Carlo De Benedetti, padre dell’attuale editore Marco e presidente onorario della società da cui inutilmente il direttore del quotidiano, Mario Calabresi, lo ha invitato a dimettersi per togliere tutti dall’imbarazzo.

           Eppure sul piano delle preferenze elettorali Scalfari e De Benedetti senior si sono lasciati annunciando entrambi di votare per il Pd di Matteo Renzi. Ed entrambi escludendo di poter preferire per disperazione Silvio Berlusconi ai grillini, come invece Scalfari si era lasciato scappare in televisione rispondendo ad una domanda tanto paradossale quanto galeotta del conduttore di turno.

            Quasi per liberarsi definitivamente delle polemiche seguite a quel suo endorsement per l’uomo di Arcore, dopo decenni di scontri durissimi, Scalfari ha usato un’altra tribuna mediatica a sua disposizione –una rubrica sull’Espresso, settimanale che di domenica viene venduto insieme con Repubblica– per paragonare Silvio Berlusconi a Benito Mussolini. Che non è proprio un complimento, specie con l’antifascismo di ritorno che si vive in Italia sull’onda dei fatti di Macerata, e non solo.

             Ma, come per mitigare il colpo all’ex presidente del Consiglio, il vecchio Scalfari ha voluto dividere Mussolini in due parti: quello dal 1911 al 1921 e quello dal 1922 in poi, cioè dell’arrivo al governo e della tragica scalata alla dittatura. E’ il Mussolini, quest’ultimo, per il quale Scalfari in gioventù ebbe qualche debolezza, come tanti altri suoi coetanei, d’altronde.

          Al primo Mussolini l’uomo di Arcore assomiglierebbe, secondo Scalfari, per capacità di cambiare umori e alleanze politiche, cioè per una certa disinvoltura abituale in politica, da non confondere con tentazioni e pratiche autoritarie. Un Mussolini, allora, si dovrebbe dedurre accettabile, non completamente indigesto, come l’uomo che adesso gli assomiglierebbe. Ma a questo punto, pur con tutto il rispetto che merita il fondatore di Repubblica, non foss’altro per la sua veneranda età ingiustamente dileggiata da Carlo De Benedetti nelle scorse settimane, credo che sia lecito chiedersi quale sia il gioco politico e culturale che egli sta conducendo. Sempre che ve ne sia uno, naturalmente.         

La solitudine degli elettori, senza più Baglioni, e neppure il Carnevale….

            Ora che si è concluso il diversivo, chiamiamolo così, del festival sanremese di Claudio Baglioni, vero vincitore del concorso canoro, e siamo a soli due giorni dalla fine pure del Carnevale, salvo il privilegio dei fedeli di rito ambrosiano, che potranno goderselo sino a sabato 17 febbraio, agli italiani resta solo lo spettacolo della campagna elettorale per il voto del 4 marzo. Che servirà a rinnovare le Camere, e basta, non ad eleggere il nuovo governo, a cominciare dal presidente del Consiglio, come per 24 anni si è lasciato credere scambiando per maggioritario un sistema elettorale che non è mai stato tale, ma al massimo un misto di proporzionale e maggioritario. E tanto meno si eleggerà una nuova maggioranza, lasciando al capo dello Stato solo il compito di scegliere all’interno di questa l’uomo adatto ad essere nominato presidente del Consiglio.

            La legge elettorale in vigore, nota col nome latinizzato del capogruppo uscente del Pd alla Camera, Ettore Rosato, è stata in fondo concepita apposta perché nessuno, sia da solo, come nel caso del movimento grillino delle 5 stelle, sia in coalizione, come gli altri, esca dalle urne disponendo della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Che è necessaria sulla carta, prevedendo il pieno delle assemblee parlamentari, per garantire la fiducia di entrambe le Camere al governo, anche se poi, di volta in volta, quando il governo deve o può essere sottoposto alla prova appunto della fiducia, basterebbe a concedergliela la maggioranza dei presenti e votanti. Pertanto qualcuno potrebbe dall’opposizione condizionare l’esito della votazione di fiducia col gioco delle assenze. Ma un governo che nascesse con la pretesa di vivere in questo modo, cioè scommettendo sull’aiuto saltuario di qualche pezzo dell’opposizione, sarebbe di fatto un governo di minoranza. Così sarebbe stato quello tentato nel 2013 dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, puntando sulla benevolenza dei grillini. Ma l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non lo permise, negando a Bersani la nomina.

            Analogo rifiuto è prevedibile da parte del successore di Napolitano, cioè Sergio Mattarella, se a parti rovesciate fossero i grillini a reclamare l’operazione contando sulla maggiore consistenza dei propri gruppi parlamentari rispetto all’ex partito di Bersani, il Pd, o al nuovo. Che è quello dei Liberi e Uguali col braccialetto di Pietro Grasso al polso, quanto meno diviso sulla prospettiva di un soccorso al movimento dei 5 stelle. O anche rispetto ai leghisti, dove qualche pulsione a favore dei grillini si avverte di tanto in tanto, per quanto Matteo Salvini partecipi alle elezioni in coalizione con Silvio Berlusconi, che non è candidabile ma ha proposto i candidati della sua Forza Italia come gli antagonisti principali dei pentastellati.

            Già descritta la situazione in questi termini, che sono quelli reali, viene un po’ il capogiro, com’è accaduto l’altro ieri ad una giornalista della BBC, che mi chiedeva, sfiduciata, come avrebbe potuto raccontare e spiegare al pubblico inglese un simile scenario politico. Nel quale non sarebbe neppure azzardato immaginare Berlusconi che di giorno guida la coalizione di centrodestra, ne minimizza i contrasti interni e ne annuncia una vittoria certa, anche in termini di maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, e di notte prega la Madonna di evitargli l’avventura di governare, sia pure per interposta persona a Palazzo Chigi, in perenne trattativa con un alleato come Salvini, essendogli più facile, e forse anche più gradito, accordarsi invece con l’altro Matteo. Che è naturalmente Renzi.

            La solitudine o lo sconcerto degli elettori italiani, e non solo del pubblico inglese, di fronte a questi problemi è comprensibile. Spero che non abbia ragione il mio vecchio amico Rino Formica -diventato un inguaribile pessimista dopo avere dovuto rimpiangere anche gli anni dei “nani e ballerine” che lui denunciava tra le fila del suo partito socialista al governo- a prevedere che le alte percentuali d’ascolto del festival di Sanremo appena concluso finiscano per coincidere il 4 marzo con quelle degli astenuti dal voto.

           

Blog su WordPress.com.

Su ↑