Finita la caccia a Messina Denaro, è cominciata quella a Carlo Nordio

A ciascuno il suo, per favore, anche nell’assegnazione di presunte nefandezze. Prima ancora dell’attuale guardasigilli Carlo Nordio, al quale Repubblica ha tirato le già grandi orecchie  perché vorrebbe – ha titolato sotto “La tentazione di bavaglio”- rompere “l’accoppiata che lega magistrati e giornalisti”, era stato anni fa Luciano Violante, da ex magistrato, ex presidente della Camera, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, quindi non l’ultimo arrivato, ad esprimere pubblicamente l’auspicio della “separazione delle carriere” almeno fra magistrati e cronisti giudiziari. Ai quali arrivano più o meno puntualmente al momento politicamente giusto le indiscrezioni, soffiate e quant’altro su indagini, intercettazioni e simili necessarie a sputtanare e a mettere fuori gioco politico lo scomodo di turno. E questo senza che mai nessuno abbia pagato mai niente, neppure dopo l’assoluzione o l’archiviazione della vittima designata. 

Per la sostanziale prosecuzione di questo orrendo sistema si è levata un’onda impetuosa contro il guardasigilli “tentato”- ripeto col titolo di Repubblica- di mettervi mano: un’onda che è oggi il fotomontaggio di copertina del solito Fatto Quotidiano, accompagnato da un editoriale che assegna a Nordio il titolo del “peggiore ministro della Giustizia” da una trentina d’anni a questa parte, “scavalcando -ha scritto Travaglio- impiastri di tutto rispetto come Biondi, Castelli, Alfano e Cartabia”. 

Per tornare un attimo -solo un attimo- a Repubblica segnalo contro Nordio la “inutile provocazione” rimproveratagli nel titolo del commento di Francesco Bei e “il ministro del rancore” nel titolo del commento di Francesco Merlo, che nel testo ha coniato anche l’appellativo di “ministro di Astio e Giustizia”.

Sulla Stampa il solitamente severissimo, compassato procuratore ormai emerito Gian Carlo Caselli, appena glorificato a chiusura anche della fiction televisiva sul “nostro generale” Carlo Alberto dalla Chiesa, non è riuscito a trattenersi dal quanto meno paradossale ringraziamento del fortunatamente ex latitante Matteo Messina Denaro. La cui cattura avrebbe smentito Nordio nella presunta inutilità delle intercettazioni nella lotta alla mafia. 

“Tutti contro Nordio”, ha titolato in rosso il Riformista dopo avere riportato in nero il rimprovero rivoltogli di “non volersi sottomettere ai pubblici ministeri”, tra i quali egli ha fatto carriera nella sua attività giudiziaria senza mai allinearsi alle peggiori abitudini dei colleghi. 

In questa notizia non può certo stupire la confidenza o minaccia di Nordio, secondo i gusti, raccolta dal Foglio di “potere benissimo lasciare”. Nè la rappresentazione, sempre fogliante, dei rapporti fra il ministro e la presidente del Consiglio, che pure l’ha così fortemente voluto, come “una complicata strategia di compromesso”. Salvo rapide, auspicabili e soprattutto credibili smentite, mi auguro con tutto il cuore, ma non con tutta la convinzione, a dire il vero.   

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Chi attacca La Russa dimentica Fanfani e un bel pò di successori

Nella difesa che il presidente del Senato Ignazio La Russa merita, a mio avviso, da questa campagna ormai ossessiva condotta formalmente contro di lui ma in realtà per mettere in crisi l’amica e collega di partito che guida il governo, cioè Giorgia Meloni, non mi lascerò trattenere né dagli errori che egli certamente commette ogni tanto, partecipando per esempio anche ad eventi politici minori o lasciandosi scappare parolacce contro giornalisti dai quali si sente infastidito, né da quell’aria un pò macchiettistica che è riuscito ad attribuirgli Fiorello imitandone da tempo  la voce. 

A proposito, poi, di Giorgia Meloni che tanto l’ha voluto alla seconda carica dello Stato all’inizio di questa legislatura, non solo perché se ne fida ma anche perché ne conosce l’abbastanza lunga esperienza politica, non vorrei che gli avversari la stessero scambiando per la premier, e più giovane, neozelandese Joanda Ardem, appena dimessasi perché dichiaratamente “sfinita” e decisa a godersi meglio la vita, e la figlia, sposando anche il compagno col quale l’ha fatta. 

