La favola del Conte inamidato e cresciuto nonostante i guai della sua maggioranza

In questo lungo, interminabile, a questo punto anche stucchevole conto politico alla rovescia in corso non si sa più nemmeno verso che cosa -la crisi? le elezioni anticipate? le elezioni fra un anno? un rimpasto? un rimpastone? un ribaltone? un ribaltino? uno scambio di tarallucci con o senza vino?- si è cercato ultimamente di distrarre o incantare il pubblico, come preferite, con la favola di un punto quasi improvvisamente trovato di riferimento forte, sicuro, capace di domare ogni tipo di fuoco. Altro che il generale Agosto dei vecchi tempi, nascostosi o nascosto chissà dove, magari costretto alla fame dai tagli apportati alla pensione “d’oro” da lui “rubata”, secondo il linguaggio grillino, ai signori della vecchia Repubblica per i tanti servizi resi quando era in servizio a disciplinare l’arrivo e la partenza dei governi balneari.

            Parlo della favola del Conte, al maiuscolo o al minuscolo, come preferite, che “zitto zitto”, come ha appena raccontato Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano più celiando che condividendo le analisi entusiastiche fatte, in particolare, da Eugenio Scalfari su Repubblica e da Paolo Mieli sul Corriere della Sera, di quel “pallino gonfiato” da lui schiaffato invece in una vignetta in fondo alla prima pagina di domenica scorsa.

              Il Conte che- zitto zitto, ripeto- ha fregato la vittoria elettorale di Matteo Salvini nelle elezioni europee del 26 maggio, poi la conferma digitale di Luigi di Maio a capo del Movimento delle 5 stelle, pur dopo i sei milioni e più di voti perduti in un anno, e va in giro per il Paese e per i palazzi della Politica fresco come un gelato e pieno di alternative in tasca, o nel taschino pur già occupato dal solito elegante fazzoletto, per sopravvivere ad ogni evenienza.

            Mancava solo che sui tabelloni delle stazioni ferroviarie ieri affollati dei ritardi imposti ai treni da quegli stronzi -scusate la parolaccia- degli anarchici, o chi per loro, che avevano bruciato le centraline dell’alta velocità  ferroviaria, qualche buontempone s’inventasse un solo convoglio in perfetto orario, in partenza e in arrivo: quello del presidente del Consiglio in carica: la Freccia del Conte.

            Eppure, a conforto dello storico Ernesto Galli della Loggia, che ha dovuto accettare un passaggio offertogli con una intervista da Libero per smentire il suo amico ed ex direttore del Corriere Galli della Loggi a Libero, ieri.jpgparlando ancora di Conte come di un premier Schermata 2019-07-23 alle 05.35.23.jpg“per caso o solo di facciata”, un istituto dei sondaggi fra i maggiori  -SWG- ha smascherato romanzieri, favolisti,  pittori di corte e simili. Ed ha rivelato che dal 4 giugno scorso al successivo 15 luglio, cioè fra la vittoria elettorale di Salvini alle elezioni europee di fine maggio alla decantata esplosione di popolarità e di prestigio di Conte, quest’ultimo è passato da una fiducia del 58 ad una fiducia del 48 per cento del pubblico. Dieci punti in meno in un mese non mi sembrano francamente pochi, per quanto il 48 per cento -lo ammetto, per carità- sia di tutto rispetto.

            Le cose, nei sondaggi di SWG, non sono andate meglio considerando non Conte ma, nel suo complesso, l’azione del governo che lui presiede, con o senza la casualità o la facciata contestatagli dal forse troppo esigente Galli della Loggia, che a 77 anni appena compiuti ha evidentemente SWG sul  governo.jpgricordi di altri governi e di altri presidenti del Consiglio, che magari ai loro tempi lui ugualmente criticava sul maggiore giornale italiano, aspettandosi di più e non immaginando quelli che sarebbero seguiti. Ebbene, l’efficacia dell’azione del governo del Conte che ha fatto pur relativamente sognare Mieli e Scalfari, in ordine Schermata 2019-07-23 alle 05.35.23 4.jpgrigorosamente alfabetico, è sceso in un mese, questa volta fra l’11 giugno e il 15 luglio,  dal 53 al 38 per cento. Se non è stata una caduta, poco le è mancato: una caduta tuttavia che non ha compromesso i lucido delle scarpe di conte e le pieghe stiratissime del suo abbigliamento.

 

 

 

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Quella volta che Borrelli mi chiese se a casa Craxi fossero impazziti

Eletto ripetuto dal 1972 a Milano, per quanto orgogliosamente fiorentino, nelle liste del Partito Repubblicano con la iniziale e pubblica sponsorizzazione pubblica dell’amico Indro Montanelli, che per solidarietà aveva lasciato il Corriere della Sera quando lui ne aveva perso la direzione, da presidente del Senato Giovanni Spadolini si faceva ospitare nelle sue visite ambrosiane dalla Prefettura. Dove spesso, in suo onore, veniva organizzato un incontro con le autorità locali e con una rappresentanza della stampa che sceglieva lui personalmente. Fu così che vi fui invitato, essendo direttore del Giorno, oltre che amico, qualche giorno dopo l’arresto del socialista Mario Chiesa, nel febbraio del 1992, e l’esplosione di quella che sarebbe stata chiamata Tangentopoli. Spadolini dall’anno prima era diventato senatore a vita, ma non aveva voluto perdere per questo i contatti con la “sua” ormai Milano.

Fra le autorità presenti a quell’incontro c’era il capo della Procura della Repubblica Francesco Saverio Borrelli. Che se ne stava un po’ in disparte, in un angolo della sala, Borrelli.jpga sorseggiare uno spumantino quando Spadolini mi prelevò da un gruppo di colleghi e mi accompagnò da lui per presentarmelo. Ebbi la sensazione, forse sbagliata, per carità, ma avvertita dopo che fummo rapidamente lasciati soli, che quella presentazione non fosse stata casuale.

