La lunga volata finale di una lunghissima corsa elettorale

            Per quanto mitigata, bontà loro, dall’aggettivo “formale” che l’ha preceduta o seguita, fa un po’ ridere l’apertura della campagna elettorale annunciata dai giornali nel momento in cui il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere, per fortuna non nell’acido di rito ormai un po’ mafioso in cui Marco Travaglio avrebbe voluto scrivendone sul suo Fatto Quotidiano.

            In realtà la campagna elettorale per il rinnovo delle Camere elette il 25 febbraio 2013 è in corso almeno dalla sera del 4 dicembre dell’anno scorso, quando risultò bocciata con lo scarto referendario di una ventina di punti la riforma costituzionale targata Renzi.

            Da quel momento tutti –singoli e partiti, grandi e piccoli- si sono mossi solo in funzione dei vantaggi che hanno ritenuto di poter trarre dalle successive elezioni politiche, o dei danni che hanno pensato di potere procurare agli avversari.

            Anche la scissione del Pd, qualche mese dopo, fu studiata e consumata da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni solo pensando a quanti voti essi avrebbero potuto sottrarre nelle elezioni politiche, anticipate o ordinarie che fossero, a un Matteo Renzi ostinatamente rimasto al vertice del partito anche dopo la sconfitta referendaria, ritirandosi solo dalla guida del governo. Dove peraltro egli aveva chiesto e ottenuto dal presidente della Repubblica di essere sostituito dall’amico Paolo Gentiloni. Di cui il segretario del Pd ha poi tanto apprezzato  lealtà e altre doti, pur nei passaggi in cui Gentiloni non ne ha seguito indicazioni o desideri, come nel caso del rinnovo del mandato di Ignazio Visco al vertice della Banca d’Italia, da averne lasciato porre la candidatura a Palazzo Chigi anche nella nuova legislatura.

            La cosa più importante per Renzi è che dopo le elezioni  sia ancora un uomo del Pd a guidare il governo: lui stesso o Gentiloni poco importa, o importa meno di quanto l’ex presidente del Consiglio avesse ritenuto o lasciato ritenere qualche mese fa.

            Gli schieramenti formatisi l’anno scorso attorno alla riforma costituzionale si sono cristallizzati, con qualche ulteriore vantaggio per il fronte del no, perché lungo la strada hanno finito per scaricare Renzi e il suo partito anche alcuni che a sinistra votarono quella riforma. Ne cito uno fra tutti: Giuliano Pisapia. Non parlo poi del presidente del Senato Pietro Grasso. Che, dopo essersi unito ai dissidenti votando no al referendum, ha accettato di fare mettere il proprio nome al polso, come un neonato, delle liste elettorali antirenziane di Liberi e uguali,  tradotti ormai nell’acronino Leu.

Ma “uguali a chi?”, ha sarcasticamente fatto chiedere Giannelli, in una gustosa vignetta sul Corriere della Sera, da Sergio Mattarella allo stesso Grasso e alla presidente della Camera Laura Boldrini, anch’essa della compagnia elettorale antirenziana, accomiatandoli al Quirinale dopo averne sciolto le assemblee.

            Più che cominciata, sia pure formalmente, la corsa elettorale per la diciottesima legislatura, col decreto presidenziale di chiusura della diciassettesima è cominciata la volata finale. Che sarà lunga sessanta giorni, come lunga di 480 giorni finirà per risultare la corsa o campagna elettorale nel suo complesso. E’ una lunghezza da ammazzare, francamente, qualsiasi corridore. Ma la politica almeno in questo sa fare miracoli. Anche qualche broccolo riuscirà a tagliare il traguardo arrivando nelle nuove Camere per il rotto della cuffia. O della legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum- che all’ultimo momento ha sostituito le due uscite –una per Montecitorio e l’altra per Palazzo Madama- dalla sartoria della Corte Costituzionale, dove si lavora curiosamente più di forbice che di ago e filo.   

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