La caccia a cavallo all’assassino della modella marocchina Imane Fadil

            Me l’aspettavo, naturalmente. Ma francamente le previsioni sono state superate dalla realtà della caccia all’assassino, o qualcosa di simile, di Imane Fadil, la modella marocchina morta a 34 anni perImane Fadil.jpg un misterioso avvelenamento da lei stessa denunciato nella clinica dove sarebbe poi spirata il primo marzo scorso. Sulla letale intossicazione da cobalto, a quanto pare, si stanno facendo le dovute indagini dall’epilogo -si è capito- né vicino né facile.

            Per fortuna Il Fatto Quotidiano, dove troneggia una vignetta di Riccardo Mannelli sulle “cene un filino indigeste”  ad Arcore, è ancora un giornale e non una Procura della Repubblica. Sennò Silvio Berlusconi avrebbe problemi seri a uscire indenne dalla vicenda, per quanto vada riconosciuto con onestà che lo stesso direttore Marco Travaglio in un editoriale dedicato interamente al caso ha scritto che la logica del “cui prodest” mette il Cavaliere in condizioni di sicurezza.

            La morte della modella nelle circostanze in cui è avvenuta non gli sarebbe convenuta -ha ammesso Travaglio-  con tutto il prevedibile sipario e siparietto sulle serate di Arcore che tanti guai gli hanno già procurato, nonostante un’assoluzione definitiva già portata a casa, e potrebbero ancora procurargli con i processi in corso per corruzione in atti giudiziari e simili.

            Eppure, “la cattiveria” intesa come il corsivo di prima pagina del giornale di Travaglio è stata quella più benevola col Cavaliere, preso in giro con la storia del lettone regalatogli una volta Cattiveria.jpgdall’amico Putin: tanto grande da rendere credibile l’assicurazione dichiarata da Berlusconi di non avere mai conosciuto la povera Imane. Della quale invece, oltre alle testimonianze rese in tribunale, si trovano nelle cronache dei giornali dalle sei alle otto tracce di sue presenze con Berlusconi a casa e fuori casa negli anni, mesi, settimane e giorni setacciati dalla Procura di Milano viaggiando sul confine fra i peccati e i reati contestabili all’allora presidente del Consiglio.

            Dalla ricostruzione della vita del Cavaliere fatta da Travaglio nel suo lungo editoriale sotto il titolo “Tutte coincidenze”, già allusivo Travaglio.jpgdi suo, viene fuori un Cavaliere a dir poco da non frequentare per tutte le cose spiacevoli, dalla morte in giù, capitate a chi ha avuto a che fare con lui. Che pure si considera -ve lo assicuro, avendolo conosciuto e frequentato- un portafortuna. Ho avuto un sobbalzo vedendo fra le sinistre “coincidenze”Il Giornale.jpg elencate da Travaglio con riferimento ai problemi e alla vita stessa del Cavaliere persino l’infarto di cui morì nel 2003 il famoso pubblico ministero di Firenze Gabriele Chelazzi, da tutti apprezzato per l’intuizione e al tempo stesso il rigore in cui seppe indagare su terrorismo e stragi. Fu una morte, se non ricordo male, avvenuta in una caserma della Guardia di Finanza, dove il magistrato alloggiava per ragioni di sicurezza. Tanto sicuro, evidentemente, non doveva essere considerato quell’alloggio.

Povero Moro, anche 41 anni dopo il suo tragico sequestro in via Fani

Quelle mascelle tirate di Giuseppe Conte su un corpo irrigidito, per quanto avvolto in un abito civile, e al solito elegante, anziché in una divisa magari felpata chiesta in prestito al suo vice presidente e ministro degli Interni, stracarico di mercanzie del genere, hanno dato la sensazione di un presidente del Consiglio davvero emozionato e preso dal suo ruolo davanti al monumento innalzato, e poi rinnovato, all’incrocio romano fra via Mario Fani e via Stresa.

            In quel posto la mattina del 16 marzo 1978, quarantuno anni fa, uno spietato commando delle brigate rosse assaltò l’automobile che trasportava Aldo Moro dalla vicina abitazione di via del Forte Via Fani.jpgTrionfale alla Camera dei Deputati, sterminò la scorta, anche quella che viaggiava su un’altra auto, e sequestrò lo statista per uccidere pure lui dopo 55 giorni di penosa e convulsa prigionia. Durante la quale, pur dietro la facciata di una linea della fermezza subito opposta ai terroristi dal governo su pressione soprattutto dei comunisti, che lo appoggiavano dall’esterno non essendo riusciti a farne parte neppure con una crisi appena conclusa, furono compiuti numerosi ma inutili tentativi di strapparlo alla morte.

           L’ultimo di quei tentativi fu dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, predispostosi a graziare una terrorista compresa nell’elenco di tredici detenuti con i quali le brigate rosse avevano preteso di scambiare l’ostaggio. Ma i criminali, già divisi sull’epilogo tragico del sequestro, evitarono ogni imbarazzo ulteriore uccidendo Moro di prima mattina il 9 maggio, proprio nel giorno in cui Leone avrebbe dovuto firmare la grazia. Che gli costò lo stesso la carica perché dopo più di un mese egli fu costretto alle dimissioni, pur con motivazioni diverse dalla tragedia finale che aveva cercato di evitare.