Appena allontanatosi il presidente del Senato, Borrelli mi chiese con un certo risentimento, che mi sorprese proprio perché non ci eravamo mai conosciuti, ma evidentemente motivato dai miei noti rapporti di amicizia con Bettino Craxi, se “a casa del presidente” fossero “impazziti”. Cercai di fare il finto tonto chiedendogli a quale “presidente” si riferisse. E lui andò subito al sodo chiedendomi se non avessi letto ciò che aveva dichiarato Bobo Craxi, segretario cittadino del Psi e consigliere comunale, a commento dell’arresto di Chiesa: “si vede -aveva detto pressappoco il figlio dell’ex presidente del Consiglio- che è cominciata la campagna elettorale” per il rinnovo delle Camere, per cui in effetti si votò il 5 aprile di quell’anno.

Francamente a disagio per tanta franchezza , diciamo così, di Borrelli alle prese con un giornalista, gli chiesi che cosa potesse fargli pensare che Bobo Craxi avesse parlato in quel modo a nome del padre, peraltro commentando non solo l’arresto di Chiesa ma anche le reazioni politiche degli avversari del leader socialista. Ma Borrelli, con franchezza crescente e per me sempre più imbarazzante, mi lasciò quello che io ritenni, magari a torto anche questa volta, un messaggio. Che poi, alla prima occasione di un incontro personale a Roma, non fidandomi del telefono, vi confesso, riferii a Bettino senza ricevere una parola di commento. Colsi solo sul suo volto una smorfia di sorpresa e fastidio.

“Vorrei che il presidente sapesse -mi aveva detto all’incirca Borrelli- che l’arresto di Chiesa è avvenuto in flagranza di reato, dopo mesi di indagini, per mia espressa volontà, proprio perché nessuno potesse commentarlo come ha fatto Bobo Craxi”, cioè strumentalizzandolo -mi parve di capire- in chiave politica.

Non ebbi altre occasioni di incontro con l’allora capo della Procura della Repubblica di Milano. Né mi lamentai dell’accaduto con Spadolini, pur essendone stato tentato, per non metterlo in imbarazzo né come amico né come seconda carica dello Stato.

 

 

 

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Doppia incoronazione di Giuseppe Conte nel tempio del Corriere della Sera

            Grossa sorpresa sul Corriere della Sera all’apertura di una settimana che potrebbe essere davvero decisiva per Giuseppe Conte, fra l’appuntamento di mercoledì col Senato e con Matteo Salvini su quella che Repubblica continua a chiamare “Moscopoli” in funzione antisalviniana e l’ennesimo tentativo di trovare un compromesso nel governo sulle cosiddette autonomie differenziate, per evitare Il Giornale.jpgquello che il Giornale della famiglia Berlusconi si augura si traduca nel “licenziamento” dello stesso Conte da parte del Nord, e dei suoi governatori leghisti in rivolta contro Palazzo Chigi.  In  un editoriale del suo più volte ex direttore Paolo Mieli il più diffuso giornale italiano ha voluto mettere una corona sulla testa del presidente del Consiglio. Egli avrebbe vinto per un’”agilità”, un’astuzia e quant’altro davvero sorprendenti la partita cominciata con le elezioni europee di maggio rovesciandone il risultato favorevole al leader leghista. Che era uscito dalle urne, ricorderete,  col 34 per cento e rotti di voti dimezzando la consistenza degli alleati grillini.

            Come sia potuto accadere questo miracolo, che rimarrebbe tale pur con tutti i riconoscimenti possibili Mieli 2.jpgalla imprevista abilità di un neofita della politica come l’ormai ex “avvocato del popolo”, quale il presidente del Consiglio si definì umilmente  all’insediamento, Mieli lo ha spiegato attribuendo a Conte la possibilità e capacità di restare al suo posto Mieli 2 jpg.jpgsia con e sia senza la Lega, con una potenziale maggioranza di ricambio da quasi “solidarietà nazionale”, comprensiva del Pd e forse anche di Forza Italia. Altro, quindi, che le elezioni anticipate sognate, perseguite e quant’altro da un Salvini peraltro caduto nell’errore, secondo l’autorevole editorialista di via Solferino,  di non porre questo problema sul tappeto con la necessaria chiarezza, o fermezza, o entrambe.

            A pensarci bene, tuttavia, sono addirittura due le corone che il mio amico Mieli -non nuovo a scommesse, vista quella  Foto Mieli.jpgelettorale che da direttore ancora in carica al Corriere fece su Romano Prodi, non prevedendone le successive difficoltà a Palazzo Chigi- ha messo sulla testa di Conte. Egli ha sovrapposto quella di presidente del Consiglio alla corona di capo del Movimento delle 5 stelle. Dove, ricorrendo ad un’immagine usata da Beppe Grillo in uno dei suoi recenti spettacoli teatrali, “l’acquario” allestito prima delle elezioni politiche dell’anno scorso con la leadership digitale di Luigi Di Maio sarebbe “bollito” alla temperatura delle elezioni europee, per non parlare dei fiaschi precedenti, nelle elezioni regionali e amministrative seguite alla formazione del governo Conte.

            Mieli deve avere evidentemente sul complesso, inquieto, quasi infernale movimento grillino, le cui tensioni interne non sono neppure paragonabili per consistenza e asprezza a quelle cui ci avevano abituati nella cosiddetta Prima Repubblica partiti come la Dc e il Psi, notizie più fresche, aggiornate e credibili del pur insospettabile Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, non certamente estraneo a quel mondo. Che non più tardi di ieri ha svillaneggiato Conte in prima pagina come un “pallino gonfiato”.

