Mattarella non si lascerà coinvolgere nelle manovre della maggioranza

In genere non sono casuali le corrispondenze di Marzio Breda dal Quirinale per il Corriere della Sera, o i suoi servizi dal fronte, quando il Colle da camera di compensazione e Titolo del Corriere.jpegsoluzione dei conflitti rischia di essere trasformato dagli attori politici in senso lato, volenti o nolenti, in campo di battaglia, o anticamera di manovre più o meno oblique. Che mirano a congelare o cambiare, secondo le circostanze, i rapporti di forza formatisi nell’ultima crisi di governo arrivata sulla scrivania del capo dello Stato e da lui risolta nell’esercizio dei poteri conferitigli dal secondo comma dall’articolo 92 della Costituzione in termini che più laconici e chiari non potrebbero essere: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. E ciò anche quando il governo è ridotto dalla sfiducia delle Camere a gestire, su insindacabile giudizio del capo dello Stato, le eventuali elezioni anticipate.

Mi è già capitato, qui sul Dubbio, di immaginare il disagio di Sergio Mattarella di fronte a quelle che Breda, riferendo delle reazioni degli “intimi del Quirinale”, ha definito “chiacchiere fatue e gratuite” sulla corsa Sommario del Corrierealla successione cominciata con più anticipo del solito rispetto alla scadenza del mandato presidenziale. Che “si materializzerà -ha ricordato il quirinalista del Corriere– il 3 febbraio 2022”, cioè fra un anno e mezzo.

Il fastidio di Mattarella, che potrà sorprendere solo chi non lo conosce o non lo apprezza abbastanza, nasce innanzitutto dalla propensione mostrata da qualche settore politico e opinionista a considerarlo tentato, come è accaduto ad alcuni predecessori dietro un disinteresse solo formale, da una rielezione. Cui egli è contrario per “un fatto di coscienza”, ha scritto Breda attribuendogli la condivisione del “precetto” una volta espresso dal costituzionalista Livio Paladin che “la rielezione di un capo dello Stati non è vietata ma non è opportuna”, vista la durata non certo breve del mandato, che è di ben sette anni.

Un messaggio, del genere, a dire la verità Sergio Mattarella l’aveva già affidato qualche tempo fa al vecchio, o venerando, Eugenio Scalfari, con cui ha un antico e consolidato rapporto. Ma, visto che si è continuato a dire e a scrivere il contrario, mettendo cioè nel conto una sua rielezione, magari condizionata chissà a che cosa, il presidente ha voluto ribadire la sua “olimpica indifferenza” anche tramite il buon Breda, ormai di casa, diciamo così, al Quirinale -beato lui- più dell’inquilino di turno e dei suoi consiglieri e collaboratori. Vediamo adesso se il giochetto di scommettere sulla tentazione della conferma continuerà.

Personalmente ritengo che, oltre al “fatto di coscienza” e al “precetto” di Livio Paladin abbia influito sulla indisponibilità di Mattarella la delusione provata dal suo immediato predecessore Giorgio Napolitano. Che nel 2013 cedette, alla sua età già molto più avanzata di Mattarella, all’appello emergenziale di partiti e amministratori locali sfilati al Quirinale dopo il fallimento di vari tentativi di trovargli un successore. Napolitano accettò ponendo pubblicamente la sola condizione, spiegata bene in uno sferzante discorso al Parlamento, e disinvoltamente disattesa  dalle forze politiche, di una concreta e rapida riforma della Costituzione. Piuttosto che farsi complice del ritardo e persino del fallimento, come avvenne con la bocciatura referendaria della riforma varata dal governo di Matteo Renzi, il primo presidente confermato nella storia della Repubblica preferì ridurre a soli due anni il suo secondo mandato. E diede una lezione di vita, diciamo così, ai soliti seminatori di zizzania che gli avevano attribuito su giornali allora di opposizione trame oscure per rimanere al suo posto.

Ma il fastidio di Mattarella per la brutta partita politica che qualcuno vorrebbe giocare alle sue spalle nasce anche dal rischio di “depotenziamento” – come lo ha chiamato Breda- del suo mandato  derivante dal tentativo di fare della sua successione una specie di collante della maggioranza giallorossa, che stenta sempre più chiaramente a trovare la necessaria sintonia con l’urgenza e la gravità dei problemi del Paese.

Il “depotenziamento”- ripeto- deriverebbe dalla presunzione di cattivi giocatori di anticipare nei fatti, o nella sensazione comune, il cosiddetto “semestre bianco”, che scatterà  solo il Cirazzieri.jpeg4 agosto dell’anno prossimo, quando mancando appunto sei mesi alla scadenza del proprio mandato il presidente della Repubblica non potrà sciogliere anticipatamente le Camere per esplicito dettato dell’articolo 88 della Costituzione. Che fu modificato nel 1991 per consentire ugualmente l’esercizio di questa prerogativa quando coincidono gli ultimi sei mesi dei mandati del capo dello Stato e del Parlamento. Non è certamente il nostro caso, scadendo le Camere attuali nel 2023.