L’Ardem ha impiegato sei anni per “sfinirsi”, ripeto, mentre la Meloni ha trascorso a Palazzo Chigi neppure cento giorni. E non mi sembra neppure segnata dalla sfortuna, viste le misure della sua vittoria elettorale del 25 settembre e la sorpresa fattale dalle forze dell’ordine e dalla magistratura con la cattura di Matteo Messina Denaro: cattura, ripeto, dopo 30 anni di latitanza e non consegna più o meno rassegnata e contrattata dal criminale per le sue condizioni di salute, interessato ormai -per quel che gli rimane da vivere- più a farsi curare al sicuro davvero che a a rischiare un conflitto a fuoco correndo da una clinica privata all’altra. 

Rassegnatevi, cari signori dietrologhi, con penna o in toga, figurata o reale. Qui c’è poco da imbastire processi mediatici o giudiziari. Un criminale rassegnato alla resa, e lasciatosi prendere dopo qualche trattativa, quanto meno provvede a chiudere, svuotare e liquidare bene i suoi covi, quanto meno per risparmiare più grane possibili a chi lo ha aiutato per tanto tempo nella latitanza. 

Ma torniamo a La Russa, a ‘Gnazio, come lo chiama Fiorello. Egli ha appena elencato in una intervista al Corriere della Sera -“in ordine sparso”, ha detto- quelli che lo hanno preceduto al vertice delle Camere senza rinunciare a fare politica, e non dietro le quinte, ma davanti, sul palcoscenico: Fanfani, Fini, Bertinotti, Grasso, Spadolini, Casini. “Fini e Grasso -ha detto La Russa- hanno addirittura fondato due partiti”: il primo -mi e vi ricordo- dopo avere predisposto o lasciato predisporre nel suo ufficio di presidente della Camera una mozione di fiducia contro il governo e la maggioranza di centrodestra che lo avevano portato al vertice di Montecitorio per mantenere un impegno pre-elettorale, pur essendo nel frattempo maturato l’interesse della coalizione ad avere in quel posto un interlocutore dell’opposizione. E ciò per meglio portare avanti una riforma costituzionale cui si era aperto l’allora segretario del Pd Walter Veltroni evitando in campagna elettorale ogni scontro diretto e personale con Berlusconi, indicato solo come “il principale esponente dello schieramento a me avverso”. 

Sarà stato pure “ordine sparso” quello uscito dalle labbra di La Russa nella intervista difensiva concessa al principale giornale italiano, ma quel Fanfani -Amintore Fanfani- messo al primo posto nell’elenco dei predecessori rimasti impegnati nella politica pur da presidenti del proprio ramo del Parlamento è stato ed è rimasto il caso più clamoroso di una leadership di partito combinata con la seconda carica dello Stato. 

Nel lontano 1973 fu da presidente del Senato e nel medesimo Senato, in particolare nel Palazzo Giustiniani, che Fanfani convocò tutti i capi delle correnti democristiane alla vigilia di un congresso nazionale per concordarne l’esito, peraltro contrastante con i risultati di tutti i congressi locali già svoltisi. Che avevano confermato il consenso della maggioranza dei delegati  a favore di Arnaldo Forlani ancora segretario del partito e di Giulio Andreotti presidente di un governo di coalizione con i liberali, essendosi i socialisti disimpegnati dal centrosinistra per l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale alla fine del 1971 senza il loro consenso. 

Forlani, con quegli accordi che presero il nome del palazzo in cui erano stati raggiunti in qualche ora, fu sloggiato da Piazza del Gesù per tornarvi 16 anni dopo, e Andreotti da Palazzo Chigi per tornarvi tre anni dopo, portando peraltro nella maggioranza del suo monocolore non solo i liberali e i socialisti ma anche o persino i comunisti di Enrico Berlinguer. 

Fanfani, dal canto suo, dopo avere sostituto Forlani alla segreteria del partito e perduto il referendum contro il divorzio, che fu l’inizio della fine della Dc, ebbe modo di tornare alla presidenza del Senato. Dove nel 1978 fu scomodato non -o non solo- come seconda carica dello Stato ma come uno dei leader più decisivi del partito per partecipare ad una drammatica riunione della Dc che avrebbe dovuto dare via libera al Quirinale per la concessione della grazia ad una dei tredici “prigionieri” terroristi con i quali le brigate rosse avevano proposto di scambiare Aldo Moro, sequestrato 55 giorni prima fra il sangue della sua scorta. Ma i brigatisti rossi preferirono ammazzare l’ostaggio prima di essere messi di fronte alla scelta di accontentasi o meno della liberazione di una sola “prigioniera”. 