            Se Mieli avesse visto giusto e i fatti gli dovessero dare ragione, con un Conte provvisto addirittura di due maggioranze intercambiabili, dopo avere peraltro diretto un governo che molte volte è apparso un doppio governo, avrebbero motivo di compiacersi sia quelli che nel Pd spingono sempre più apertamente per aiutare i grillini a liberarsi dei leghisti -significativa, al riguardo, è un’intervista a Dario Franceschini appena pubblicata sullo stesso Corriere della Sera- sia i colleghi del medesimo Mieli nello storico giornale milanese di via Solferino. Dove la prospettiva, ogni tanto lanciata da destra e da sinistra, dell’editore Urbano Cairo tentato dalla politica crea più preoccupazioni che altro.

           Con un Conte così bene in sella, a cavallo di una maggioranza potenzialmente estesa dal Pd a quel che resta del partito di Silvio Berlusconi, ci sarebbe ben poco spazio politico da coprire. A meno che non abbia ragione Enrico Mentana.jpgMentana, che proprio al Fatto Quotidiano appena avventuratosi contro il “pallino gonfiato”, ripeto, di Giuseppe Conte ha detto che “nel tramonto delle idee” in cui si trova l’Italia il leader leghista Salvini, e non l’attuale presidente del Consiglio, “diventa Maradona”.

 

 

 

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I grilli di Giuseppe Conte che insospettiscono anche i grillini

            Pur relegata in fondo, a sinistra, di una prima pagina giustamente impostata, dal loro punto di vista, sulla venerazione dello scomparso Francesco Saverio Borrelli, i cui estimatori dimenticano Il Fatto su Borrelli.jpgi dubbi espressi, di fronte alla corruzione sopravvissuta alle sue indagini di “Mani pulite”, se fosse valsa la pena demolire in quel modo, praticamente, un intero sistema politico sbrigativamente chiamato in senso dispregiativo “Prima Repubblica”; pur relegata, dicevo, in fondo, a sinistra, della prima pagina, quelli del Fatto Quotidiano hanno fatto capire con una vignetta spietata di Riccardo Mannelli quanti sospetti e malumori corrano fra i grillini sul conto di Conte. E scusate il bisticcio delle parole.

            Quel “pallino gonfiato”, neppure pallone, dato al presidente del Consiglio la dice non lunga ma lunghissima sulle condizioni in cui si è messo Giuseppe Conte con gli ultimi posizionamenti. Il più significativo dei quali resta la lettera di pochi giorni fa a Repubblica in cui praticamente il professore ha elencato le condizioni tutto sommato ovvie, e quindi modeste, alle quali potrebbe essere disposto a succedere a stesso con un governo diverso, magari anche tecnico, nel caso di una crisi che, a questo punto, non si capisce più bene quanto gli prema evitare, e quanto invece non gli giovi accelerare.

            Le modiche condizioni poste dal presidente del Consiglio nella “presa d’atto” -ha scritto a Repubblica- di “congetture su scenari futuribili e nuove maggioranze di governo” che lo “coinvolgono personalmente” sono “il rispetto delle istituzioni, la trasparenza nei confronti dei cittadini, la fedeltà agli interessi nazionali”. I quali ultimi -guarda caso- sono quelli che il suo vice presidente leghista Matteo Salvini è accusato da sinistra in questi giorni, a proposito di quella che proprio Repubblica chiama “Moscopoli”, di avere violato o macchiato trattando o lasciando trattare da improvvidi amici finanziamenti russi, in rubli o dollari, al proprio partito. E -sempre, guarda caso- ad un Salvini restio a sottoporsi, chissà perché, a un dibattito parlamentare per difendersi si è sostituito lo stesso Conte, fra il plauso dell’opposizione di sinistra e l’oggettivo spiazzamento del leader leghista, prenotandosi al Senato per mercoledì prossimo.  

            A dispetto, direi, dell’assicurazione di Conte, sempre in quella lettera a Repubblica, della sua indisponibilità solo a “operazioni ambigue”, la situazione non è francamente delle più  chiare e limpide. E’ una situazione, direi, abbastanza ambigua, dalla quale il presidente del Consiglio, se lo volesse, potrebbe anche uscire accelerando un chiarimento con qualcosa che nel vecchio vocabolario politico si chiamava “verifica” e che, in una concezione più “trasparente” dei rapporti col pubblico, come li chiama lo stesso Conte, potrebbe essere l’apertura di una crisi. Cui lui invece preferisce manovre di aggiramento, come quella tentata con un appello giornalistico diretto ai “cittadini del Nord”  e ai loro governatori leghisti, di Lombardia e Veneto, in rivolta contro la sua defatigante gestione, all’interno del governo, della vertenza sulle cosiddette “autonomie differenziate”. 

            A caricare ulteriormente di ambiguità la situazione è uno spiffero, chiamiamolo così, colto nella nota politica di Massimo Franco pubblicata ieri sul Corriere della Sera. Che dispone del quirinalista più  navigato sulla piazza, Marzio Breda, impegnato anche in questi giorni a  segure col consueto scrupolo gli incontri e i colloqui del presidente della Repubblica.

            Fra questi incontri ha fatto maggiormente notizia quello chiesto e ottenuto al Quirinale dal sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, già inquieto di suo da qualche tempo ma ora di più per diverse e note ragioni. Egli ha, fra l’altro, sondato il presidente Mattarella Salvini.jpgsulla sua disponibilità a sciogliere anticipatamente le Camere in caso di crisi, come vorrebbe Salvini e come invece non vorrebbero i grillini per la loro evidentissima crisi di consenso, visti i 6 milioni di voti e più perduti nelle urne del 26 maggio scorso.

            Che cosa abbia esattamente risposto Mattarella non si è ben capito lì per lì, a parte l’ovvia riserva di verificare, una volta aperta la crisi, tutte le strade possibili per risolverla. Ma lo si è capito meglio, visto l’ambiente abitualmente bene informato del Corriere della Sera sul terreno quirinalizio, quando si è letto, testualmente, nella nota già accennata M. Franco.jpgdi Massimo Franco che Salvini aveva abbassato i toni della polemica, poi tornati, in verità, a rialzarsi, perché consapevole che “sarebbe stato un altro governo a portare l’Italia alle urne”: un altro governo, ma soprattutto, direi, un altro ministro dell’Interno, da cui dipendono le operazioni elettorali.  