Avvicinare nella comune rappresentanza del quadro politico quello che Breda chiama “il congedo” del presidente, come se fosse ormai alla scadenza del proprio mandato, potrebbe essere -ha scritto il quirinalista del Corriere– “una mossa pericolosa, studiata magari per esorcizzare qualsiasi ipotesi di voto in autunno e nel contempo puntellare la vacillante maggioranza giallorossa, vincolandola fin d’ora a un patto per imporre insieme il prossimo” presidente della Repubblica.

Più chiaramente di così la situazione non poteva essere esposta, anche per la parte in cui la partita del Quirinale risulta così ristretta ai soli due Corazzieri 2 .jpegmaggiori partiti della coalizione di governo, con la sostanziale esclusione -ha scritto Breda- dei “leader di quei partiti-cespuglio, come Matteo Renzi, che nel 2015 fu il king maker dell’elezione di Mattarella”. Ma Renzi era allora segretario di un Pd in buona salute politica ed elettorale e, insieme, presidente del Consiglio. Adesso quella doppia del Quirinale e del governo, già impropria di suo, sarebbe tutt’altra partita nelle mani di un movimento grillino dalla indecifrabile natura e di un Pd che ne subisce sempre più malvolentieri il peso.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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Le opposte versioni e visioni di Di Maio e Franceschini sulle condizioni di Conte

            Ma Luigi Di Maio e Dario Franceschini, in ordine rigorosamente alfabetico, l’uno ministro degli Esteri, già capo del Movimento 5 Stelle e della relativa delegazione al governo ma tuttora tra i più influenti e attivi nella galassia grillina, l’altro ministro dei Beni Culturali e del Turismo ma soprattutto capo della delegazione del Pd al governo, riescono a parlarsi direttamente fra di loro, oltre le occasioni in cui si trovano seduti accanto sui banchi parlamentari dell’esecutivo? La domanda sorge spontanea vedendo la opposta rappresentazione che oggi i due offrono del quadro politico generale, e del governo in particolare, sui due maggiori giornali italiani: Di Maio sul Corriere della Sera e Franceschini su Repubblica.

             A sentire Franceschini, che è importante anche per il ruolo abitualmente centrale che ha nel suo partito, dove monta e smonta equilibri con i metodi appresi da ragazzo nella Dc, “Conte non Franceschini a Repubblica.jpegsi tocca e neanche la maggioranza”, anche se fra grillini e piddini c’è da chiarire non solo un sacco di cose sui provvedimenti in cantiere per la ripresa, ma soprattutto come affrontare le elezioni regionali del 20 settembre, perché “è grave dividersi”. Cosa, quest’ultima, che fra i grillini sembra condivisa solo da Grillo in persona, di cui Stampa su GrilloLa Stampa prevede una uscita pubblica in questa direzione entro questo mese, con quali effetti concreti si vedrà in un movimento dove neppure di lui, Beppe, per quanto “garante”, ”elevato” e quant’altro si riesce più a capire quanto conti davvero. O se sia più allarmato o compiaciuto del grande pasticcio politico creato in dieci anni di spettacoli nel senso più ampio della parola.

            Di Maio non è invece convinto che Conte sia considerato intoccabile dal Pd e cerca di far credere che lo Di Maio sul Corriere.jpegsia invece fra i grillini, a dispetto -in verità- di molte apparenze perché retroscena e quant’altro si sono inseguiti negli ultimi tempi per riferire di sospetti, malumori e simili serpeggianti da quelle parti sul presidente del Consiglio. Che non a caso è stato pubblicamente sfidato dall’eterno ormai aspirante alla guida delle 5 Stelle Alessandro Di Battista  a smettere di stare col piede in due staffe, a iscriversi al Movimento che lo ha designato e portato già due volte a Palazzo Chigi e a contendere a lui direttamente e ad altri la leadership del partito ancora più rappresentato in Parlamento, anche se ha perso per strada in due anni molti voti e persino un po’ di senatori e deputati spostatisi altrove.

            “E il momento di guardarsi negli occhi e dirci come stanno le cose””, è sbottato Di Maio parlando dei rapporti fra Conte e il Pd, non fra Conte -ripeto- e i grillini. “Guardarsi negli occhi” significa evidentemente che sinora ciò non Di Maio sul Corriere 2 .jpegè avvenuto. Forse i soci della maggioranza giallorossa si sono guardati più la schiena che altro. Di sicuro, secondo Di Maio, è che “così si va a sbattere”, anche a rischio di quel “voto anticipato” che il ministro degli Esteri naturalmente non vuole, nella consapevolezza- almeno questa- del carattere irripetibile del risultato delle elezioni politiche di due anni fa. Che gli procurarono vertigini da balcone  nei primi passaggi di un governo in cui Conte sembrava più il vice dei suoi due vice -che erano il medesimo Di Maio e il leghista Matteo Salvini- che il presidente del Consiglio risultante dal decreto di nomina firmato dal presidente della Repubblica.