Con tutti questi precedenti, peraltro parziali per umane esigenze di spazio, amici mei e loro, ritenete che sia davvero decente -ripeto, decente- la campagna in corso contro ‘Gnazio? Io no, non la considero decente.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 gennaio

Non solo il criminale, ma anche la trappola catturata con Matteo Messina Denaro

Anche l’impiegato ormai pensionato del Comune siciliano che rilasciò nel 2016 la carta d’identità poi usata, con le necessarie contraffazioni, da Matteo Messina Denaro per camuffarsi da Andrea Bonafede ha voluto dare il suo contributo, chiamiamolo così, ad una ricostruzione della cattura del superboss mafioso in chiave minimalista: non come un successo delle forze dell’ordine e della magistratura, o dello Stato in senso generale, e tanto meno del governo di turno, ma come una resa, una consegna dell’interessato camuffata da super-operazione a grandissimo rischio e altrettanto grande successo. 

“So bene -ha raccontato quel pensionato di nome Vincenzo e di cognome Pisciotta, che da solo storicamente vale un gioiello- cosa vuol dire avere a che fare con un tumore. Da 50 anni non ho più una gamba. Credo che il boss abbia fatto in modo di farsi trovare, che fosse stanco di lottare con la malattia. Ha deposto le armi”. E avrebbe deciso quindi di   lasciarsi curare nei due, o non sa quanti altri anni ancora di vita gli manchino. in una struttura giudiziaria più sicura, e forse anche più efficiente delle cliniche private alle quali doveva rivolgersi da latitante. 

Beh, se questa è la rappresentazione preferita dai soliti cultori e praticanti della dietrologia, soddisfatti così di sminuire lo Stato e aumentare la furbizia di chi ne sa approfittare anche da disperato, mi sembra che la cronaca li stia smentendo. Il furbissimo, capacissimo, disinvoltissimo criminale, autore di stragi e delitti singoli di ferocia inaudita, nel “consegnarsi” si è dimenticato di chiudere  e svuotare ben bene i suoi covi. Che aumentano col passare dei giorni, man mano che vengono scoperti e perquisiti, con i loro abiti di lusso, i telefonini, gli appunti, le rubriche, i poster e i quadri che glorificano la mafia, non risparmiando grane, a dir poco, a quelli che potranno risultare alla fine complici della sua trentennale latitanza. 

Via, siamo seri una volta tanto anche nell’informazione, e direi persino nella fantasia. Questa cattura è stata un’operazione vera, di autentica lotta alla mafia, di un cristallino successo di chiunque possa istituzionalmente vantarsene. E finiamola pure col gioco di affondarla nella melma solita dell’altrettanto solita lotta politica. Quella, per esempio, che ha fatto attaccare nelle vignette del Fatto Quotidiano una volta metà volto di Matteo Messina Denaro all’altra metà di Silvio Berlusconi, presunto protettore, finanziatore, beneficiario della mafia, e poi -oggi- la metà di Berlusconi all’altra metà dell’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio, presunto avversario, demolitore e quant’altro delle intercettazioni. Che, per quanti abusi possano essere compiuti nel disporne e gestirne, debbono rimanere intoccabili, visti gli effetti che possono produrre, pur in una cattura che allo stesso tempo si è cercato e si cerca tuttora di rappresentare come una finzione, non solo cinematografica. Per cortesia, un pò di decenza, una volta tanto. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it e http://www.startmag.it del 21 gennaio

La doppia verità di Roberto Saviano su Messina Denaro e dintorni

         Nel nostro gergo professionale il buco è quello che un giornale riesce a procurare ai concorrenti con una notizia esclusiva. Notizia intesa in senso lato, a volte anche un commento o un retroscena che dà di un fatto una versione particolare, che non lo completa ma addirittura ne cambia o persino rovescia contenuto e significato.  E’ avvenuto e sta tuttora avvenendo con la cattura di Matteo Messina Denaro dopo 30 anni di latitanza persino a casa sua, cioè nel suo territorio, dove gli è riuscito di nascondersi meglio che fuggendo lontano, anzi lontanissimo, al di là dei confini terrestri o marittimi del proprio paese.