            In effetti non è per niente scontato che il capo dello Stato lasci gestire le elezioni anticipate al governo che si è dimesso, o è stato fatto dimettere da una sua componente, proprio per arrivarvi e non ad un altro appositamente allestito per garantire meglio una certa neutralità in campagna elettorale.

           Il precedente più illustre in materia è quello del 1987, quando Bettino Craxi, costretto alla crisi dal segretario della Dc Ciriaco De Mita, chiese da Palazzo Chigi al pur amico presidente della Repubblica Francesco Cossiga di gestire lui le elezioni anticipate volute dall’alleato. Pur a malincuore, Cossiga gli disse no e mise in pista per le elezioni il sesto e ultimo governo Fanfani, trasferendolo dalla Presidenza del Senato.

            In questo caso  a gestire le elezioni anticipate potrebbe essere un secondo e chissà se ultimo, e di che tipo, governo Conte: il “pallino gonfiato” sfottuto dal Fatto Quotidiano in fondo a sinistra, ripeto, della prima pagina di un giornale dedicato alla memoria e santificazione di Borrelli. Di cui pure nel marasma di Tangentopoli qualcuno immaginò l’approdo a Palazzo Chigi, dopo che l’allora capo della Repubblica di Milano si lasciò scappare che se, chiamato dal Paese, nessuno avrebbe potuto sottrarsi al dovere di soccorrerlo. Ah, corsi e ricorsi della politica.

 

 

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Si allontana la crisi, e anche la ex capitana Carola Rackete dall’Italia

             Male che vada, mancato ormai -secondo gli ultimi indizi del dibattito politico- l’obiettivo di una crisi per rimandare gli italiani alle urne in autunno, se davvero il leader leghista lo ha perseguito minacciandone l’apertura, e anche se dovesse mancare parzialmente o del tutto il rimpasto di governo, da Rolli.jpgmolti intravisto dopo i suoi attacchi ultimi e diretti ai ministri grillini delle Infrastrutture e della Difesa, e meno diretti a quello, sempre grillino, dell’Ambiente;  male che vada, dicevo, uno scalpo Matteo Salvini lo porta a casa nella sua campagna d’estate.

            E’ lo scalpo, fortunatamente solo metaforico, della ormai ex “capitana” Carola Rackete, che ha lasciato l’Italia, come ha annunciato laSea Watch”, al comando di una cui nave la giovane aveva sfidato il governo, e non solo il ministro leghista dell’Interno, sbarcando a Lampedusa una quarantina di migranti soccorsi nelle acque libiche. E ciò anche a costo di mettere in pericolo la vita dell’equipaggio della motovedetta della Guardia di Finanza frappostasi nell’operazione abusiva di attracco.

            Arrestata, sia pure ai domiciliari, poi rimessa in libertà dalla giudice competente del tribunale di Agrigento, infine interrogata a più riprese nelle indagini a suo carico per resistenza e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, della giovane il ministro dell’Interno non vedeva l’ora di liberarsi come di “una zecca” e di “una viziata comunista”. Al cui carico egli aveva ordinato al prefetto agrigentino un provvedimento di  espulsione  bloccato però dall’autorità giudiziaria. Dalla quale non si è capito se poi, eseguiti gli interrogatori dell’indagata, sia arrivato in tempo il nullaosta, per cui la giovane può avere lasciato l’Italia davvero liberamente e “in incognito”, come ha scritto Repubblica, senza le fastidiose, a dir poco, procedure e formalità dell’espulsione.

          In questo caso l’indesiderata, almeno da Salvini, ha potuto contare sul soccorso, o qualcosa di simile, dell’amministrazione giudiziaria, immagino con quanto poco gradimento da parte del ministro dell’Interno. Che in ogni modo potrebbe ugualmente accontentarsi del ritorno della Rackete in Germania, o dovunque la “sbruffoncella” -altro epiteto riservatole da Salvini- abbia deciso di andare: in una località “segreta per motivi di sicurezza”, hanno precisato gli amici preoccupati per le reazioni non tutte favorevoli provocate nel mondo della comunicazione elettronica, e anche in piazza, dalla sua avventura a Lampedusa.

          Sulla crisi di governo tante volte minacciata, annunciata e quant’altro ma mai aperta davvero dal leader leghista, e temuta dai grillini come la caduta da un aereo in volo senza uno straccio di paracadute con quei sei milioni e più di voti sulle spalle perduti nelle urne del 26 maggio scorso per il Parlamento europeo, dopo il clamoroso successo del 4 marzo 2018 nel rinnovo delle Camere, c’è da dire che la partita politica e mediatica è ormai diventata da lotteria. C’è ancora chi la sogna e vi scommette, scrivendo di crisi solo “rinviata” o “congelata”, e chi invece la dà davvero per scongiurata e scommette invece sulla rapida approvazione finale della riforma costituzionale, cui manca solo il secondo passaggio a Montecitorio, che riduce di molto il numero dei deputati e dei senatori.

         Questa riforma farebbe aumentare nelle attuali Camere la resistenza a un rinnovo anticipato, anche a costo -in caso di crisi- di far passare con maggioranze acrobatiche e trasversali qualsiasi governo dovesse nominare il capo dello Stato per fronteggiare le emergenze o i cosiddetti stati di necessità che non mancano mai, fra scadenze finanziarie, istituzionali o d’altro tipo ancora.

 

 

 

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Quel cerchietto rosso di Salvini sulla lettera di Conte a Repubblica

           Pur prodigo di parole, battute, gesti che possano evidenziarne gli umori, e di cui sono piene le cronache e i retroscena, tutti sorvolati da titoli ad effetto, Matteo Salvini ha voluto tenersi per sé, almeno fino al momento in cui scrivo, il passaggio della lettera di Giuseppe Conte a Repubblica che più lo ha allarmato e fatto infuriare. E’ un passaggio ch’egli ha cerchiato in rosso e riguarda gli effetti, in politica interna, del voto dei leghisti fatto negare da Salvini nel Parlamento europeo alla nuova presidente della Commissione di Bruxelles, pubblicamente apprezzata invece dal presidente del Consiglio e votata dai grillini: la tedesca Ursula von der Leyen.