 

 

 

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Berlusconi si compiace del centrodestra in piazza ma evita di accorrervi di persona

            E’ quanto meno curioso che neppure la manifestazione unitaria del centrodestra a Roma, in una Piazza del Popolo restituita all’ordine pandemico, con le sedie sistemate a debita distanza, ha Dstanze centrodestra.jpegsmosso dal suo rifugio  in Provenza Silvio Berlusconi. Il quale ha preferito ancora una volta farsi rappresentare sul palco dal fedele Antonio Tajani, che da vice presidente di Forza Italia ed ex presidente del Parlamento Europeo è sicuramente più politico di Gianni Letta. Il quale tuttavia continua ad essere preferito da Berlusconi per tenere i rapporti, per esempio, col Quirinale, con Palazzo Chigi e dintorni, dove Titolo Giornalesi suona una musica un po’ diversa, diciamo così, da quella dei raduni pubblici, sino ad essere scambiata da Giuseppe Conte per una specie di nenia natalizia, anche se Berlusconi commentando a distanza sul Giornale di famiglia la manifestazione romana del centrodestra si è compiaciuto di dire su tutta la prima pagina che “cambiare il governo si può”

            E’ recentissimo il riconoscimento della natura “responsabile”, diversamente da quella delle altre componenti del centrodestra, dell’opposizione del partito di Berlusconi da parte di Conte in persona, quasi in contemporanea con una intervista dello stesso Berlusconi, stavolta a Repubblica, di sostanziale apertura a nuovi equilibri. Che si sono tuttavia prestati a tali e tante letture antisalviniane da provocare la solita precisazione di Forza Italia sulla perdurante validità della coalizione di centrodestra operante in tante regioni italiane, e candidatasi a conquistarne altre nelle elezioni amministrative del 20 settembre.

            “Di Berlusconi mi fido totalmente”, ha infine annunciato Salvini proprio in Piazza del Popolo, aderendo alle richieste della revisione del processo che lo condannò in via definitiva per frode fiscale e  dando l’impressione di considerare superato l’equivoco che lo aveva portato a protestare e a ribadire la indisponibilità a nuovi passaggi politici diversi dalle elezioni anticipate o, si presume, inclini a governi di emergenzaSalvini 2 .jpeg o unità nazionale, peraltro esclusi, o quasi, dallo stesso Berlusconi. Sarebbe del resto uno stranissimo governo di emergenza e di unità nazionale quello che, accettando i finanziamenti europei per il potenziamento del servizio sanitario imposto dall’emergenza virale, dovrebbe fare a meno sia dei grillini sia dei leghisti. Essi sono contrari a quei finanziamenti ma costituiscono, rispettivamente, il maggiore partito presente nell’attuale Parlamento e il maggiore risultante dai sondaggi, nonostante  i quasi dieci punti perduti, all’incirca, da Salvini rispetto al 34 per cento conquistato l’anno scorso nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

            Sono state curiose, quindi, per tornare all’inizio del discorso, sia l’assenza di Berlusconi sia il carattere apparentemente unitario e festoso del raduno del centrodestra a Roma, credibile come unitario al pari della “compattezza” della maggioranza giallorossa rivendicata da Conte a dispetto di tutte le cronache, i retroscena e quant’altro sui contrasti che rallentano la preparazione dei provvedimenti annunciati, compresa la cosiddetta “madre delle riforme”, per restare al linguaggio del presidente del Consiglio, che sarebbe il decreto legge Giannini.jpegsulla semplificazione. Siamo ai primi di luglio. Il Carnevale del 2020 è passato da un pezzo. E a quello del 2021 manca parecchio. Il direttore della Stampa Massimo Giannini ha scritto, sconsolato, che “la maggioranza tira a campare, l’opposizione a votare”. Ma direi che tirano a campare entrambe.

 

 

 

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La brutta partita politica in corso alle spalle di Sergio Mattarella

            Ah, se il presidente Sergio Mattarella potesse davvero togliersi il gusto -come un po’ fece il predecessore Giorgio Napolitano sferzando il Parlamento che lo aveva appena rieletto nel 2013- di sbottare davvero e cantargliene quattro a quanti giocano alle sue spalle questa brutta partita politica in corso. E lo fanno pure in modo sfacciato, visto che nella maggioranza giallorossa non si nasconde l’obiettivo Torrino del Quirinale.jpegdi durare comunque, anche a costo di passare da un rinvio all’altro, sino alla scadenza del  mandato quirinalizio. C’è anche chi strizza l’occhio a Mattarella, interpretandone i silenzi o formulando previsioni, per una rielezione in cambio della promessa di lasciare inalterati gli equilibri politici ancora per un anno, sino alla scadenza ordinaria della legislatura, nel fatidico 2023. Allora i grillini, scesi già, fra elezioni di vario tipo e sondaggi, dal 32 per cento del 2018 al 17 per cento, saranno forse precipitati al di sotto del 10 ma potranno dire di averla fatta da padroni per cinque anni defilati.

