Il gradimento è mobile, come la donna nel Rigoletto di Giuseppe Verdi

            Ora che è finito, per fortuna, anche il supplemento della campagna elettorale di primavera e partiti, leader e leaderini sono in attesa solo dei risultati dei 163 ballottaggi comunali di domani 9 giugno, di cui 15 in capoluoghi di provincia, è davvero augurabile che tutti si diano una calmata e facciano seriamente di conto. E si decidano, magari, ad affrontare i problemi sul tappeto -sia quelli vecchi sia quelli maturati negli ultimi giorni, a cominciare dalla procedura europea d’infrazione per eccesso di debito messa in cantiere dalla pur uscente Commissione di Bruxelles- con maggiore consapevolezza delle loro forze.

            Potrà essere utile, a questo riguardo, in particolare alla maggioranza gialloverde che sembra ricompostasi attorno ai due vice presidenti del Consiglio, incontratisi a Palazzo Chigi senza neppure aspettare il ritorno a Roma dal Vietnam del presidente Giuseppe Conte, che era partito minacciandoli di abbandono, un esame delle rivelazioni appena effettuate per il Corriere della Sera dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli.

            Nel mese e poco più trascorso dal 2 maggio al 5 giugno, comprensivo quindi della parte culminante e alquanto burrascosa della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, del consiglio regionale del Piemonte e di quasi quattromila amministrazioni comunali, e dei loro risultati, noti nella loro interezza nella giornata del 27 maggio, l’indice di gradimento del governo ha perso ben 4 degli 8 punti giocatisi dall’insediamento. Non mi sembrano francamente pochi, anche se il gradimento è ancora di due punti sopra il 50 per cento.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che pure qualche volenteroso ha accreditato del 12 per cento dei voti se decidesse di mettersi in proprio, visti i problemi che gli creano i due vice, e di allestire per le prossime elezioni politiche, anticipate o ordinarie che siano, una sua lista, come fece Mario Monti nel 2013, ha perduto in un mese 6 punti, pur fermandosi a 53. Che è lo stesso livello di Matteo Salvini, partito tuttavia dal 49 per cento personale di un anno fa, contro il 63 del professore, avvocato “del popolo” e via discorrendo, compreso “l’uomo che si fa Stato” gridato al Circo Massimo il 21 ottobre 2018 da Di Maio davanti al pubblico radunatosi anche per festeggiare la fine della povertà. Essa era stata trionfalisticamente annunciata qualche sera prima dal balcone di Palazzo Chigi dallo stesso vice presidente. Era stata la sera -ricordate?- della sfida alla Commissione europea di Bruxelles, e a tutto ciò ch’essa poteva rappresentare oltre l’Unione, col deficit portato nel progetto di bilancio del 2019 al 2,4 per cento del pil: salvo poi premettere uno 0 al 4, dopo faticose trattative condotte da Conte per bloccare la procedura d’infrazione anche allora di fatto già avviata.

            Non può certamente stupire, anche ricordando quella infelice serata e tutto ciò che n’è poi seguìto, compresi il 15 per cento dei voti perduti dai grillini il 26 maggio rispetto al 32 per cento del 4 marzo 2018 per il rinnovo delle Camere, se Di Maio ha conservato quel 32 nell’ultimo rilevamento dell’Ipsos di Pagnoncelli solo come indice di gradimento personale, rispetto al 47 dell’insediamento.

            Per sua fortuna -o sfortuna, si vedrà- il vice presidente grillino del Consiglio ha già evitato col referendum digitale allestitogli in tutta fretta da Davide Casaleggio di perdere la guida del movimento delle 5 stelle, pur lasciatagli -credo- da buona parte di quelli che lo hanno salvato solo per fargli intestare anche la prossima, prevedibile sconfitta.

            Peggio di Di Maio tuttavia sono messi i suoi ministri, fra i quali si distinguono per caduta di gradimento Ipsos 2.jpgpersonale, sempre secondo le rilevazioni ultime dell’Ipsos di Pagnoncelli per il Corriere della Sera, l’ineffabile Danilo Toninelli, precipitato alla guida delle Infrastrutture dagli iniziali 46 punti, prima della caduta del ponte Morandi a Genova, a 21. Che sono comunque sempre più dei 20 del ministro per i rapporti col Parlamento Riccardo Fico, o della ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi, sempre pentastellati.

 

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Il momento dei Rieccoli: la coppia Di Maio-Salvini e…Berlusconi

Indro Montanelli, morto nel 2001 alla pur bella età di 92 anni, non ha fatto in tempo a conoscere la coppia politica guadagnatasi il diritto alla successione a quel famosissimo “Rieccolo” da lui affibbiato ad Amintore Fanfani. Che cadeva e si rialzava con una ostinazione da primato.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini, vice presidenti del Consiglio in ordine sino a poco tempo fa sia alfabetico sia di consistenza elettorale, ora solo in ordine alfabetico, visto il rovesciamento dei rapporti forza nelle urne del 26 maggio, hanno ritrovato l’intesa perduta in una campagna elettorale condotta, nelle ultime battute, senza esclusione di colpi.

Essi si sono riconciliati, con tanto di comunicato da summit, in un lungo incontro a Palazzo Chigi svoltosi non a caso, secondo talune maliziose letture di stampa, al minuscolo e al maiuscolo, in assenza del vero padrone di casa: il presidente Giuseppe Conte, in viaggio di ritorno dal Vietnam. Dove il professore si era recato dopo avere dato un ultimatum, sia pure senza scadenza, proprio a loro due perché gli risparmiassero, con la loro sostanziale incomunicabilità, le dimissioni e la conseguente apertura della crisi.