            “Non sono in condizione di prefigurare -ha scritto Conte a proposito della posizione dei leghisti- se questa contrarietà avrà ripercussioni sulle trattative che si svolgeranno per definire la composizione della squadra testo Conte.jpgdei neo-commissari. Di certo -ha aggiunto il presidente del Consiglio calcando ancor di più la mano- non si tratta di rivendicare una “poltrona” a beneficio di una singola forza politica. Si tratta di difendere gli interessi nazionali e di rivendicare per l’Italia il posto di prestigio che merita”, forse anche di uno dei vice presidenti dell’organismo, oltre che commissario per la Concorrenza o altro.

            Questo passaggio della lettera di Conte, credibilmente scritto nella piena consapevolezza di ciò che avrebbe potuto provocare nei già difficili rapporti fra i due partiti del governo gialloverde, non è stato francamente il migliore viatico per la candidatura alla Commissione Europea rivendicata dalla Lega, specie dopo il successo nelle elezioni continentali del 26 maggio, perGiorgetti.jpg un personaggio non certamente secondario come l’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Il quale infatti, del resto già da tempo di cattivo umore, a dir poco, per la conduzione del governo da parte di Conte e, più in generale, per i rapporti con i grillini, si è affrettato a chiedere e ottenere udienza al Quirinale per tirarsi fuori da una corsa così seriamente compromessa dal capo del governo. E, visto che si trovava, almeno stando alle indiscrezioni sinora non smentite, il praticamente vice di Salvini nella Lega ha sondato, diciamo così, umori e disponibilità del capo dello Stato verso la soluzione elettorale di una eventuale crisi di governo, essendo notoriamente competenza esclusiva del presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere.

            In uno scenario del genere, al di là dei contenuti di ogni altro contrasto esistente nel governo su aspetti maggiori e minori della sua azione,  e del solito, inevitabile gioco per scaricare l’uno Repubblica.jpgsull’altro dei due partiti la responsabilità di una rottura, si può convenire col titolo di Repubblica sulla crisi “che c’è ma non si dice”, pur se, a dire il vero, potrebbe anche essere rovesciato nella crisi che si dice ma non c’è. Ne manca ancora l’apertura formale 24 Ore.jpgper l’indecisione di una o di entrambe le parti in gioco, per cui il governo è soltanto “in bilico”, come titola il giornale della Confindustria 24 Ore.

             Si potrebbe anche convenire col forse troppo severo titolo in rosso di Giuliano Ferrara sul FoglioIl Foglo.jpg di “una crisi seria Il Fatto.jpgdi persone non serie”, a cominciare naturalmente dal “truce” Salvini, che sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio liquida come “Matteo il russo”,La mosca al naso.jpg che “sfascia tutto”, infastidito dalla “Mosca al naso” rimproveratagli dal manifesto.

             Ma sulloGiannelli.jpg sfondo, e sempre leggendo e rileggendo quel passaggio della lettera di Conte a Repubblica che ha cerchiato in rosso, Salvini può immaginare anche lui la scenetta, disegnata da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, dell’unione felicemente politica fra il capo dei grillini Luigi Di Maio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti celebrata dalla nuova presidente della Commissione di Bruxelles , “con buona pace” del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, dopo essere stata votata dagli europarlamentari degli sposi.

 

 

 

 

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Il generale Agosto rischia di arrivare troppo tardi per spegnere la crisi

In questa estate torrida anche sul piano politico, con i giornali costretti a riproporre in tutte le versioni possibili e immaginabili le tensioni nel governo e nella maggioranza, ricorrendo tuttavia a titoli di una monotonia disarmante, non c’è da salvare il soldato Ryan del celebre e spettacolare film di Steven Spielberg  sullo sbarco del 1944 in Normandia. C’è più semplicemente, e fortunatamente, da richiamare dalle ferie, o dalla riserva, il generale Agosto. Che ai bei tempi -lasciatemelo dire ancora una volta- della cosiddetta prima Repubblica prendeva per fame, stanchezza e altre diavolerie partiti e relative correnti avventuratisi in crisi di governo senza riuscire a venirne a capo. Egli scendeva alla fine come lo Spirito Santo sul presidente di turno della Repubblica per fargli trovare una soluzione balneare, vista la stagione.

Questa volta però, quando mancano ancora una decina di giorni all’omonimo mese, il generale Agosto non serve per risolvere una crisi scoppiata, dopo che il fuoco ha bruciato già boschi e quant’altro. Serve per evitare che la crisi, da latente com’era durante la campagna elettorale e com’è rimasta anche dopo, rendendosi anzi sempre più rumorosa, scoppi davvero in un incendio. E finisca, o solo rimanga, in quell’imbuto delle due “impossibilità”  giustamente avvertite da Carlo Fusi scrivendo dei due vice presidenti del Consiglio, e rispettivi partiti, che si “accapigliano” e di una certa tentazione di “spezzare questo cerchio mellifluo con una crisi senza alternative praticabili”. Fra le quali non c’è quella ravvisata da qualche buontempone -lasciatemi dire anche questo- che si è messo a fantasticare sulla foto del presidente grillino della Camera Roberto Fico col segretario del Pd Nicola Zingaretti e il capogruppo Graziano Delrio, come il 24 aprile dell’anno scorso – pur in un contesto più vasto, non limitato alla questione di Matteo Salvini da obbligare a riferire a Montecitorio su quella che Repubblica chiama “Moscopoli”- con la foto di Fico con l’allora segretario reggente del Pd Maurizio Martina, il presidente del partito Matteo Orfini e i capigruppo parlamentari.

