L’avventura di Emma Bonino, la Madre Calcutta laica della politica italiana

            L’embargo dei sondaggi imposto da una legge che, come tutte quelle dettate dal proibizionismo, ne favorisce solo il traffico clandestino, sta facendo un altro torto ingiusto a Emma Bonino, dopo quello riservatole da amici e compagni del partito radicale trasnazionale eccetera eccetera. Che le hanno dato prima ancora che cominciasse ufficialmente la campagna elettorale della traditrice, abusiva ed altro per avere deciso di candidarsi al voto del 4 marzo, da cui invece avrebbe dovuto tenersi lontana perché così avevano deciso di fare i presunti o più legittimati eredi di Marco Pannella. Dai quali si è levata, per ritorsione contro la ribelle, una specie di interdizione alle urne. Questo è il loro appello all’astensionismo.

            Per fortuna fra i radicali, con o senza tessera, grazie proprio all’eredità di Pannella è più forte la libertà, anche a costo di essere scambiata per indisciplina o addirittura incoerenza, che la paura delle polemiche. Pertanto la Bonino e i pochi che l’hanno seguita candidandosi alle elezioni sono rimasti fermi nel loro impegno. E a Radioradicale l’ascoltatissimo Massimo Bordin, con quella sua voce inconfondibile, ha continuato a trattare la Bonino come una persona di famiglia politica nella storica rassegna quotidiana di Stampa e regime, la cui prima parte è riservata appunto ai radicali e alle loro battaglie.

            Testarda com’è, benedetta donna, resa ancora più determinata dalla vittoriosa lotta personale in corso contro il cancro, Emma non si è lasciata fermare o intimidire neppure quando la necessità di sottrarsi alle regole iugulatorie in vigore contro chi partecipa alle elezioni politiche senza avere alle spalle un gruppo parlamentare uscente, ha accettato una specie di ospitalità concessale dal democristianissimo Bruno Tabacci. Che così ha sottratto la  lista boniniana +Europa alla trappola della raccolta delle firme nei troppo pochi giorni a disposizione.

            Con uguale ostinazione questa specie di Madre di Calcutta laica della politica italiana  ha scelto l’apparentamento o coalizione col Pd di Matteo Renzi, senza stare lì a perdersi nei risentimenti che pure avrebbe potuto ancora nutrire per il modo, al solito poco garbato, con cui lo stesso Renzi, una volta succeduto a Palazzo Chigi ad Enrico Letta, la sostituì quattro anni fa al vertice del Ministero degli Esteri con la meno esperta e nota Federica Mogherini: una funzionaria di partito promossa dalla mattina alla sera alla testa della diplomazia italiana.

            Peraltro Renzi confermando quella volta la Bonino alla Farnesina, sfruttandone –ripeto- la competenza e la notorietà meritatesi in tanti anni di impegno politico anche internazionale, avrebbe forse potuto attenuare, se non evitare, il peggioramento dei propri rapporti personali con Massimo D’Alema. Che ministro degli Esteri era già stato e sarebbe tornato volentieri a fare, magari solo per il tempo necessario a trasferirsi come commissario europeo a Bruxelles.  Dove invece Renzi aveva già pensato di mandare proprio la Mogherini. Ah, benedetto giovanotto toscano.

            Collocatasi in una coalizione di centrosinistra che solo la superficialità politica del presidente uscente e perciò terminale del Senato, Pietro Grasso, può scambiare con altri compagni per una imitazione del centrodestra, la Bonino non ha dovuto parlare e muoversi più di tanto per convogliare verso di sé i consensi che via via Renzi ha perso in questa campagna elettorale con uscite a dir poco estemporanee. La più clamorosa delle quali è stata l’assimilazione del grillino Luigi Di Maio al sempre da lui demonizzato Bettino Craxi: un errore aggravato dall’ordine dato al portavoce di scusarsi con chiunque avesse potuto ritenersi offeso dal paragone. Quindi, anche con Di Maio, che non aveva gradito ritenendo pure lui il compianto leader socialista non all’altezza –sentite, sentite- della onestà di marca grillina.

            Da portatrice gratuita, o quasi, d’acqua come l’aveva forse immaginata valutandola al di sotto del tre per cento dei voti, Renzi si sta accorgendo che la Bonino superando quella soglia potrà togliergli voti e seggi parlamentari nella quota proporzionale, complicandogli un po’ la vita sia come segretario del partito sia come leader della coalizione. E ciò a vantaggio del già crescente Paolo Gentiloni. Ma è un gioco al quale l’ex presidente del Consiglio deve stare, volente o nolente. Non ne ha altri di ricambio, né per piccole né per grandi intese di governo nella nuova legislatura, che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha alcuna voglia di soffocare nella culla.  