Sembra che i vice avessero gradito poco quell’uscita di Conte avvertendo il rischio che spianasse la strada, con la disponibilità del capo dello Stato rassegnata o minacciosa, secondo i punti di vista, a mettere nella toppa del Quirinale la chiave delle elezioni anticipate. Alle quali, a conti fatti, né Di Maio, che pure ne aveva avvertito l’odore, o la puzza, nei progetti del suo omologo leghista, né Salvini sono evidentemente interessati.

Che non avesse interesse Di Maio si era capito subito dalla consistenza drammatica della sua sconfitta elettorale il 26 maggio, con quei quindici punti perduti in un anno. E che non gli sono costati la carica di capo del movimento delle 5 stelle proprio per il timore delle elezioni anticipate anche da parte dei suoi critici, interessati perciò ad accollargli pure il successivo, prevedibile insuccesso.

Che non avesse interesse neppure Salvini non era invece scontato, nonostante la convinzione da lui espressa pubblicamente prima e dopo il voto che fosse necessario andare “avanti”, senza neppure la necessità o il proposito di chiedere quello che una volta si chiamava “rimpasto” per distribuire in modo più conveniente gli incarichi di governo, e prenotare anche quelli di sottogoverno.

Forti pressioni per elezioni anticipate, dietro la facciata di un partito galvanizzato dai successi elettorali e politici del suo “capitano”, si avvertivano fra i leghisti. Dei quali aveva parlato in pubbliche dichiarazioni, e con un certo compiacimento, anche Silvio Berlusconi nella speranza, almeno apparente, che riuscissero a smuovere Salvini e a farlo tornare nell’ovile del centrodestra, intanto ingranditosi in tutte le realtà locali dove si è votato dopo il 4 marzo dell’anno scorso.

Invece, guarda caso, proprio dopo un incontro di due ore avuto con Berlusconi domenica scorsa, complice forse la circostanza di abitare a Roma l’uno di fronte all’altro, Salvini deve avere ricavato l’impressione che le elezioni anticipate non convenissero neppure a lui, oltre che a Di Maio.

A dare la notizia di questo incontro, cui è seguito cronologicamente e politicamente quello di Salvini con Di Maio a Palazzo Chigi, è stato il giornale di famiglia dell’ex presidente del Consiglio e leader a vita di Forza Italia, dandone una versione un po’ troppo ottimistica, forse, visti gli sviluppi successivi. Che si sono tradotti in un rafforzamento delle prospettive del governo gialloverde, pur su un percorso pieno di ostacoli o di mine, a cominciare dalla procedura europea di infrazione per debito eccessivo messa in cantiere contro l’Italia dalla Commissione uscente, ma non per questo omissiva o rinunciataria, dell’Unione.

Per quanto il Cavaliere, archiviata con la campagna elettorale anche la candidatura del suo fedelissimo Antonio Tajani a Palazzo Chigi, non proprio musica per le orecchie del leader leghista, si sia ritagliato un ruolo lontano, acquistando casa a Bruxelles e proponendosi di essere fra i più attivi nel nuovo Parlamento europeo, Salvini non sembra proprio entusiasta, né impaziente, della possibilità di  un ritorno con lui, fatti salvi -per carità- i loro rapporti personali. Che sono di amicizia e persino di simpatia, a volte.

Tutto sommato, la coppia Di Maio-Salvini appena rinata dalle ceneri delle elezioni europee, ma anche piemontesi e amministrative del 26 maggio, senza voler fare torto a nessuno dei due, e agli interessi politici che entrambi perseguono legittimamente, pur confliggenti spesso fra di loro, può ben essere definita quella della paura.

Parlo non tanto della paura che  la coppia gialloverde incute presso gli altri, avversari o concorrenti che siano, quanto di quella che ciascuno dei suoi componenti nutre: per Di Maio la paura delle elezioni anticipate e per Savini la paura del ruolo che riesce ancora a conservare Berlusconi, per quanto ridotto a risultati elettorali da una cifra soltanto.

 

 

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Di Maio e Salvini: la coppia politica anticipata 2000 anni fa da Ovidio

             La buonanima di Ovidio -sì, proprio lui, Publio Ovidio Nasone, il poeta di Sulmona vissuto duemila anni fa- dev’essersi affacciata a Palazzo Chigi, dove vive l’ultima edizione della sua famosissima coppia immortalata con le parole “nec sine te nec tecum vivere possum”: non posso vivere né con te né senza di te. O, in un altro passaggio della sua ode, con queste parole: “Ti odierò se potrò, altrimenti ti amerò controvoglia”.

            I vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, sono Gazzetta.jpgtornati non solo a sentirsi o a messaggiarsi -da messaggi- con gli strumenti che il povero Ovidio non poteva neppure immaginare ai suoi tempi, ma anche ad incontrarsi e a ritrovare la voglia di stare insieme, dopo una campagna elettorale che li aveva letteralmente stressati e portati sulla soglia della rottura sotto gli occhi esterrefatti di Giuseppe Conte. Il quale, a dispetto dell’orgoglio ogni tanto ostentato, specie quando ne è incoraggiato con particolare insistenza al Quirinale da Sergio Mattarella, vive la sua insperata avventura di presidente del Consiglio per effetto di quei suoi due vice che, a quanto pare, non possono proprio fare a meno l’uno dell’altro.

