Sberle di carta, e in casa, a Luigi Di Maio per gli attacchi ai giornali

             Debbono essere fortunatamente incluse fra “le boiate che fanno e le fesserie che dicono i ministri gialloverdi”, lamentate dal direttore Marco Travaglio in persona nell’editoriale di domenica 7 ottobre, anche gli attacchi di Luigi Di Maio a La Repubblica e, più in generale ai giornali del gruppo Gedi, già Espresso.

           I comitati di redazione del Fatto Quotidiano e della sua edizione telematica il giorno dopo l’editoriale di Travaglio hanno deplorato con un comunicato il vice presidente grillino del Consiglio, nonché superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro. Che- strano modo di tutelare sia lo sviluppo sia il lavoro- aveva parlato della crisi, vera o presunta, di quelle testate non per dolersene, e per offrirsi a dare una mano a risolverla, ma per compiacersene e attribuirne la causa alla linea critica seguita verso il governo, persino a suon di notizie false: anzi, deliberatamente false. Era mancato solo un andreottiano “ve la state cercando” alla previsione della chiusura di qualcuna delle testate debenedettiane: da Carlo De Benedetti, citato da Di Maio come l’aspirante alla tessera numero 1 del Pd, quando questo, in verità, era in buona salute, o stava crescendo nella culla del suo primo segretario Walter Veltroni. Ora sospetto, francamente, che l’ingegnere non abbia neppure trovato il tempo e la voglia di rinnovare l’iscrizione, se davvero l’ha mai fatta.

            No. Certe cose di un giornale o più giornali critici, e neppure dichiaratamente avversari, non si debbono dire e neppure pensare, hanno gridato i comitati di redazione dei quotidiani diretti o ispirati da Travaglio, anche a costo di smentire il sarcasmo che lo stesso Travaglio usa, a proposito di copie perdute nelle edicole e di crisi finanziarie, quando scrive del Foglio fondato da Giuliano Ferrara, e ora diretto dal “ragioniere” Claudio Cerasa, o del Giornale della famiglia Berlusconi. Che, fra la varie sventure, oltre a perdere lo scomodo fondatore Indro Montanelli quando era ancora in vita, e quindi capace anche di nuocergli come concorrente, avrebbe avuto quella di finire sotto la ormai lunga direzione di Alessandro Sallusti. Il quale da qualche mese sta lì a contare e annunciare su tutta la prima pagina con un certo nervosismo le volte in cui Matteo Salvini rientra e riesce dal centrodestra, di cui formalmente dovrebbe avere assunto peraltro la curiosa leadership sorpassando il 4 marzo scorso nelle urne col suo Carroccio l’ansimante Forza Italia del Cavaliere.

           Fatto e Di Maio.jpg Lamentati gli “offensivi riferimenti” di Di Maio alle presunte false notizie diffuse dai giornali debenedettiani, che però Travaglio ha voluto avvalorare elencandole minuziosamente nell’editoriale del giorno successivo, i comitati di redazione dei Fatti hanno ricordato a Di Maio che “una informazione libera e di qualità risponde al primario interesse di un Paese al quale non può certo bastare la propaganda di chi sta al governo”. Ben detto, perbacco. Per cui essi hanno espresso la loro “solidarietà ai giornalisti e a tutti i lavoratori del gruppo Gedi e delle testate in crisi” più in generale, comprese quindi quelle su cui ogni tanto Travaglio infierisce col suo computer, giusto forse per divertire quel buontempone di Beppe Grillo. Che ne è -presumo- il lettore più assiduo e consenziente, anche quando si tratta di prendere le distanze dalle “boiate” e “fesserie” che fanno e dicono, festanti, i gialloverdi sopra e sotto balconi e barconi di una Roma non più ladrona, come ai tempi di Umberto Bossi.

            Sulla sorte di Grillo segnalo quella -non proprio felice, in verità, ma in qualche modo riabilitante sul piano politico- pronosticatagli da Massimo Gramellini prendendo il solito caffè sul Corriere della Sera: “la fine -ha scritto fustigando quelli che il comico genovese ha messo alla guida del suo movimento- dei Trotskij e dei Che Guevara accantonati dagli Stalin e dai Castro, i volti di un potere che non conosce altro desiderio che quello di durare”. Ottimo caffè.