Il pozzo senza fine di una informazione tradita

            C’è qualcosa di peggio della politica farlocca e volgare, che condisce di falsi e insulti una campagna elettorale, e di una magistratura ad orologeria, che si muove in coincidenza con le scadenze dei partiti e dei governi, finendo per condizionarli. E’ l’informazione che scimmiotta l’una o l’altra, o entrambe nello stesso tempo, in una gara in cui essa ha però tutto da perdere e nulla ormai da guadagnare, visto che a rianimare i giornali nelle edicole non basta più, come una volta, sparare petardi e neppure bombe di carta.

            Un petardo, per esempio, è quello che ha appena acceso, fra gli altri, il direttore del giornale di famiglia di Silvio Berlusconi cercando di amplificare  con un editoriale le bordate delle opposizioni a corto di argomenti contro una mancia elettorale attribuita al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Cha ha deciso di elevare –sentite di quanto- da 6.713 a 8000 euro l’anno la soglia di reddito entro cui contenere il diritto degli ultrasettantacinquenni all’esenzione dal canone Rai.

            Che il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio spari un petardo del genere in prima pagina, sopra la testata, per schizzare non so neppure che cosa sull’abito e sulla faccia di un presidente del Consiglio forse colpevole solo di essere in testa al gradimento popolare, pur appartenendo al Pd dell’odiatissimo Matteo Renzi, si può pure capire con un po’ di buona volontà. Ma che gli vada dietro il giornale di famiglia di un ex presidente del Consiglio che non lascia trascorrere giorno senza promettere agli elettori riduzioni fiscali, dentiere, assistenza agli animali domestici e quant’altro, mi sembra francamente troppo.

         Eccessiva trovo anche quell’imprecazione, nel titolo di un salace commento di Vittorio Feltri su Libero, contro un Romano Prodi che non si decide a “crepare”, pur al pari di Berlusconi, che ha qualche anno in più ma che il giornale simpatizzante dProdi.jpgella destra sopporta naturalmente più volentieri. E quali sarebbero le colpe di Prodi per meritarsi quello che per le strade di Roma sarebbe il grido a morire ammazzato? Una è quella di avere annunciato il suo voto a favore se non proprio di Renzi, della sua coalizione preferendo, in particolare, la lista in cui si sono candidati Insieme, come dice il suo nome, socialisti, verdi e l’amico Giulio Santagata.  L’altra colpa di Prodi, sparata su tutta la prima pagina di Libero, sarebbe quella di coltivare – chissà se per sé o per qualcun altro- il progetto un governo di larghe intese a sinistra fra il Pd, i Liberi e Uguali di Pietro Grasso, Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani eccetera e –udite, udite- il movimento delle 5 Stelle.

            Si dà però il caso che di una simile maionese non si  sia colta traccia nel dibattito politico, contrassegnato invece dalla gara fra Renzi e Berlusconi a chi le spara più grosse contro i grillini, dal fastidio di D’Alema per un Prodi che non ne azzeccherebbe una e dal disprezzo dei pentastellati per chiunque non appartenga alla loro specie politica.

           Ma lo spettacolo che da anziano giornalista mi sta facendo interrogare di più sulle condizioni cui si è ridotta quella che, poveretto, mi ostino a ritenere una professione riguarda l’ultimo “scandalo”, come è stato già chiamato, targato De Luca in Campania. Dove un pregiudicato di camorra si è messo al servizio di una testata giornalistica internettiana –da internet- per mettere alla prova di onestà o di corruzione, come preferite, un po’ di persone alle prese con ipotetici affari, cioè malaffari, da ecoballe. E chi è finito in questa pesca giornalistica allo strascico, inevitabilmente arrivata di risulta, negli uffici della Procura di competenza, a quindici giorni dalle elezioni politiche? Roberto De Luca, figlio del governatore della Campania Vincenzo e assessore, ora dimissionario, al bilancio del Comune di Salerno, nonché fratello di Piero, candidato alla Camera nelle liste del Pd. Vi è finita De Luca.jpginsomma la famiglia De Luca, già colpevole di suo di esistere e di avere la pretesa di fare politica, diciamo così, in contemporanea, senza aspettare che uno muoia per lasciare il posto all’altro.

            Vincenzo De Luca non si è naturalmente lasciata scappare l’occasione per reagire a suo modo, superando in comicità involontaria il suo imitatore Maurizio Crozza. E agli avversari sarà più facile deriderne l’eloquio e la mimica che confutarne gli argomenti, in uno spettacolo che durerà per il tempo necessario a chi l’ha organizzato. Sino al 4 marzo, giorno delle elezioni.

            Non so –ripeto, da giornalista- se provare più pena o vergogna.

