Dietro il rimpianto della Democrazia Cristiana, e forse anche del Pci

             Non credo che le tante celebrazioni mediatiche del centesimo anniversario dell’appello di don Luigi Sturzo ai “liberi e forti” per la formazione del Partito Popolare, da cui 23 anni dopo sarebbe nata la Dc nella clandestinità imposta dal fascismo, abbia scosso e invogliato tanto le coscienze dei cattolici da portarli più numerosi almeno in Chiesa in questa seconda domenica del tempo ordinario. Che è quella, celebrata con paramenti verdi, in cui il vangelo ricorda i “primi segni” miracolosi di Gesù con la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Dio solo sa di quanti miracoli avremmo oggi bisogno per uscire dalla palude.

          Non ha torto Angelo Panebianco a chiedersi proprio oggi sul Corriere della Sera come sia possibile “ipotizzare che a Chiese poco frequentate e a seminari vuoti possano corrispondere urne elettoraliPanebianco.jpg traboccanti di voti cattolici”. E, prima ancora delle urne, sezioni di partito traboccanti di iscritti e frequentatori, visto peraltro che non c’è ormai più traccia di formazioni dichiaratamente cristiane come quella impostata e fondata nel 1942, sulle ceneri del Partito Popolare di Sturzo, da uomini, fra gli altri, come Alcide De Gasperi, Giuseppe Spataro, Mario Scelba, Attilio Piccioni e Giovanni Gronchi, per non parlare dei più giovani Giulio Andreotti, Amintore Fanfani e Aldo Moro, sottratto nella sua Bari dal vescovo locale alle prime tentazioni socialiste.

          La cosiddetta secolarizzazione dei cattolici, esplosa già nel 1974 con la sconfitta dello scudo crociato  impugnato da Fanfani nel referendum sul divorzio e sviluppatasi ulteriormente sul tema dell’aborto, induce obiettivamente a ritenere che, pur evocata con i richiami religiosi ed etici a Sturzo, la Dc di cui si avverte ora un’obiettiva nostalgia, anche da chi a suo tempo non la votava, o addirittura la contrastava, è quella più laica che cristiana. Il rimpianto, rispetto allo spettacolo attuale della politica, è per un partito di formazione di classi dirigenti: un partito, per esempio, in cui non si diventata ministri dalla mattina alla sera, senza la competenza necessaria, o senza il tirocinio delle esperienze precedenti di deputato o senatore, presidente di commissione parlamentare, relatore di leggi, sottosegretario e via dicendo.

           Sotto questo profilo, cioè di scuola e di formazione politica, anche chi non lo votò mai, anzi lo avversò di brutto, avverte una certa nostalgia pure del Pci. Dove si potevano incontrare spesso politici faziosi, difficilmente incompetenti. Lo ha ammesso persino Silvio Berlusconi parlando dei grillini come “peggiori”, Dc.jpgproprio per la loro incompetenza,  dei comunisti contro i quali egli scese in campo nel 1994 per evitare che vincessero la partita politica italiana dopo avere perduto il campionato nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. E ciò solo perché nel frattempo si erano suicidati i vecchi partiti di governo, o li aveva uccisi la magistratura con una gestione esasperata delle indagini e dei processi, quando vi si arrivò, sulla cosiddetta Tangentopoli.

            Eppure Berlusconi negli anni in cui ha riempito col suo centrodestra, al governo o all’opposizione, una parte del vuoto elettorale lasciato dalla Dc e una parte forse maggiore del vuoto lasciato dal socialismo autonomista di Bettino Craxi, dai liberali e dai repubblicani, non ha saputo e forse neppure voluto fare della sua Forza Italia, nonostante le “università” inventate in qualche residenza, un movimento di formazione politica, e non solo di raccolta di voti.

            Fu proprio il Cavaliere di Arcore -diciamo la verità- a cominciare ad invertire i tradizionali criteri di selezione dei candidati e, più in generale, della classe dirigente preferendo l’apparenza alla sostanza, allestendo i kit per i candidati e infine arrivando alle liste bloccate, a parole avversate dai suoi avversari ma in fondo utili anche a loro nell’azione di smontaggio dei partiti a direzione collegiale per farne di personali.

           Ora il sistema è arrivato a suo modo al capolinea. E ha fnito per mettere con le spalle al muro lo stesso Berlusconi. Che dopo avere perduto la leadeship del centrodestra a vantaggio del leghista Matteo Salvini, autorizzandolo peraltro alla spuria alleanza di governo con i grillini, tenta un’impresa che non si sa se più generosa o temeraria: quella di competere con lo stesso Salvini nell’ultima corsa alle preferenze, che è quella consentita dalle elezioni di maggio per il Parlamento europeo.

           Sturzo, celebrato anche da lui nel centesimo anniversario dell’appello ai “liberi e forti”, c’entra davvero poco, o per nulla, con quest’ultima edizione della vicenda politica di Berlusconi. Al quale -pur Follini.jpgprendendosela direttamente con Giuseppe Conte, che da mediatore e devoto di Padre Pio qualcuno cerca di paragonare a qualche democristiano del passato- deve avere pensato il suo ostinatamente critico Marco Follini, per qualche mese vice presidente del Consiglio con lui a Palazzo Chigi per conto del comune amico Pier Ferdinando Casini, scrivendo sull’Espresso in edicola di quanto sia difficile, se non impossibile, tornare alla Dc. O solo somigliarle.  

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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