Se un pò di fumo di Londra arrivasse nell’aula di Montecitorio

Un po’ di fumo di Londra dovrebbe pur essere avvertito nell’aula di Montecitorio, dove si discute la riforma del referendum voluta dai grillini e un po’ tollerata, come tante altre cose nella Richiamo Dubbio.jpgmaggioranza gialloverde, dai leghisti. E’ una riforma estensiva dell’istituto contemplato dall’attuale Costituzione solo per tentare, come dice l’articolo 75, “l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge”, salvo che per quelle “tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

In verità, i costituenti nel 1947, modificando ciò che era stato deciso in commissione, estesero l’area del divieto alle leggi elettorali ma, come avrebbe poi inutilmente scoperto quel “secchione” di Giulio Andreotti, la deliberazione d’aula fu smarrita fra le pieghe della stesura tecnica della Costituzione, non si è mai ben capito se per dolo o per negligenza.

Quando Andreotti, non più giovane sottosegretario di Alcide De Gasperi ma presidente del Consiglio, si accorse dell’inghippo -sfogliando appunti suoi e verbali parlamentari mentre i radicali e il democristiano Mario Segni promuovevano un referendum sul sistema elettorale per ridurre ad una sola le preferenze plurime allora esistenti-  era troppo tardi per correggere l’errore degli uffici della ormai più che sepolta Assemblea Costituente. E quel referendum, abrogativo non di una parte ma di qualche parola soltanto della legge elettorale in vigore per la Camera, si svolse col beneplacito della Corte Costituzionale. Non solo si svolse quella prova referendaria, ma essa aprì una breccia per la quale sono passati altri referendum elettorali, in occasione dei quali il povero Andreotti -ancora immanente sul nostro scenario politico con la celebrazione del centesimo anniversario della nascita, e quasi sesto della morte- si faceva sempre il segno della croce. Egli era convinto che in una materia così astrusa come quella elettorale il Parlamento dovesse conservare l’unica parola, specie se a ridosso di qualche rinnovo delle Camere per evitare la tentazione di interventi più opportunistici che opportuni.

Con la riforma costituzionale voluta dai grillini, e tollerata -ripeto- dai leghisti per quieto vivere in una maggioranza già troppo piena di problemi di ordinaria e straordinaria amministrazione e legislazione, gli elettori potrebbero non solo abrogare leggi esistenti, ma crearne nuove di zecca, senza limitarsi a produrle abrogando parti o parole delle vecchie. Sarebbe il referendum propositivo, bellezza:  ben oltre la presentazione di proposte alle Camere “da parte -dice l’attuale articolo 71 della Costituzione- di almeno cinquecentomila elettori”, e redatte “in articoli”.

Questo nuovo tipo di referendum non avrebbe i limiti di merito o competenza, diciamo così, dell’attuale referendum abrogativo. In sede propositiva gli elettori potrebbero intervenire, fra l’altro, anche per l’esecuzione dei trattati internazionali. Così il referendum sull’euro o, più in generale, sull’Unione Europea, cacciato dalla porta  per l’accreditamento del partito delle cinque stelle come forza di governo, potrebbe rientrare dalla finestra di un referendum propositivo. Che non avrebbe neppure l’inconveniente del quorum di partecipazione di metà degli elettori aventi diritto al voto più uno, potendo bastare a convalidarne il risultato il 25 per cento dei sì, sempre rispetto all’intero corpo elettorale.

Certo, un quarto almeno dell’intero elettorato necessario per un risultato valido non  è una soglia da poco, concessa all’opposizione del Pd durante l’esame della  riforma in commissione alla Camera, ma rimane pur sempre un livello ai danni del Parlamento. Dove per approvare una legge occorre la maggioranza dei presenti e votanti non un quarto dei componenti della Camera e del Senato. E questa maggioranza in Parlamento sale, almeno a livello della metà dei membri di ciascuna assemblea, quando sono in gioco interventi di carattere costituzionale.

Una simile disparità fra corpo elettorale e Parlamento diventerebbe ancora più vistosa se il referendum si svolgesse, come vorrebbero i promotori della riforma, per fare scegliere  direttamente dai cittadini fra la proposta di iniziativa popolare e una difforme, ma sulla stessa materia approvata dalle Camere.

La baldanza, a dir poco, con la quale i grillini stanno portando avanti il loro progetto di riforma del referendum -sulla strada di un declamato passaggio da una democrazia rappresentativa di tipo tradizionale ad una democrazia diretta, già entrata peraltro nelle competenze del ministro dei rapporti proprio col Parlamento, il pentastellato Riccardo Fraccaro- stride alquanto con ciò che è accaduto e continua ad accadere in Gran Bretagna. Dove un referendum sull’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea, peraltro sulla carta neppure vincolante ma solo consultivo, imprudentemente voluto dall’allora premier conservatore David Cameron, si è abbattuto come un uragano sulla pur consolidata democrazia -da scuola- di Westminister.  La signora Theresa May, succeduta al suo collega di partito Cameron veste ancora inglese, ma potrebbe avere bisogno prima o poi di un guardaroba italiano.

La Regina Elisabetta, dal canto suo, si sarà messa le mani nei capelli ancor più di quanto non sia stato e non sarà ancora costretto a mettersele al Quirinale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che ancora può contare su una Costituzione che, almeno sotto il profilo del rapporto fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, o per giunta digitale, mette ancora al riparo il sistema istituzionale. Non so però, francamente, fino a quando.

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