Il pozzo senza fine di una informazione tradita

            C’è qualcosa di peggio della politica farlocca e volgare, che condisce di falsi e insulti una campagna elettorale, e di una magistratura ad orologeria, che si muove in coincidenza con le scadenze dei partiti e dei governi, finendo per condizionarli. E’ l’informazione che scimmiotta l’una o l’altra, o entrambe nello stesso tempo, in una gara in cui essa ha però tutto da perdere e nulla ormai da guadagnare, visto che a rianimare i giornali nelle edicole non basta più, come una volta, sparare petardi e neppure bombe di carta.

            Un petardo, per esempio, è quello che ha appena acceso, fra gli altri, il direttore del giornale di famiglia di Silvio Berlusconi cercando di amplificare  con un editoriale le bordate delle opposizioni a corto di argomenti contro una mancia elettorale attribuita al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Cha ha deciso di elevare –sentite di quanto- da 6.713 a 8000 euro l’anno la soglia di reddito entro cui contenere il diritto degli ultrasettantacinquenni all’esenzione dal canone Rai.

            Che il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio spari un petardo del genere in prima pagina, sopra la testata, per schizzare non so neppure che cosa sull’abito e sulla faccia di un presidente del Consiglio forse colpevole solo di essere in testa al gradimento popolare, pur appartenendo al Pd dell’odiatissimo Matteo Renzi, si può pure capire con un po’ di buona volontà. Ma che gli vada dietro il giornale di famiglia di un ex presidente del Consiglio che non lascia trascorrere giorno senza promettere agli elettori riduzioni fiscali, dentiere, assistenza agli animali domestici e quant’altro, mi sembra francamente troppo.

         Eccessiva trovo anche quell’imprecazione, nel titolo di un salace commento di Vittorio Feltri su Libero, contro un Romano Prodi che non si decide a “crepare”, pur al pari di Berlusconi, che ha qualche anno in più ma che il giornale simpatizzante dProdi.jpgella destra sopporta naturalmente più volentieri. E quali sarebbero le colpe di Prodi per meritarsi quello che per le strade di Roma sarebbe il grido a morire ammazzato? Una è quella di avere annunciato il suo voto a favore se non proprio di Renzi, della sua coalizione preferendo, in particolare, la lista in cui si sono candidati Insieme, come dice il suo nome, socialisti, verdi e l’amico Giulio Santagata.  L’altra colpa di Prodi, sparata su tutta la prima pagina di Libero, sarebbe quella di coltivare – chissà se per sé o per qualcun altro- il progetto un governo di larghe intese a sinistra fra il Pd, i Liberi e Uguali di Pietro Grasso, Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani eccetera e –udite, udite- il movimento delle 5 Stelle.

            Si dà però il caso che di una simile maionese non si  sia colta traccia nel dibattito politico, contrassegnato invece dalla gara fra Renzi e Berlusconi a chi le spara più grosse contro i grillini, dal fastidio di D’Alema per un Prodi che non ne azzeccherebbe una e dal disprezzo dei pentastellati per chiunque non appartenga alla loro specie politica.

           Ma lo spettacolo che da anziano giornalista mi sta facendo interrogare di più sulle condizioni cui si è ridotta quella che, poveretto, mi ostino a ritenere una professione riguarda l’ultimo “scandalo”, come è stato già chiamato, targato De Luca in Campania. Dove un pregiudicato di camorra si è messo al servizio di una testata giornalistica internettiana –da internet- per mettere alla prova di onestà o di corruzione, come preferite, un po’ di persone alle prese con ipotetici affari, cioè malaffari, da ecoballe. E chi è finito in questa pesca giornalistica allo strascico, inevitabilmente arrivata di risulta, negli uffici della Procura di competenza, a quindici giorni dalle elezioni politiche? Roberto De Luca, figlio del governatore della Campania Vincenzo e assessore, ora dimissionario, al bilancio del Comune di Salerno, nonché fratello di Piero, candidato alla Camera nelle liste del Pd. Vi è finita De Luca.jpginsomma la famiglia De Luca, già colpevole di suo di esistere e di avere la pretesa di fare politica, diciamo così, in contemporanea, senza aspettare che uno muoia per lasciare il posto all’altro.

            Vincenzo De Luca non si è naturalmente lasciata scappare l’occasione per reagire a suo modo, superando in comicità involontaria il suo imitatore Maurizio Crozza. E agli avversari sarà più facile deriderne l’eloquio e la mimica che confutarne gli argomenti, in uno spettacolo che durerà per il tempo necessario a chi l’ha organizzato. Sino al 4 marzo, giorno delle elezioni.

            Non so –ripeto, da giornalista- se provare più pena o vergogna.

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