Se la povertà finirà davvero, ma in manette, col reddito di cittadinanza

Curioso destino quello della povertà nelle mani dei grillini, visti gli sviluppi del progetto del cosiddetto reddito di cittadinanza. Che per un pelo non mi ha guastato i rapporti con l’amico Piero Sansonetti. Di cui mi aveva colpito una generosa apertura fatta con ben argomentate motivazioni di sinistra al rimedio finalmente trovato dal movimento delle 5 Stelle alla povertà, appunto: tanto da prevederne la fine, almeno in Italia, ha assicurato più volte Luigi Di Maio.  Dio mio, sono proprio di destra, mi sono detto leggendo Piero e facendomi prendere da qualche dubbio.

Mi sono andato via via rasserenando con gli sviluppi del dibattito e dello stesso progetto grillino. Che quanto più finisce nella lavatrice dove si lavano i panni dei ragionieri alle prese con il bilancio dello Stato, tanto più ne esce striminzito. E senza per questo procurare soverchie preoccupazioni ai promotori del reddito di cittadinanza. Le loro feste continuano tra balconi, di Palazzo Chigi, e barconi galleggianti sul Tevere.

La paga dei poveri, come impietosamente l’ha rappresentata  qualche giorno fa sull’insospettabile Fatto Quotidiano il vignettista Vauro Senesi facendo dire a un povero, appunto, che “adesso ci pagano per esserlo”, doveva  durare  almeno tre anni e sta regredendo a diciotto mesi, almeno sino al momento in cui scrivo.

Doveva essere una paga vera e propria, con tanto di bonifico, o di assegno, o di contante, ed è diventata una carta di credito molto particolare, e persino pericolosa, come vedremo.

La particolarità di questa carta sta nel fatto che la sua validità non dipende dalla quantità ma dalla qualità degli acquisti cui sarà abilitata. Merce e servizi, penso, debbono essere rigorosamente morali: nel senso che non possono essere “immorali”, come ha spiegato il vice presidente grillino del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Di Maio. Che già mi immagino in questi giorni alle prese con i suoi consiglieri, assistenti e quant’altri a stendere il lungo, minuzioso elenco dei beni necessari o, al contrario, superflui; di bisogno stretto o troppo largo per essere ammesso. E guai a chi farà il furbo, da solo e peggio ancora con la complicità di qualcuno alla cassa del negozio o del supermercato. Lo aspettano sino a sei anni di carcere, sempre secondo le minacciose e severissime anticipazioni di Di Maio.

Non si sa se per arrivare a tanta severità basteranno i reati già contemplati nel codice in vigore o bisognerà crearne di nuovi, senza affidarsi alla fantasia dei magistrati, com’è avvenuto in materia di lotta alla mafia col cosiddetto “concorso esterno”.

Da finalmente libero dalle catene metaforiche messegli ai piedi o alle mani, o a entrambi, dai ricchi, privilegiati, ladri, cinici e via discorrendo, il povero o disagiato entrato in campagna elettorale nelle attenzioni e premure dei grillini rischia di finire in catene davvero, cioè in una cella carceraria. Dove già qualche vignettista, sull’onda di Vauro, si è affrettato a sistemarlo consolandolo col fatto che l’alloggio e il vitto fra quelle mura saranno gratuiti.

E’ uno spettacolo, questo, reale e figurato, che “fa ridere e inquieta”, ha osservato giustamente il mio amico Massimo Bordin nella sua inconfondibile rassegna stampa a Radioradicale.

Mi consola solo l’idea che mi ritroverò, anzi continuerò a trovarmi con Sansonetti sul fronte del garantismo a difendere i poveracci che avranno, a questo punto, non la fortuna ma la sventura di ritrovarsi nella platea- si dice così- degli aventi diritto al reddito di cittadinanza. Non sanno a che cosa rischiano di andare incontro, mentre già il solo  annuncio che vi stanno arrivando ha creato un mezzo marasma politico, economico e finanziario.

