Antipasto al Quirinale in attesa del rimpasto, e con odore di vodka

              Più che un rimpasto, l’atteso ma evidentemente non ancora maturo rimpasto, visti i problemi di turbolenza ancora presenti nel movimento grillino dopo i sei milioni e rotti di voti perduti nelle urne europee, regionali ed amministrative del 26 maggio scorso, è stato un antipasto quello che si è consumato con discrezione al Quirinale alla presenza del capo dello Stato e del presidente del Consiglio. Il quale ha proposto, su designazione del vice presidente e leader leghista Matteo Salvini, e ottenuto da Sergio Mattarella la nomina di Alessandra Locatelli a ministra della famiglia, al posto del collega di partito Lorenzo Fontana, chiamato invece ad assumere il Ministero degli affari europei lasciato nei mesi scorsi da Paolo Savona, oggi presidente della Consob.

            Diversamente dalla collega Locatelli, entrata nel governo come una matricola, Lorenzo Fontana non ha avuto bisogno di ripetere la cerimonia di giuramento al Quirinale per avere dovuto solo cambiare funzioni e competenze, occupandosi ora dei rapporti e affari europei cui Lorenzo Fontana.jpgmolto tiene Salvini in vista dei nuovi assetti, per il momento da lui più temuti che auspicati, che stanno maturando nell’Unione dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Dove il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno si è appena doluto che tutti gli italiani abbiano rimediato o stiano rimediando posti, anche i grillini ancora senza un gruppo di appartenenza, fuorchè i leghisti. Che sperano di rifarsi in qualche modo almeno nella nuova Commissione, a Bruxelles, se gli altri governi vorranno, se Giuseppe Conte vorrà e saprà negoziare davvero con impegno e se Salvini saprà indicare il candidato giusto al commissariato cui ambisce il suo partito, che è quello della Concorrenza, già tenuto dall’Italia ai tempi, per esempio, di Mario Monti per conto di governi, a Roma, sia di centrodestra sia di centrosinistra.  

            Tutto lascia prevedere che Salvini, a dispetto dell’immagine che si è creata di uomo rude o “truce”, come lo chiama sul Foglio il non certamente amico o estimatore Giuliano Ferrara, saprà trovare o accontentarsi del candidato giusto della Lega alla Commissione Europea, come ha fatto del resto a livello di rimpasto o antipasto, spostando agli affari europei Lorenzo Fontana e non impuntandosi sull’attuale presidente della Commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai. Alberto Bagnai.jpgChe è considerato tanto scettico verso l’euro da poterne essere definito un nemico. Fontana invece, da non confondere col suo quasi omonimo e collega di partito Attilio, governatore della Lombardia, è abbastanza forte e duttile insieme per cavarsela, anche se come ministro della famiglia si guadagnò nei mesi scorsi la fama di durissimo nella difesa dei valori tradizionali, tanto da mettere in difficoltà persino il Vaticano, o alcune eminenze.

            Un vignettista tuttavia, Stefano Rolli sul Secolo XIX di Genova, della catena ormai di Repubblica, si è divertito a chiedersi se fra le qualità di Lorenzo Fontana al Ministero degli affari europei non possa Rolli.jpgo debba sospettarsi la sua conoscenza, credo improbabile, della lingua russa. E della valuta di quel paese, il rublo, appena tornato di attualità nelle polemiche contro Salvini e la Lega per una storia anticipata nei mesi scorsi dall’Espresso e rilanciata adesso dal sito americano BuzzFeed.com di accordi o trattative svoltesi nell’autunno scorso a Mosca, durante una visita dello stesso Salvini, per finanziare addirittura con 65 milioni di dollari – ricavati da tangenti o qualcosa di simile su affari petroliferi- la campagna elettorale della Lega per le votazioni europee del 26 maggio.