            Dal muralemurale 2.jpg che li ha presentati per un po’ come due duellanti con la pistola in mano che aspettano l’ordine di separarsi per spararsi addosso, Di Maio e Salvini sono tornati al murale dell’anno scorso, di murale 1.jpgquesti tempi, che a pochi passi da Montecitorio, esattamente in Piazza Capranica, li aveva rappresentati in amorosi sensi.

            E’ francamente difficile dire, forse neppure con l’aiuto dei più celebri e attrezzati psicanalisti sul mercato, chi o cosa abbia maggiormente contribuito a ravvivare fra i due l’attrazione politica capace, a questo punto, di allontanare anche il fantasma delle elezioni anticipate d’autunno, se non addirittura d’estate. Cui pure sembrava rassegnato, per finta o davvero, il presidente della Repubblica: l’unico che ne abbia le chiavi, a dispetto di quanti nei giorni pari, e spesso anche in quelli dispari, ne parlano come se ad averle fossero loro.

            Può avere contribuito alla rinascita della coppia lo stesso Mattarella consigliando, a dir poco, a Conte di mettere sul tavolo la minaccia delle dimissioni e della crisi. O addirittura, dalla lontana Bruxelles, il commissario europeo Pierre Moscovici avviando di fatto una Conte.jpgprocedura d’infrazione per eccesso di debito che ha tolto a Conte, nel frattempo volato in viaggio ufficiale nel Vietnam, ogni tentazione, se mai gli fosse già venuta in mente in una terra famosa perGiornale.jpg esserne stata teatro, di adattarsi alla guerriglia gialloverde. O possono avervi contribuito, ora che ne ha dato notizia il Giornale di famiglia, le due ore trascorse insieme domenica scorsa da Silvio Berlusconi a Roma con Salvini. Che peraltro da ministro dell’Interno dispone di un alloggio di servizio di fronte alla residenza romana del Cavaliere. Due ore d’incontro, ripeto: altro che le telefonate di cui hanno riferito altri quotidiani.

            In quei 120 minuti -scusate la malizia di un vecchio giornalista abituato da una sessantina d’anni a scrivere di politica- il leader leghista potrebbe avere toccato con mano, al di là del rispetto e dell’amicizia che sicuramente nutre per Berlusconi, le difficoltà di una riedizione post-elettorale del centrodestra a livello nazionale, per quanto esso raccolga vittorie seriali a livello locale. E può essersi convinto che, tutto sommato, gli conviene di più continuare a spremere il limone della maggioranza gialloverde, peraltro realizzata un anno fa col permesso, e persino con l’incoraggiamento, come ricorda spesso con pubbliche dichiarazioni, da Berlusconi in persona, contrario allora alle elezioni politiche anticipate, dopo quelle ordinarie svoltesi il 4 marzo.

            Di quelle elezioni anticipate il fondatore e leader a vita di Forza Italia non temeva solo, come ama dire quando ne parla in pubblico, il caldo da stagione. Ne temeva di più il caldo politico che, complice la disaffezione elettorale  da bagni, avrebbe potuto rafforzare in una riedizione del Parlamento il sorpasso leghista appena registrato nelle urne all’interno del centrodestra. Ed era, dal punto di vista di Berlusconi, un timore per niente ingiustificato, provato dai risultati di tutte le elezioni locali poi affrontate dal centrodestra. Che tuttavia non hanno per niente convinto l’ex presidente del Consiglio, per quanto si sia nel frattempo ritagliato uno spazio d’azione, o distrazione, a livello europeo approdando al Parlamento di Strasburgo, e comperando casa a Bruxelles, a rinunciare alla convinzione di essere l’elemento centrale di una riedizione del centrodestra a livello nazionale.

            Ecco, la paura che sotto sotto, o sopra sopra, ha di un Berlusconi solo apparentemente convesso o concavo, secondo le circostanze, può avere indotto Salvini a ritrovarsi d’accordo con Di Maio, peraltro fortemente indebolito dai risultati elettorali del 26 maggio e in preda, a sua volta, della paura delle elezioni anticipate. Che peraltro accomuna nel movimento delle 5 stelle Di Maio a tutti quelli che pure gli vorrebbero fare la festa ritenendolo responsabile dei 15 punti e più persi nelle urne in un anno. “Meno 15”, qualcuno già chiama sarcasticamente il vice presidente del Consiglio e pluriministro sotto le 5 stelle.

            L’abito rolli.jpgdi Di Maio è diventato troppo largo dopo il 26 maggio e quello di Salvini troppo stretto, anche se il leader leghista, scopertosi peraltro padre di 60 milioni di italiani da sfamare, preferisce indossare comode felpe piuttosto che gessati, ma le convenienze li accomunano più di quanto non li dividano. Con quali effetti sul Paese, si vedrà.

 

 

 

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I misteri della porta di Bruxelles lasciata “aperta” all’Italia da Moscovici

             A dispetto dell’annuncio anche in italiano di averla lasciata aperta, pur quando di sostanzialmente aperta c’è solo la cosiddetta procedura d’infrazione contro l’Italia proposta al vertice politico dell’Unione, la porta del commissario europeo Pierre Moscovici sembra chiusa, o socchiusa nella più ottimistica interpretazione, ai meno sprovveduti o più autonomi osservatori politici. Che cercano di non confondersi nel nostro bel Paese né con le opposizioni né con il governo di turno, specie poi con quello in carica, composto da partiti reduci da una campagna elettorale nella quale non si riusciva francamente a capire chi dei due vice presidenti del Consiglio, fra il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, fosse davvero al governo e chi all’opposizione pure lui.