L’esplorazione della matrioska elettorale a 14 giorni dal voto del 4 marzo

            Ormai non è solo una campagna elettorale quella che è appena entrata nella penultima settimana. Ancora una domenica di Quaresima, la seconda, e poi arriverà quella, sempre quaresimale, delle urne per eleggere il Parlamento della diciottesima legislatura della Repubblica italiana. La Pasqua, come si sa, arriverà col pesce di aprile, a Camere nuove già insediate venerdì 23 marzo.

            Più che una campagna elettorale, questa in corso è diventata una matrioska. Nella bambola più grande del centrodestra, in base agli ultimi sondaggi lecitamente diffusi, competitrice più diretta del solitario movimento delle 5 stelle, ci sono bambole via via meno grandi, o più piccole.

            D’altronde solo con una buona dose di ingenuità si può prendere per una unica bambola quella del centrodestra, al cui interno c’è la lotta senza quartiere tra un Silvio Berlusconi in doppiopetto europeo, deciso a non fare sorpassare la sua Forza Italia dalla Lega non più del Nord di un  Matteo Salvini in felpa, che sale e scende dalla ruspa di ordinanza. E se la ride sotto i baffi dei punti di vantaggio che vantano al pallottoliere di Arcore perché, a conti fatti, con la legge elettorale in vigore, a più voti non è per niente detto che corrispondano più parlamentari.

            L’accordo fra Berlusconi e Salvini è che chi prende più suffragi, fra i loro due partiti, ha il diritto di proporre al capo dello Stato il destinatario dell’incarico di presidente del Consiglio, nell’ipotesi però improbabile del conseguimento, da parte del centrodestra, della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, o di qualcosa che le si avvicini di molto. Ma chi potrebbe impedire a Salvini di rivendicare l’autocandidatura se a risultare più numerosi fossero i gruppi parlamentari leghisti per la più felice o fortunata collocazione dei collegi uninominali strappati agli alleati fra le inutili, e come sempre sommesse, proteste dell’onnipresente e pur defilato Gianni Letta?  E chi potrebbe impedire a Salvini, sempre lui, di fare blocco con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni per aumentare il proprio potere contrattuale, magari contando sulla predilezione di Sergio Mattarella, già professore universitario di diritto parlamentare, per i numeri della Camera e del Senato rispetto a quelli dei partiti ? Una volta, d’altronde, erano i gruppi di Montecitorio e di Palazzo Madama gli interlocutori esclusivi del Quirinale, dove i segretari dei partiti furono ammessi alle consultazioni per la formazione dei governi solo in un secondo momento. Proprio per non restarne escluso, il segretario del Pci Palmiro Togliatti ad ogni insediamento delle Camere la prima cosa di cui si preoccupava era di farsi eleggere capogruppo dai compagni di Montecitorio. La segreteria del partito non gli bastava per tenere la situazione sotto controllo.

            Nella matrioska dell’altra coalizione, quella formata dal Pd di Matteo Renzi, dalla lista +Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci, dalla simil-Margherita di Pierferdinando Casini e Beatrice Lorenzin, in ordine alfabetico, e dall’Insieme dei socialverdi ulivisti di Riccardo Nencini, Angelo Bonelli e Giulio Santagata, le cose si sono un po’ ingarbugliate negli ultimi giorni.

            La possibilità che le due liste apparentate non si limitino a portare voti al Pd, restando al di sotto di certe soglie, ma ne raccolgano tanti da costituire propri gruppi parlamentari a scapito di quelli del partito maggiore, mette Renzi in difficoltà. E che questo avvenga per iniziativa di un leader come Romano Prodi, che annuncia pubblicamente il suo voto favorevole ad una delle liste collegate al Pd, quella dei socialverdi ulivisti, in un incontro pubblico dove elogia il ruolo e la figura del presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, moltiplica il disagio di Renzi. In particolare, ne indebolisce la leadership e traduce di fatto da tattica a strategica la staffetta con Gentiloni da lui stesso voluta nel dicembre del 2016, dopo la sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale.

            Gli apprezzamenti guadagnatisi dal presidente del Consiglio uscente anche al di fuori della coalizione di centrosinistra, in particolare quelli di Berlusconi, rafforza la candidatura di Gentiloni anche per governi di intese più larghe, e di varia denominazione nel vocabolario politico: emergenza, solidarietà nazionale, di scopo, eccetera.

            Qualcosa va detta anche sulla matrioska dei Liberi e Uguali di Pietro Grasso. Dove è intanto cresciuto il ruolo della presidente uscente e volitiva della Camera Laura Boldrini rispetto al presidente uscente e sempre sorridente del Senato. In più, il solito Massimo D’Alema, pago dei danni già procurati al rottamatore Renzi con la scissione, dopo avere contribuito a sconfiggerlo nel referendum sulla riforma costituzionale, si è di fatto già prenotato a svolgere un ruolo nella formazione di un cosiddetto governo del Presidente. Che sarebbe destinato a nascere per impulso del capo dello Stato di fronte a un risultato elettorale neutro e potrebbe consentire ai fratelli coltelli della sinistra di “non farsi troppo del male”: parole dello stesso D’Alema.

