Bersani vuota il sacco su Prodi, Grasso, Grillo e persino Mattarella….

                L’ultima parola sul 2017 e, più in generale, sulla legislatura appena archiviata ha voluto prendersela l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani  rivelando alla sua maniera, fra il serio e il faceto, alcuni misteri. E riproponendo il progetto che gli costò nel 2013 il lasciapassare per Palazzo Chigi e la segreteria del partito: l’intesa di governo con i grillini. Dalle cui sponde, più alte di allora rispetto al nuovo partito di Bersani oscillante nei sondaggi ben sotto il 10 per cento dei voti, gli è arrivata una certa apertura con un’intervista di Luigi Di Maio a Die Welt. Che il quotidiano Repubblica ha tradotto in italiano e astutamente pubblicato nello stesso giorno di quella appositamente chiesta –credo- all’ex segretario del Pd per dare corpo proprio al progetto di un’intesa governativa fra i grillini smaniosi di svolte e i liberi e uguali affidati dallo stesso Bersani e compagni alla guida formale di Pietro Grasso.

             “La destra  è il nostro principale avversario”, ha detto il candidato pentastellato a Palazzo Chigi escludendo così l’ipotesi di un’intesa con i leghisti di Matteo Salvini, restringendo alla sinistra antirenziana il campo di ricerca di un accordo e citando come quadro di riferimento del suo movimento ciò che è accaduto recentemente nel “sobborgo romano di Ostia”. Dove la partita elettorale del municipio si è giocata fra i grillini, che hanno vinto, e la candidata del centrodestra. Musica, credo, per le orecchie di Bersani. La cui intervista a Repubblica tuttavia s’impone all’attenzione di chi segue la politica, e cerca di raccontarla al pubblico, anche per il velo che l’ex segretario del Pd, vuotando il sacco, ha voluto alzare sui passaggi più controversi  delle prime e delle ultime settimane della diciassettesima legislatura.

               Appartiene alle prime settimane la bocciatura della candidatura di Romano Prodi al Quirinale, gestita personalmente proprio da Bersani dopo il naufragio, da lui neppure ricordato a Repubblica, di quella del presidente del partito Franco Marini, come se fosse stata un’operazione solo di facciata, scontata nel suo esito negativo. Invece la bocciatura di Prodi –ha raccontato l’ex segretario del Pd- fu davvero una sorpresa. E “smontò la possibilità” di un “governo di cambiamento”, e di minoranza, appeso agli umori dei grillini.

            Prodi, quindi, fu messo in pista da Bersani nella corsa al Quirinale in funzione di quel progetto, visto che il presidente uscente Giorgio Napolitano l’aveva bloccato. Ebbene, stando così le cose, dopo che già si erano levate moltissime voci nel Pd contro l’ostinazione di Bersani nell’inseguimento dei grillini, c’è solo da stupirsi che lo stesso Bersani continui a contare come 101 i “franchi tiratori” del suo partito di allora, che nel segreto delle urne di Montecitorio rifiutarono il loro voto a Prodi. Il quale non a caso, e più sinceramente o consapevolmente, come preferite, ha detto di ritenere ch’essi fossero stati ben più numerosi, forse anche più di 150, essendogli venuti appoggi segreti da altre direzioni.

            Appartiene invece alle ultime settimane della diciassettesima legislatura la convinzione espressa da Bersani che il presidente del Senato Pietro Grasso non abbia per niente né sorpreso né infastidito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbandonando il Pd e accettando la proposta dello stesso Bersani e compagni di intestarsi le liste antirenziane di Liberi e uguali. Vi sarebbero state, al contrario, una consultazione e condivisione fra le due più alte cariche dello Stato.

            Ciò sottintende una cosa che Bersani non ha voluto aggiungere, né come notizia né come auspicio, ma che aleggia sulla sua rappresentazione dei fatti. E’ la possibilità, o speranza, di contare  sull’aiuto e quant’altro di Mattarella, diversamente da quanto accadde con Napolitano nel 2013, di fronte ad un accordo di governo fra grillini, grassiani e altri che volessero starci per garantire la fiducia parlamentare a Di Maio. O a chi dovesse a sorpresa prenderne il posto su designazione o col consenso di Beppe Grillo, che è pur sempre il “garante” del Movimento 5 Stelle.

            Sbaglierò, ma ho il sospetto che la ricostruzione bersaniana dell’operazione Grasso -potenziale capo supplente dello Stato, non dimentichiamolo- abbia mandato di traverso a Sergio Mattarella la preparazione del suo messaggio televisivo di Capodanno.

 

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