            Come si dice sovente anche dei magistrati quando iscrivono qualcuno sul registro degli indagati, dimenticandosi poi di informarlo o lasciando che a farlo sia qualche giornale prescelto nell’anticipazione, si è detto anche del francese Moscovici, e del solito lettone Valdis Dombvskis, d’accordo con lui nella Commissione di Bruxelles sull’analisi critica dei conti italiani, che ha fatto solo un atto “dovuto”, lasciando impregiudicate la difesa del governo di Roma e le valutazioni finali. Che spetteranno alla sede politica dell’Unione Europea, cioè ai capi di Stato o di governo Rolli.jpgdei paesi aderenti, o dei ministri economici dell’area  dell’euro, quando se ne occuperanno. Intanto le due parti si scambieranno altre valutazioni e informazioni, con cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte dal lontano Vietnam e il ministro dell’Economia Giovanni Tria da Roma si sono affrettati a sperare di poter fare cambiare idea a Moscovici, declassato benevolmente  dall’ex presidente italiano della Commissione di Bruxelles, Romano Prodi,  a un professore che si è limitato confezionare “le pagelle” ai conti, peraltro non solo di casa nostra.

            A parte la benevolenza, vera o presunta, di un professore vero com’è Prodi, il paragone con “l’atto dovuto” dei pubblici ministeri calza fino ad un certo punto perché non credo che l’Unione Europea fosse stata concepita dai suoi padri fondatori e sia diventata per strada, nonostante tutti gli errori che sono stati certamente commessi, specie allargandola sempre di più dopo la caduta di quello che era il blocco sovietico, come un tribunale: per giunta all’italiana, con la pratica tutta nostra della cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale. Che, per quanto scritta nella Costituzione, per carità, come tante altre cose apprezzabilissime, è più una finzione che una realtà, più un’ipocrisia che altro, perché nei fatti la discrezionalità del magistrato, nei suoi tempi, nei suoi metodi d’indagine, nella scelta dei collaboratori fra gli agenti della polizia giudiziaria, è ben superiore alle apparenze già notevoli, o a quanto non si voglia far credere.

            La procedura d’infrazione -o “d’infezione”, come l’ha definita sarcasticamente Il Foglio- per debito eccessivo è stata di fatto avviata contro l’Italia nel momento e in circostanze che più sospette nonIl Foglio.jpg si potessero immaginare: con una Commissione uscente, sostanzialmente scaduta con le elezioni europee del 26 maggio, e in vista -non ditemi, per favore, soltanto casuale- dei negoziati politici fra i governi per la nomina della nuova Commissione. Alla quale l’Italia avrà diritto di partecipazione con un commissario di un peso non certo indipendente dalla procedura d’infrazione, o d’infezione, appena messa nel piatto. O no?

            Non so poi se definire più ingenuo o farisaico l’invito fatto pubblicamente proprio da Moscovici ai mercati finanziari, affollato notoriamente di squali, a non profittare della porta dalla quale è uscita la sua lettera al governo italiano, chiusa o aperta o socchiusa che sia rimasta, per giocare con i titoli di Stato italiano come coi birilli. Mi chiedo se Moscovici ci faccia o ci sia, considerando anche la circostanza che i suoi referenti a Parigi hanno contemporaneamente bloccato, non certo per amore o simpatia per l’Italia, l’operazione già concordata  di fusione fra la nostra ex Fiat, ora Fca, e la francese Renault.

            Alla luce anche di tutte queste considerazioni mi chiedo se sia, non dico patriottico perché questo sentimento è stato un po’ deprezzato dall’uso che ne fanno i cosiddetti sovranisti, ma decoroso il salto delle opposizioni di sinistra e di centro al governo gialloverde sul cavallo di Moscovici per rovesciarlo, o aggravarne le difficoltà.

             Mi ha fatto una certa impressione vedere partecipare a questo assalto, in particolare, anche quel che resta ormai della Forza Italia del vecchio, anzi antico Silvio Berlusconi. Che ancora parla, ogni volta che può, della caduta del suo ultimo governo, nell’autunno del 2011, come Berlusconi.jpgdi un “complotto” ordito fra Roma, Bruxelles e altre capitali europee: un complotto cui lui si prestò dimettendosi da presidente del Consiglio dopo avere chiesto, peraltro, all’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano il piacere e l’onore di apporre la sua pur non indispensabile controfirma al decreto quirinalizio di nomina a senatore a vita di Mario Monti, destinato a prenderne il posto a Palazzo Chigi.

            Qualcosa tuttavia va detto anche a Matteo Salvini, il leader della Lega che, questa volta sostenuto di nuovo da Di Maio, ha contestato l’iniziativa di Moscovici, e di quanti gli stanno accanto e sopra. Mi chiedo quando il buon “capitano” si renderà conto che ha scelto in Europa gli alleati sbagliati, a cominciare dall’ungherese Viktor Orban, che lo ha appena scaricato,  per sostenere con una certa efficacia la sua pur giusta causa di cambiare regole, parametri e quant’altro dei vecchi trattati per evitare che l’Unione diventi un inferno per chi ne fa parte senza la dovuta sottomissione a Berlino o a Parigi, o a entrambe.

 

 

 

 

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Peccato che Mattarella non abbia partecipato alla seduta straordinaria del Csm

            Con tutto il rispetto dovuto, per carità, alla persona e al ruolo del presidente della Repubblica, e del Consiglio Superiore della Magistratura, si fatica a capire perché non abbia ritenuto di partecipare al cosiddetto plenum Gazzetta.jpgstraordinario -con 5 dei 16 consiglieri togati assenti perché dimissionari o autosospesi- dell’organo di autogoverno delle toghe. Cui l’articolo 105 della Costituzione conferisce “le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.