           Ma torniamo al volto di Giuseppe Conte davanti al monumento evocativo della strage di 41 anni fa. La sincerità di quella tensione ripresa dai fotografi è indubbia. Peraltro il presidente del Consiglio, sostenuto da un movimento la cui nascita l’allora presidente della Dc non poteva neppure immaginare, è il primo pugliesealdo moro.jpg succeduto allo stesso Moro a Palazzo Chigi. E in una delle sue prime dichiarazioni dopo la nomina a capo del governo gialloverde egli tenne a indicare proprio Moro come un modello al quale avrebbe voluto ispirarsi nella sua azione di governo e, più in generale, nel suo impegno politico. Lo disse non rendendosi conto -mi permetto di aggiungere- di quanto fosse esagerata, anzi smodata, quell’ambizione. I fatti lo avrebbero poi impietosamente dimostrato, perché francamente dubito assai, avendolo peraltro conosciuto, e non solo raccontato da giornalista, che Moro avrebbe mai permesso a un suo vice presidente di correre fra i gilet gialli francesi impegnati a mettere a ferro e fuoco  il loro Paese per rovesciarne il legittimo governo, e ad un altro vice presidente di alternare disinvoltamente le sue funzioni di ministro dell’Interno con quelle dei ministri regolarmente in carica degli Esteri, della Difesa, dell’Agricoltura.

            Anche in questo quarantunesimo anniversario del sequestro, e della morte  fra meno di due mesi, al povero Moro è stato fatto da alcune parti politiche il torto di essere ricordato politicamente per quello che non è stato, cioè il fautore di un governo a partecipazione comunista, in anni peraltro in cui il Pci aveva ancora legami consistenti con l’Unione Sovietica, e in un mondo ancora  bipolare, disegnato a Yalta dai vincitori alla conclusione della seconda guerra mondiale.

            Moro era stato solo il fautore e l’artefice di una tregua parlamentare fra la sua Dc e il Pci usciti dalle urne del 1976 come i più votati, ma incapaci di realizzare una maggioranza l’una contro l’altro, e viceversa. Fu la tregua della cosiddetta “solidarietà nazionale”, durante la quale il Pci di Enrico Berlinguer accettò di astenersi e poi di appoggiare con un regolare voto di fiducia un governo interamente democristiano presieduto dal democristianissimo Giulio Andreotti.

            Fu una tregua finalizzata, nei progetti di Moro, alla possibilità che ciascuno dei due partiti trovasse poi i numeri elettorali e /o parlamentari necessari a ripristinare la dialettica normale di una maggioranza e di un’opposizione. Quando Moro fu sequestrato già si avvertivano nel Psi, passato dalla guida di Francesco De Martino a quella dell’autonomista Bettino Craxi, tendenze a riprendere una piena libertà d’azione, sino a ripristinare in forme nuove la collaborazione organica con la Dc avviata negli anni Sessanta proprio da Moro col centro-sinistra.

            Mi è capitato di sentir dire al Tg 2, in occasione appunto del quarantunesimo anniversario del sequestro,Tg2.jpg che Moro stava realizzando “il compromesso storico”, cioè  la proposta ambiziosa e piena di governo avanzata dal Pci, non certo -credo- per sostenerlo dall’esterno. Eppure si dice che il direttore di questo telegiornale di Stato sia uno storico. Siamo messi bene.

 

 

 

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Pericolo scampato in Nuova Zelanda per la politica interna in Italia

            Per un giorno lasciatemi ignorare lo spettacolo, del resto assai noioso ormai, della politica italiana e delle sue baruffe più o memo serie, più o meno recitate, sui versanti sia della maggioranza gialloverde sia delle opposizioni di sinistra e di quel che del centrodestra è rimasto fuori dal governo un po’ perché rifiutato e un po’ per calcolo.

            Lasciatemi pure liquidare con una levatina di spalle la solita ossessione complottistica sull’altrettanto solito cavaliere, d’altronde già indagato per stragismo, avvertito a torto o Il Fatto.jpga ragione di fronte alla copertina del Fatto Quotidiano sull’olgettina avvelenata alla maniera dei dissidenti di Putin in Occidente. La giovane avrebbe saputo troppi segreti, par di capire, sull’ex presidente del Consiglio imputato di corruzione in atti giudiziari, o simili, per le sue vicende o abitudini erotiche.

            No. Oggi voglio riflettere sulla prima pagina de La Repubblica  e complimentarmi col nuovo direttore Carlo Verdelli per avere scelto come copertina la vignetta di Francesco Tullio Altan. Che ha opposto alla “speranza” dei tanti giovani festosamente scesi per strada chiedendo di proteggere il mondo dagli uomini che lo rovinano  “l’orrore” di quel disgraziato “suprematista” che ha assaltato a suo modo due moschee in Nuova Zelanda facendo 49 morti.

            Per fortuna quel disgraziato, avvolto idealmente nel suo “manifesto” contro gli immigrati, in una trasferta mentale a 19 mila chilometri di distanza, quanti separano la Nuova Zelanda dall’Italia, si è fermato a Macerata e all’ex candidato della Lega Luca Traini, che sparò all’impazzata, anche lui contro l’immigrazione, non facendo vittime, salvo sei feriti, tutti stranieri, ma riuscendo a cambiare in qualche modo il clima della campagna elettorale dell’anno scorso.

            Non voglio neppure immaginare se il disgraziato emulo in Nuova Zelanda dell’”infastidito” Traini, come si è autodefinto l’uomo di Macerata scoprendosi nodello di tanto orrore,  si fosse avventurato nel suo viaggio ideale sino a Roma  avvicinandosi festosamente al Viminale. Pericolo scampato, per il ministro dell’Interno, per i suoi infelici e rischiosi  slogan contro le “pacchie” e per l’Italia.

 

 

 

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Andreotti e Donat-Cattin: i due coetanei che si ritrovano nel loro centenario

A cento anni dalla nascita due campioni della Dc fra i più diversi, se non opposti, Giulio Andreotti e Carlo Donat-Cattin, si sono ritrovati nelle celebrazioni che ne hanno fatto al Senato, a poche settimane di distanza, storici e amici che li hanno studiati e frequentati. E li hanno ricordati con una nostalgia ben comprensibile, vista la qualità, francamente, di molti dei loro successori a livello partitico e di governo, come ha osservato il senatore ed ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, democristiano doc.

