Il buon viso di Renzi al gioco scomodo di Gentiloni e Prodi

            Se ci fosse un Oscar per il migliore titolo di giornale, il Manifesto se lo meriterebbe ogni anno, a dispetto della sua diffusione nelle edicole, e delle ricorrenti difficoltà economiche che hanno più volte portato il quotidiano orgogliosamente comunista sull’orlo della chiusura. Che non è stata invece risparmiata all’Unità, la testata storica del comunismo italiano, da una cui costola il Manifesto nacque quasi 50 anni fa con la radiazione di un bel gruppo di dissidenti dal Pci di Luigi Longo, e di Enrico Berlinguer vice segretario già destinato a succedergli.

            Quell’Approdati stampato in prima pagina sulla foto di Paolo Gentiloni e di Romano Prodi insieme a Bologna, dove il presidente del Consiglio è stato praticamente incoronato suo erede dallo sfortunato predecessore, disarcionato due volte da Palazzo Chigi a distanza di dieci anni l’una dall’altra e infine pugnalato alle spalle nella corsa del 2013 al Quirinale, riflette alla perfezione lo stato dei rapporti in quel che resta della coalizione di centrosinistra e, soprattutto, nel Pd. Il cui segretario Matteo Renzi deve fare il classico buon viso all’altrettanto classico cattivo gioco, per lui, dei suoi alleati. Costoro -da Emma Bonino ai centristi di Pierferdinando Casini e ai socialverdi ulivisti che Prodi preferirà nelle urne- potranno forse aiutare il giovane toscano a uscire non dico indenne ma quasi dalle urne, ferito e non ucciso, senza tuttavia volere o poterlo aiutare a scalare di nuovo la guida del governo, se davvero gli è rimasta la voglia di una simile avventura, come ogni tanto lascia credere qualche  sua parola o espressione facciale.

            Spinto da Prodi con più convinzione, e non ostacolato, o non ostacolabile, da un Renzi in oggettivo affanno, aggravato da errori che potrebbe risparmiarsi se fosse un pochettino più attento e prudente, senza dover ricorrere al portavoce per correggere, precisare e quant’altro, spesso aumentando la confusione anziché ridurla, Paolo Gentiloni è ormai lanciato verso la conferma a Palazzo Chigi per una qualche riedizione di vecchie formule come le larghe intese, la solidarietà nazionale, l’emergenza, il governo di scopo, il governo del Presidente, inteso come governo ispirato e protetto dal capo dello Stato in momenti di  particolare difficoltà per il Paese.

            L’insistenza con la quale il candidato grillino Luigi Di Maio va dicendo che senza di lui, e un suo incarico a scatola praticamente chiusa da parte di Sergio Mattarella, non vi potrà essere dopo le elezioni alcun governo, appartiene non so se più alla propaganda elettorale o alla ignoranza costituzionale. Che sarebbe, anzi è ancora più grave della congiuntivite di cui soffre il vice presidente uscente della Camera da quando il costituzionalista Paolo Armaroli gliel’ha diagnosticata vedendolo alle prese con la lingua italiana.

            Se poi nel programma del governo prossimo venturo, non so con quale formula precisa definibile fra quelle già ricordate, Gentiloni dovesse riuscire a mettere anche la revisione della legge elettorale appena suggerita dal suo sponsor, cioè Prodi, in un editoriale scritto per Il Messaggero, la prossima potrebbe rivelarsi una legislatura per niente breve. Potrebbe essere la legislatura di Bertoldo, come l’ho già chiamata altrove osservando che difficilmente gli onorevoli senatori e deputati, in una trasversalità di calcoli e paure, riusciranno a fare diversamente dall’astuto personaggio seicentesco che non riusciva mai a trovare l’albero reclamato per lasciarvisi impiccare. Una nuova legge elettorale, si sa, arriva solo quando si è deciso o ci si è rassegnati a votare di nuovo.

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