L’esplorazione della matrioska elettorale a 14 giorni dal voto del 4 marzo

            Ormai non è solo una campagna elettorale quella che è appena entrata nella penultima settimana. Ancora una domenica di Quaresima, la seconda, e poi arriverà quella, sempre quaresimale, delle urne per eleggere il Parlamento della diciottesima legislatura della Repubblica italiana. La Pasqua, come si sa, arriverà col pesce di aprile, a Camere nuove già insediate venerdì 23 marzo.

            Più che una campagna elettorale, questa in corso è diventata una matrioska. Nella bambola più grande del centrodestra, in base agli ultimi sondaggi lecitamente diffusi, competitrice più diretta del solitario movimento delle 5 stelle, ci sono bambole via via meno grandi, o più piccole.

            D’altronde solo con una buona dose di ingenuità si può prendere per una unica bambola quella del centrodestra, al cui interno c’è la lotta senza quartiere tra un Silvio Berlusconi in doppiopetto europeo, deciso a non fare sorpassare la sua Forza Italia dalla Lega non più del Nord di un  Matteo Salvini in felpa, che sale e scende dalla ruspa di ordinanza. E se la ride sotto i baffi dei punti di vantaggio che vantano al pallottoliere di Arcore perché, a conti fatti, con la legge elettorale in vigore, a più voti non è per niente detto che corrispondano più parlamentari.

            L’accordo fra Berlusconi e Salvini è che chi prende più suffragi, fra i loro due partiti, ha il diritto di proporre al capo dello Stato il destinatario dell’incarico di presidente del Consiglio, nell’ipotesi però improbabile del conseguimento, da parte del centrodestra, della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, o di qualcosa che le si avvicini di molto. Ma chi potrebbe impedire a Salvini di rivendicare l’autocandidatura se a risultare più numerosi fossero i gruppi parlamentari leghisti per la più felice o fortunata collocazione dei collegi uninominali strappati agli alleati fra le inutili, e come sempre sommesse, proteste dell’onnipresente e pur defilato Gianni Letta?  E chi potrebbe impedire a Salvini, sempre lui, di fare blocco con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni per aumentare il proprio potere contrattuale, magari contando sulla predilezione di Sergio Mattarella, già professore universitario di diritto parlamentare, per i numeri della Camera e del Senato rispetto a quelli dei partiti ? Una volta, d’altronde, erano i gruppi di Montecitorio e di Palazzo Madama gli interlocutori esclusivi del Quirinale, dove i segretari dei partiti furono ammessi alle consultazioni per la formazione dei governi solo in un secondo momento. Proprio per non restarne escluso, il segretario del Pci Palmiro Togliatti ad ogni insediamento delle Camere la prima cosa di cui si preoccupava era di farsi eleggere capogruppo dai compagni di Montecitorio. La segreteria del partito non gli bastava per tenere la situazione sotto controllo.

            Nella matrioska dell’altra coalizione, quella formata dal Pd di Matteo Renzi, dalla lista +Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci, dalla simil-Margherita di Pierferdinando Casini e Beatrice Lorenzin, in ordine alfabetico, e dall’Insieme dei socialverdi ulivisti di Riccardo Nencini, Angelo Bonelli e Giulio Santagata, le cose si sono un po’ ingarbugliate negli ultimi giorni.

            La possibilità che le due liste apparentate non si limitino a portare voti al Pd, restando al di sotto di certe soglie, ma ne raccolgano tanti da costituire propri gruppi parlamentari a scapito di quelli del partito maggiore, mette Renzi in difficoltà. E che questo avvenga per iniziativa di un leader come Romano Prodi, che annuncia pubblicamente il suo voto favorevole ad una delle liste collegate al Pd, quella dei socialverdi ulivisti, in un incontro pubblico dove elogia il ruolo e la figura del presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, moltiplica il disagio di Renzi. In particolare, ne indebolisce la leadership e traduce di fatto da tattica a strategica la staffetta con Gentiloni da lui stesso voluta nel dicembre del 2016, dopo la sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale.

            Gli apprezzamenti guadagnatisi dal presidente del Consiglio uscente anche al di fuori della coalizione di centrosinistra, in particolare quelli di Berlusconi, rafforza la candidatura di Gentiloni anche per governi di intese più larghe, e di varia denominazione nel vocabolario politico: emergenza, solidarietà nazionale, di scopo, eccetera.

            Qualcosa va detta anche sulla matrioska dei Liberi e Uguali di Pietro Grasso. Dove è intanto cresciuto il ruolo della presidente uscente e volitiva della Camera Laura Boldrini rispetto al presidente uscente e sempre sorridente del Senato. In più, il solito Massimo D’Alema, pago dei danni già procurati al rottamatore Renzi con la scissione, dopo avere contribuito a sconfiggerlo nel referendum sulla riforma costituzionale, si è di fatto già prenotato a svolgere un ruolo nella formazione di un cosiddetto governo del Presidente. Che sarebbe destinato a nascere per impulso del capo dello Stato di fronte a un risultato elettorale neutro e potrebbe consentire ai fratelli coltelli della sinistra di “non farsi troppo del male”: parole dello stesso D’Alema.

            Della matrioska dei grillini, infine, al netto della sicurezza che essi ostentano di uscire dalle urne come il partito più votato, nonostante le difficoltà incontrate con l’esplosione della cosiddetta Rimborsopoli, le crepe avvertite con le espulsioni già preannunciate fra i parlamentari eventualmente eletti potrebbero trasformarsi in crolli se all’inizio della nuova legislatura, con l’insediamento delle Camere, prioritario rispetto ad ogni altro appuntamento,  il candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio si trovasse di fronte alla sorpresa di una promozione alla presidenza dell’assemblea di Montecitorio. Che per via dei voti presi dal suo partito potrebbe spettargli, suo malgrado, più dell’incarico di presidente del Consiglio da lui preferito e reclamato. Ma che gli è precluso dalla mancanza di alleati capaci di garantire al governo, di cui il giovanotto campano avrebbe già pronta la lista,  la fiducia ancora richiesta dalla Costituzione  più bella del mondo tanto alla Camera quanto al Senato.

            Un Di Maio presidente a Montecitorio, immaginato perfidamente nei piani alti di certi palazzi della politica, obbligherebbe il movimento delle 5 stelle a muoversi in una logica istituzionale che gli è estranea. E potrebbe farlo anche esplodere come fenomeno partitico, ancor più di quanto non sia stato lesionato con la storia dei mancati versamenti degli infedeli al fondo per le piccole e medie imprese, o col seme di una nuova leadership furbescamente messo a dimora col passo indietro, o di lato, compiuto da Alessandro Di Battista. Che, decisamente più popolare di Di Maio non ha voluto sprecare il secondo e ultimo mandato parlamentare consentito ai pentastellati dalle loro curiose regole interne. Curiose, perché dieci anni di esperienza parlamentare, salvo scioglimenti anticipati delle Camere, bastano a stento a formare non un professionista, come dicono sprezzantemente dalle parti di Davide Casaleggio, ma un competente della politica.

 

 

 

 

Pubblicato da News List di Mario Sechi

                                              

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