Conte stacca i sovranisti nella salita di Davos e sorprende gli europeisti

A dispetto della tolleranza mostrata verso i suoi due vice nell’assalto a Macron con la polemica sul franco “coloniale”, liquidata come  una dialettica quasi ordinaria, e di un vago stile dandy che si lascia pazientemente attribuire, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha tirato fuori gli artigli a Davos.

Altro che l’Emma Bonino della +Europa. Conte ha colto al volo l’occasione o il pretesto del patto franco-tedesco appena aggiornato ad Aquisgrana, con tutta l’enfasi voluta dai sottoscrittori, per rivendicare all’Unione Europea il seggio del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite reclamato dalla Germania con l’appoggio della Francia. Che già vi risiede per rappresentare naturalmente se stessa, e magari -aggiungerebbero forse con feroce malizia Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista- i 14 paesi africani tenuti al guinzaglio di Parigi con la moneta stampata a Lione, peraltro scoperta prima di loro per i suoi presunti guasti migratori in Europa da Giorgia Meloni.

Grande -diceva Mao- è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole. Ora che Mao non c ‘e più, potrebbero cercare di applicare la sua massima in Italia i grillini, da cui tuttavia Conte prende appena può le distanze ripetendo lo schema suggeritogli con pazienza da Mattarella dopo la sfida lanciata alla Commissione europea di Bruxelles col deficit di bilancio annunciato dal balcone di Palazzo Chigi al 2,4 per cento del prodotto interno lordo, salvo negoziare faticosamente uno zero prima del quattro.

Macron e la Merkel, quest’ultima anche a dispetto dell’aranciata consumata con Conte proprio a Davos, non debbono aver preso bene l’europeismo a 24 carati sfoderato a sorpresa dal presidente del Consiglio guardando al Palazzo di Vetro di New York, ma coerente con la linea seguita sull’argomento dall’Italia ben prima che si potesse solo immaginare un governo gialloverde. Non debbono averla presa bene, la sortita di Conte, neppure i sovranisti  che lo hanno portato a Palazzo Chigi sottovalutandone l’imprevedibilità. Che non sembra proprio quella di un “professionista a contratto”, come una volta Bettino Craxi definì Giuliano Amato sospettandolo di averlo tradito dopo essere stato da lui indicato nel 1992 alla guida del governo fra i marosi di Tangentopoli.

Il contratto di governo alla cui esecuzione grillini e leghisti destinarono Conte ha sulla carta, e nelle parole dello stesso Conte e dei suoi vice, la scadenza quinquennale della legislatura. Ma Matteo Salvini, tra la composizione di un contenzioso e l’altro, ha posto il problema di un aggiornamento per definire meglio ciò che già c’è o per inserirvi almeno qualcuno dei vari problemi che vengono accantonati perché assenti, o sopraggiunti.

Nella conferenza stampa di fine anno Conte si rese disponibile a una simile evenienza, come anche a un avvicendamento di uomini e donne nella squadra ministeriale, almeno sino a quando non si rimangiò tutto per l’allarme scattato fra i grillini, destinati a fare le spese maggiori di quello che una volta si chiamava rimpasto. Spese maggiori, perché proprio fra i grillini al governo si sono riscontrati più infortuni in parole e opere. Ed è grillina la componente più sovrarappresentata rispetto alla mutata consistenza dei due partiti in tutti i sondaggi sopraggiunti alle elezioni politiche dell’anno scorso, o nelle elezioni amministrative svoltesi nel frattempo.

Non parliamo delle elezioni politiche suppletive di domenica scorsa a Cagliari, che sono costate ai grillini il seggio della Camera lasciato dal velista Andrea Mura, espulso dal movimento delle 5 stelle e poi dimessosi, prendendo per buona l’eccezionalità di un voto disertato da quasi il 75 per cento -dico settantacinque per cento- dei richiamati alle urne.

Dalle imminenti elezioni regionali abruzzesi e sarde, da quelle analoghe ma meno vicine della Basilicata e da quelle europee di maggio i grillini sembrano destinati a contare solo i voti perduti rispetto alle politiche dell’anno scorso e quelli guadagnati dai leghisti, forse proprio o anche a loro spese. Seguirà per forza di cose una verifica politica a tutti gli effetti, se non la crisi auspicata dalle opposizioni, pur impreparate obiettivamente, e per molte ragioni, a raccoglierne i frutti.

Ebbene, alla verifica o cos’altro sarà nel mese di giugno, a un anno più o meno esatto dalla formazione dell’attuale governo, Conte non arriverà di certo nelle condizioni improvvisate e fisiologicamente deboli di un anno fa. Con lui, con la sua già accennata e avvertita imprevedibilità, con la rete di rapporti istituzionali e politici che egli ha steso, molto fitti dalle parti del Quirinale, dove è stato più volte incoraggiato a muoversi con una certa autonomia rispetto a entrambi i suoi vice, costoro difficilmente potranno darne per scontato l’ assenso a qualsiasi accordo o compromesso. Gli hanno dato la bicicletta e Conte ha ormai imparato a usarla, anche fra le buche dei due partiti della maggioranza, spesso più insidiose di quelle romane.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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