Il presidente della Repubblica -mi dicono- non riesce più a dormirci sopra, compulsa la scala dello spread, scomoda da Francoforte il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi per saperne e capirne di più. E incassa pure la risposta data in diretta facebook dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini alle sue sollecitazioni scritte a rispettare la Costituzione, il diritto internazionale e quant’altro nella stretta decisa sul terreno della sicurezza.

“Ciapato” e “portato a cà”, alla milanese, il decreto legge appena firmato da Sergio Mattarella con quella raccomandazione scritta, Salvini ha appeso la sua obbedienza ad una condizione: quella di non essere o solo apparire “fesso”.

Questo, no, signor presidente, ha gridato Salvini precisando di averlo già detto personalmente e direttamente al presidente della Repubblica, che infatti lo aveva ricevuto al Quirinale qualche giorno prima, forse tentando inutilmente di strappargli qualche altra modifica, dopo quelle ottenute nei contatti fra i rispettivi uffici.

Una volta ci si divideva politicamente fra destra e sinistra, con le varianti di centrodestra e centrosinistra. Ora ci si divide anche politicamente tra fessi e non fessi, cioè intelligenti, scaltri, furbi, secondo le preferenze e le circostanze. E’ il nuovo bipolarismo, bellezza.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il Conte di Palazzo Chigi inciampa di nuovo nel suo curriculum

            La guerra, per fortuna solo di carta, fra i giornali del gruppo Gedi, ex Espresso, e i vertici del governo gialloverde, che se ne sentono perseguitati e ne sognano più o meno esplicitamente chiusure e quant’altro, si è arricchita di uno scontro diretto fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il direttore de la Repubblica, Mario Calabresi.

           Lettera Conte.jpg Consapevole forse del fatto che la storia “opaca” -come l’ha definita Calabresi- del suo concorso universitario del 2002 al titolo e alla cattedra di professore ordinario di diritto si sta trasferendo dalle pagine di Repubblica, appunto, alle aule del Parlamento per l’annuncio di una interrogazione urgente al Senato da parte del capogruppo del Pd, il presidente del Consiglio ha cercato di chiarire prima la sua posizione. Lo ha fatto smentendo di avere avuto rapporti societari -intesi anche in senso lato, par di capire- col professore Guido Alpa, partecipe della commissione che lo promosse. E a lungo passato a torto come suo “maestro”: a torto, perché Conte, pur conservando intatta tutta la sua stima e devozione accademica per Alpa, ha voluto chiarire di essere cresciuto alla scuola del professore Giovanni Battista Ferri, col quale conseguì la laurea in giurisprudenza all’Università di Roma.

            Solo per caso, e banali ragioni di risparmio, sarebbe capitato a Conte e a Alpa di aprire nel 2002 i loro studi professionali di avvocato in uno stesso stabile romano, su due piani diversi ma con la stessa segreteria telefonica, condivisa con altri avvocati ancora, sempre nello stesso edificio.

            Altrettanto per caso, e per banali ragioni di comune apprezzamento da parte del committente, diciamo così, capitò ai professori Conte e Alpa di difendere insieme, prima di quel maledetto concorso del 2002, l’Autorità Garante della Privacy in una causa contro la Rai, fatturando comunque separatamente le loro competenze, ha puntualizzato il presidente del Consiglio. Nella cui lettera si trovano anche una dettagliata lezione di giornalismo a chi lo pratica con poca accortezza, a dir poco, e la conferma del rifiuto un po’ ritorsivo di concedere interviste a la Repubblica. Al massimo, il direttore Calabresi potrà accettare un invito a Palazzo Chigi per un colloquio sui temi dell’informazione privato, ma al tempo stesso registrato in voce e immagine: da non diffondere, per carità, come certi giornalisti criticati duramente da Conte hanno fatto con telefonate, messaggini e quant’altro, comprese le gaffe, del suo portavoce Rocco Casalino. Ma a un incontro del genere Calabresi si è prontamente dichiarato indisponibile, evidentemente perché si è già fatta un’idea precisa di cosa pensino e si aspettino gli esigenti esponenti del movimento 5 stelle dai giornali per attingere ulteriori informazioni.