            Della matrioska dei grillini, infine, al netto della sicurezza che essi ostentano di uscire dalle urne come il partito più votato, nonostante le difficoltà incontrate con l’esplosione della cosiddetta Rimborsopoli, le crepe avvertite con le espulsioni già preannunciate fra i parlamentari eventualmente eletti potrebbero trasformarsi in crolli se all’inizio della nuova legislatura, con l’insediamento delle Camere, prioritario rispetto ad ogni altro appuntamento,  il candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio si trovasse di fronte alla sorpresa di una promozione alla presidenza dell’assemblea di Montecitorio. Che per via dei voti presi dal suo partito potrebbe spettargli, suo malgrado, più dell’incarico di presidente del Consiglio da lui preferito e reclamato. Ma che gli è precluso dalla mancanza di alleati capaci di garantire al governo, di cui il giovanotto campano avrebbe già pronta la lista,  la fiducia ancora richiesta dalla Costituzione  più bella del mondo tanto alla Camera quanto al Senato.

            Un Di Maio presidente a Montecitorio, immaginato perfidamente nei piani alti di certi palazzi della politica, obbligherebbe il movimento delle 5 stelle a muoversi in una logica istituzionale che gli è estranea. E potrebbe farlo anche esplodere come fenomeno partitico, ancor più di quanto non sia stato lesionato con la storia dei mancati versamenti degli infedeli al fondo per le piccole e medie imprese, o col seme di una nuova leadership furbescamente messo a dimora col passo indietro, o di lato, compiuto da Alessandro Di Battista. Che, decisamente più popolare di Di Maio non ha voluto sprecare il secondo e ultimo mandato parlamentare consentito ai pentastellati dalle loro curiose regole interne. Curiose, perché dieci anni di esperienza parlamentare, salvo scioglimenti anticipati delle Camere, bastano a stento a formare non un professionista, come dicono sprezzantemente dalle parti di Davide Casaleggio, ma un competente della politica.

 

 

 

 

Pubblicato da News List di Mario Sechi

                                              

Il buon viso di Renzi al gioco scomodo di Gentiloni e Prodi

            Se ci fosse un Oscar per il migliore titolo di giornale, il Manifesto se lo meriterebbe ogni anno, a dispetto della sua diffusione nelle edicole, e delle ricorrenti difficoltà economiche che hanno più volte portato il quotidiano orgogliosamente comunista sull’orlo della chiusura. Che non è stata invece risparmiata all’Unità, la testata storica del comunismo italiano, da una cui costola il Manifesto nacque quasi 50 anni fa con la radiazione di un bel gruppo di dissidenti dal Pci di Luigi Longo, e di Enrico Berlinguer vice segretario già destinato a succedergli.

            Quell’Approdati stampato in prima pagina sulla foto di Paolo Gentiloni e di Romano Prodi insieme a Bologna, dove il presidente del Consiglio è stato praticamente incoronato suo erede dallo sfortunato predecessore, disarcionato due volte da Palazzo Chigi a distanza di dieci anni l’una dall’altra e infine pugnalato alle spalle nella corsa del 2013 al Quirinale, riflette alla perfezione lo stato dei rapporti in quel che resta della coalizione di centrosinistra e, soprattutto, nel Pd. Il cui segretario Matteo Renzi deve fare il classico buon viso all’altrettanto classico cattivo gioco, per lui, dei suoi alleati. Costoro -da Emma Bonino ai centristi di Pierferdinando Casini e ai socialverdi ulivisti che Prodi preferirà nelle urne- potranno forse aiutare il giovane toscano a uscire non dico indenne ma quasi dalle urne, ferito e non ucciso, senza tuttavia volere o poterlo aiutare a scalare di nuovo la guida del governo, se davvero gli è rimasta la voglia di una simile avventura, come ogni tanto lascia credere qualche  sua parola o espressione facciale.

            Spinto da Prodi con più convinzione, e non ostacolato, o non ostacolabile, da un Renzi in oggettivo affanno, aggravato da errori che potrebbe risparmiarsi se fosse un pochettino più attento e prudente, senza dover ricorrere al portavoce per correggere, precisare e quant’altro, spesso aumentando la confusione anziché ridurla, Paolo Gentiloni è ormai lanciato verso la conferma a Palazzo Chigi per una qualche riedizione di vecchie formule come le larghe intese, la solidarietà nazionale, l’emergenza, il governo di scopo, il governo del Presidente, inteso come governo ispirato e protetto dal capo dello Stato in momenti di  particolare difficoltà per il Paese.