            Eppure, dichiaratamente -ripeto- straordinaria, la riunione del Csm appena svoltasi nella sua sede, nota come Palazzo dei Marescialli, era stata convocata sotto l’incalzare di quella che ormai vieneCorriere.jpg generalmente ritenuta e definita “la questione morale anche dei magistrati”, dopo tutto ciò che è già emerso giudiziariamente e mediaticamente – a proposito della nomina del nuovo capo della nevralgica Procura della Repubblica di Roma- sui mercanteggiamenti correntizi e d’altro tipo nell’assegnazione degli uffici dove si amministra la giustizia.

            E’ emerso qualcosa che ha già evocato l’immagine o il fantasma della P2 degli anni Ottanta, al netto di tutte le strumentalizzazioni fatte allora di quella inquietante vicenda di condizionamento e infiltrazione  delle istituzioni. E il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, non uso certamente Breda 1 .jpgad abusare degli umori e delle notizie che raccoglie sul Colle, ha assicurato che Sergio Mattarella è ben più che “sconcertato e molto contrariato”, come dicono i suoi uffici. Egli è “scandalizzato” di quel che è accaduto apprendendo di riunioni in un albergo romano in cui si preparavano quelle delle commissioni e dello stesso plenum del Consiglio Superiore della Magistratura per assegnare cariche e promozioni.

            D’altronde, verrebbe voglia di dire, lo stesso Palazzo dei Marescialli ha rischiato qualche anno fa di diventare un albergo, quando si progettò il trasferimento del Csm a Villa Borghese, nella sede dell’allora morituro Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, poi salvato incredibilmente dal 60 per cento dei partecipanti al referendum che bocciò il 4 dicembre del 2016 la riforma costituzionale approvata dal Parlamento su proposta del governo di Matteo Renzi.

            Ebbene, proprio la circostanza di un Mattarella “scandalizzato”, come ha riferito il quirinalista del più diffuso giornale italiano, rafforza l’impressione ch’egli si sia lasciato scappare un’ottima occasione per dire direttamente ciò che ha preferito far dire invece al vice presidente David Ermini sulla “ferita profonda e dolorosa” inferta alla magistratura col mercato delle nomine.  “O sapremo riscattare con i fatti  -ha ammonito l’ex parlamentare del Pd- il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti”, se non è già troppo tardi, vista l’illusione che si continua a coltivare -come si evince dal documento approvato all’unanimità dal plenum- della capacità della magistratura di autoriformarsi. E’ dura a morire evidentemente l’abitudine delle toghe di scambiare quasi pregiudizialmente per un attentato alla loro indipendenza ogni riforma non condivisa dalle loro rappresentanze sindacali e istituzionali, cioè con esse non negoziate dal Parlamento e della maggioranza di turno. Così purtroppo è avvenuto sino ad ora, con tutti i governi, di ogni colore e gradazione, succedutisi nella prima e nella seconda Repubblica, come siamo ormai soliti chiamare quella che sarebbe finita col referendum elettorale del 1993 e quella che sarebbe cominciata con le elezioni del 1994.

            Sempre Breda, sul Corriere, ha riferito o assicurato che “quando la situazione si sarà decantata” Mattarella troverà la voglia e il tempo -osservo io- diBreda 2 .jpg interrompere i suoi frequenti e Mattarella.jpgmeritati, per carità, bagni di folla per “farsi sentire”  sulla questione morale apertasi nella magistratura, dopo tutte le altre questioni morali sollevate o gestite alla stessa magistratura a carico, per esempio, della politica. Ma sarà -ha anticipato Breda- un intervento, quello di Mattarella, “a modo suo, che non somiglierà certo alle ruvidezze di Cossiga verso i magistrati”. I quali arrivarono -lo ricordo bene- a scioperare contro il capo dello Stato. E con quali effetti, quegli scioperi, si è visto proprio con la questione morale avvertita o denunciata proprio sulla prima pagina del Corriere “anche tra i magistrati”, andati via via convincendosi di una loro onnipotenza.

 

 

 

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Quella verifica di governo che Conte non vuole chiamare così

Pur con quel “singulto di autorità” riconosciutogli giustamente da Carlo Fusi, che forse lo ha immaginato un po’, com’è capitato a me, al posto del guerriero a cavallo ritratto nella tela di Giovan Battista Pace appesa alle sue spalle nella sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, dove teneva la sua conferenza stampa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mi è sembrato emulo dei tanti predecessori costretti dalle circostanze alle “verifiche” dei loro governi, e relative maggioranze. Ma mi rendo conto, con tutto l’uso e anche l’abuso che si fa della parola magica del “cambiamento”, di quanto debba costare ai politici d’oggi adottare formule e linguaggi della cosiddetta prima Repubblica, ma un po’ anche della seconda.

 Si stenterà anche a chiamare “rimpasto” quello che avverrà, se vi si giungerà davvero, riempiendo nel governo le caselle che si sono via via scoperte, a cominciare da quella dell’ex ministro degli affari europei Paolo Savona. O assegnando diversamente gli altri dicasteri ai quali non sono più interessati i partiti degli attuali titolari. Oppure vi sono troppo interessati i leghisti così fortemente cresciuti nelle urne del 26 maggio.