I due coetanei ritrovati nel rimpianto dei colleghi di partito, ma forse anche al di fuori di quella he fu la Dc, sono peraltro accomunati da passaggi drammatici della loro lunga esperienza politica. A ricordare i quali viene un po’ la pelle d’oca.

Ad Andreotti capitò, dopo essere stato sette volte presidente del Consiglio e ancora più volte ministro in postazioni anche delicatissime come quelle della Difesa e degli Esteri, di essereAndreotti.jpg processato per omicidio e per mafia. E di uscirne assolto, per fortuna prima di morire, anche se sull’assoluzione per mafia il suo accanito accusatore, l’allora capo della Procura di Palermo Gian Carlo Caselli, gli rimprovera ancora una prescrizione parziale: quella riferita ai fatti, agli incontri, alle frequentazioni precedenti la primavera del 1980. Che la Corte d’Appello ritenne accertati, in riferimento al reato di associazione a delinquere, con argomentazioni e deduzioni ritenute però nella sentenza definitiva della Cassazione ragionevoli quanto quelle di segno opposto: cosa che gli avvocati difensori di Andreotti ricordano giustamente  ogni volta che al loro defunto cliente viene contestata dai suoi irriducibili avversari l’assoluzione.

Ma prima ancora di essere processato, ad Andreotti era capitato drammaticamente di gestire alla guida del governo nel 1978 la gestione di quella tragedia costituita dal sequestro di Aldo Moro. Che le brigate rosse rapirono fra il sangue della sua scorta, sterminata come in una macelleria -parola di una terrorista partecipe dell’operazione- a poche centinaia di metri da casa, per ucciderlo dopo 55 giorni di prigionia e di tentativi più o meno sinceri di trattarne il rilascio.

A Carlo Donat-Cattin, che visse quella tragedia con l’angoscia di un amico appena salvato proprio da Moro come ministro dell’Industria a conclusione di una crisi di governo in cui  aveva rischiato di non essere confermato per un veto posto dai comunisti, partecipi della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, sarebbe capitata due anni dopo la tragedia di scoprirsi padre di un terrorista. E questo proprio a lui che come ministro del Lavoro, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, con l’esperienza abbinata di sindacalista e di politico, aveva saputo spegnere i fuochi sociali nei quali covavano già le prime tentazioni della lotta armata.

La vicenda del figlio terrorista, per la quale l’allora presidente del Consiglio Francesco Cossiga rischiò il processo davanti alla Corte Costituzionale sotto l’accusa di avere aiutato l’imputato a scampare allora all’arresto, spezzò il cuore a Carlo Donat-Cattin. Che sarebbe stato colto dal primo infarto accompagnando la moglie dopo qualche anno a trovare il figliolo in carcere. E, tornato alla piena attività politica da protagonista, per esempio di un congresso della Dc destinato ad aprire la stagione del pentapartito a guida alternata fra socialisti e democristiani, di cuore sarebbe morto nel 1991, dopo un’operazione in cui i medici avevano cercato di ripararglielo.

So bene che la storia non si fa con i se. Ma lasciatemi sospettare che ben difficilmente Mino Martinazzoli sarebbe riuscito a tradurre la crisi della Dc sopraggiunta a Tangentopoli nella chiusura del partito se fosse stato ancora vivo Carlo Donat-Cattin. Glielo avrebbe fisicamente impedito. La morte di un uomo come lui fu il colpo di grazia alla Dc dopo la fine di Moro. Che della Democrazia Cristiana era stato il cervello, come Donat-Cattin avrebbe continuato per tredici anni ad esserne il cuore, purtoppo già segnato di suo per la tragedia ricordata del figlio.

Fra Aldo Moro e Carlo Donat-Cattin, come è stato ricordato dallo storico Francesco Malgeri nella Moro e Donat Cattin.jpgcerimonia celebrativa del centenario della nascita dello stesso Donat-Cattin, svoltasi nell’affollata Sala Koch del Senato alla presenza significativa del capo dello Stato Sergio Mattarella,  moroteo dichiarato nella storia della Dc, fu vero scambio costante di amicizia e stima, personale e politica, pur nella diversità dei loro temperamenti, pari se non superiore a quella di entrambi con Andreotti.

Della diversità fra Moro e Carlo Donat-Cattin ho ancora nitido un ricordo personale che risale al mese di dicembre del 1971, quando si cercava di eleggere a Montecitorio, a Camere naturalmente congiunte, il successore di Giuseppe Saragat al Quirinale.

Il candidato col quale la Dc si era presentata all’appuntamento, l’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, era stato ormai messo fuori gioco dai cosiddetti franchi tiratori del suo partito. Dove tuttavia si stentava a trovare un’intesa fra le correnti su un altro candidato. Donat-Cattin spingeva per la designazione di Moro, allora ministro degli Esteri. E voleva che l’amico non si limitasse, come faceva, ad aspettare pazientemente che maturassero le condizioni di partito a lui favorevoli. Che in effetti non sarebbero mai arrivate, essendosi alla fine i gruppi parlamentari dello scudo crociato espressi a favore di Giovanni Leone, sia pure per una manciata di voti a scrutino segreto.

Donat-Cattin, peraltro già espostosi contro Leone sette anni prima, in occasione della successione anticipata ad Antonio Segni, impedito al Quirinale da un ictus nell’estate del 1964, chiese ad un certo punto che Moro si facesse votare in aula al primo scrutinio a portata di mano contando su mezza Dc e sui comunisti, pronti a sostenerlo dopo avere contribuito all’insuccesso di Fanfani, “l’altro cavallo di razza” del partito di maggioranza, come si diceva allora.