            L’insistenza con la quale il candidato grillino Luigi Di Maio va dicendo che senza di lui, e un suo incarico a scatola praticamente chiusa da parte di Sergio Mattarella, non vi potrà essere dopo le elezioni alcun governo, appartiene non so se più alla propaganda elettorale o alla ignoranza costituzionale. Che sarebbe, anzi è ancora più grave della congiuntivite di cui soffre il vice presidente uscente della Camera da quando il costituzionalista Paolo Armaroli gliel’ha diagnosticata vedendolo alle prese con la lingua italiana.

            Se poi nel programma del governo prossimo venturo, non so con quale formula precisa definibile fra quelle già ricordate, Gentiloni dovesse riuscire a mettere anche la revisione della legge elettorale appena suggerita dal suo sponsor, cioè Prodi, in un editoriale scritto per Il Messaggero, la prossima potrebbe rivelarsi una legislatura per niente breve. Potrebbe essere la legislatura di Bertoldo, come l’ho già chiamata altrove osservando che difficilmente gli onorevoli senatori e deputati, in una trasversalità di calcoli e paure, riusciranno a fare diversamente dall’astuto personaggio seicentesco che non riusciva mai a trovare l’albero reclamato per lasciarvisi impiccare. Una nuova legge elettorale, si sa, arriva solo quando si è deciso o ci si è rassegnati a votare di nuovo.

Benvenuti allo spettacolo politico ed elettorale d’Italia ’18

           Sergio Staino ha rappresentato come meglio non si poteva, nella sua vignetta sul Dubbio di Piero Sansonetti, il quadro delle attrazioni elettorali in vista del voto del 4 marzo: i liberi e uguali di Pietro Grasso che vorrebbero togliere voti al Pd dell’odiatissimo Matteo Renzi; quest’ultimo che vorrebbe compensare le perdite a sinistra togliendo voti a un Silvio Berlusconi che gli ha appena riconosciuto il merito di essersi liberato di buona parte dei comunisti ereditati all’arrivo al Nazareno; il Berlusconi che ha allestito il suo centrodestra ponendosi però come primo obiettivo di togliere voti all’alleato Matteo Salvini, o comunque di raccoglierne più di lui per non finire ai suoi ordini; il Salvini, infine, che spera di prendere voti ai grillini, specie ora che la loro vantata diversità sta facendo la stessa fine, con la storia della cosiddetta Rimborsopoli, della diversità vantata a suo tempo dai comunisti di Enrico Berlinguer. Che per finanziare il loro costosissimo partito non potevano limitarsi a vendere le salsicce alle feste dell’Unità, e neppure la trippa alla Bettino: una delle pietanze più allegramente servite alle mense in quei raduni, dove la fine di Craxi era in cima agli obiettivi del Pci.

            Nell’immaginare i voti di Berlusconi attratti da Renzi per evitarne un indebolimento troppo forte, e magari preclusivo di un’intesa dopo le elezioni fra i due per conservare Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi, Staino deve avere pensato al notissimo e insospettabile Giuliano Ferrara. Che ha appena scritto sul suo Foglio un articolo pieno di elogi per Berlusconi, di cui nel 1994 fu ministro per i rapporti col Parlamento, e di consigli agli altri di premiarne la “genialità” col voto. Ma agli “altri”, appunto, avendo già Ferrara destinato pubblicamente il proprio voto a Renzi, da lui sempre più considerato il “royal baby”, l’erede politico insomma dell’uomo di Arcore.

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            A giustificazione della sua preferenza elettorale per Renzi l’ex ministro e tante altre cose del geniale Berlusconi ha portato la circostanza della perdurante incandidabilità del presidente di Forza Italia. Di cui evidentemente Ferrara, ad occhio e croce, non sembra condividere neppure i nomi in circolazione come suoi designati a farne le veci a Palazzo Chigi, se il centrodestra dovesse riuscire a vincere davvero le elezioni, conseguendo pure la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. E se Forza Italia dovesse conservare il vantaggio sulla Lega, all’interno della coalizione, attribuitole dagli ultimi sondaggi che è stato possibile pubblicare, prima che scattasse il divieto di diffonderne altri: diffonderne solo, però, non eseguire, per cui ci aspetta sino al 4 marzo anche una specie di mercato nero delle rilevazioni delle cosiddette intenzioni di voto.           

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Intanto un via libera a intese di emergenza dopo le elezioni fra Berlusconi e Renzi, a dispetto delle indisponibilità da entrambi dichiarate per ragioni di facciata, è stato dato in funzione antigrillina dal direttore del Giornale di famiglia dello stesso Berlusconi, Alessandro Sallusti. Che ha paragonato questa evenienza addirittura all’alleanza, nell’ultima guerra mondiale, fra americani e russi per sconfiggere il nazifascismo.