            Il pur mite Mattarella, pronto a fare la sua parte in ogni circostanza, anche sedendosi al volante della nuova 500 a trazione elettrica appena presentatagli dal presidente dell’ex Fiat in persona John Elkann, deve avere ben capito che questa è ormai la piega che ha preso l’attuale legislatura, pur nel contesto di una situazione eccezionale come l’emergenza virale, Che lui stesso ha paragonato giustamente ad un evento bellico di livello mondiale per chiedere sia alla maggioranza sia all’opposizione di comportarsi di conseguenza, cioè di pensare davvero più all’interesse generale che ai loro affari di “bottega”, come una volta sfuggì al buon Pier Luigi Bersani di definire il partito da cui proveniva, il Pci, e i suoi derivati.

            La maggioranza invece pensa alla sua sopravvivenza fine a se stessa, ricorrendo al parto cesareo per ogni provvedimento che sforna, persino decreti legge varati dal Consiglio dei Ministri “salvo intese” e pazientemente attesi dal capo dello Stato sulla sua scrivania anche per settimane. L’opposizione di centrodestra, dal canto suo, pur oggi unita in piazza, non è meno divisa della maggioranza e vive di leadership sempre provvisorie, come dimostra la scalata che sta facendo Giorgia Meloni alla posizione strappata a Silvio Berlusconi dalla Lega di Matteo Salvini nelle elezioni di due anni fa.

            Per quanto deplorevoli siano, per carità, i trucchi ricorrenti del presidente del Consiglio di sottrarsi alle votazioni parlamentari sul nodo del Mes, cioè dei finanziamenti europei possibili al necessario potenziamento del servizio sanitario, trasformando in “informative” le sue comunicazioni obbligatorie per legge alla vigilia di ogni Consiglio Europeo, trovo ridicole le proteste che il centrodestra formula rivolgendosi non ai presidenti delle assemblee parlamentari, che consentono simili sotterfugi, ma al capo dello Stato. Che conosce bene la inutilità e pretestuosità di simili proteste perché anche su quei finanziamenti il centrodestra non è meno diviso della maggioranza, per cui non avrebbe una sola possibilità di prevalere davvero, e costruttivamente, se si votasse alla Camera o al Senato, o in entrambi. Verrebbero fuori solo pasticci intraducibili in una maggioranza e in un governo diversi. E in questa situazione ci lamentiamo se l’olandese di turno, per non parlare del tedesco o del francese, storce il muso e si chiede se noi italiani ci siamo o ci facciamo.

 

 

 

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Sempre più scoperta la doppia partita di Matteo Renzi nella maggioranza

            Più importante dell’incontro apparentemente  chiarificatore e distensivo avvenuto fra il presidente del Consiglio, preoccupato del crescente malumore di Zingaretti, e lo stesso Zingaretti, sempre più insofferente per l’abitudine di Giuseppe Conte di annacquare di aggettivi e di avverbi la realtà della sua sempre più evidente dipendenza  dai pentastellati, che d’altronde lo hanno imposto due volte a Palazzo Chigi, è la notizia della decisione presa alla Camera di portare in aula il 27 luglio la nuova legge elettorale. Senza la quale, specie dopo la prevedibile conferma referendaria in autunno della forte riduzione dei seggi parlamentari, crescerebbero gli ostacoli al ricorso anticipato alle urne in caso di crisi.

            La mancanza di questa legge, prevedibilmente proporzionale con una soglia di sbarramento fra il 4 e il 5 per cento dei voti per l’accesso al Parlamento delle liste concorrenti, moltiplica di fatto la rendita di posizione -chiamiamola così- dei partiti e gruppi sovrappresentati alla Camera e al Senato. Dove i grillini, al netto dei deputati e dei senatori perduti per strada, rappresentano ancora il 32 per cento dei voti raccolto nelle elezioni politiche del 2018 e i renziani, essendosi separati dal Pd nella scorsa estate, hanno una consistenza verificabile solo nei sondaggi. Che li danno tutti, e sistematicamente, ben al di sotto di quanto farebbero credere i numeri dei loro gruppi parlamentari, peraltro determinanti al Senato per la tenuta della maggioranza del governo voluta dallo stesso Renzi.