Ebbene, a Moro che si sottraeva alle sue sollecitazioni, ancora fiducioso che l’ormai sconfitto Fanfani Moro.jpgdesse via libera alla sua candidatura, l’insofferente Donat-Cattin, seduto su un divano nel “Transatlantico” di Montecitorio, mandò a dire tramite il fedelissimo Renato Dell’Andro, rosso in volto e ancora più minuto del solito per l’imbarazzo: “Si convinca che per fare i figli bisogna fottere”.

Moro, informato del messaggio nell’ufficio dell’amico Tullio Ancora, un funzionario della Camera curiosamente provvisto al centro della fronte di una frezza bianca simile a quella del leader democristiano, ne sorrise. E quando dai gruppi parlamentari uscì la candidatura di Leone, e il segretario del partito Arnaldo Forlani temeva, come confidava agli amici, di assistere a un “safari natalizio”, data la stagione, Moro chiamò personalmente anche Donat-Cattin per raccomandargli un voto disciplinato per l’uomo designato dalla maggioranza dei parlamentari dello scudo crociato.

Non so francamente se Donat-Cattin ubbidì a Moro e al suo partito, nei cui riguardi Andreotti soleva rimproverare il mio amico Carlo di comportarsi come “un anarchico”, neppure tanto simpatico, spintosi una volta a disertare per polemica proprio con lui una cerimonia di giuramento come ministro al Quirinale. Leone comunque fu eletto alla seconda delle due votazioni svoltesi in aula sulla sua candidatura. E sei anni e mezzo dopo fu tra i pochi, forse anche a costo di perdere la Presidenza della Repubblica, a prodigarsi davvero, per cercare di strappare Moro alla morte predisponendosi a graziare una terrorista contenuta nell’elenco dei tredici detenuti con i quali i brigatisti rossi avevano reclamato di scambiare l’ostaggio.

Donat-Cattin, parlandogliene una volta a Saint Vincent, dove ogni anno riuniva in autunno la sua corrente, mi confidò di essere anche lui convinto che Leone con quelle dimissioni impostegli nel mese di giugno del 1978,  sei mesi prima della scadenza del mandato e un mese dopo l’assassinio di Moro, avesse pagato proprio la colpa di quella grazia peraltro mancata. I terroristi infatti, informati chissà da chi, ma con tempestività a dir poco inquietante, l’avevano preceduta uccidendo il prigioniero.

 

 

 

 

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Salvini non ha digerito il piatto cinese servitogli a colazione al Quirinale

            A vederlo arrivare, sereno e sorridente, al convegno nella Sala Koch del Senato per la celebrazione del centenario della nascita di Carlo Donat-Cattin, il leader della sinistra sociale della Dc morto il 17 marzo 1991 dopo un’operazione al cuore, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non sembrava proprio contrariato di quanto gli stava politicamente accadendo intorno di spiacevole, a dir poco. Che era lo strappo della tela tessuta in una colazione al Quirinale con mezzo governo a favore del memorandum d’intesa commerciale con la Cina preparato sulla cosiddetta Via della Seta. E che, nonostante le proteste, le preoccupazioni e persino le minacce levatesi dagli alleati al di qua e ancor più al di là dell’Atlantico, dovrebbe essere firmato la settimana prossima, in occasione di una lunga visita ufficiale del presidente della Cina in Italia.

            Il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, pur avendo dato a Mattarella l’impressione, in quella colazione organizzata in vista del Consiglio Europeo, di avere rinunciato alle riserve espresse o attribuitegli sino al giorno prima, ha riaperto il caso cinese con tale vigore da avere imposto al presidente del Consiglio un altro, l’ennesimo vertice di maggioranza e di governo.

            Sembra che a fare sobbalzare di nuovo Salvini sia stata la lettura di un testo aggiornato del memorandum a causa delle modalità di accesso dei cinesi, in senso lato, ai porti di Trieste e di Genova. Ma del ripensamento di Salvini viene, a torto o a ragione, attribuita al suo omologo grillino Luigi Di Maio, dietro la facciata sempre meno convincente dei loro buoni rapporti personali e politici, una spiegazione da anni, diciamo così, della guerra fredda. Durante i quali politica interna e politica estera si intrecciavano tra sgambetti, complotti, doppi giochi, spionaggio camuffato da diplomazia e via mescolando.

            Dalle parti dei grillini, decisamente filocinesi in questa partita della cosiddetta Via della Seta immaginata a Pechino per penetrare -anche qui in senso lato- in Europa con la stessa forza usata in Africa, si leggono le resistenze di Salvini alla luce di un recente viaggio del sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti negli Stati Uniti, di un incontro successivo dello stesso Giorgetti con l’ambasciatore americano a Roma e dei contatti costanti di un altro sottosegretario dello stesso partito con quell’ambasciata. Sono passati evidentemente i tempi pur recenti dei rapporti privilegiati dei leghisti con la Russia di Putin, dove Salvini disse una volta di senirsi di casa.  

Quella che viene adesso avvertita fra i grillini è una tentazione del leader leghista di scalare Palazzo Chigi con l’aiuto non delle cinque stelle di casa, che ne sarebbero esautorate, ma delle stelle e strisce americane. Il che presupporrebbe la preparazione di una crisi di governo dopo le elezioni europee di fine maggio, e il prevedibile sorpasso dei leghisti sui pentastellati su tutto il territorio nazionale: non più ora in una regione e domani in un’altra, com’è avvenuto dall’anno scorso, cioè della formazione del governo. E come si ripeterà probabilmente domenica 24 marzo nella piccola ma significativa Basilicata.

