Il generale Agosto rischia di arrivare troppo tardi per spegnere la crisi

In questa estate torrida anche sul piano politico, con i giornali costretti a riproporre in tutte le versioni possibili e immaginabili le tensioni nel governo e nella maggioranza, ricorrendo tuttavia a titoli di una monotonia disarmante, non c’è da salvare il soldato Ryan del celebre e spettacolare film di Steven Spielberg  sullo sbarco del 1944 in Normandia. C’è più semplicemente, e fortunatamente, da richiamare dalle ferie, o dalla riserva, il generale Agosto. Che ai bei tempi -lasciatemelo dire ancora una volta- della cosiddetta prima Repubblica prendeva per fame, stanchezza e altre diavolerie partiti e relative correnti avventuratisi in crisi di governo senza riuscire a venirne a capo. Egli scendeva alla fine come lo Spirito Santo sul presidente di turno della Repubblica per fargli trovare una soluzione balneare, vista la stagione.

Questa volta però, quando mancano ancora una decina di giorni all’omonimo mese, il generale Agosto non serve per risolvere una crisi scoppiata, dopo che il fuoco ha bruciato già boschi e quant’altro. Serve per evitare che la crisi, da latente com’era durante la campagna elettorale e com’è rimasta anche dopo, rendendosi anzi sempre più rumorosa, scoppi davvero in un incendio. E finisca, o solo rimanga, in quell’imbuto delle due “impossibilità”  giustamente avvertite da Carlo Fusi scrivendo dei due vice presidenti del Consiglio, e rispettivi partiti, che si “accapigliano” e di una certa tentazione di “spezzare questo cerchio mellifluo con una crisi senza alternative praticabili”. Fra le quali non c’è quella ravvisata da qualche buontempone -lasciatemi dire anche questo- che si è messo a fantasticare sulla foto del presidente grillino della Camera Roberto Fico col segretario del Pd Nicola Zingaretti e il capogruppo Graziano Delrio, come il 24 aprile dell’anno scorso – pur in un contesto più vasto, non limitato alla questione di Matteo Salvini da obbligare a riferire a Montecitorio su quella che Repubblica chiama “Moscopoli”- con la foto di Fico con l’allora segretario reggente del Pd Maurizio Martina, il presidente del partito Matteo Orfini e i capigruppo parlamentari.

Allora, peraltro, Fico non era solo il presidente  pentastellato della Camera, sia pure fresco di elezione, ma anche l’esploratore inviato dal presidente della Repubblica con l’occhio rivolto soprattutto verso il Pd, come la presidente del Senato, sempre da esploratrice, aveva fatto con l’occhio rivolto soprattutto verso il centrodestra. Che era uscito dalle urne del 4 marzo con più voti di tutti ma non autosufficiente in Parlamento per governare. Ora Fico è solo il presidente della Camera, appunto, e anche come esponente di certo autorevole ma non al comando del suo partito ha appena detto pubblicamente di non vedere all’orizzonte un altro governo e/o un altro presidente del Consiglio.

Ma è proprio in quell’e/o che potrebbe inciampare l’arroventato dibattito politico in corso, nonostante la indisponibilità ribadita da Zingaretti, anche dopo l’incontro a Montecitorio con Fico, che un accordo di governo con i grillini è impensabile senza un passaggio elettorale, che magari ne certifichi le dimensioni alle quali li ha ridotti la collaborazione con la Lega di Matteo Salvini. E a Zingaretti si è affrettato ad aggiungersi un altro Matteo, Renzi, per smentire pure lui ripensamenti o tentazioni attribuitegli negli ultimi tempi e liquidare l’ipotesi di un accordo di governo con i grillini come “un colpo di sole, non di genio”.

In queste condizioni, diciamo così, ambientali è tuttavia maturata la decisione per niente scontata, e tutta ora da analizzare, del pur paziente presidente del Consiglio Giuseppe Conte di prendere carta e penna, come si faceva una volta, per comunicare proprio a Repubblica, il giornale dei titoli su “Moscopoli”, evocativa della “Tangentopoli” politicamente fatale 27 anni fa a  Bettino Craxi e alleati, la presa d’atto “che nel dibattito politico si intensificano le congetture su scenari futuribili e su nuove maggioranze di governo, alcune delle quali -ha scritto il professore- mi vedrebbero personalmente coinvolto”.

Una presa d’atto, come l’ha chiamata lo stesso Conte, è cosa diversa naturalmente da un interesse, da una disponibilità. Ma è anche diversa da un rifiuto o da una indisponibilità, specie se si considerano i “valori”, come li ha definiti lo stesso presidente del Consiglio, da lui ritenuti irrinunciabili nel servizio politico cui si è prestato arrivando l’anno scorso a Palazzo Chigi. Essi sono, testualmente, “il rispetto delle istituzioni, la trasparenza nei confronti dei cittadini e la fedeltà agli interessi nazionali”. Il problema, a questo punto, è di verificarne la compatibilità con la situazione attuale. Che evoca “gli amori di Ovidio” di scolastica memoria, con quel “nec sine te nec tecum vivere possum”. Vi assomigliano i rapporti fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e rispettivi partiti, o gruppi dirigenti.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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