Il processo Cappato alla Consulta è uno schiaffo meritatissimo alla politica

            Per una volta –doveva capitare anche questo- mi trovo d’accordo col Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che in un titolo sopra la testata, in prima pagina, ha definito “inetta” la politica che si è meritata quello che definirei lo schiaffo della Corte d’Assise di Milano. Dove i giudici, peraltro in linea con la pubblica accusa, si sono rifiutati di condannare il radicale Marco Cappato per l’aiuto al suicidio assistito, nella vicina Svizzera, di Fabrizio Antonioni, noto come dj Fabio. Ed hanno sollevato davanti alla Corte Costituzionale la cosiddetta questione di legittimità sul vecchissimo articolo 580 del codice penale. Che considera reati sia l’istigazione sia l’aiuto al suicidio, punendoli allo stesso modo.

          E’ stato uno schiaffo alla politica, e naturalmente al Parlamento, che non ha saputo e voluto sciogliere questo nodo perdendosi, al solito, in mille tentativi di aggirarlo, non so se più furbescamente o ipocritamente, con espedienti più o meno altisonanti. L’ultimo dei quali è stato chiamato “testamento biologico”  ma, già insufficiente di suo, rischia di rivelarsi di troppo difficile applicazione.

            Altro che vitalizi, residue immunità, rimborsi e altre nequizie attribuite ai parlamentari dagli specialisti del qualunquismo e della demagogia. Le vere colpe della politica e del Parlamento che l’esprime in prima e diretta istanza consistono nei ritardi con i quali affrontano e non riescono neppure a risolvere i problemi veri della gente comune, non dei soliti potenti e benestanti che sanno come uscirne da soli: trovando, nel nostro caso, l’amico medico pietoso o l’onerosa assistenza all’estero, se sono dei disperati costretti dalla cattiva sorte a vivere in una insopportabile, disumana prigione, com’era accaduto al povero dj Fabo, e a tanti altri prima di lui.

            Il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, che pure ogni tanto riesce a sorprendere piacevolmente, come quando ha aperto le sue pagine, pur soltanto interne, ad un vignettista come Sergio Staino, facendo rischiare l’infarto, o qualcosa del genere, al vigilante monsignore Nunzio Galantino, ha dedicato alla decisione del tribunale di Milano un titolo di apertura di una perfidia giornalistica da vecchi tempi. Che spero, da cattolico praticante, abbia fatto sobbalzare sulla sedia anche Papa Francesco.

            Quell’”aiuto mortale” gridato sulla prima pagina di Avvenire è stato rimproverato sia all’imputato del processo congelato con la decisione di ricorrere alla Corte Costituzionale, sia come monito, preventivo e un pò anche intimidatorio, ai giudici della cosiddetta Consulta. Dai quali all’Avvenire temono, diciamo così, che possa arrivare un verdetto favorevole a Cappato e a tutti gli altri che si dovessero trovare in futuro nelle condizioni di aiutare uno sfortunato a morire con la dignità, se permettono i colleghi di Avvenire, di un cristiano.

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