            Vasto programma, avrebbe detto scherzando ma non troppo la buonanima del generale Charles De Gaulle. Vi lascio immaginare cosa potrebbe sfuggire di bocca e di testa a Beppe Grillo, che già non perde occasione nei teatri dove si esibisce col suo spettacolo vantandosi di avere chiesto alla madre di Salvini, passatagli una volta incautamente al telefono dal leader leghista in un aeroporto, perché mai non avesse usato la pillola piuttosto che concepire quel figlio.

            In questo Carnevale continuo, e quindi fuori stagione, che sembra essere il dibattito politico in Italia, con annessi e connessi riflessi nell’azione di governo, non si sa più neppure come rincorrere gli argomenti: dalla Via della Seta, percorsa a grande velocità da Luigi Di Maio con due visite in pochi mesi in Cina, giusto per dimostrare quanto lenti fossero stati su quella strada i precedenti governi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, al decreto legge reclamato da Salvini per sbloccare una trentina di cantieri, e persino al raduno veronese di fine mese sponsorizzato dai leghisti per valorizzare e aiutare le famiglie naturali, o normali. Che Di Maio ha preferito invece definire in un salotto televisivo “sfigate”, con tutto ciò che ne è conseguito, compresa la rimozione del simbolo di Palazzo Chigi dall’evento di Verona, adoperato dagli organizzatori scambiando il Ministero leghista della famiglia con la Presidenza del Consiglio. Sono cose che possono accadere, appunto, di Carnevale.

 

 

 

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Il Quirinale garantisce e blinda il tratto italiano della Via della Seta

            Con dovizia di particolari superiore al solito il solerte Marzio Breda ha riferito ai lettori del Corriere della Sera sulla sostanziale blindatura, da parte di Sergio Mattarella, del tratto italiano Titolo Corriere.jpgdella cosiddetta “Via della Seta” che ha tanto allarmato i nostri alleati al di là e al di qua dell’Atlantico. Dove anche il capo dello Stato, e non solo il presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte, ha sentito puzza di “parecchi pregiudizi, magari interessati” verso l’Italia, colpevole solo di volere fare con la Cina affari forse anche inferiori a quelli che hanno già realizzato in Europa gli inglesi, i francesi e i tedeschi.

            Il “dossier Cina”, come lo ha chiamato il quirinalista del Corriere, è stato squadernato dal presidente della Repubblica con molta attenzione già prima di una coalizione al Quirinale Colazione al Colle.jpgcon “mezzo governo”, ricevuto in vista dell’imminente Consiglio Europeo. Ma anche della quasi contemporanea visita del presidente della Cina in Italia, durante la quale sarà firmato il “memorandum d’intesa”. Sul quale peraltro aveva già cominciato a lavorare il precedente governo guidato da Paolo Gentiloni, che sta per assumere adesso la presidenza di un partito, il Pd, da cui si sono levate voci critiche o preoccupate: al pari, del resto, di Forza Italia dai banchi dell’opposizione e della Lega dai banchi della maggioranza.

            Eppure il leader leghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha avuto Colazione al Colle 2 .jpgnulla, proprio nulla da ridire -ha assicurato Breda- con i commensali al Quirinale, dove si è presentato in un abito completo di camicia azzurrina e cravatta.

            Sulla “partita” cinese aperta dalle polemiche mentre si spegnevano quelle sulla Tav, pur essendo materia di “competenza dell’esecutivo”, il presidente della Repubblica “è molto sereno e tranquillo”, ha riferito Breda. Che ha continuato: “Egli ha assunto tutte le informazioni utili a valutare il caso, ci ha riflettuto sopra e ne ha ricavato la convinzione che le polemiche, interne e internazionali, non sono giustificate. Insomma tanto rumore (e minacce) Colazione al Colle 3.jpgper nulla”. Ma proprio per nulla, nemmeno per la parte finita nei giorni scorsi all’esame e alla discussione del Copasir, l’acronimo del comitato parlamentare di sicurezza della Repubblica ed è attualmente presieduto da un deputato del Pd notoriamente amico di Matteo Renzi: Lorenzo Guerini, ben protetto peraltro, proprio per questa carica istituzionale, dal progetto di “derenzizzazione” attribuito al nuovo segretario del partito che sta per insediarsi, Nicola Zingaretti.

            Ciò di cui si è occupato, più in particolare, il, Copasir a proposito del memoramdum d’intesa commerciale con la Cina è l’ipotesi di un uso della tecnologia informatica G5 attraverso la Gazzetta.jpgsocietà cinese, appunto, Huawei, di cui è stato appena aperta un ufficio a Milano. E che gli americani sembra che vedano come il fumo negli occhi, tanto da avere minacciato o già programmato misure non si sa se più ritorsive o cautelari nei rapporti informatici e di sicurezza con l’Italia. Ma anche su questo il presidente della Repubblica ha maturato riflessioni, diciamo così, distensive.

            Quella dell’uso della tecnologia G5 attraverso la società cinese presente ora anche in Italia “è un’ipotesi separata dall’accordo e da approfondire”, ha scritto il quirinalista del Corriere riferendo delle notizie e delle opinioni maturate dal presidente della Repubblica, rimanendo sempre ferma -si presume- la competenza del governo.