            Non a caso, mentre Zingaretti definiva “positivo” il suo incontro con Conte e quest’ultimo ne sintetizzava il contenuto dicendo che “ora bisogna correre”, nonostante la perdurante lentezza o i perduranti contrasti sulla “madre di tutte le riforme”, come lui stesso ha definito il decreto legge promesso sulle semplificazioni, i grillini alla Camera non  nascondevano il loro Delrio.jpegmalumore per la fretta imposta sulla legge elettorale dal capogruppo del Pd Graziano Delrio. E i renziani contestavano esplicitamente l’urgenza di questo tema contrapponendola alle altre che avvertirebbero più direttamente sulla loro pelle, per effetto dell’epidemia virale, disoccupati, sottoccupati, le aziende già chiuse e quelle, ancora più numerose, in via di chiusura. E ciò addirittura nella incertezza politica della praticabilità degli aiuti europei.

            E’ davvero curioso, o troppo furbo, come preferite, questo Renzi  che da una parte accusa il suo ex Pd di essere a rimorchio dei grillini su troppi problemi, a cominciare da quelli della giustizia, su cui tuttavia egli non spinge mai il dissenso oltre le parole per evitare la crisi, e dall’altra fornisce agli stessi grillini la garanzia di conservare la propria, ormai sproporzionata rappresentanza parlamentare, e il conseguente potere contrattuale.

            In questa Rolli.jpegsituazione guazzano i vignettistiPillinini a prendere in giro sulle prime pagine dei giornali balletti, corse e quant’altro del presidente del Consiglio e del segretario del Pd. E al Fatto Quotidiano, dove ormai Conte è trattato come un Mito, con la maiuscola, possono divertirsi a rappresentarlo, anche a costo del ridicolo, come un protagonista della scena politica che addirittura Titolo Fatto.jpeg“rompe l’assedio e sfida” a destra e a sinistra, non risparmiandosi neppure una certa corte a Silvio Berlusconi, “responsabile più degli altri oppositori”, ove mai Renzi  facesse la sorpresa  a Palazzo Chigi di qualche altra “mossa del cavallo”, o contromossa.

 

 

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L’enfasi ormai abituale di Conte non lo aiuta a superare il gelo col Pd

            Con l’abitudine, e persino la mania, che ha di dare nomi troppo enfatici ai suoi progetti, provvedimenti e quant’altro, arrivando a chiamare, per esempio, “la madre di tutte le riforme” il decreto legge allo studio sulle “semplificazioni”, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte se l’è un po’ cercata, cioè meritata, l’ironia di Stefano Rolli. Che nella vignetta di prima pagina sul Secolo XIX gli ha ricordato, diciamo così, che “il problema sono i padri” di quella e di tutte le altre leggi, o simili, all’esame del governo e della variegata maggioranza che lo sostiene, o dovrebbe sostenerlo in Parlamento.

            Conte si è meritata anche l’ironia del vignettista Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno, doveNico Pillinini.jpeg il professore cerca inutilmente di fare apparire ai suoi interlocutori o alunni di turno per semplice ciò che sulla lavagna risulta sin troppo chiaramente complicato, anzi ermetico.

            Il clima politico nella maggioranza, d’altronde, è quello che è. Ai rapporti sotterranei già insidiosi fra Conte e i grillini, che pure ne hanno sponsorizzato per due volte la guida del governo, prima con i leghisti e poi con le sinistre, si è aggiunto quello che  Repubblica e La Stampa hanno chiamato, rispettivamente, Titolo Repubblica“il grande freddo” e “il gelo” calato nei rapporti fra il presidente del Consiglio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti, ogni volta che  essi si  scambiano messaggi sulle questioni più calde della giornata. Dalle parti del Fatto Quotidiano, per esempio, notoriamenteTitgolo DStampa.jpeg sensibile agli umori dei grillini, si sono affrettati a tradurre in un no a Zingaretti “il nesso” che Conte ha appena escluso o negato in Parlamento “tra il Mes”, notoriamente sostenuto con forza dal Pd per investire nel potenziamento del servizio sanitario il credito a buon mercato di 36-37 miliardi disponibile col meccanismo europeo di stabilità, “e politiche di bilancio, spesa pubblica e tasse”. La spesa pubblica della sanità peraltro è particolarmente a cuore alle regioni dove si voterà il 20 settembre e il Pd rischia grosso, più dei grillini che non ne hanno alcuna da difendere a loro guida.

            Sugli aspetti elettorali del grande freddo o gelo fra grillini direttamente, stavolta senza l’intermediazione di Conte, e il Pd si è speso con un lungo editoriale Paolo Mieli, naturalmente sulTitolo Paolo Mieli.jpeg Corriere della Sera da lui due volte diretto, titolato sull’”audacia che manca” ai due partiti. Mieli 2 .jpegE quale sarebbe questa audacia? Quella di accordarsi, o quanto meno di tentare davvero un’intesa del tipo di quella prospettata dallo storico Marco Revelli. I grillini dovrebbero smetterla di contestare le candidature del Pd alla guida delle regioni interessate al voto di settembre in cambio della rinuncia di Zingaretti a contestare poi la conferma delle sindachesse grilline di Torino e di Roma, o di almeno una di esse.

