La Boldrini inorridisce all’idea di Di Maio presidente della Camera, al suo posto

            Dev’essere arrivata anche a Laura Boldrini, presidente uscente e perciò terminale della Camera, visto che siamo ormai a meno di un mese dall’insediamento della nuova che sarà eletta il 4 marzo, la voce di un possibile arrivo del grillino Luigi Di Maio al suo posto, se davvero il movimento delle 5 stelle risulterà il più votato dagli italiani.

            “Ma non voleva fare il presidente del Consiglio?”, ha chiesto del suo attuale vice la sgomenta Boldrini, confortata nel suo scetticismo dalla insistenza con la quale l’esponente grillino in effetti si ripropone per Palazzo Chigi, prepara la sua lista dei ministri, ed ha persino cercato goffamente di portarla in questi giorni al Quirinale. Dove, sgomenti pure loro, gli hanno ricordato che non ha ancora ricevuto l’incarico, se mai Sergio Mattarella sarà tentato di dargliene uno. E gli hanno perciò rimediato per pura cortesia istituzionale, più come vice presidente uscente della Camera che come candidato del suo partito alla massima carica di governo, un incontro col segretario generale della Presidenza della Repubblica. Del quale non so se abbia trovato anche il tempo e la voglia di offrire all’ospite un caffè, dopo essersi sentito ripetere quello che va dicendo in giro sulla squadra ministeriale che si propone di costruire. Sempre che gli rimangano naturalmente uomini e donne disponibili dopo l’epurazione che va facendo nel suo movimento all’arrivo di notizie sgradite e di vecchie o nuove indagini giudiziarie. Che il combinato disposto fra Procure e giornali non risparmia in campagna elettorale neppure alla collettività pentastellare.

            Se Matteo Renzi si è guadagnato i gradi del rottamatore, dal verbo rottamare, Di Maio si sta guadagnando quelli del cacciatore, dal verbo cacciare. Col maltempo che corre, finirà per indossarne anche gli abiti proteggendosi così dal freddo, dalla pioggia e dalla neve.

            La prospettiva di un Di Maio dirottato più o meno furbescamente dai suoi avversari o concorrenti politici verso il vertice di Montecitorio, forse anche per vedere l’effetto di un simile scenario sulla tenuta del movimento di cui è capo, ha messo allo scoperto una concezione un po’ proprietaria che Laura Boldrini ha finito per farsi della presidenza della Camera nei cinque anni in cui le è capitato di occuparla. “Vorrei lasciarla a qualcun altro, magari con più rispetto per le istituzioni”, le è sfuggito di dire. E le ha finalmente fatto aprire gli occhi anche sui limiti funzionali, diciamo così,  dimostrati dal giovanotto che l’ha affiancata, senza mai spingerla prima d’ora a cantargliene quattro in pubblico, o a scrivergliene in privato, che io sappia.

            “Durante questa legislatura abbiamo tagliato 350 milioni di euro, e spesso i 5 stelle erano contrari. Li abbiamo  visti presiedere l’aula –ha detto la Boldrini parlando al plurale di Di Maio- e poi uscire con l’altoparlante ad aizzare le persone davanti a Montecitorio. Sono incongruenti”.

            Se è per questo, i grillini hanno fatto anche di peggio provocando negli altri gruppi proteste che non sempre la presidente della Camera ha voluto raccogliere e sviluppare, come forse sarebbe stato opportuno. Essi, per esempio, hanno fatto irruzioni nelle commissioni per bloccarne sedute sgradite, insultato e colpito chi voleva resistere alle loro intimidazioni, e persino ferito qualche commesso avventuratosi a fronteggiarli. Ti credo se poi fra i poveri grillini ce ne fossero di tanto sfiniti da sbagliare i bonifici bancari a favore del loro tanto decantato fondo per le piccole e medie imprese. E da accorgersene solo a fine legislatura, inseguiti da “iene” dell’informazione sino al giorno prima esaltate dai pentastellati perché impegnate a lavorare in altre direzioni politiche.

             

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