         Al notissimo scrittore Roberto Saviano è capitato -occupandosi appunto della cattura del superboss mafioso- di procurare un buco persino al giornale cui collabora dicendo in una intervista alla Stampa una cosa alla quale non si era spinto nell’articolo scritto per il Corriere della Sera.

          Su quest’ultimo, salvando -credo- anche le coronarie del direttore Luciano Fontana, egli si è tenuto sulle generali scrivendo delle debolezze tante volte dimostrate o attribuite dallo Stato, dietro “lo scalpo da esibire al circo mediatico”, nella lotta alla mafia. Abbiano avuto non a caso processi su trattative e simili nella stagione delle stragi di fine Novecento che hanno sfiorato persino un Presidente della Repubblica in carica, fattosi proteggere dalla Corte Costituzionale.  Mi riferisco naturalmente a Giorgio Napolitano.

         Alla Stampa, invece, scendendo dalle stelle dello Stato alle stalle dei governi, Saviano ha contestato a quello in carica, a cominciare dalla premier Giorgia Meloni volata a Palermo per festeggiare la botta ricevuta dalla mafia con la fine della trentennale latitanza del suo capo, il diritto di intestarsi alcunché. “Questo – ha detto Saviano- è uno degli esecutivi meno antimafiosi che il Pase abbia avuto”. “La predilezione (della mafia) per la destra è testimoniata da una infinità di atti e documenti”, ha aggiunto lo scrittore senza citare direttamente ma in qualche modo ispirandosi al discorso contro la fiducia alla Meloni pronunciato in veste di senatore grillino dall’ex procuratore generale della Corte di Palermo Roberto Scarpinato. Che è stato selezionato nelle liste pentastellate da Giuseppe Conte in persona nella sua nuova veste di aspirante capo di una sinistra naturalmente giustizialista.

Agli occhi di quest’ultima la Meloni avrebbe mandato apposta al Ministero della Giustizia Carlo Nordio per dare “uno schiaffo all’antimafia” -ha titolato oggi Repubblica- limitando il ricorso o l’uso distorto delle intercettazioni, che pure si sono rivelate utili alla cattura di Messina Denaro.

Pensate un po’ quanta erba si può seminare e raccogliere cavalcando l’antimafia dei professionisti a suo tempo smascherata da quel grande, grandissimo e benemerito rompiscatole che era Leonardo Sciascia.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Questo strano Paese in cui si deve avere paura anche delle buone notizie

In questo nostro carissimo ma curiosissimo Paese, col povero Dante a destra, a sinistra o al centro si voglia collocare a sua insaputa, siamo purtroppo condannati a subire ogni giorno una quantità più o meno enorme di cattive notizie, all’ingrosso e al minuto, ma anche a temere le buone, poche o pochissime che siano. Persino quella della cattura a Palermo del super capo mafioso Matteo Messina Denaro, avvenuta non in una sparatoria per strada o in qualche covo ma in una clinica privata, senza lo spargimento di una sola goccia non dico di sangue ma di sudore, o di ansiolitico per gli spettatori colti di sorpresa dall’evento.. Magnifica notizia, che si è trasformata all’istante nell’ennesima occasione di inscenare sospetti, accuse, processi per ora solo alle intenzioni, ma -vedrete- pronti a diventare indagini e processi veri, naturalmente sui giornali prima ancora che nei tribunali. 

Se fossi nel prefetto e ministro dell’Interno Matteo -pure lui, guarda caso- Piantedosi, già danneggiato a suo modo dalla quasi omonimia con Salvini, Matteo anche lui, accenderei ceri e simili davanti ad ogni immagine  della Madonna per strada per scongiurare di finire in galera per favoreggiamento, avendo in qualche modo segnalato a distanza all’ancora latitante il rischio della cattura. Ch’egli avvertiva come  una medaglia da apporre sul proprio petto, oltre a quella che starebbe cercando di guadagnarsi boicottando -dicono le opposizioni- le navi di soccorso ai migranti. Il cui traffico è notoriamente gestito dagli scafisti spendendo il meno possibile e guadagnando il massimo anche impossibile.