            Ora che anche Sallusti è d’accordo, possono forse tirare un sospiro di sollievo anche al Quirinale, dove avevano cominciato ad impensierirsi per la fretta attribuita a Berlusconi -in un’altra delle sue geniali piroette, direbbe Giuliano Ferrara-  di ripetere le elezioni in autunno, o giù di lì: il tempo per farsi e lasciar fare i bagni e magari anche per ottenere dalla giustizia europea quella candidabilità che non permette adesso al fondatore del Foglio di votare per il suo ex presidente del Consiglio e editore. O per ottenere dalla giustizia italiana la riabilitazione che i legali di Berlusconi ritengono di poter chiedere anche a breve.

            Sto sempre scrivendo, vi assicuro, delle vicende politiche ed elettorali italiane, non di uno spettacolo teatrale.

             

E’ Quaresima, ma la campagna elettorale non se n’è accorta…

            Dal Carnevale si è passati alla Quaresima ma la campagna elettorale è rimasta la stessa: più spensierata che riflessiva, più finta che reale, più comica che seria. E sulla nuova legislatura, la diciottesima, si allunga l’ombra della morte già prima che sia stata partorita dalle urne.

            Poteva essere, la diciottesima, la legislatura di Bertoldo, destinata a durare sino a quando gli onorevoli deputati e senatori non avessero trovato l’albero al quale impiccarsi con l’approvazione di una nuova legge elettorale, che di solito serve per mandare poi la gente alle urne, non per tenerla lontana. E Bertoldo, si sa, non riusciva mai a trovare l’albero adatto alla sua impiccagione, come aveva reclamato e ottenuto di scegliere, una volta condannato a morte. Ma prima il ministro dell’Interno Carlo Minniti, credo col consenso del segretario del suo partito Matteo Renzi, in una conversazione con Eugenio Scalfari al Viminale e poi Silvio Berlusconi nelle sue ultime interviste hanno detto che la legge elettorale potrà benissimo restare quella che è.

           Ciò significa che alla prima crisi del governo che in qualche modo, con le spinte di Sergio Mattarella dal Quirinale, si formerà dopo le elezioni del 4 marzo, magari solo per rimpastare quello attuale guidato da Paolo Gentiloni, il capo dello Stato potrebbe trovarsi costretto a sciogliere le Camere, senza più ragioni o pretesti per tenerle ancora in vita con le formule del Gabinetto del Presidente, di solidarietà nazionale, di scopo e quant’altro. E pazienza se la legge elettorale in vigore, per quanto preferibile per questioni di principio ad una scritta o ritagliata dalla Corte Costituzionale anziché approvata dal Parlamento, sembra studiata paradossalmente apposta per non far vincere nessuno. O per far vincere tutti contemporaneamente: ciascuno leggendo a modo suo i risultati.

           Accadeva così, in verità, anche ai tempi del sistema proporzionale della cosiddetta prima Repubblica. Che però disponeva –vivaddio-  di partiti e di leader solidi del tutto mancanti a questa seconda Repubblica, se la si può ancora chiamare così. E non è invece finita senza neppure gli onori di un funerale, sostituita perciò  da una terza destinata ad essere addirittura peggiore, visto che la prospettiva di un risultato neutro delle elezioni piace anche a chi per copione di spettacolo canta già vittoria e alimenta il toto-ministri del governo prossimo venturo.

Il processo Cappato alla Consulta è uno schiaffo meritatissimo alla politica

            Per una volta –doveva capitare anche questo- mi trovo d’accordo col Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che in un titolo sopra la testata, in prima pagina, ha definito “inetta” la politica che si è meritata quello che definirei lo schiaffo della Corte d’Assise di Milano. Dove i giudici, peraltro in linea con la pubblica accusa, si sono rifiutati di condannare il radicale Marco Cappato per l’aiuto al suicidio assistito, nella vicina Svizzera, di Fabrizio Antonioni, noto come dj Fabio. Ed hanno sollevato davanti alla Corte Costituzionale la cosiddetta questione di legittimità sul vecchissimo articolo 580 del codice penale. Che considera reati sia l’istigazione sia l’aiuto al suicidio, punendoli allo stesso modo.

          E’ stato uno schiaffo alla politica, e naturalmente al Parlamento, che non ha saputo e voluto sciogliere questo nodo perdendosi, al solito, in mille tentativi di aggirarlo, non so se più furbescamente o ipocritamente, con espedienti più o meno altisonanti. L’ultimo dei quali è stato chiamato “testamento biologico”  ma, già insufficiente di suo, rischia di rivelarsi di troppo difficile applicazione.

            Altro che vitalizi, residue immunità, rimborsi e altre nequizie attribuite ai parlamentari dagli specialisti del qualunquismo e della demagogia. Le vere colpe della politica e del Parlamento che l’esprime in prima e diretta istanza consistono nei ritardi con i quali affrontano e non riescono neppure a risolvere i problemi veri della gente comune, non dei soliti potenti e benestanti che sanno come uscirne da soli: trovando, nel nostro caso, l’amico medico pietoso o l’onerosa assistenza all’estero, se sono dei disperati costretti dalla cattiva sorte a vivere in una insopportabile, disumana prigione, com’era accaduto al povero dj Fabo, e a tanti altri prima di lui.