            Di fronte a così abbondanti e consolanti informazioni passate in qualche modo attraverso il canale del Quirinale resta solo da capire -senza volere minimamente mancare di rispetto al capo Rolli.jpgdello Stato- i motivi per cui il governo, a parte la presenza di Conte alla riunione riservata del Copasir, non ha mai ritenuto né doveroso né opportuno prestarsi alle sollecitazioni giuntegli a riferire pubblicamente e preventivamente alle Camere, come si fa per tante altre cose e questioni. E perché mai i presidenti delle Camere, di solito così solerti a rappresentarne aspettative e umori, non si siano attivati. O lo hanno fatto con tale discrezione che nessuno davvero se n’è accorto, forse neppure nel governo.

 

 

 

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La gara davvero insolita al caos politico fra la Gran Bretagna e l’Italia

            Buone notizie da Londra per Roma. Dove sembra che, per quanto ridotti male fra rinvii, pasticci, stagnazione e campagne elettorali continue, siamo messi un po’ meglio degli inglesi. O competiamo abbastanza con loro.

             I titoli dei giornali italiani sulla nuova bocciatura rimediata in Parlamento dalla prima ministra Theresa May sulla strada della Brexit sono, a dir poco, allarmanti e allarmati, fatta Il Foglio.jpgeccezione per Il Foglio. Il cui fondatore e attivissimo editorialista Giuliano Ferrara non ha voluto tradireMessaggero.jpg la sua vocazione a stupire, o a cantare fuori dal coro, titolando in azzurro il suo commento “May una gioia”. Di fronte alla quale impallidisce il predecessore David Cameron, il collega di partitoIl Giornale.jpg che ebbe la grandissima idea di promuovere il referendum sulla permanenza nell’Unione Europea perdendolo. E ora si ha francamente la sensazione che molti oltre Manica vorrebbero tornare indietro non sapendo come farlo.

            La “zuffa inglese”, come ha più realisticamente e felicemente titolato il manifesto, si può ben tradurre in zuffa italiana quando si scorrono le notizie politiche di casa nostra, specie quelle Corriere 1.jpgprovenienti dalla maggioranza gialloverde e dal governo guidato ormai dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con tanta imperscrutabilità, pur ammantata di buone maniere, cheRepubblica.jpg un giornale come il Corriere della Sera ha messo in campo due giornalisti – non uno, e che giornalisti, lo stesso direttore Luciano Fontana e il notista politico Massimo Franco- per intervistarlo sulla grana di giornata. Che è naturalmente la cosiddetta “Via della Seta”, percorsa dal governo italiano per arrivare ad un accordo commerciale, di imminente firma a Roma, in occasione della visita del presidente della Cina, che ha messo in allarme i nostri alleati al di là e al di qua dell’Atlantico.

            Ma quale allarme? Quali preoccupazioni ? Ha praticamente chiesto Conte ai due interlocutori del Corriere immaginando dietro i loro volti quelli di Donald Trump, Jean-Claude Juncker e compagnia bella. Intanto -ha precisato il presidente del Consiglio con la sua competenza di professore universitario di diritto e di avvocato civilista- quello che sta per essere firmato è solo “un memorandum, senza vincoli giuridici”.Gazzetta.jpg E ciò avrebbe esonerato il governo dal dovere o dalla sola opportunità di riferirne prima al Parlamento, tenendone informato -se si è capito bene- solo il presidente della Repubblica. Il quale pertanto, specie considerando la visita ufficiale compiuta personalmente in Cina, non avrebbe ragione di nutrire quelle perplessità, apprensioni e quant’altro attribuitegli dai soliti giornali disinformati o, peggio ancora, ossessionati.

            Di “ossessione” il presidente del Consiglio ha parlato, in particolare, e con una certa insofferenza, quando i due intervistatori hanno osato mettere a confronto il suo passo deciso sulla “Via della Seta” e Corriere.jpgquello di segno opposto sulla Tav, cioè sulla linea d’alta velocità ferroviaria per il trasporto delle merci da Lione a Torino, indigesta al movimento delle cinque stelle. E della quale l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti proprio sul Corriere della Sera ha perfidamente prospettato l’utilità che potrebbero avvertire i cinesi  in arrivo -in senso lato- nel porto di Genova.

            Un’altra “ossessione” dei giornali sarà diventata agli occhi e alle orecchie di Conte quella arrivata sulle prime pagine con le notizie, indiscrezioni, retroscena sulla frenata dei grillini al decreto legge reclamato dal leader leghista Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, per sbloccare i tantissimi, davvero troppi cantieri fermi in Italia: una frenata dietro la quale è stata vista la paura del ministro pentastellato Danilo Toninelli di perdere competenze proprio nel momento in cui pendono su di lui mozioni parlamentari di sfiducia.

            I giornali sono considerati ossessivi anche dal vice presidente del Consiglio e capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio, che se n’è appena doluto nel salotto televisivo di Giovanni Floris assicurando che i suoi rapporti personali e politici con l’omologo della Lega sono eccellenti. Incalzato da altri ospiti, che gli ricordavano giustamente dichiarazioni alquanto polemiche con Salvini, sino allo “sbigottimento” espresso per una sua presunta o reale minaccia di crisi per la Tav, Di Maio se l’è cavata vantando il diritto di mandare e ricevere messaggi “mediatici”. Ma che bisogno hanno, i due vice presidenti del Consiglio, di parlarsi e minacciarsi a distanza se hanno fra di loro, in realtà, rapporti diretti così buoni e frequenti? Ma forse anche questa è una domanda da ossessione.