            Nella polemica col quotidiano -non dimentichiamolo- fondato a suo tempo da Eugenio Scalfari, che prima o dopo penso che interverrà su questa vicenda, il professore Conte è nuovamente inciampato nel suo lungo curriculum: nuovamente perché già nei mesi scorsi incorse in polemiche per certi particolari su studi e simili oltre Atlantico non confermati dalle prime e -secondo il presidente del Consiglio- lacunose verifiche giornalistiche.

           Curriculum Conte.jpg Questa volta tuttavia il dizionario, quanto meno, sembra dalla parte di Calabresi e dei suoi giornalisti. I quali hanno documentatamente ricordato, o rinfacciato, a Conte, riproducendolo in foto, un passaggio del suo curriculum, risalente neppure alla primavera scorsa, cioè alla vigilia della sua ascesa a Palazzo Chigi, ma a settembre del 1993, depositato alla Camera dei Deputati per qualcuna forse delle incombenze o aspirazioni del professore. “Dal 2002 -vi si legge- ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, al diritto societario e fallimentare”.

            Sembra di poter dire che delle due, l’una: o il professore Conte si è allargato nel suo curriculum cinque anni fa, quando non poteva certo immaginare la bruciante carriera politica che lo attendeva, e lo avrebbe esposto a un’attenzione cui non era abituato, o adesso ha una certa difficoltà a difendersi da una polemica che gli contesta la “opacità” -per tornare alle parole di Calabresi- di un sia pur vecchio ormai concorso universitario, non dissimile da chissà quanti altri nello stesso campo, ma in cui maledettamente, per il ruolo che nel frattempo lui ha conquistato, si intrecciano questioni e valutazioni giuridiche e politiche, di legge e di opportunità.

 

 

 

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Il naso di Conte allungato sul Corriere della Sera da Ferruccio de Bortoli

  1.            Repubblica.jpg Mentre la Repubblica –appena accusata da Luigi Di Maio con tutti i giornali dell’ex gruppo l’Espresso, oggi Gedi, di diffondere notizie false e di rischiare la chiusura- insiste a fare le pulci al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per il concorso universitario a professore ordinario vinto nel 2002 col concorso, a sua volta, del suo mentore e socio di studio legale Guido Alpa, il titolare pentastellato di Palazzo Chigi è incorso in una dura lezione di governo e di professione forense sul Corriere della Sera. Dove l’ex direttore Ferruccio de Bortoli -quello che diede all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi del “maleducato di talento”- gli ha praticamente rimproverato di non essere né un buon presidente del Consiglio né un buon avvocato.

            de Bortoli.jpgIl titolo dell’editoriale – “Il premier e il ruolo da giocare”- è in verità generico, come contrappeso forse alla severità, anzi durezza degli addebiti. Ma fa una certa impressione leggere sul giornale italiano più diffuso che il presidente del Consiglio lavora al di sotto della “diligenza del buon padre di famiglia”. E che sarebbe ora di “mettere sul tavolo le proprie dimissioni” per cercare di fermare i suoi due vice e “dare finalmente spessore e lineamenti al proprio volto politico”, non potendo bastare né a lui né soprattutto agli italiani “l’immaginetta di Padre Pio in tasca”.

            “Non vorremmo un giorno non avere più santi a cui votarci”, ha concluso de Bortoli dopo avere rinfrescato la memoria di Conte come avvocato con l’articolo 24 del codice forense. Che gli prescrive di conservare rispetto ai “vivaci” clienti che difende -dal “popolo”, come si vanta, ai due partiti che compongono il suo governo- “la propria indipendenza” e “libertà da pressioni e condizionamenti”.