Voi riderete, o sorriderete, ma questa è l’Italia dell’informazione, della politica e della giustizia in cui viviamo da non poco tempo. E anche l’Italia della sociologia da strapazzo che ha già fatto dire e scrivere a fior di persone dotate anche di incarichi importanti che la lunga latitanza di Messina Denaro si deve pure o soprattutto al favore di cui il criminale avrebbe goduto -letteralmente- nei “salotti della borghesia”, e chissà se solo siciliana. Lo si diceva e scriveva -fra gli improperi cui una volta si abbandonò in mia presenza l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini buttando s terra la pipa- negli anni di piombo dei terroristi, che lavoravano a loro modo sette giorni su sette, senza sosta o ferie, sparando di spalle e qualche volta ance d faccia. E sparando in orgasmo.

Mi è venuto un colpo -ve lo confesso- a leggere di questa “borghesia mafiosa” anche in una intervista del Procuratore di Palermo Maurizio De Lucia che non conosco, ma per il quale avevo avvertito subito una certa simpatia sapendolo partecipe dell’operazione per la cattura dello stragista più feroce ed elegante, con un orologio al polso del valore di oltre trentamila euro, abiti tutti firmati nel guardaroba, montoni di prima scelta addosso e tutto il resto. Ma mi sono consolato leggendo, sempre del procuratore di Palermo, della “cosa”- ha detto- che lo “ha colpito positivamente”, nonostante le preoccupazioni per “la borghesia mafiosa”. E qual è questa cosa? “Gli applausi -ha risposto- della gente che era all’esterno della clinica”, ma anche all’interno, signor procuratore. Gente che, frequentando una clinica privata, ad occhio e croce può ben considerarsi borghese. E disporre a casa di un salotto, o essere accolta in altri, senza aver letto necessariamente qualcosa del compianto Leo Longanesi. 

Pubblicato sul Dubbio

I romanzi d’appendice sulla cattura di Messina Denaro dopo 30 anni di latitanza

A leggere i romanzi d’appendice, a dir poco, che sula sua cattura si stanno sprecando sui giornali di un pò tutti i colori, a dire il vero, e non solo quelli dichiaratamente antigovernativi, Matteo Messina Denaro non è stato solo il criminale ricercato per 30 anni, ma ancor più  un autentico coglione. E scusate la parolaccia. Che  egli si merita -sempre che non lo si voglia accusare di autotradimento o autolesionismo, oltre che di stragi e di tutto il resto per cui è stato processato e condannato- per non avere saputo raccogliere i segnali di pericolo lanciatigli da varie parti. Da quel tale, per esempio, che già a novembre, ospite di Massimo Giletti, avvertì che il superboss era ormai arrivato al capolinea della latitanza perché la mafia aveva praticamente deciso di scaricarlo per trattare con lo Stato sul cosiddetto ergastolo ostativo. Che  pesa su troppi detenuti mafiosi a dispetto di tutte le garanzie imposte a loro vantaggio addirittura dalla Costituzione. 

Ma ancor più dell’ospite di Giletti sarebbe stato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, per forza di cose informato dei preparativi della cattura,  ad avvisare inutilmente il coglione -ripeto- esprimendo l’augurio di coronare la sua carriera di prefetto e ora anche di politico apponendosi sul petto la medaglia metaforica dell’arresto di quel pericoloso criminale. Il quale, anziché allertarsi e sfuggire all’assedio ormai così chiaramente annunciatogli, ha continuato a lucidarsi l’orologio al polso del valore di oltre trentamila euro, a infoltire il proprio guardaroba di lusso, a imbottirsi di viagra, a collezionare preservativi per attutirne gli effetti e naturalmente a curarsi per le malattie augurategli con successo dalle sue tante vittime. 

Del resto, che l’uomo fosse feroce ma non all’altezza del ruolo conquistato nella mafia lo fece capire il predecessore ed ex istruttore Totò Riina parlando in carcere con i suoi interlocutori di turno nell’ora d’aria, intercettati grazie al fatto che Carlo Nordio allora non immaginava neppure di poter diventare ministro della Giustizia e proporsi le nequizie anti-intercettative ora attribuitegli dagli avversari. 

Perché poi continuare a chiamare questo criminale con tutti i nomi che gli spettano sprecando spazio nei titoli e non ridurlo alla sigla o targa MMD assegnatagli dal Fatto Quotidiano con tanto di vignetta sovrastante che lo rende metà lui e metà Silvio Berlusconi? Al cui “Album di famiglia” -titolo dell’editoriale di giornata- MMD e affini apparterrebbero come a suo tempo i brigatisti rossi al Pci, secondo una celebre denuncia di Rossana Rossanda sul manifesto, a commento del sequestro di Aldo Moro e dei comunicati che ne accompagnavano la prigionia propedeutica all’assassinio finale. 