            Il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, che pure ogni tanto riesce a sorprendere piacevolmente, come quando ha aperto le sue pagine, pur soltanto interne, ad un vignettista come Sergio Staino, facendo rischiare l’infarto, o qualcosa del genere, al vigilante monsignore Nunzio Galantino, ha dedicato alla decisione del tribunale di Milano un titolo di apertura di una perfidia giornalistica da vecchi tempi. Che spero, da cattolico praticante, abbia fatto sobbalzare sulla sedia anche Papa Francesco.

            Quell’”aiuto mortale” gridato sulla prima pagina di Avvenire è stato rimproverato sia all’imputato del processo congelato con la decisione di ricorrere alla Corte Costituzionale, sia come monito, preventivo e un pò anche intimidatorio, ai giudici della cosiddetta Consulta. Dai quali all’Avvenire temono, diciamo così, che possa arrivare un verdetto favorevole a Cappato e a tutti gli altri che si dovessero trovare in futuro nelle condizioni di aiutare uno sfortunato a morire con la dignità, se permettono i colleghi di Avvenire, di un cristiano.

Un aiuto a Giuseppe Turani a capire l’autolesionismo di Matteo Renzi

         Giuseppe Turani, giornalista di lunghissimo e degnissimo corso, si è chiesto sui suoi Uomini & Bìusiness.it, ripreso da ItaliaOggi, perché Matteo Renzi sia tanto odiato in un paese troppo pieno e condizionato da lobby per apprezzare, come invece meriterebbe, un giovane volenteroso di cambiare e di decidere, senza stare a perdere tempo con trattative politiche spesso più sommerse che trasparenti.

         E’ chiara, già in questa impostazione del problema e del personaggio, la simpatia di Turani per il segretario del Pd. E quindi anche il suo disappunto per i tanti, troppi nemici all’opera contro di lui, a sinistra, a destra e in cielo, visto che neppure fra le cinque stelle di Beppe Grillo egli gode di buoni sentimenti. La disistima d’altronde è ricambiata perché l’ex presidente toscano del Consiglio compete solo con Silvio Berlusconi nel considerare i grillini come la peste politica di questo secolo in Italia: peggiori dei comunisti, dice ripetutamente l’uomo di Arcore. Che di comunisti ne ha continuato a vedere tantissimi, da noi e in tutto il resto del mondo, anche dopo la loro sconfitta storica sotto le macerie del muro di Berlino.

         Credo che Turani abbia scritto il suo elogio di Renzi prima di sentirlo nel salotto televisivo di Lilli Gruber, o poi di leggerne sui giornali per quell’invettiva contro Bettino Craxi, a più di 18 anni dalla morte, per la sua dimestichezza con i “mariuoli” di Tangentopoli. Che sarebbero simili a quelli di Rimborsopoli, come si chiama il fenomeno dei grillini che inneggiano all’onestà dopo avere fatto la cresta, o qualcosa del genere, sugli aiuti obbligatisi a versare alle piccole e medie imprese.  

        Un uomo che riesce a paragonare Bettino Craxi, col suo passato a Palazzo Chigi, a Luigi Di Maio, il candidato grillino a Palazzo Chigi, e che poi affida al suo portavoce “scuse” interpretabili anche a favore del vice presidente pentastellato della Camera, è al di sotto di ogni aspettativa: politica, culturale ed anche umana, dopo la fine fatta fare a Craxi dai nemici che o sono gli stessi che ha oggi Renzi, o ne sono i successori.

        Renzi è alla fine anche un autolesionista, perché rimandando al rogo Craxi brucia anche quell’area di socialismo riformista, cioè di socialdemocrazia, che avrebbe potuto aiutarlo in questa campagna elettorale in cui si sta giocando quel che gli resta dopo la sconfitta referendaria della sua riforma costituzionale.

        In politica, si sa, non è obbligatorio essere beneducati. A volte anzi la maleducazione può essere utile, come fu a Renzi in occasione del brusco pensionamento  del pur giovane Enrico Letta, da lui considerato peraltro, in una famosa intercettazione telefonica con un generale della Guardia di Finanza, più adatto a fare il presidente della Repubblica, se ne avesse avuto i requisiti anagrafici allora mancanti, che il presidente del Consiglio. Ma l’autolesionismo no, non è una cosa che un politico si possa permettere senza perdere la scommessa della sua vita.  

