Un aiuto a Giuseppe Turani a capire l’autolesionismo di Matteo Renzi

         Giuseppe Turani, giornalista di lunghissimo e degnissimo corso, si è chiesto sui suoi Uomini & Bìusiness.it, ripreso da ItaliaOggi, perché Matteo Renzi sia tanto odiato in un paese troppo pieno e condizionato da lobby per apprezzare, come invece meriterebbe, un giovane volenteroso di cambiare e di decidere, senza stare a perdere tempo con trattative politiche spesso più sommerse che trasparenti.

         E’ chiara, già in questa impostazione del problema e del personaggio, la simpatia di Turani per il segretario del Pd. E quindi anche il suo disappunto per i tanti, troppi nemici all’opera contro di lui, a sinistra, a destra e in cielo, visto che neppure fra le cinque stelle di Beppe Grillo egli gode di buoni sentimenti. La disistima d’altronde è ricambiata perché l’ex presidente toscano del Consiglio compete solo con Silvio Berlusconi nel considerare i grillini come la peste politica di questo secolo in Italia: peggiori dei comunisti, dice ripetutamente l’uomo di Arcore. Che di comunisti ne ha continuato a vedere tantissimi, da noi e in tutto il resto del mondo, anche dopo la loro sconfitta storica sotto le macerie del muro di Berlino.

         Credo che Turani abbia scritto il suo elogio di Renzi prima di sentirlo nel salotto televisivo di Lilli Gruber, o poi di leggerne sui giornali per quell’invettiva contro Bettino Craxi, a più di 18 anni dalla morte, per la sua dimestichezza con i “mariuoli” di Tangentopoli. Che sarebbero simili a quelli di Rimborsopoli, come si chiama il fenomeno dei grillini che inneggiano all’onestà dopo avere fatto la cresta, o qualcosa del genere, sugli aiuti obbligatisi a versare alle piccole e medie imprese.  

        Un uomo che riesce a paragonare Bettino Craxi, col suo passato a Palazzo Chigi, a Luigi Di Maio, il candidato grillino a Palazzo Chigi, e che poi affida al suo portavoce “scuse” interpretabili anche a favore del vice presidente pentastellato della Camera, è al di sotto di ogni aspettativa: politica, culturale ed anche umana, dopo la fine fatta fare a Craxi dai nemici che o sono gli stessi che ha oggi Renzi, o ne sono i successori.

        Renzi è alla fine anche un autolesionista, perché rimandando al rogo Craxi brucia anche quell’area di socialismo riformista, cioè di socialdemocrazia, che avrebbe potuto aiutarlo in questa campagna elettorale in cui si sta giocando quel che gli resta dopo la sconfitta referendaria della sua riforma costituzionale.

        In politica, si sa, non è obbligatorio essere beneducati. A volte anzi la maleducazione può essere utile, come fu a Renzi in occasione del brusco pensionamento  del pur giovane Enrico Letta, da lui considerato peraltro, in una famosa intercettazione telefonica con un generale della Guardia di Finanza, più adatto a fare il presidente della Repubblica, se ne avesse avuto i requisiti anagrafici allora mancanti, che il presidente del Consiglio. Ma l’autolesionismo no, non è una cosa che un politico si possa permettere senza perdere la scommessa della sua vita.  

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