            Eppure lo stesso Mieli in un passaggio del suo editoriale ha dovuto ammettere che i pentastellati “stanno Mieli 1.jpegattraversando un momento troppo complicato perché si possa pensare che sia sufficiente una scossa elettrica per ottenere da loro un qualsiasi cambio di linea” rispetto a quella ce c’è, o non c’è per niente per la loro confusione interna, incapaci come sono persino di misurarsi in qualcosa che assomigli ad un congresso.

            Più che sull’audacia che manca, ci sarebbe forse da interrogarsi sulla troppa che hanno avuto grillini  e Pd ad accordarsi per la formazione improvvisa, o improvvisata, del secondo governo Conte, visti tutti i nodi che stanno venendo al pettine anche con l’urgenza virale.

 

 

 

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Silvio Berlusconi cerca ancora il suo giudice a Berlino. Che non è la Merkel

            Approdata nell’aula della Camera con gli striscioni dei deputati di Forza Italia e con la loro richiesta a gran voce di una commissione parlamentare d’inchiesta, la vicenda della condanna definitiva di Silvio Berlusconi nell’estate del 2013 per frode fiscale -che gli costò la decadenza da senatore, seguita dai servizi sociali e  da una progressiva decadenza politica ed elettorale- è forse destinata a produrre più carta, stampata e bollata, che altro.

            Non aiuta certo la circostanza, non a caso cavalcata subito dal Fatto Quotidiano con la formula e il titolo in giallo del “Morto che parla”, della materiale impossibilità, intervenuta Il Fatto.jpegappunto per il suo decesso l’anno scorso, che Amedeo Franco confermi il vecchio audio registrato da Berlusconi. Al quale confessò di avere appena partecipato praticamente come giudice di Cassazione ad una condanna ingiusta, a dir poco. Che si sarebbe tradotta, per le premesse e gli sviluppi politici, in un colpo di Stato.

            La Cassazione si è affrettata a confermare la firma apposta dallo stesso Amedeo Franco, con gli altri quattro giudici della sezione “feriale” della Corte, a tutte le 207 pagine della sentenza penale, poi contraddetta peraltro da una sentenza civile riguardante uno dei tanti aspetti di quella vicenda chiusa ai danni di Berlusconi, peraltro mentre stavano per scadere i termini della prescrizione.

            I titoli dei giornali più o meno direttamente schierati per motivi politici o garantistici Il Giornalea favore del fondatore e Libero.jpegtuttora presidente di Forza Italia si sono naturalmente sprecati, come anche i silenzi sulle prima pagine dei cosiddetti “giornaloni”, intesi come quelli più diffusi. Dove tuttavia, in La Verità.jpegparticolare nei casi della Stampa e dell’ormai quasi consanguineo Secolo XIX, il buon Mattia Feltri ha potuto ugualmente esprimere la sua mancata sorpresa o incredulità, diciamo così. Che è anche la mia, perché dopo tutto quello che è venuto fuori sulle Il Quotidiano del Sud.jpegpratiche, abitudini e quant’altro di almeno una parte della magistratura dalla vicenda e dal telefonino Il Riformista.jpeg“troiano” dell’ex pubblico ministero, ex segretario del sindacato Il Tempo.jpegdelle toghe ed ex consigliere superiore della stessa magistratura Luca Palamara, tutto francamente ci può stare. Proprio tutto: anche Il Foglio.jpegla sostanziale congiura contro il Berlusconi tornato Il Foglio 2 .jpegpoliticamente in gioco e nella maggioranza di governo nel 2013, il “plotone di esecuzione”  cui il compianto Amedeo Franco accettò di partecipare addirittura come relatore, e tutto il resto.

            La credibilità della magistratura è ormai ridotta a condizioni, diciamo, di estrema precarietà. E solo la ormai provata miscela di incompetenza, faziosità, approssimazione  e persino incoscienza della nostra classe o casta politica -come la chiamano i grillini, che ormai vi partecipano tenendosi ben strette tutte le poltrone di governo e sottogoverno che hanno potuto occupare negli ultimi due anni- può spiegare come e perché non  sia stata già non dico proposta dal guardasigilli ma approvata dal Parlamento una radicale riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, con annessi e connessi.

            Berlusconi, come tanti altri in Italia, cerca il suo “giudice a Berlino”. Che non è naturalmente la cancelliera Angela Merkel. La quale da presidente di turno dell’Unione Europea è peraltro giudice di tante cose italiane per altri versi, fortunatamente non penali, ma non meno importanti per i nostri destini nazionali.