 

 

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Nicola Zingaretti in fuga, tra nostalgie e paure, dalla sede del Nazareno

          Dalla sinistra, almeno da quella post-comunista, il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti ha Nazareno.jpgsicuramente ereditato quella che al Fatto Quotidiano hanno giustamente chiamato “la sindrome dei traslochi”. Cui si ricorre quando si vuole fuggire da un passato diventato troppo scomodo, per quanta nostalgia si continui forse a colvitarne dentro di sé. E Nicola Zingaretti, sotto sotto, un po’ di nostalgia per la storica sede del Pci dei suoi anni giovanili, in via delle Botteghe Oscure, deve avvertirla ancora se, volendo portar via il Pd dall’attuale via del Nazareno verso una sede meno centrale, meno costosa dei 600 mila euro l’anno dell’affitto odierno e meno sfortunata, ne ha immaginata Bottegone.jpguna provvista al piano terra di un ampio spazio aperto al pubblico come una libreria. Fu proprio di una libreria al piano terra, chiamata come la storica rivista comunista da lui diretta, Rinascita, che Palmiro Togliatti volle attrezzare  la sede nazionale del Pci in via delle Botteghe Oscure, come di uno spazio aperto.

           Tra le sfortune dell’attuale sede del Pd, peraltro ereditata in qualche modo da un altro partito – quello de La Margherita post-democristiana di Francesco Rutelli, unificatosi nel 2007 con i Dsex Pci di Piero Fassino-  credo che Nicola Zingaretti includa, prima ancora della scoppola elettorale dell’anno scorso, la lunga segreteria di Matteo Renzi e il patto per le riforme che proprio in quella sede lo stesso Renzi volle stringere con Silvio Berlusconi. Che pure era stato da poco condannato in via definitiva per frode fiscale ed espulso conseguentemente dal Senato.

           Quel patto, in verità, durò poco più di un anno, naufragando nel 2015 per l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Dove Berlusconi aveva cercato di convincere l’allora presidente del Consiglio Renzi, oltre che segretario del partito, a mandare invece il giudice costituzionale Giuliano Amato, commettendo però l’imperdonabile errore di spendere a suo favore l’accordo di Massimo D’Alema da lui personalmente accertato. Fu una cosa che il Matteo di Firenze scambiò per una provocazione, tanto lui era convinto di avere ormai meritatamente rottamato quel pezzo grosso della nomenclatura comunista e post-comunista che era appunto D’Alema.

           Pur di breve durata, e così rovinosamente finito, con effetti pesanti sulla stessa sorte politica di Renzi, passato da una sconfitta all’altra,  quel patto chiamato “del Nazareno” è rimasto come una dannazione nella memoria del Pd. Dove Berlusconi non è meno inviso di Matteo Salvini, e forse persino di Beppe Grillo ed amici, per quanto ogni tanto si avvertano sospiri sotto le cinque stelle ricambiati da qualche volenteroso piddino.

           Eppure, c’è ancora del Nazareno, inteso come patto col centrodestra di conio berlusconiano, in qualche piega del Pd. Lo hanno scoperto e denunciato a Nicola Zingaretti nella redazione del Fatto Quotidiano con “la cattiveria” di giornata, sulla prima pagina, dedicata alle elezioni comunali siciliane Il Fatto.jpgdel mese prossimo. “Il Pd di Zingaretti -hanno scoperto dalle parti di Marco Travaglio- sostiene Forza Italia e altre liste di destra. E Montalbano muto”.  Ma va detto che il fratello del commissario televisivo Luca si insedierà alla segreteria del Pd solo domenica prossima, non so se in tempo per tagliare o far tagliare la coda nazarenica in Sicilia segnalatagli impazientemente dal Fatto.

Le solite coincidenze fra cronache giudiziarie e politiche

Per carità, non parliamo di orologi e orologiai. E neppure di calendari, e di chi si annota tutte le scadenze utili a fare gli auguri, o a rovinare la festa di turno. Anche questa volta le coincidenze sono state casuali, o incidentali. Ma, appunto, anche questa volta i passaggi politici si sono sovrapposti, o sono stati sottoposti, come preferite, a passaggi giudiziari, o paragiudiziari. In quest’ultimo modo possono essere chiamati quelli in cui i politici agiscono e decidono come magistrati per competenze loro conferite dalla Costituzione, e non ancora soppresse da chi forse non vedrebbe l’ora di farlo se disponesse in Parlamento dei numeri necessari allo scopo.

Il conflitto latente, a dir poco, sin dalla nascita del governo gialloverde sul progetto della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino è alla fine esploso, con la     “minaccia di crisi” contestata dallo “sbigottito” vice presidente grillino del Consiglio al suo omologo leghista Matteo Salvini, nelle stesse ore della diffusione della notizia di indagini su Silvio Berlusconi per presunta corruzione in atti giudiziari.

Che cosa c’entrasse Berlusconi nei venti di crisi soffiati per un po’ sul governo gialloverde, sino alla sopraggiunta soluzione dilatoria dei bandi a lungo corso per gli appalti, lo avevano spiegato gli stessi grillini, volenti o nolenti, quando avevano contestato la posizione di Salvini a favore della Tav sfidandolo a “tornare” dal Cavaliere. Che Di Maio in persona aveva rappresentato, secondo i giorni o le ore dei suoi incubi, come il ministro degli Esteri, o dell’Economia, o della Giustizia di un governo di centrodestra, forse già prima e senza elezioni anticipate, presieduto da un Salvini tornato appunto all’ovile.

In verità, c’era già un’ampia letteratura retroscenista che dava Salvini contrario o quanto meno refrattario all’idea di rimettersi a livello nazionale con Berlusconi, relegato dopo le elezioni politiche dell’anno scorso ad alleato locale, o periferico. Ma evidentemente essa non era bastata a rasserenare Di Maio e a risparmiargli nelle riunioni con i compagni di partito inquieti, o addirittura smaniosi di rompere con Salvini, la rivendicazione del ruolo di “argine” attribuitosi rispetto al fantasma di un Cavaliere addirittura guardasigilli, con tutti i problemi, vecchi e nuovi, che costui ha con la giustizia.