Allora, peraltro, Fico non era solo il presidente  pentastellato della Camera, sia pure fresco di elezione, ma anche l’esploratore inviato dal presidente della Repubblica con l’occhio rivolto soprattutto verso il Pd, come la presidente del Senato, sempre da esploratrice, aveva fatto con l’occhio rivolto soprattutto verso il centrodestra. Che era uscito dalle urne del 4 marzo con più voti di tutti ma non autosufficiente in Parlamento per governare. Ora Fico è solo il presidente della Camera, appunto, e anche come esponente di certo autorevole ma non al comando del suo partito ha appena detto pubblicamente di non vedere all’orizzonte un altro governo e/o un altro presidente del Consiglio.

Ma è proprio in quell’e/o che potrebbe inciampare l’arroventato dibattito politico in corso, nonostante la indisponibilità ribadita da Zingaretti, anche dopo l’incontro a Montecitorio con Fico, che un accordo di governo con i grillini è impensabile senza un passaggio elettorale, che magari ne certifichi le dimensioni alle quali li ha ridotti la collaborazione con la Lega di Matteo Salvini. E a Zingaretti si è affrettato ad aggiungersi un altro Matteo, Renzi, per smentire pure lui ripensamenti o tentazioni attribuitegli negli ultimi tempi e liquidare l’ipotesi di un accordo di governo con i grillini come “un colpo di sole, non di genio”.

In queste condizioni, diciamo così, ambientali è tuttavia maturata la decisione per niente scontata, e tutta ora da analizzare, del pur paziente presidente del Consiglio Giuseppe Conte di prendere carta e penna, come si faceva una volta, per comunicare proprio a Repubblica, il giornale dei titoli su “Moscopoli”, evocativa della “Tangentopoli” politicamente fatale 27 anni fa a  Bettino Craxi e alleati, la presa d’atto “che nel dibattito politico si intensificano le congetture su scenari futuribili e su nuove maggioranze di governo, alcune delle quali -ha scritto il professore- mi vedrebbero personalmente coinvolto”.

Una presa d’atto, come l’ha chiamata lo stesso Conte, è cosa diversa naturalmente da un interesse, da una disponibilità. Ma è anche diversa da un rifiuto o da una indisponibilità, specie se si considerano i “valori”, come li ha definiti lo stesso presidente del Consiglio, da lui ritenuti irrinunciabili nel servizio politico cui si è prestato arrivando l’anno scorso a Palazzo Chigi. Essi sono, testualmente, “il rispetto delle istituzioni, la trasparenza nei confronti dei cittadini e la fedeltà agli interessi nazionali”. Il problema, a questo punto, è di verificarne la compatibilità con la situazione attuale. Che evoca “gli amori di Ovidio” di scolastica memoria, con quel “nec sine te nec tecum vivere possum”. Vi assomigliano i rapporti fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e rispettivi partiti, o gruppi dirigenti.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Una foto tira l’altra sull’onda di una crisi avvertita anche da Conte

            Chissà in quanti hanno sognato o, al contrario, temuto davanti alla foto del presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, col segretario del Pd Nicola Zingaretti e il capogruppo dello stesso partito Graziano Delrio.

            E’ una foto che ne ha fatto tornare alla mente un’altra, pur scattata in circostanze almeno formalmente molto diverse, ma che hanno in comune uno stato di grande sofferenza politica. Mi riferisco Martina da Fico.jpgalla foto del 24 aprile dell’anno scorso, quando Fico incontrò, come “esploratore” incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’allora segretario reggente del Pd Maurizio Martina, il presidente dello stesso partito, Matteo Orfini, e i capigruppo parlamentari Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Seguì un fiducioso rapporto Fico al Quirinale.jpgdel presidente della Camera al capo dello Stato sulla possibilità di un accordo di governo fra piddini e grillini, che facevano e fanno ancora rima, ma forse solo quella ormai.

            Tutto sembrava marciare in quel verso, anche la convocazione quasi conseguente della direzione del Pd, che però l’ex segretario Matteo Renzi, ormai “semplice senatore di Scandicci” ma pur sempre influente almeno nei gruppi parlamentari, vanificò con una intervista televisiva a Fabio Fazio Renzi da Fazio.jpgrimettendo in pista, praticamente, i leghisti come alleati dei grillini: un’intervista di cui curiosamente Matteo Salvini non è mai stato grato né al giornalista, cui ha fatto una guerra praticamente personale, costata al conduttore di Che tempo che fa quanto meno la partecipazione alla rete ammiraglia della Rai, né al l’ex presidente del Consiglio.

            Salvini non ha cambiato abitudini, stile e quant’altro, nel bene e nel male, come preferite, ma neppure Renzi. Che, sentendo forse puzza di bruciato davanti alla nuova foto a Montecitorio, pur finalizzata formalmente a indurre Salvini a riferire alla Camera su quella che Repubblica chiama ormai Moscopoli”, per la rima che fa con la “Tangentopoli” fatale 27 anni fa agli allora partiti di governo, è tornato a farsi sentire per liquidare l’ipotesi di un accordo con i grillini, in caso di crisi, come “un colpo di sole, non di genio”.

             Per quanti parlamentari possa avere perso per strada nell’ultimo anno, con i cambiamenti intervenuti nel partito, Renzi ne ha conservati abbastanza per impedire l’operazione, specie al Senato.  Lo sa, del resto, tanto bene lo stesso Zingaretti da avere subito ribadito, dopo l’incontro con Fico, che di un’intesa di governo col Movimento delle 5 stelle, o con quello che ne resterà, non è il caso neppure di parlare senza un preventivo, e perciò anticipato, passaggio elettorale. Che, coi tempi che corrono, non è proprio nei desideri o negli interessi dei grillini, avendo costoro perduto in un anno ben sei milioni di voti, e non potendo neppure immaginare di  recuperarne almeno una parte tornando adesso alle urne.