 

 

 

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Quel serpente obbligato di Zingaretti nel… paradiso terrestre di Palazzo Chigi

Emilio Giannelli, il vignettista del Corriere della Sera, ci ha scherzato sopra -beato lui- immaginando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte impensierito, anziché esultante, per tutta quella quantità di denaro che come un MESSIA -ma con la MES separata da SIA- il segretario del Pd Nicola Zingaretti gli cala giù dal Meccanismo di Stabilità Europea, o “fondo salva-Stati”. Dove sono disponibili dai 36 ai 37 miliardi di euro per le necessità italiane di potenziare il sistema sanitario, con ammessi e connessi, messo a dura prova dalla pandemia virale.

Tutti quei soldi, per quanto a buon mercato, con un risparmio d’interessi che il Ministro dell’Economia ha calcolato attorno ai 5 miliardi di euro in una decina d’anni, sono per Conte come la mela di Adamo ed Eva prima della cacciata dal Paradiso terrestre. Lasciarsene Conte .jpegtentare significherebbe per il presidente del Consiglio rompere con i grillini. Che, al pari dell’ex alleato leghista Matteo Salvini e della mancata alleata di destra Giorgia Meloni, considerano quel denaro come lo sterco del diavolo. E caccerebbero Conte da Palazzo Chigi, anche se a proteggerlo sul portone si mettesse il loro “garante”, “elevato” e quant’altro in persona.

Sembra incredibile, dopo tutta la riscrittura della storia di Conte fatta nell’ultimo anno: chi invitandolo alle feste dei veterani della Dc, chi paragonandolo, con la barba e l’autorità di Eugenio Scalfari, un po’ ad Aldo Moro, un po’ al liberalsocialista Carlo Rosselli e un pò persino al conte, al minuscolo, Camillo Benso di Cavour. Ma questa è la situazione in cui si trova in questa torrida estate il presidente del Consiglio.

Qualche retroscenista si è avventurato, non so francamente se a torto o a ragione, a descrivere la sorpresa e persino l’incredulità di Conte di fronte alla impazienza crescente di Zingaretti. Che pure lo aveva promosso a campione, o quasi, dell’area dei “progressisti” italiani, pur dopo averlo subito nella conferma a Palazzo Chigi, passando da una maggioranza all’altra, per il rifiuto energicamente opposto dai grillini alla richiesta di “discontinuità”.

Lungi da me l’idea, e tanto meno l’ambizione, di sostituirmi a qualche consigliere o informatore, ma qualcuno dovrebbe pur decidersi a spiegare al presidente del Consiglio che il Pd  è un partito complesso, nato dalla fusione o dall’amalgama pur mal riuscito di dalemiana memoria dei due maggiori partiti della cosiddetta prima Repubblica, uno più complesso dell’altro: la Dc e il Pci. Che erano considerate un po’ delle Chiese, alternative e al tempo stesso complementari, grazie ai cui scontri, confronti, convergenze studiate o occasionali, è nata e cresciuta a lungo la nostra Repubblica.

Della complessità del Pd fu affascinato ad un certo punto persino Grillo, che nell’estate del 2009, in ferie in Sardegna, pensò addirittura di iscriversi e di scalarne il vertice per troppo poco tempo rimasto nelle mani di Walter Veltroni e del suo vice Dario Franceschini.

Fu proprio dopo il rifiuto di Franceschini di farlo salire a bordo del Pd, agitandone troppo la crociera, che Grillo si mise in proprio esordendo in una piazza di Bologna  con invettive e parolacce come fondamenta del suo movimento

Zingaretti sarà pure -come dicono ingiustamente i suoi detrattori, fuori e dentro il partito lasciatogli in eredità indiretta da Matteo Renzi- il fratello meno fortunato del commissario Montalbano, ma non è per niente un politico sprovveduto. Egli ha avuto una sua storia, scalando la politica da funzionario di quello che era il Pci, e dimostrando anche un certo coraggio, volendocene ad assumere la guida di un partito uscito con le ossa rotte dalle elezioni del 2008. Come ce ne volle l’anno scorso, a crisi ormai aperta da un Salvini convinto di uscire coi “pieni poteri”  del vincitore da elezioni anticipate sull’onda di quella europee di fine maggio, a seguire quella primissima “mossa da cavallo” di Renzi -prima di cambiare scacchiera-  di allearsi con gli odiati grillini.

E’ proprio la crisi interna del movimento di Grillo, che vede la realtà italiana, europea e mondiale con i suoi particolarissimi occhiali, ad obbligare Zingaretti a puntare mani e  piedi per evitare che a pagarne gli effetti peggiori siano proprio lui e il suo partito. Che, non potendo contare sui grillini neppure per salvare le regioni che ancora guida, e nelle quali si voterà il 20 settembre, non può più permettersi un attimo di distrazione o di debolezza. Il Pd non è materialmente in grado, per la sua natura e per la storia che ha alle spalle, di rimanere senza i cosiddetti territori, che costituiscono una entità praticamente sconosciuta ai grillini. Ed  è proprio ai territori, guarda caso, per le competenze regionali della sanità scritte nella Costituzione e consolidate nell’esperienza, che quei miliardi del Mes servono. Servono -mi direte- anche ai territori – e che territori- amministrati dalla Lega guidata dal Salvini contrario al Mes. Ma anche per questo, guarda caso, Salvini non ha più la forza di prima, fuori e persino dentro il suo partito. E volete che Zingaretti sia tanto sprovveduto da non essersene accorto, come uno zingaretto qualsiasi della politica? E, per favore, non datemi adesso del razzista.