 Se poi vi sarà davvero la crisi prematuramente già annunciata da alcuni giornali, allora sì che il dizionario della politica si prenderà la sua rivincita. E si tornerà a chiamare almeno quella cosa col suo vecchio nome. E sarà crisi più o meno al buio, come si diceva una volta, anche se al gioco delle scommesse va forte l’ipotesi delle elezioni anticipate a settembre, e persino prima, con gli italiani a rischio di astensionismo da bagni, più ancora che da delusione o stanchezza dopo le votazioni di maggio, e i ballottaggi comunali di domenica prossima. Per i quali si sta spendendo, in particolare, il leader leghista Matteo Salvini con un’energia tale da commentare quasi di sfuggita fra un comizio e l’altro ciò che accade a Roma. Dove peraltro i maggiori sforzi di alleati, concorrenti e avversari sono quelli di interpretare le laconiche e sempre uguali dichiarazioni del “capitano” miste di ottimismo e scetticismo per le sorti di un governo che pure gli ha permesso in poco più di un anno di raddoppiare i voti delle elezioni politiche, e di dimezzare quelli dei grillini, facendoli entrare in una fibrillazione da pronto soccorso.

Mi stupisce che, così pronto quasi scaramanticamente, e non solo per i mutamenti di linguaggio, a non ripetere la vecchia formula della “verifica” applicata alla ricognizione dello stato di salute del governo, alla diagnosi e possibilmente alla cura per evitare esiti infausti, il presidente del Consiglio Conte e, prima ancora di lui, il vice presidente grillino Luigi Di Maio abbiano parlato nei giorni scorsi del passaggio ad una “fase 2”. Di cui -ahimè- sono morti fra prima e seconda Repubblica parecchi governi, anche quelli di pur breve durata guidati, per esempio, da Romano Prodi e da Massimo D’Alema.

Altre due cose mi hanno invece sorpreso piacevolmente della conferenza stampa tenuta da Conte in orario da mercati chiusi, si è detto con una prudenza o un timore eccessivo, essendo escluso che un uomo della sua cautela, e consapevolezza giustamente vantata dei rapporti con l’Europa e con i mercati finanziari, appunto, potesse provocare il panico nelle Borse.

La prima sorpresa positiva è stata la saggia rinuncia al monologo, anticipato alla vigilia dagli addetti ai lavori, per cui sono tornate a sentirsi a Palazzo Chigi le domande di cui l’associazione della stampa parlamentare aveva lamentato la troppo frequente soppressione negli ultimi tempi. L’altra  sorpresa positiva è il proposito espresso dal presidente del Consiglio di tenere un comportamento non dico neutrale ma equidistante fra i due partiti della maggioranza. Che dovrebbero perciò sentire ora di più il dovere di rispettare le funzioni del professore e di non scavalcarlo.

La sorpresa di questo impegno deriva dall’impressione, avvertita magari a torto anche da chi scrive, e denunciata ultimamente e pubblicamente con forza particolare e interessata, per carità, dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, che il presidente del Consiglio fosse stato da qualche tempo più sensibile alle esigenze, almeno quelle di facciata, dei grillini che dell’altro partito della maggioranza. E’ un’impressione -lo confesso- che mi sono portato appresso dal 21 ottobre scorso, quando Conte –“l’uomo che si fa Stato”, annunciò con una certa enfasi il vice presidente del Consiglio Di Maio- saltò sul palco del raduno nazionale del Movimento 5 Stelle al Circo Massimo e, riferendo sui primi 143 giorni trascorsi a Palazzo Chigi, pronunciò un discorso più da festa di partito -quello che lo aveva in effetti designato alla guida del governo promuovendolo da ministro della sburocratizzazione, come era stato annunciato agli elettori- che da festa di un governo di coalizione tra forze -riconobbe lui stesso- “sotto molti versi eterogenee”, a dir poco.

 

 

 

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Conte, a cavallo figurato a Palazzo Chigi, chiede ai suoi vice chiarezza e lealtà

            Anche se alla Stampa, quella storica La Stampa.jpgdi Torino, e al Giornale della famiglia Berlusconi hanno un po’ bruciato le tappe traducendo Giornale.jpgin prima pagina l’attesa conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’annuncio dell’apertura di una crisi governo, il percorso verso di essa, se vi si arriverà davvero, non si presenta né breve né facile, e tanto meno scontato.

            Già ridotto prudentemente da Repubblica a “penultimatum” quello che persino il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, seguendo le parole e il pensiero quasi sintonico del capo dello Stato Repubblica.jpgin trasferta nella sua Palermo, ha definito  “ultimatum”, pur senza il requisito essenziale di una scadenza precisa, quello di Conte a Palazzo Chigi è stato un discorso pronunciato come se anche lui stesse a cavallo: al pari del guerriero nella tela di Giovan Battista Pace appesa alle sue spalle nella sala delle Galere, o dei Galeoni, nella sede del Governo, con la maiuscola.

            Rapidità, ma genericamente intesa, chiarezza e lealtà sono state chieste dal presidente del Consiglio ai suoi due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e ai partiti ch’essi rappresentano: il primo, in verità, in modo un po’ accidentato Gazzetta.jpgdopo la batosta elettorale del 26 maggio e la fiducia alquanto improvvisata dei militanti confermatagli con un referendum digitale non condiviso da un esponente non certo minore del suo movimento come il presidente della Camera Roberto Fico, e l’altro con la sicurezza, anzi la baldanza assicuratagli dal 37 per cento dei voti raccolto nelle urne doppiando i soci grillini di maggioranza.

