Theresa May non lo sa ancora, ma ormai veste italiano

            Il miracolo politico non so, francamente, se sia più a Roma o a Londra: a Roma per inorgoglirsi di assomigliare a Londra o a Londra per mettersi le classiche mani nei capelli, o nelle parrucche di auree tradizioni, sentendosi precipitati allo stato confusionale dell’Italia.

            Quella Theresa May, la premier inglese sopravvissuta per diciannove voti nel tempio della democrazia di Westminster alla sfiducia tentata dal laburista Jeremy Corbin scommettendo sulla spaccatura dei conservatori -riusciti il giorno prima a sconfiggere la loro leader bocciandole l’accordo con Bruxelles per uscire dall’Unione Europea-  forse non lo sa ma veste italiano. E’ inutile che la signora vada a controllare, ansiosa, le targhette degli abiti e accessori  che Rolli.jpgindossa, acquistati in negozi rigorosamente inglesi. Per una strana e irrimediabile magìa tutto quello che si porta addosso è diventato italiano da quando si è messa a fare la populista anche lei, con quel passato di conservatrice alle spalle: un populismo ereditato dal suo predecessore cavalcando contro l’Europa un referendum che peraltro nessuno gli aveva imposto. E non era neppure vincolante, tanto che la suprema magistratura inglese ha restituito l’ultima parola al Parlamento. Che ha bocciato l’intesa faticosamente negoziata e raggiunta dalla May per uscire appunto dall’Unione.

               Ora, in uno spaventoso intreccio di questioni giuridiche e politiche, di manovre e sottomanovre, di ipocrisie e sincerità, di false aperture e altrettanto false chiusure, di opportunismo e velleitarismo, la politica inglese non sa come uscirne. E, paradosso dei paradossi, dispone a Backingham Palace di una regina, non di un presidente della Repubblica alla Sergio Mattarella, che al Quirinale è riuscito a districarsi, almeno sino ad ora, fra i paradossi e la confusione che produce ogni giorno la maggioranza gialloverde che egli dovette più o meno a malincuore avallare dopo le elezioni del 4 marzo dell’anno scorso, rinunciando al progetto di un governo tecnico dell’economista Carlo Cottarelli già annunciato pubblicamente.

               Tolti i fronzoli delle cronache e delle interpretazioni sulla mano che la Merkel  da Berlino avrebbe testo alla May in difficoltà, per assisterla in un nuovo negoziato a Bruxelles;  al netto delle storie che vi raccontano gli specialisti, la politica inglese naviga ora fra Scilla e Cariddi: fra il populismo di chi Giannelli.jpgritiene sulla Manica che il risultato del referendum per la Brexit vada rispettato fino in fondo, a qualsiasi costo, anche quello più devastante per la Gran Bretagna, e il realismo di chi, pur non sapendo ancora come, vorrebbe tornare indietro e fare un altro referendum, puntando su un risultato opposto al primo, visto che la posta in gioco è diventata adesso più chiara e il popolo -sì, il popolo- potrebbe essere in migliori condizioni per scegliere su una materia così complessa, fornitale l’altra volta con un po’ troppa approssimazione.

               Tutto questo accade curiosamente a Londra mentre a Roma, non contenti dello scombussolamento già creato con la gestione dei primi sette mesi della loro esperienza comune di governo, improvvisata dopo una campagna elettorale durante la quale si erano furiosamente contrapposti, grillini e leghisti hanno portato nell’aula di Montecitorio una proposta di riforma proprio del referendum in controtendenza rispetto alla lezione inglese.

              Al vecchio e più o meno consolidato referendum abrogativo, secondo loro troppo vincolato da quorum e materie precluse, come quelle tributarie e internazionali, grillini e leghisti, pur con le solite distinzioni dagli sviluppi imprevedibili, vogliono aggiungere il referendum cosiddetto propositivo, possibile anche sull’esecuzione dei trattati internazionali, compresi quelli costitutivi dell’Unione Europea.

             L’unica garanzia che i populisti, sovranisti e quant’altri hanno sinora concesso alle opposizioni, raccogliendone una proposta emendativa, è di condizionare la validità del sì alla sua consistenza: il 25 per cento dei voti, rapportato non all’affluenza alle urne ma all’intero corpo elettorale. Ma la stessa opposizione che ha strappato questa concessione -il Pd col costituzionalista Stefano Ceccanti- ha avvertito che ciò non potrà comunque bastare a rimediare ai pasticci destinati a produrre una riforma referendaria di questo tipo: con un Parlamento delegittimato in modo crescente e irreversibile, a vantaggio di una democrazia cosiddetta diretta, praticata ancora per un po’ nelle urne e poi nei computer, alla Casaleggio.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it startmag.it

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