Proviamo a immaginare ciò che Salvini deve spiegare agli inquirenti di Repubblica

              Hanno ormai perduto la pazienza dalle parti della Repubblica di carta, dove sembra che nelle indagini, sfogliando la posta ordinaria e quella elettronica e chissà quant’altro, si siano spinti in pochi giorni molto più avanti della Procura di Milano, che pure ha cominciato ad occuparsi dell’affare molto prima, aprendo il solito fascicolo e mettendovi dentro nel mese di febbraio una copia dell’Espresso appena arrivata per le vie ordinarie all’edicola più vicina al Tribunale ambrosiano.

            Poiché non dispongono, per fortuna,  di manette e simili, d’altronde ancora vietate ai polsi di un senatore della Repubblica, quella vera, senza le procedure e le autorizzazioni imposte da ciò ch’è rimasto del vecchio articolo 68 della Costituzione sulle immunità, dopo i tagli apportati a furor di popolo nel 1993, ai tempi di “Tangentopoli”, gli inquirenti della Procura onoraria di Roma hanno mandato al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno una specie di mandato a comparire.

            “Ora Salvini deve spiegare”, hanno intimato quelli di Repubblica in un titolo di prima pagina su “Moscopoli”, come ha acquisito il diritto di essere chiamata la capitale della Russia da quando proprio Salvini Repubblica.jpgha cominciato a frequentarla, da solo e in compagnia, prima e dopo essere entrato nel governo italiano. Ma cosa, in particolare, deve ancora “spiegare” il leader leghista, magari parlandone finalmente nell’aula di Montecitorio, visto che al Senato un tentativo è già fallito, miseramente scontratosi con l’annunciata decisione della presidente Maria Elisabetta eccetera eccetera di non far perdere tempo ai suoi colleghi di opposizione, e tanto più di maggioranza, con i “pettegolezzi giornalistici” sui viaggi di Salvini, sulle sue simpatie per Putin almeno sinora ricambiate, nonostante le complicazioni intervenute, e sui tentativi compiuti da comuni amici, per quanto inutilmente, almeno sino a questo momento, di rimediare alla Lega, all’ombra di qualche affare petrolifero, un po’ di rubli: non quelli, per carità, che a tonnellate venivano sistematicamente mandati dal Cremlino e dintorni all’allora Pci di Palmiro Togliatti e successori, ma abbastanza per fronteggiare almeno una campagna elettorale: qualcosa -si è sospettato e sventolato da sinistra nelle aule parlamentari- come 65 milioni di dollari-ex rubli.

            Che cosa deve ora spiegare o smentire di più, e per primo, l’incalzato leader leghista? Le ragioni per le quali prima si è accompagnato e fatto fotografare più volte col quasi omonimo Gianluca Savoi e poi ha mostrato di non averlo davvero mai conosciuto, neppure come il “soldato della Lega” ricordato ai giornali dal notissimo, sia pure ex parlamentare ormai, Mario Borghezio? O le ragioni per le quali Salvini, sempre lui, si è mostrato sorpreso di vedere Savoi anche a Villa Madama a brindare una decina di giorni fa con Putin, peraltro tenendo assai Savoini.jpgcafonescamente una mano in tasca, come se fosse l’ex presidente forzista del Senato Carlo Luigi Scognamiglio Pasini?  Che esordì a Palazzo Madama nel 1994 parlando appunto dallo scranno più alto con una mano in tasca. E poi, sempre parlando dell’ex presidente del Senato, continuando a prendersi molto sul serio, sino a viaggiare su una carrozza ferroviaria speciale e a fare fermare il convoglio alla stazione di comodo, suo e dei familiari, anziché a quella programmata per il pubblico comune e pagante.

            Eppure quel Savoi, come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è premurato di accertare e comunicare facendo sentire “pugnalato” il suo vice presidente, era stato accreditato a quella cena proprio dagli uffici di Salvini D'Amico e Savoini.jpgnelle persone di una segretaria chiamata Barbara e di un collaboratore di rango, diciamo così, Salvini xon D'Amico.jpgClaudio D’Amico, consigliere per le “attività strategiche internazionali”. E speriamo che non ce ne sia anche per le attività tattiche, nazionali e non solo internazionali, con competenze -Dio non voglia- anche nella gestione delle pratiche dei porti e degli sbarchi. Con i tempi che corrono e le Carole in adorazione o processione si potrebbero avvertire brividi di paura.  

            Ma la cosa che, a questo punto, mi sembra più urgente e sensato chiedere a Salvini, o a proposito di Salvini, è un’altra: come ha fatto il leader leghista, con questo metodo di lavoro e selezione di personale che sta emergendo a proposito di quella che a Repubblica chiamano “Moscopoli”, forse per l’imperdibile rima con “Tangentopoli”, a crescere così tanto e così rapidamente nell’interesse e nel consenso degli elettori. Egli è riuscito a sgonfiare per metà il pallone grillino e a confinare in una specie di camera di rianimazione il partito, o quel che ne resta, del vecchio alleato Silvio Berlusconi. Che per meno, molto meno, ha deposto eredi e aspiranti delfini buttando nel cesso -ricordate? – i loro “quid”, e lavandosi le mani in tutti i sensi, con la mania che ha di tenere puliti  i cessi di casa e delle sue aziende: una mania tale da fargli escludere una volta di poterne affidare la manutenzione a ditte o personale di provenienza pentastellata.   

 

 

 

 

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