            Complici un viaggio ufficiale dello stesso Conte nel lontano Vietnam e la coda della campagna elettorale costituita dai ballottaggi comunali di domenica prossima, per i quali Salvini si sta spendendo con la solita energia, intesa in tutti i sensi, solo nella settimana prossima di potranno cominciare a vedere e a capire meglio umori personali e politici e le conseguenti prospettive di un governo di cui il presidente del Consiglio ha onestamente ammesso di avere perduto un po’ il controllo negli ultimi tempi, sottovalutando tensioni, veleni e quant’altro di una serie di competizioni elettorali. E ciò, nonostante quel sussulto di energia, e di orgogliosa rivendicazione delle sue prerogative istituzionali, mostrato dallo stesso Conte in una intervista al madrileno El Pais dopo l’estromissione dal governo del sottosegretario leghista Armando Siri, finito sotto indagini preliminari per presunta corruzione nel tentativo, peraltro fallito, di garantire incentivi per legge ad un certo tipo di aziende eoliche, comprensivo  di quella di un amico sotto processo di mafia.

            Nel reclamare, ripeto, rapidità di decisioni, chiarezza e lealtà per rispettare sino alla scadenza “naturale” della legislatura il “contratto” di governo stipulato l’anno scorso, e con il contratto anche il rispetto delle regole e dei vincoli europei sino a quando le une e gli altri non saranno cambiati, come vorrebbe in particolare Salvini, il presidente del Consiglio ha cercato di ricollocarsi in una posizione equidistante fra grillini e leghisti, pur essendo stati soprattutto i primi a designarlo a Palazzo Chigi.

            Conte, questa volta scendendo un po’ da cavallo, ha mostrato di non gradire la domanda della giornalista Alessandra Sardoni, de la 7, poco convinta, diciamo così, ch’egli fosse stato equidistanteConte in ottobre.jpg fra i due partiti della maggioranza come si era appena vantato, o riproposto. Ma il presidente del Consiglio ha quanto meno dimenticato la sua partecipazione, il 21 ottobre dell’anno scorso, al raduno nazionale dei grillini al Circo Massimo, a Roma. Dove lui salì sul palco, abbracciato poi da Luigi Di Maio, per pronunciare un discorso, integralmente riascoltabile ancora su you tube, non proprio da esterno, diciamo così, del Movimento 5 Stelle: un discorso orgogliosamente e fiduciosamente di parte, all’indomani della “manovra del popolo” varata dal Consiglio dei Ministri nella convinzione di avere risolto il problema della povertà in Italia, come aveva annunciato imprudentemente dal balcone di Palazzo Chigi il suo vice pentastellato mandando in visibilio i militanti in marcia verso i barconi sul Tevere per proseguire i festeggiamenti.

            Aiutato da un foglietto su cui aveva appuntato la scaletta dell’intervento, e libero una volta tanto dal vincolo della cravatta al collo, pur senza rimanere in maniche di camicia, Conte fece un bilancio trionfalistico dei 143 giorni trascorsi sino ad allora a Palazzo Chigi e ne promise altri dello stesso segno, grazie alle virtù e alle particolarità del movimento grillino, “sino al 2023”, epilogo ordinario della legislatura prodotta dal voto del 4 marzo 2018. “Fatevene una ragione”, disse il presidente del Consiglio rivolgendosi a quel punto non al pubblico che lo inneggiava ma alle opposizioni ben lontane dal Circo Massimo.

 

 

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La parata delle “scatole” girate in diretta a Matteo Salvini contro Roberto Fico

            Volente o nolente, trascinatovi o no dal presidente grillino della Camera Roberto Fico con una dichiarazione dalla quale si è dissociato con significativo tempismo lo stesso capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio in questo momento di grande incertezza politica, dopo i risultati delle elezioni europee, piemontesi ed amministrative del 26 maggio, il vice presidente Manifesto su generali assenti.jpgleghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini è riuscito ad agitare, diciamo così, la parata militare per la festa della Repubblica più ancora dei “quattro generali dietro la collina”. Così il manifesto ha definito nel titolo di un editoriale i già capi dell’Aeronautica, e alcuni anche Parata 3.jpgcapi di Stato Maggiore della Difesa, oggi in pensione, che hanno disertato la storica sfilata davanti al presidente della Repubblica ai Fori Imperiali motivando il loro dissenso dalla ministra Elisabetta Trenta, ma anche dall’intero governo per il trattamento delle Forze Armate.

            Reduce dal ricevimento, il giorno prima, nei giardini del Quirinale, dove si era praticamente trattenuto, sempre mano nella mano con la fidanzata Francesca Verdini, da risentimenti politici e personali per le allusioni ravvisabili nei suoi riguardi dal monito appena espresso dal capo dello Stato contro chi attenta alla Costituzione esasperando i contrasti e vivendo di nemici, Salvini non ha retto all’estensione della festa della Repubblica, da parte di Fico.jpgFico, a tutti “i presenti nel territorio” italiano, compresi migranti, rom, sinti”. Di cui invece il ministro dell’Interno ha ricordato “i campi” dove non c’è di solito molto rispetto della legalità. Perciò egli ha opposto alle parole del presidente della Camera, in qualche modo conformi peraltro al tema dell’”inclusione” scelto dalla ministra della Difesa per questa edizione della parata, la popolana e ben poco istituzionale espressione del “rivolgimento di scatole”. Che è stata tradotta dalla vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera in un Salvini schizzato via con quei giramenti come una freccia tricolore.  

