Il governo una volta tanto più giallo che verde festeggiato da Di Maio con Xi Jiping

Beh, va riconosciuto al capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio, nonché vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, di essere riuscito in questi giorni, particolarmente nelle ultime 24 ore, a tingere più di giallo, il colore del suo partito, che di verde, il colore firme Villa Madama.jpginvece dell’alleato leghista Matteo Salvini, il governo del cosiddetto cambiamento in carica da quasi nove mesi. Quelle firme apposte a Villa Madama al memorandum d’intesa con la Cina, sotto gli sguardi compiaciuti di Xi Jiping alla sua destra e di Giuseppe Conte a sinistra, e nella totale, voluta e polemica assenza di Salvini, più preso dalla campagna elettorale in Basilicata e da altro, rovescia un po’ l’immagine data a lungo di un governo a trazione sostanzialmente leghista.

            Resta naturalmente da vedere, a cominciare proprio dai risultati delle elezioni regionali in corso in Basilicata per finire con quelli delle elezioni europee di fine maggio, ma anche delle contemporanee elezioni regionali Villa Madamajpg.jpgpiemontesi, e comunali in molte parti del Paese, se la trazione una volta tanto grillina del governo non premierà lo stesso il dissenso ostentato da Salvini, continuando a fargli guadagnare voti, o non fermerà, o addirittura invertirà, la corsa in precipitosa discesa delle cinque stelle verificatasi costantemente dopo l’exploit delle elezioni politiche dell’anno scorso.

            Certo, fa riflettere quel murale dell’ormai noto Tv Boy trovato in questi giorni dai romani in via della Torretta, a due passi dalla Camera dei Deputati, ma anche da Palazzo Chigi, in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è rappresentato come Pinocchio fra il gatto Di Maio e la volpe Salvini, una volta dipinti avvinghiati in un bacio, e senza le orecchie dei due animali così cari alla fantasia di Salvatore Benintende, come si chiama con previdenza, a dir poco, l’artista di strada  che sta accompagnando la vita del primo e non so ancora se unico governo di questa legislatura.

            Un altro indice della salute e delle prospettive del governo in carica si trova nei titoli che ne accompagnano il percorso sul Fatto Quotidiano. Che non nasconde mai le sue preoccupazioni per le sorti politiche dei grillini quando le sente minacciate dall’invadenza, sotto tutti i punti di vista, degli alleati leghisti. Ai quali d’altronde il giornale diretto da Marco Travaglio avrebbe preferito dopo le elezioni del 4 marzo 2010, come supporto alle cinque stelle, il debolissimo Pd uscito davvero malconcio dalle urne. E ci sarebbe pure riuscito, Travaglio, a vedere realizzato il suo sogno se non fosse intervenuto a gamba tesa il non a caso da lui odiatissimo Matteo Renzi a bloccare l’operazione con una semplice intervista televisiva, senza neppure il bisogno di partecipare il giorno dopo alla riunione della direzione del Pd convocata per aprire appunto ai grillini, dopo un’esplorazione affidata dal capo dello Stato al presidente della Camera Roberto Fico.

            Ebbene, dello scontro consumatosi nel governo alla luce del sole, con pubbliche e incontrovertibili dichiarazioni, con un Di Maio orgoglioso di “fare” e contrapposto a un Salvini impegnato a “parlare”Il Fatto.jpg contro i presunti buoni affari con i cinesi, Il Fatto Quotidiano ha offerto nel titolo di apertura questa rappresentazione che vale un commento alla cosiddetta Via della Seta: “La Cina non piace a Trump, Macron e Salvini: infatti conviene all’Italia”. Dove i grillini, anche se il giornale di Travaglio si risparmia di dirlo, sperano di essere aiutati dai cinesi a superare la recessione in corso e a piazzare i titoli dell’ingente debito pubblico, se e quando diventeranno carta straccia, rifiutata dagli investitori occidentali col declassamento in cantiere nelle agenzie internazionali di rating.

            Per adesso il valore degli accordi commerciali stipulati con la Cina di quel grande ossimoro che è il capitalismo comunista, o il  comunismo capitalista,  è stato indicato in due miliardi e mezzo di euro da Di Mauro. Che però si è già proposto di portarli ad oltre 20, compresi quelli che il presidente cinese si propone forse di assecondare dopo la sua visita a Palermo. Il cui porto, sulla rotta peraltro di quello di Genova già studiato a dovere dai connazionali di Xi Jiping, potrebbe emulare quello del Pireo, ormai conquistato commercialmente e finanziariamente dai cinesi. E poi dicono, dalle parti dei grillini ma anche del Quirinale, dove si alternano Tremonti.jpgmomenti di preoccupazione e di pur contenuta euforia, che l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con una certa esperienza sulle spalle, e nella testa, esagera quando dice, come ha fatto in una intervista al Messaggero, che si è appena celebrato a Roma, più o meno, “il trionfo geopolitico di Pechino nel Mediterraneo”. Dove in effetti i cinesi non hanno bisogno di muoversi con i miserabili barconi o gommoni libici dei trafficanti di carne umana.

 

 

 

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