Secondo Michele Serra, sulla Repubblica, Berlusconi sarebbe un uomo ormai chiaramente “al tramonto”, tanto che sarebbe praticamente caduta nel nulla la notizia sulle sue presunte manovre per strappare al Consiglio di Stato tre anni fa una sentenza a favore di una consistente partecipazione a Mediolanum, contestatagli invece dalla Banca d’Italia perché condannato per frode fiscale. Troppo ingenuo, direi, il buon Serra.

Era invece bastato e avanzato che la notizia delle indagini su Berlusconi per la sentenza del Consiglio di Stato comparisse sulle agenzie, sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa dei telegiornali perché le cronache politiche sulla Tav e sull’avvicinamento alla crisi di governo si tingessero ulteriormente di giallo. E si moltiplicassero dietro l’angolo o nel “buco” della montagna tanto contestato in Val di Susa sospetti, congetture e quant’altro sul minore o maggiore potere contrattuale derivante a Salvini nella partita con Di Maio, e viceversa, dalla nuova  o rinnovata vicenda giudiziaria del Cavaliere. E si facessero spallucce alla convinzione espressa, magari a ragione, dai difensori di Berlusconi sull’esito delle indagini scontato a favore del loro assistito, tornato intanto alla piena agibilità politica tanto temuta dal vice presidente grillino del Consiglio guardando ben oltre la candidatura del presidente di Forza Italia al Parlamento Europeo nelle elezioni di fine maggio.

D’altronde, è appena fresco di stampa l’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera in cui si immaginano elezioni anticipate, all’esaurimento della ennesima tregua, destinate a produrre “un quadro movimentato dalla ritrovata libertà d’azione dei 5 stelle nuovamente partito di lotta, da una sinistra che ha ritrovato la baldanza e da qualche inchiesta giudiziaria” capace di disturbare il centrodestra a trazione leghista destinato a uscire vincente dalle urne. Così “il nuovo quadro -ha scritto il nient’affatto sprovveduto Mieli- a fatica potrebbe presentarsi come più stabile di quello attuale”.

Nel culmine delle polemiche sulla “testa dura” rivendicata da Salvini contestando anche i “forti dubbi e perplessità” espressi pubblicamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla “convenienza” della Tav, o della sua versione maschile, Di Maio non  aveva soltanto commesso la gaffe istituzionale di anteporsi al capo del governo -“Io e Conte”- per definire minoritaria la posizione dello scomodo e cocciuto ministro dell’Interno. Egli aveva anche ricordato a quest’ultimo -casualmente, per carità, in attesa del voto del 20 marzo nell’aula del Senato sulla richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di processarlo per la vicenda della nave “Diciotti”, con l’accusa di sequestro aggravato di oltre 170 immigrati, abuso d’ufficio e non ricordo cos’altro ancora- che “avremo problemi in futuro”  insistendo a reclamare la Tav. ” Problemi in futuro”, ripeto.

Un no al processo a Salvini per l’affare “Diciotti” è stato già espresso dalla competente giunta del Senato, presieduta dal forzista Maurizio Gasparri, col concorso dei componenti grillini dopo una consultazione digitale dei militanti del movimento delle cinque stelle. Ma non è per niente scontata, nelle nuove condizioni politiche createsi con gli sviluppi delle polemiche sulla Tav,  neppure dopo la frenata sulla crisi compiuta ricorrendo all’espediente degli appalti con la clausola della dissolvenza incorporata, un’automatica ripetizione del voto e/o degli schieramenti della giunta  nell’assemblea di Palazzo Madama. Dove è richiesta la maggioranza assoluta, i numeri della coalizione gialloverde, già striminziti alla partenza del governo, si sono ulteriormente ridotti con alcune espulsioni di dissidenti dal gruppo pentastellato e permangono resistenze, sempre fra i grillini, alla linea contro il processo a Salvini espressa a pur larga maggioranza -59 per cento contro 41- dalle tastiere dei computer collegati con la “piattaforma Rousseau” di Davide Casaleggio.

Certo, Salvini potrà contare, sul piano personale come senatore e sul piano politico come leader leghista, anche sui voti dei gruppi che rappresentano in Parlamento i partiti di Berlusconi e di Giorgia Meloni, forse più che sufficienti a colmare i dissensi grillini combinati con l’opposizione targata  Pd. Che è pregiudizialmente schierata in tutte le sue anime o correnti con la richiesta della magistratura di turno. Pregiudizialmente, perché persino l’ex segretario del partito Matteo Salvini, il senatore di Scandicci che voleva una volta ripristinare il primato della politica sulla magistratura, ha avuto questo approccio dichiarato pubblicamente con la pratica Salvini: “Mi riservo di leggere bene le carte per votare sì al processo”. O, come imporranno le procedure, no alla proposta della giunta di rifiutare l’autorizzazione ai giudici di Catania.

Naturalmente nel caso di un no del Senato al processo a Salvini condizionato dai voti forzisti o, più in generale, di un centrodestra pienamente riesumato, avremmo un rovesciamento della maggioranza di governo, con tutte le conseguenze prevedibili, o magari senza conseguenze, come potrebbe anche accadere in una situazione politica così anomala e imprevedibile  quale è diventata da tempo quella italiana.

Ma ciò avverrebbe -questo è il punto accennato all’inizio di queste riflessioni- all’incrocio fra iniziative politiche e giudiziarie, o paragiudiziarie, com’è l’intervento del Senato attivato costituzionalmente dall’azione della magistratura. Se questa non è una patologia ormai del sistema, risalente a molti anni fa, persino a prima dello spartiacque comunemente considerato di Tangentopoli, o “Mani pulite”, ditemi voi come si debba o possa definire.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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