Pure Roberto Saviano si è preso dal Fatto Quotidiano il cazziatone d’obbligo -altra parolaccia di cui mi scuso- per avere definito quello della Meloni il governo meno antimafioso o più limitrofo alla mafia ignorando quelli guidati personalmente da Berlusconi. 

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Eppure c’è chi dubita anche sulla cattura del superboss mafioso Messina Denaro

Di ritorno da Palermo, dov’era giustamente volata per partecipare alla festa dello Stato per la cattura, finalmente, del superboss mafioso Matteo Messina Denaro, e compiacersi di un’operazione dichiaratamente condotta grazie anche alle intercettazioni e senza trattative, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata sentita mormorare: “E’ una vittoria che tutto il mondo vede, tranne alcuni dell’opposizione”. 

Infatti questa mattina dai banchi dell’opposizione culturale, chiamiamola così, fiancheggiatrice di quel discorso di sfiducia al governo pronunciato in Senato dall’ex procuratore generale della Procura di Palermo Roberto Scarpinato, ora parlamentare grillino, lo scrittore Roberto Saviano ha gridato in una intervista alla Stampa: “Il governo non è anti-mafia”. Gli ha per fortuna risposto sulla stessa prima pagina Mattia Feltri scrivendo, fra l’altro: “Dall’arresto di Totò Riina negli ultimi mesi della Prima Repubblica a quello di Matteo Messina Denaro di ieri, chi più chi meno, qua e là con qualche zona d’ombra, tutti i governi, con la magistratura, la polizia e i carabinieri, la mafia l’hanno combattuta e seriamente. E oggi i grandi boss sono fuori gioco, finite le stragi, finiti gli ammiccamenti. E la mafia non è stata ancora sconfitta, ok. Ma lo Stato tantomeno”. Altro che “alleato o persino al servizio della mafia”, ha scritto Mattia in un altro passaggio del suo articolo contro certa “fumisteria buona giusto per qualche serie da vendere allo scandalificio on demand”.

Con la solita bravura nella confezione dei titoli di cosiddetta copertina, mettendo semplicemente al minuscolo la località della più eclatante strage della mafia, che nel 1992 costò la vita, fra gli altri, al mitico magistrato Giovanni Falcone, il manifesto ha presentato la notizia della cattura di Denaro scolpendo:“Erano capaci”. In quel passato c’è tutto, o abbastanza. Ah, se intellettuali e politici di sinistra, vecchia o nuova, o nuovissima, avessero la stessa arguzia e misura di quei benedetti “eretici” espulsi nel 1969 dal Pci. 

Ai lettori in buona parte grillini che pendono dalle sue riflessioni il direttore del Fatto Quotidiano ha oggi raccomandato di non affrettare sollievi per l’arresto di Denaro perché solo “nei prossimi mesi, dalle sue risposte ai pm e dalle politiche del governo su 41-bis ed ergastolo ostativo, si capirà se la sua cattura è stata preceduta da trattative con chi ha più interesse al suo silenzio: i referenti istituzionali”. Eppure qd altre “trattative” sono stati intitolati processi che dovrebbero fare arrossire, per i loro risultati, inquirenti e cronisti fiancheggiatori.

Nel caso ancora fresco della cattura di Denaro Il Fatto ha già indicato chi dovrebbe arrossire, e magari dimettersi o essere rimosso: il guardasigilli Carlo Nordio per il proposito di limitare e disciplinare meglio le intercettazioni. Delle quali evidentemente non si abusa mai abbastanza, visti i miracoli che possono produrre fra tante immondizie. 

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L'”ospite” Casini benedice Bonaccini nella corsa alla segreteria del Pd

A 67 anni così ben portati, beato lui, dei quali 40 vissuti da parlamentare, ora al Senato e prima alla Camera diventandone anche presidente, e appena all’inizio di una legislatura che ha tutta l’aria di durare davvero cinque anni, trascorsi i quali saremo già alla vigilia di una nuova corsa al Quirinale, dopo quella che lui ha perso quasi per un pelo a vantaggio della conferma dell’amico Sergio Mattarella, mi ha un pò sorpreso la decisione di Pier Ferdinando Casini di scrivere un libro autobiografico, peraltro da “ultimo democristiano”. E titolato con tono nostalgico, quasi da commiato: “C’era una volta la politica”. Come se questa, alla quale lui ha pur deciso di partecipare facendosi rieleggere il 25 settembre scorso al Senato nella sua Bologna per la seconda volta ospite del Pd, inutilmente contestato col solito vezzo goliardico da Vittorio Sgarbi; come se questa, dicevo, non fosse ancora, o non fosse più politica. 