            Quella esplosa tra alte uniformi, pennacchi, cavalli, ottoni, selfie e bande musicali in una domenica per fortuna e finalmente di sole, non è stata la prima, e probabilmente non sarà neppure l’ultima polemica fra il presidente grillino di Montecitorio e il leader leghista, scontratisi già, ma a maggiore distanza, proprio sul tema dell’immigrazione, e nel pieno dello svolgimento di operazioni ad alta tensione politica, come gli sbarchi impediti dal Viminale nei porti italiani.

           E’ capitato al presidente della Camera persino di sottolineare, per vantarsene, la rinuncia a presiedere, appunto, la seduta d’aula per la conversione in legge del primo decreto sulla sicurezza voluto da Salvini fra le resistenze e anche qualche voto contrario dei grillini riferibili, nel movimento delle 5 stelle, proprio alle posizioni di Fico.

            Chiaro fu anche il dissenso del presidente della Camera dal mancato processo a Salvini per l’affare  della nave Diciotti della scorsa estate: processo per sequestro aggravato di persone chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania e non autorizzato dal Senato, dopo un referendum digitale improvvisato tra i grillini e conclusosi col 60 per cento dei no contro il 40 per cento dei sì.

             Dev’esserci stata la memoria anche di questi precedenti, e in più del dissenso dal referendum digitale di conferma del capo pentastellato, nello sfogo attribuito, in particolare, dal Messaggero a Di Maio con i suoi amici contro un “Fico servo del Pd”. Col quale, da “esploratore” nominato da Sergio Mattarella, il presidente della Camera cercò un aggancio l’anno scorso per un governo alternativo a quello poi negoziato dal suo partito con i leghisti.

             La parata, diciamo così, della Breda.jpgparolaccia deve avere prodotto ulteriore sconforto e preoccupazione nel presidente della Repubblica, visti gli “scenari avvilenti” di crisi e di “rassegnazione” alle elezioni anticipate di cui ha scritto sul Corriere della Sera il quirinalista di provata esperienza e attendibilità Marzio Breda. Cresce anche per questo l’attesa della conferenza stampa prenotata dal presidente del Consiglio, a mercati prudentemente chiusi,  nel primo -e si vedrà anche se unico- compleanno del suo governo gialloverde.

 

 

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Tutti in fila al Quirinale felici e contenti, si fa per dire, a festeggiare la Repubblica

            Di fronte alle tensioni che continuano a pesare sulla politica italiana, sui rapporti con Bruxelles e sui mercati finanziari, anche dopo una settimana dai risultati delle tanto attese elezioni europee, piemontesi e amministrative, con un presidente del Consiglio che non è ancora riuscito, fra l’altro, a rimettere insieme allo stesso tavolo i suoi due vice per avviare, o solo tentare un chiarimento, colpiscono francamente qirinale.jpgle immagini della festosa fila di eccellenze di ogni grado e colore davanti al portone del Quirinale per il ricevimento tradizionale della festa della Repubblica. Tutti vi si sono recati in apparente allegria, svanita però nelle cronache giornalistiche che hanno riferito dei doppi sensi sfuggiti a protagonisti e attori nelle parole e negli atteggiamenti, fra la terrazza del Quirinale e i giardini.

            Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per esempio, è stato visto e sentito non so se ripetere o anticipare con gesti di insofferenza, parlando con la collega della funzione pubblica Giulia Bongiorno, lo stupore e lo sgomento che si sono poi trovati stampati in una intervista al Corriere della Sera per le ultime sortite dei grillini. Che, anche a costo di complicare i rapporti col suo interlocutore francese a Bruxelles, Pierre Moscovici,   hanno cercato di inchiodarlo alla bozza della lettera predisposta, e poi modificata, per fornire alla Commissione Europea i chiarimenti reclamati entro 48 ore sul debito pubblico italiano.

            Il premier Giuseppe Conte, condannato a tenere in mano un curioso libro regalatogli da un amico sulla delinquenza che di “Tregua” ha solo il nome dell’autore, è stato sentito esprimersi così sulle prospettive del suo governo nel giorno del primo compleanno: “Se ci sarò il 26 giugno al vertice mondiale di Osaka sarà una notizia”. Un suo collaboratore parlava invece svogliatamente dei preparativi dell’imminente viaggio in Vietnam.

            Forse ha esagerato Massimo Giannini a scrivere dei due vice presidenti del Consiglio disciplinatamente  in fila, a distanza, davanti al portone del Quirinale come di “uomini saliti al Colle con le fidanzate Di Maio.jpga braccetto e i pugnali nella giacca”, ma di certo essi non sono stati generosi con i fotografi a farsi riprendere insieme nei giardini. E fuggevoli sono state negli approcci diretti anche le loro fidanzate, nonostante la fiducia espressa da Luigi Di Maio sulla capacità delle donne, quando lo vogliono, di aiutare i loro uomini.

            Va comunque riconosciuto a Salvini, forse grazie al buon umore procuratogli dai risultati elettorali di domenica scorsa, superiori -a detta di molti nella Lega- alle sue stesse previsioni per l’andamento preso nelle ultime battute dalla campagna elettorale, di avere saputo resistere nei giardini  sul Colle e dintorni alla tentazioneSea Watch 3.jpg che deve avere avuto di commentare a modo suo l’ultima cattiva sorpresa riservatagli dai magistrati. E’ il dissequestro della nave dei soccorsi privati dei migranti in Mediterraneo Sea Watch 3, probabilmente destinata a procurargli altri grattacapi e a farlo sbottare contro i complici dei trafficanti di carne umana che egli vede un po’ dappertutto, specie in prossimità delle acque libiche. 

 

 

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