            Tuttavia l’aria di crisi continua ad aleggiare, nonostante stia per chiudersi la cosiddetta finestra per elezioni in autunno, inedite peraltro nella storia repubblicana d’Italia. L’avvertono, quest’aria, non solo i retroscenisti interessati a pescare più nel torbido che Conte a Repubblica.jpgnel limpido, ma persino il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che ha scritto una lettera curiosa, diciamo così, a Repubblica –il giornale più insofferente verso l’attuale governo ritenendolo troppo condizionato, se non addirittura guidato da Salvini-  per “prendere atto che nel Conte testuale.jpgdibattito politico si intensificano le congetture su scenari futuribili e su maggioranze di governo, alcune delle quali mi vedrebbero personalmente coinvolto”. E, al contempo, non per svincolarsene ma per porre, a suo modo, le condizioni di una partecipazione a cambiamenti che dovessero rendersi necessari.

            Le condizioni elencate da Conte come riaffermazione dei suoi “valori” -gli stessi per rispettare i quali si lasciò candidare da Luigi Di Maio l’anno scorso prima al Ministero della funzione pubblica in un eventuale monocolore grillino, e poi addirittura alla presidenza del Consiglio per un governo con i leghisti, fallito il tentativo di agganciare il Pd- sono poche e abbastanza semplici, quasi ovvie, per non prestarsi a qualsiasi soluzione di una crisi dovesse essergli proposta da un presidente della Repubblica che dovrebbe costituzionalmente riconoscervisi pure lui. Esse sono, testualmente: “rispetto delle istituzioni, trasparenza nei confronti dei cittadini, fedeltà agli interessi nazionali”.

           Non sembra, francamente, per chiarezza, concisione e decisione, neppure Giuseppe Conte, professore, avvocato e quant’altro, ma il dottor John H. Watson: il personaggio creato dallo scrittore Artur Conan Doyle come protagonista delle avventure del detective Sherlook Holmes.

 

 

 

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Il governo si spacca anche sulla nuova presidenza della Commissione Europea

             In quell’Asilo Mariuccia che sembra diventato -ripeto- il governo gialloverde italiano l’orario è continuato. Si insegna, si gioca e si fanno dispetti h24, come purtroppo si preferisce ormai dire e scrivere per non parlare con la chiarezza italiana delle ore 24 ininterrotte.

            La Stampa ha titolato in prima pagina sull’”ira di Conte”, che ha vissuto come un “tradimento” il no imposto dal Conte.jpgvice presidente del Consiglio Salvini ai 28 deputati leghisti del Parlamento Europeo alla nomina della ormai ex ministra tedesca della Difesa  Ursula Von der manifesto.jpgLeyen  alla prima presidenza femminile della Commissione nella storia dell’Unione Europea. La signora è stata invece  eletta con novi voti più del necessario, compresi quindi, fra gli italiani, i 14 grillini, per nulla imbarazzati, o non più imbarazzati di quanto non lo siano generalmente nelle loro condotte interne e internazionali, di seguire le pubbliche raccomandazioni di Conte anche a costo di trovarsi per una volta insieme con Forza Italia a destra e col Partito Democratico a sinistra. Dove invece Salvini, incollato al no Schermata 2019-07-17 alle 09.27.37.jpgappena rinfacciatogli perfidamente da Matteo Renzi con una foto nella sempre attuale Piazza Rossa di Mosca contro la sua riforma costituzionale, nel 2016, vede solo mostri, pronti a divorarlo vivo, magari per togliersi poi il gusto di vomitarlo, come usa dire dei giornalisti Beppe Grillo.

            Il Conte “tradito” a Strasburgo dai leghisti  equivale naturalmente al Salvini dichiaratosi il giorno prima “pugnalato alla schiena” dal presidente del Consiglio per avere documentato il ruolo svolto da un collaboratore a contratto, diciamo così, dello stesso Salvini per consentire al quasi omonimo Savoini di non perdersi la cena di gala con col presidente russo Vladimir Putin la sera del 4 luglio a Villa Madama.

            Il Salvini pugnalato alla schiena per l’affare Savoini, e annesse grane politiche e giudiziarie per un sia pur fallito tentativo di fare avere alla Lega 65 milioni di dollari per la campagna elettorale europea, regionale e amministrativa della scorsa primavera, equivale a sua volta al doppio “sgarbo”, istituzionale e politico, contestato da Conte a Salvini per l’incontro al Viminale con le cosiddette parti sociali sul bilancio e legge finanziaria del 2020, tenendosi ben stretto, alla sua sinistra, come amico ed esperto della tassa piatta, quell’Armando Siri così faticosamente allontanato dal governo nei mesi scorsi, per impuntatura personale del presidente del Consiglio, a causa delle indagini per corruzione aperte a suo carico dalla Procura di Roma.

            Fra le pieghe di questi dispetti da Asilo Mariuccia, e di altro ancora, un professionista di lunghissimo corso, che possiamo ben considerare il decano del giornalismo italiano, Scalfari.jpgnaturalmente Eugenio Scalfari, senza scomodare questa volta le buonanime di Platone, Aristotele, Socrate, Tucidide, Omero e quant’altri, e tanto meno il vivente Papa Francesco, ha intravisto, rivelato e cercato di analizzare la trasformazione in corso di Conte. Che da “pupazzo -ha scritto testualmente- manovrato” dai due vice presidenti impostigli l’anno scorso dalle circostanze politiche sta diventando, o è già diventato, il loro astuto “burattinaio”, mettendoli l’uno contro l’altro con l’uso sapiente dei fili che muovono i pupi.