Renzi si frattura la testa inseguendo i grillini in campagna elettorale

            Matteo Renzi, benedett’uomo, ne ha fatto un’altra delle sue, direbbe –poi vi spiegherò perché- il buon Giorgio Napolitano, che già gli tirò le orecchie durante la campagna referendaria sulla riforma costituzionale. Allora egli cercò inutilmente di trattenerlo sulla strada di una esasperata personalizzazione dello scontro politico, che lo avrebbe portato alla cocente sconfitta del 4 dicembre 2016.

            Nella foga di inseguire i grillini per denunciarne le distanze fra ciò che dicono e ciò che fanno, fra l’onestà vantata e la disonestà praticata dai loro parlamentari procurando un ammanco di un milione e mezzo di euro, sino ad ora, nei fondi destinati dal loro partito alle piccole e medie imprese, il segretario del Pd ha paragonato l’imberbe e imbarazzato candidato delle 5 stelle a Palazzo Chigi Luigi Di Maio a Bettino Craxi. Che nel 1992 in un comizio elettorale a Milano fronteggiò lo scandalo incipiente di Tangentopoli dando del “mariuolo” al compagno di partito Mario Chiesa, arrestato il 17 febbraio in flagranza di reato, mentre percepiva una tangente, appunto, dall’impresa addetta alle pulizie dell’Istituto Trivulzio. Di cui l’esponente del Psi milanese era presidente.

            Craxi diede del mariuolo a Chiesa perché convinto ch’egli trattenesse per sé una parte dei fondi che raccoglieva illegalmente per finanziare il partito: illegalmente, come avveniva allora in tutte le formazioni politiche, ad eccezione dei radicali di Marco Pannella. Ma non in tutti i partiti chi raccoglieva fondi illegalmente aveva l’abitudine di trattenerne per sé una parte.

            Renzi, nato l’11 gennaio 1975, aveva un anno e mezzo quando Bettino Craxi ereditò da Francesco De Martino la guida di un partito socialista arrivato al minimo storico dei voti dopo avere subordinato le sue scelte politiche all’assenso del maggiore partito della sinistra, che era il Pci. Egli ne raccolse l’eredità col proposito, pienamente realizzato, di restituirgli autonomia e suffragi, sino a riportarlo al governo in alleanza con la Dc e gli altri partiti laici, nonostante l’opposizione del Pci, e ad assumerne la guida.

            Quando Craxi si insediò a Palazzo Chigi per rimanervi per quasi quattro anni consecutivi, riducendo l’inflazione da due a una cifra per difendere il valore dei salari, e dimostrando in politica estera un patriottismo, per esempio a Sigonella, riconosciutogli persino dagli avversari comunisti, allora ostili all’alleanza atlantica, Renzi aveva solo otto anni e mezzo: dodici quando il leader socialista concluse la sua esperienza di presidente del Consiglio.

             A 43 anni, poverino, il segretario del Pd  ha studiato così poco la storia del suo paese, oltre che del partito di provenienza della sua famiglia, la Dc, da avere avuto la dabbenaggine di paragonare un leader come Craxi a Luigi Di Maio: una cosa che dovrebbe farlo arrossire di vergogna sino alla morte.

            Quando Craxi diede del mariuolo a Mario Chiesa, l’attuale segretario del Pd aveva 17 anni. Ma ne aveva qualcuno in più, e quindi in grado di capire meglio, quando si svolse compiutamente l’azione giudiziaria contro l’ormai ex segretario socialista, costretto a rifugiarsi nella sua casa estiva di Hammamet per sfuggire ad una magistratura prevenuta contro di lui. Tanto prevenuta, da non permettergli alla fine del 1999, come ha rivelato di recente l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, di rientrare libero in Italia non per vivere ma –a quel punto- solo per spirare di lì a poco.

            Dieci anni dopo la morte di Craxi in terra tunisina l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano –e qui capirete la citazione che ne ho fatto all’inizio- sentì il dovere di scrivere e diffondere una lettera alla vedova per ricordare le benemerenze politiche del marito e lamentare “la durezza senza pari” riservatagli dai magistrati italiani. E –aggiungo io- dal sistema mediatico e politico schiacciato sulle toghe.

            Non so se e quando Renzi si accorgerà davvero dell’enormità abominevole commessa, sotto molti aspetti, paragonando Craxi a Di Maio. E dell’autorete compiuta politicamente, con questo richiamo, per inseguire i grillini sul terreno del giustizialismo, pensando di danneggiarli con la miserevole e miserabile storia degli ammanchi nei fondi destinati alle piccole e medie imprese. So però che il segretario del Pd, se non cercherà di mettere una pezza allo sbrego un pò più visibile, ragionata e credibile delle “scuse” affidate al portavoce nei riguardi di chi può essersi sentito “offeso”, quindi anche Di Maio,  perderà sul versante di una sinistra riformista e garantista, che ricorda Craxi come un perseguitato e non un malfattore, più voti di quanti lui, poverino, avrà pensato di farne perdere ai grillini.  

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio del 14 febbraio 2018           

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