Con la presunzione peraltro di conoscerlo bene, e da quando lui non era ancora diventato deputato ma aveva già fatto strada nella sua Dc, facendo una volta perdere la testa in una riunione di corrente al segretario del partito Flaminio Piccoli, e raccontandomi poi l’accaduto in modo così divertente da ispirare un fulminante controcorrente di Indro Montanelli sul Giornale; con la presunzione, dicevo, di conoscerlo bene mi sono chiesto perché mai questo indomito campione, per me, del buon senso, della moderazione e dell’amicizia avesse deciso di mettersi o manifestarsi a riposo, soddisfatto ma anche stanco di quattro decenni parlamentari e smanioso di fare magari nella prossima legislatura il presidente dell’associazione degli ex deputati o senatori. 

No, mi son detto, qui c’è qualcosa che non mi torna. O non torna con la furbizia politica e umana che in tanti attribuiscono da sempre a Pier Ferdinando, per niente dispiaciuto peraltro di essere soprannominato proprio per questo Pierfurby, all’inglese maccheronico divertente come il latino, anch’esso maccheronico, cui si ricorre per definire le tante, troppe leggi elettorali che si sono susseguite dopo quella che contribuì con le ghigliottine giudiziarie a uccidere la cosiddetta Prima Repubblica. 

Senza neppure bisogno di comperare il libro -cosa che comunque farò- e di leggerlo per intero, mi è bastata una delle recensioni o delle anticipazioni scorse domenica nei giornali per riscoprire, diciamo così, la furbizia  non dell’”ultimo democristiano”, come lui stesso -ripeto- si è definito, ma del penultimo, vivendo ancora, grazie a Dio, l’ultranovantenne Arnaldo Forlani. Della cui segreteria del partito, fra il 1989 e il 1992,  Casini fece parte convinta e anche preziosa.

Mi ha aperto gli occhi o la malizia, come preferite, la parte conclusiva dell’articolo dedicato al libro di Casini su Repubblica da Giovanna Casadio, pur dedicato anche nel titolo alla ricostruzione della caduta del governo di Mario Draghi. Che Pier Ferdinando cercò di evitare sino all’ultimo, presentando  infine col consenso dell’interessato, che vi pose la questione di fiducia, una mozione che servì a mettere in chiaro paternità e responsabilità della crisi sfociata infine nelle elezioni anticipate.

Ebbene, a conclusione del suo articolo la Casadio ha citato parole di Casini non su Draghi ma sul tormentone, a dir poco, del congresso del Pd. Dal quale mi era parso di capire qualche tempo fa che Casini da ospite volesse tenersi defilato, ma al quale sembra che abbia finito per voler mettere almeno un dito,  o poche parole, con tutta la prudenza dell’ospite ma anche nella consapevolezza, per niente sbagliata, che la partita del Nazareno, chiamiamola così, non è per niente marginale nello scenario italiano e forse anche europeo della politica, o di quel che ne resta a leggere il titolo del libro del senatore. 

Ecco, testuali, le parole di Casini sulla polveriera del Pd: “Bonaccini rappresenta il meglio del riformismo emiliano, e non è cosa da banalizzare”, specie per un bolognese come l’ex presidente della Camera. “Elly -ancora parola di Casini riferita naturalmente alla Schlein, concorrente di Bonaccini dopo essergli stata vice presidente alla regione- è nuova, potrebbe infondere entusiasmo ma dovrebbe scongiurare la deriva radicale per non allontanare i moderati”. O non allontanarne altri ancora dopo quelli che, nonostante il significato certamente politico della ospitalità rinnovata a Casini, hanno già abbandonato elettoralmente il Pd preferendo votare addirittura la Meloni. Lo va ripetendo da tempo, chiedendo inutilmente un esame anche di questo problema, non un ospite ma un postdemocristiano e popolare sturziano come Pier Luigi Castagnetti, accasatosi regolarmente nel Pd dal primo momento.