            Salvini è tornato a smentire e a minacciare querele, mostrando però questa volta di spingersi più in là del solito, o di retrocedere, come preferite, prendendo qualche distanza dall’amico e suo ex portavoce Gian Salvini e amico.jpgLuca Savoini, ritratto con lui a Mosca proprio nell’autunno scorso, in affari con oligarchi russi e fra gli invitati a Villa Madama, nei giorni scorsi, alla cena offerta dal governo italiano al presidente russo Vladimir Putin.

            Le smentite e minacce di querele del leader leghista non hanno naturalmente ridotto e tanto meno spento le polemiche, esplose con proteste e cartelli nell’aula di Montecitorio e tradottesi in titoli Schermata 2019-07-11 alle 06.32.15.jpgallusivi di copertina su giornali come Repubblica  e il manifesto: la prima sparando, diciamo così, “Ombre russe sulla Lega” e  il secondo “Zitti e Mosca” su unamanifesto.jpg foto della recentissima cena di Putin a Roma, presenti Salvini e il suo quasi omonimo e presunto uomo di fiducia Savoini. Che a Mosca avrebbe parlato del leader leghista con gli amici russi come del “Trump italiano”, su cui poter scommettere, anche se i rapporti fra il Trump vero e Putin sono a dir poco altalenanti.

             E i grillini di fronte a tutto questo? Sono stati tentati di inserirsi nelle polemiche, offrendosi come i veri difensori degli “interessi nazionali”, di cui ha parlato il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, ma senza esagerare, almeno sino a questo momento, sentendo evidentemente puzza di bruciato, o falso, e temendo passi falsi nei rapporti con un alleato di governo scomodo ma pur sempre preferibile alla prospettiva di una crisi e di elezioni anticipate.

 

La storia riscritta al telefonino col trojan: Mattarella non è Napolitano

Ci ho messo un po’, viste le mie radicate abitudini e i quasi sessant’anni di mestiere giornalistico, tra volontariato, praticantato e professionismo, ma alla fine ce l’ho fatta, riuscendo peraltro a ridurre il tempo riservato ai quotidiani.

Ho deciso di non leggere le più o meno fluviali pubblicazioni delle intercettazioni, e brogliacci, degli incontri, colloqui, sospiri, racconti, allusioni e quant’altro del magistrato Luca Palamara a telefonino imprudentemente acceso. Esso ha trasformato l’utente, per una specie di virus elettronico iniettatogli per ordine della Procura di Perugia e chiamato “Trojan” con gusto omerico, da indagato perPalamara.jpg corruzione e non so quanti altri reati in una spia. Che, data l’inconsapevolezza dell’interessato, durata non moltissimo per la soffiata che lo ha allertato ma abbastanza per produrre effetti mediaticamente, politicamente e giudiziariamente dirompenti, è qualcosa di più di un infiltrato.

Per fortuna siamo lontanissimi dagli anni della peste a Milano raccontata da Alessandro Manzoni nei suoi storici Promessi Sposi. Altrimenti Palamara, miracolosamente ancora libero, vista la facilità con la quale in Italia si può finire agli arresti “cautelari” durante le indagini, per quanti tentativi siano stati compiuti per limitarli dopo la scoperta degli abusi specie nell’epopea giudiziaria, come molti ancora la considerano, di Mani pulite; altrimenti Palamara, dicevo, sarebbe finito linciato in pieno giorno dietro l’angolo di casa come un untore dalle vittime incolpevoli delle sue frequentazioni e amicizie, di qualsiasi grado e natura.

Il colpo di grazia alle mie tentazioni di lettore, cioè alla mia curiosità, me lo ha dato il sommarietto di prima pagina e il contenuto, all’’interno del Fatto Quotidiano, di una conversazione di Palamara captata il 21 maggio mons. Paglia.jpgscorso, in un bar romano vicino a Piazza Fiume, con un prelato abbastanza famoso e autorevole: il monsignore Vincenzo Paglia, dal 2016 presidente della Pontificia Accademica per la Vita e già vescovo di Terni.