Qui gli unici o i più sprovveduti, credete a me, ripiegati su stessi, come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto recentemente dei magistrati dopo la vicenda Palamara, sono proprio i grillini. E quanti ne temono persino gli starnuti dando per scontato quello che in politica non è mai stato tale: l’impossibilità dello scioglimento anticipato delle Camere.

Non parliamo poi delle complicazioni che potrebbero derivare al Pd e all’Italia nei rapporti con l’Unione Europea da una evoluzione contraria a quella che nella scorsa estate consentì proprio ai grillini di restare al governo e a Palazzo Chigi, accettando a scatola chiusa la designazione di Paolo Gentiloni al posto di commissario economico a Bruxelles.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Il governo Conte 2 fra le spine, le fiamme, i soldi ed altro del Mes

            Se il Mes fosse solo una marca di sigarette, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte se ne fumerebbe a decine di pacchetti  in uno stesso giorno per fare contento il segretario del Pd Nicola Zingaretti e compagni, che ne fanno una questione di vita o di morte, si fa per dire, per il suo secondo governo a meno di un anno dalla sua formazione.

           Se fosse Punt e Mes .jpeguna variante o imitazione del famoso vermut Punt e Mes, Conte ne berrebbe a botti, anche a costo di essere portato di peso a casa dal portavoce Rocco Casalino, per dimostrare sempre a Zingaretti e cVauro sul Fattoompagni quanto ne vada pazzo anche lui.

           Se fosse il nome di uno spettacolo, come se l’è immaginato Vauro, il vignettista del Fatto Quotidiano molto caro e vicino al presidente del Consiglio, egli se lo andrebbe a godere in tutti i santi e profani giorni di programmazione per dimostrare la  fedeltà di spettatore.

            Purtroppo per Conte e per quanti tengono alla sua salute politica, o ne temono la caduta non sapendo o non avendo neppure il coraggio di pensare con chi e come sostituirlo, specie in questi tempi di perdurante epidemia virale, in cui sembrano ammesse solo elezioni amministrative e appuntamenti referendari, non elezioni politiche, il Mes è l’acronimo del meccanisno europeo di stabilità. Che è pronto a concedere all’Italia un credito a buon mercato dai 36 ai 37 miliardi di  euro con cui finanziare il potenziamento del servizio sanitario messo a dura prova dal coronavirus e dintorni: un fondo di cui le regioni, competenti in materia, Zingaretti e compagni, come da vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, vorrebbero dotarsi il più presto possibile. Ma che la componente maggioritaria, e pentastellata, del governo considera invece una infernale trappola dell’Unione Europea per farci morire tutti di fame, anziché di polmonite virale.

           Il povero Conte, che per soddisfare i grillini ha dovuto fare la faccia e la voce feroce anche alla cancelliera Angela Merkel in persona, non può neppure pensare, per uscire da questo guaio, di tornare all’alleanza di governo con i leghisti di Matteo Salvini, anch’essi contrari al Mes, perché nel frattempo, prendendo molto sul serio proprio lui, il presidente del Consiglio, con quell’attacco sferrato nell’aula del Senato nell’estate dell’anno scorso all’allora ministro dell’Interno, i pentastellati non ancora passati direttamente alla Lega non vogliono neppure sentirne parlare.

           Come Travaglio sul Mes.jpegsi fa allora ad uscire da questo fuoco, tra vignette, titoli di giornali, allusioni e insulti, come quei  “”Me statori” gridati sul Fatto Quotidiano dal direttore Marco Travaglio in La Repubblica.jpegpersona a Zingaretti e compagni? A saperlo. Il guaio è e che a questo punto, anche Silvio Berlusconi, disposto a dare in qualche modo una mano a Conte nella gestione di Nessaggero.jpegquesto incendio, si è fatto prendere da altri problemi o urgenze, come il trasferimento del suo quartier Gazzetta sul Mes.jpeggenerale romano da Palazzo Grazioli nella villa dell’Appia Antica, o quasi, già goduta dallaBepietro sul Mes.jpeg buonanima di Franco Zeffirelli. Schermata 2020-06-30 alle 07.24.44.jpegMajora premunt anche per l’uomo di Arcore, specie ora che della sua condanna in Cassazione per frode fiscale nell’estate del 2013 stanno venendo fuori cose da colpo di Stato, o quasi. Ciò potrebbe restituire al Cavaliere tante stelle inimmaginabili, oltre che sgradite, persino per Grillo.

 

 

 

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