Pubblicato sul Dubbio 

Finita la latitanza anche di Matteo Messina Denaro, a 30 anni dalla cattura di Totò Riina

Sono proprio “sfigate”, come si dice a Roma, le opposizioni al governo di Gorgia Meloni, esterne e persino interne alla stessa maggioranza garibaldinamente ammonite dalla presidente del Consiglio che “qui si fa l’Italia o si muore”. E anche  avvertite che la premier a Palazzo si difenderà da attacchi e manovre “costi quel che costi”, come fece Mario Draghi a difesa dell’euro da presidente della Banca Centrale a Francoforte. 

Il governo, peraltro all’indomani del compleanno della premier, è riuscito dove hanno mancato tutti quelli che l’hanno preceduto negli ultimi trent’anni, dopo la cattura del capo della mafia Totò Riina, morto in carcere. E’ stato preso adesso il suo successore Matteo Messina Denaro, responsabile di una lunga serie di delitti e stragi mafiose. E’ stato catturato, in particolare, in una clinica privata di Palermo, dove era in terapia. 

La cattura dello storicamente infausto successore di Riina smentisce, fra l’altro, l’altra infausta previsione o condanna politica del governo Meloni pronunciata nell’aula del Senato prima del voto sulla fiducia dall’ex procuratore generale di Palermo, ora parlamentare grillino, Roberto Scarpinato. Che aveva indicato nella formazione del  nuovo governo il segno di un abbassamento o persino caduta della lotta alla mafia. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’evoluzione sempre più draghiana di Giorgia Meloni alla guida del governo

Già soprannominata “Draghetta”, diminutivo femminile di Draghi, per la continuità più volte verificatasi, e persino vantata, rispetto al presidente del Consiglio che l’ha preceduta a Palazzo Chigi -sopravvivendo per più di un anno e mezzo peraltro all’opposizione della destra, oltre che alle insofferenze della maggioranza formatasi attorno a lui per impulso del capo dello Stato- Giorgia Meloni rischia di essere chiamata “Draga” o “Dragona” ora che ne ha adottato la formula del “costi quel costi”. Che è la traduzione in italiano del famosissimo e inglese “Whatever it takes” annunciato nel 2012 da Draghi, appunto, come presidente della Banca Centrale Centrale Europea per salvare l’euro minacciato dalla speculazione internazionale sul debito pubblico dei paesi comunitari, a cominciare da quello italiano. 

Il “costi quel che costi” della Meloni, pronunciato peraltro nel giorno del suo 46.mo compleanno, è stato levato come una bandiera per promettere un fortissimo contrasto a tutti i tentativi, esterni ma anche o soprattutto interni ala maggioranza, di far finire “la luna di miele” del governo con gli italiani, come si è augurato Il Fatto Quotidiano sia pure con un prudente e realistico punto interrogativo. Cui invece non è ricorsa Repubblica scommettendo sulla capacità distruttiva della “destra spaccata” -ha titolato- sull’azione di governo: dal caro benzina all’autonomia differenziata delle regioni, dalla ratifica del trattato sul fondo europeo salva-Stati alle nomine. E chi più ne ha, più ne metta, con o senza il pugno personale di Silvio Berlusconi contro la presunta troppo giovane e inesperta leader della destra che lo ha reso minoritario nella coalizione, anche se ancora in grado per i numeri parlamentari di crearle guai irrimediabili. 

Le spaccature nel centrodestra, e persino forse nella stessa destra presa da sola, ci sono davvero, per carità. Sono spaccati, per esempio, sul problema o urgenza delle autonomie differenziate delle regioni leghisti e forzisti, di cui pure da tempo si parla di un progetto federativo per contenere il primato della Meloni nella coalizione di governo. Ma è vero anche quello che ha fatto notare già nel titolo del suo editoriale sul Messaggero il professore Alessandro Campi scrivendo della “dialettica nel governo che illude l’opposizione”. La cui crisi, in effetti, è evidentissima nei rapporti fra le varie componenti, e all’interno di ciascuna di esse, particolarmente il Pd sulla lunghissima strada del suo congresso.

E’ una crisi quella del Pd in cui un ospite illustre come l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, eletto due volte a Palazzo Madama come indipendente nelle liste del Nazareno, ha ritenuto di dovere intervenire con un libro autobiografico di “ultimo democristiano” per cercare di dare una mano, praticamente, al candidato alla segreteria e presidente della loro comune regione Stefano Bonaccini: “il meglio del riformismo emiliano, e non è cosa da banalizzare”, secondo il senatore.

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