Meno male -c’è da dire da fedele pur facile al peccato- che Palamara non abbia avuto modo di conoscere Papa Francesco e di essere ammesso alla sua presenza, munito di quel diabolico telefonino, nella residenza di Santa Marta. Chissà che cosa si è risparmiato il Pontefice, con quella voglia che ha -benedett’uomo- di informarsi e con quella franchezza con la quale esprime i suoi giudizi su cose e persone. Ne sa qualcosa il povero allora sindaco di Roma Ignazio Marino, mandato quasi grillinamente a quel posto dal Papa parlandone in aereo con i giornalisti al ritorno da un viaggio all’estero, dove il predecessore di Virginia Raggi l’aveva raggiunto mostrando di essere stato invitato.

Ma torniamo al povero monsignor Paglia, colpevole solo, nell’incontro al bar con un Palamara che gli parlava dei problemi personali e di quelli del Consiglio Superiore della Magistratura, letteralmente terremotato poi dal suo “Trojan”, di essersi fatto vincere dalla curiosità di conoscere umori, reazioni e quant’altro del presidente della Repubblica, e dello stesso Csm, Sergio Mattarella di fronte al problema della nomina del nuovo capo della Procura di Roma, dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone.

Forte anche del pur breve periodo in cui da membro togato del precedente Consiglio Superiore della Magistratura aveva avuto modo di vederlo all’opera, fra il 2015 e il 2018, Palamara ha detto all’amico monsignore, testuale Mattarella e Napolitano.jpgnel sommarietto di prima pagina del Fatto Quotidiano: “Mattarella non è Napolitano”. Mi riferisco naturalmente a Giorgio Napolitano, il predecessore dell’attuale capo dello Stato, affettuosamente noto agli italiani anche come “Re Giorgio” per una certa somiglianza giovanile, da lui stesso ironicamente ricordata più volte parlandone in pubblico, con Umberto II di Savoia, l’ultimo sovrano d’Italia.

Avete capito che grande novità, che clamorosa sorpresa ci ha procurato l’invasivo “Trojan” con cui parla, viaggia e persino dorme, se lascia il telefonico acceso sul comodino o sulla poltrona dove si appisola, questa mina vagante che è diventata l’ex, peraltro, presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati Palamara? Abbiamo scoperto che Mattarella “non è Napolitano”. Incredibile ma vero.

A noi giornalisti , forse pennivendoli prima ancora che così ci chiamasse in uno dei suoi inarrestabili scatti d’ira Ugo La Malfa, condannati a raccontare la politica nel dritto e nel rovescio, davanti e dietro le quinte, è sfuggito il particolare rilevato da Palamara. Ci è sfuggito, o abbiamo avuto riguardo o paura di scriverne, anche quando, per esempio, abbiamo dovuto seguire l’anno scorso la gestione della lunga crisi di governo, in apertura della diciottesima legislatura uscita dalle urne del 4 marzo: due giri di consultazioni a vuoto, due missioni esplorative anch’esse a vuoto, l’annuncio dell’imminente conferimento dell’incarico a un tecnico per una soluzione di decantazione, l’avvio autonomo e non disposto da alcun decreto presidenziale di trattative di governo fra grillini e leghisti, il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio a Giuseppe Conte, la rinuncia di quest’ultimo, le minacce di impeachment del capo dello Stato da parte del capo del Movimento delle 5 stelle e candidato alla vice presidenza del Consiglio, Luigi Di Maio, il conferimento del nuovo incarico all’economista Carlo Cottarelli, la nuovamente autonoma decisione di Di Maio e di Salvini di riaprire le loro trattative per trovare un Ministro dell’Economia gradito anche al Quirinale, la rinuncia di Cottarelli e il reincarico a Conte.

Neppure allora a noi giornalisti venne la voglia, l’intuizione, il coraggio, chiamatelo come volete, di dare la notizia scoperta e fornita da Palamara all’amico monsignore: che cioè Mattarella , ripeto, non è Napolitano. Preferibile o no, poco importa. Non è Napolitano. E tanto deve bastare, e avanzare.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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