            Quale sia l’obiettivo, l’aspirazione, il progetto, il destino, chiamatelo come volete, di questo nuovo Conte, da tutti sottovalutato all’improvviso arrivo sulla scena politica, prima come aspirante ministro della funzione pubblica di un eventuale governo monocolore grillino e poi come capo di un inedito governo bicolore gialloverde, Scalfari non ha voluto tenerselo per sé. E neppure noi, naturalmente, vogliamo tenercelo segreto. L’obiettivo è  lo scaricamento di Salvini e della Lega per la formazione di un governo di transizione, auspicabilmente non elettorale perché ne sarebbe sonoramente sconfitto nelle urne: un governo concordato col Pd ed altri volenterosi. Che sarebbero destinati a crescere  con la riforma costituzionale ormai arrivata all’ultima curva parlamentare, che riducendo il numero sia dei deputati sia dei senatori moltiplicherebbe naturalmente la paura degli uscenti, e il loro conseguente interesse a far durare la legislatura sino al 2023, provvedendo così ad eleggere loro, l’anno prima, il successore di Sergio Mattarella al Quirinale.

             Vasto programma, direbbe la buonanima del generale francese Charles De Gaulle. E ripeterebbe forse anche la buonanima di Aldo Moro, cui Scalfari testo.jpginvece Scalfari ha voluto in qualche modo paragonare Conte, che già di suo -va detto- aveva aspirato ad assomigliargli, arrivando a Palazzo Chigi, per le loro comuni origini pugliesi. Io, peraltro pugliese,  un po’ francamente ne risi, o sorrisi. Ma evidentemente non c’è proprio limite alle sorprese.

 

 

 

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L’Asilo Mariuccia cui assomiglia il governo allegramente in carica

            Riesumato dall’insospettabile Marco Travaglio ai primi e già rovinosi tempi della giunta grillina monocolore di Virginia Raggi per indicarla come modello della nuova amministrazione capitolina, l’Asilo Mariuccia è ormai Asilo Mariuccia.jpgdiventato un quasi sinonimo del governo gialloverde Fondazione Mariuccia.jpgdi Giuseppe Conte. Lo è diventato con tutte le immagini dell’infantilismo che evoca nel pubblico, e con tutte le scuse dovute ai generosi creatori dell’omonima Fondazione, istituita nel 1901 Milano dalla famiglia Majno in memoria e onore della congiunta Maria, morta di difterite a 13 anni.

            Il rimando all’’Asilo Mariuccia aiuta a capire, e sotto certi aspetti da ottimismo gramsciano anche a valutare conservando la pressione bassa e aspettando fiduciosamente il passaggio della famosa “nottata” di Eduardo De Filippo, le cronache giornalistiche sul governo. Che si dividono nei titoli di prima pagina fra “doppia sfida”, “ferri corti”, “tensioni”, “minacce”, “micce accese”, e Missile Salvini.jpgpersino -con qualche fraintendimento- la scoperta di ordigni missilistici a prima vista nel cortile di qualche Ministero o dello stesso Palazzo Chigi, poi rivelatosi per fortuna un sito più modesto.

            Nell’Asilo di Mariuccia del governo gialloverde  la parte del protagonista, o del discolo più attivo, la sta facendo con una evidenza troppo forte per essere ignorata il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che quanti più problemi crea o subisce, perché ne subisce sicuramente oltre a crearne, in Italia all’estero, dall’Atlantico Schermata 2019-07-16 alle 04.57.50.jpgagli Urali,  più mostra di sentirsi a suo agio, con una una sola g, intesa come comodità o divertimento. Ancora qualche sforzo, vedrete, magari con la comparsa all’orizzonte del primo porto italiano di un’altra nave piena di migranti a destinazione unica e controllata, quella appunto italiana, e Salvini indosserà qualcuna delle felpe specialissime che ha nel suo appartamento Orso M49.jpgministeriale di servizio, di fronte alla residenza dell’”impresario” Silvio Berlusconi, come da sempre Eugenio Scalfari definisce il Cavaliere di Arcore, prenderà il posto Leader baccato.jpge le sembianze di un orso e salverà, dirottandone gli inseguitori, il povero M49. Che non è la sigla di un missile, per fortuna, ma solo quella dell’animale fuggito dalla riserva blindatissima in cui le guardie forestali e simili si erano illusi di averlo finalmente neutralizzato.

            Fra le caratteristiche non comuni, davvero speciali di Salvini, magari decisive anche a fargli conquistare coma fidanzata la bella e giovane figlia di Denis Verdini, uomo di simpatico carattere fumantino e molteplici relazioni politiche, c’è la predilezione del piatto della vendetta non nella versione fredda, addirittura prescritta dai cuochi più tradizionalisti, in Toscana e altrove, ma in quella calda, o addirittura bollente, sconsigliata o aaborrita dagli specialisti.

            Caldissimo, per esempio, è il piatto della vendetta servito e consumato al Viminale dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno all’incontro con le cosiddetta parti sociali per il bilancio  e la legge di stabilità finanziaria del 2020-  già avvertito Conte.jpgcome “uno sgarbo” a Palazzo Chigi da Giuseppe Conte- facendosi affiancare a sinistra, la parte del cuore, dall’ex sottosegretario leghista Armando Siri. Che è stato allontanato rumorosamente, a dir poco, dal governo perché indagato per corruzione nella Procura di Roma ma è rimasto deputato e promosso, o confermato, come l’esperto, responsabile e quant’altro  del partito nella materia più calda  ed elettoralmente vitale del Carrocio: la tassa cosiddetta ma davvero piatta.

            Della presenza di Siri – che nella sua GenovaArmando Siri.jpg peraltro è un nome importante, ereditato da un Cardinale senza il cui assenso o dissenso inoffensivo nulla una volta poteva davvero accadere, neppure il crollo di un ponte-ha cercato di fare un caso o incidente politico il vice presidente del Consiglio grillino Luigi Di Maio prendendosela non tanto con Conte, contento di avere preso come pretesto proprio quell’episodio per declassare l’incontro a livello politico e non istituzionale, quanto con i sindacati. Le parti sociali.jpgChe, praticamente accusati di essersi rivelati insensibili alla cosiddetta questione morale, avvertita invece da Di Maio ad ogni angolo di strada e rumore di starnuto, hanno però reagito facendo spallucce, a cominciare da quelle più mobili e provate di Maurizio Landini, il nuovo capo della Cgil.

 

 

 

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