             Da “esperto di arbitrati” il presidente del Consiglio dovrebbe peraltro “essere in grado di comporre interessi diversi, a volte confliggenti”, dopo avere fatto soppesare alle parti “rischi e opportunità, costi e benefici”: per esempio, di una rottura con l’Europa, pur al netto delle convinzioni funerarie espresse sul conto della Commissione di Bruxelles sullo stesso numero del Corriere della Sera, in una  intervista, dal vice presidente grillino del Consiglio Di Maio. Che, al pari del leghista Matteo Salvini, scommette sui successori di Juncker, Moscovici e seguito per farsi accettare  dopo le elezioni europee della primavera prossima, scaduti cioè i tempi della partita, il deficit di bilancio  al 2,4 per cento del pil e tutto il resto.

            La compensazione fra l’intervista tutta di attacco di Di Maio al governo uscente dell’Unione Europea  e il contenuto dell’editoriale di Ferruccio de Bortoli ,contro la debolezza di Conte rispetto ai suoi due vice presidenti del Consiglio, è pari a quella che l’editore del maggiore giornale italiano sembra avere deciso di gestire fra il quotidiano storico di via Solferino e La 7: la rete televisiva dove i grillini sono un po’ trattati con i guanti. Non a caso i dirigenti pentastellati ne frequentano assiduamente salotti e quant’altro, al pari dei giornalisti che ne sostengono le cause politiche o ne comprendono o perdonano gli errori: quelli, per esempio, del Fatto Quotidiano, a cominciare dal loro direttore.

            Marco Travaglio ha appena riconosciuto, nell’editoriale del Fatto, appunto, “tutte le boiate che fanno e le fesserie che dicono i ministri gialloverdi”, festeggiandole -ricordo- tra balconi e barconi, ma alla fine li ha assolti a causa del “pregiudizio universale che accompagna il governo Conte”. Parola di uno che di pregiudizi s’intende. E li pratica da tempo contro gli avversari.

Le incognite dell’ottobre gialloverde, o gialloblu, del Bel Paese

            Quali e quante possibilità abbia il ministro dell’Economia Giovanni Tria, non proprio al massimo della sua forza politica nel governo dopo i tanti attacchi mossigli dai grillini, di difendere con successo i conti italiani dalla “deviazione significativa” dalle regole comunitarie  appena contestata con lettera dai competenti commissari dell’Unione Europea è francamente difficile dire. La sua, di certo, non è una situazione esaltante.

            Giannelli.jpgDopo averlo attaccato, direttamente o prendendo di mira il suo staff, e averlo portato più volte sull’orlo delle dimissioni, trattenuto a stento da un presidente della Repubblica timoroso, a dir poco, di una crisi di governo in questo momento, i grillini pretendono che Tria difenda adesso eroicamente gli azzardi che gli hanno imposto con quella giostra di numeri alla fine approdati a Bruxelles, oltre che al Parlamento italiano. Sono i numeri della nota di aggiornamento del documento di programmazione economica e finanziaria. Che è la cornice nella quale va scritto a breve il bilancio dello Stato.

            Tra gli esami a Bruxelles, le danze del differenziale fra i titoli di Stato italiani e tedeschi nei mercati -il famoso spread- e le valutazioni delle agenzie internazionali di rating, per non parlare degli imprevisti, non sarà un ottobre spensierato. Non sarà rosso come quello della rivoluzione sovietica, né nero come quello fascista del 1922 in Italia, anche se qualcuno è convinto anche all’estero che “piccoli Mussolini” crescano tra Milano e Roma. Sarà di sicuro un ottobre gialloverde: il colore della maggioranza di governo composta dai grillini e dai leghisti. O gialloblu, come preferiscono vederla e chiamarla altri per il verde sempre meno di moda fra i leghisti, anche nei loro raduni, e il blu adottato sempre di più da Salvini tra lo sconforto e la paura di Silvio Berlusconi. Nel cui elettorato “azzurro” il suo alleato dei giorni o delle ore alterne pesca, qualche volta senza neppure il bisogno di gettare le reti perché sono i pesci a saltare volontariamente nella sua barca.

            Gli ultimi sondaggi, appena sfornati sul Corriere della Sera da Nando Pagnoncelli, danno la Lega al 34 per cento meno qualcosina e Forza Italia al 7,8: un disastro per il Cavaliere, già stordito il 4 marzo scorso dal sorpasso subìto nelle urne, all’interno del centrodestra, col 14 per cento dei voti contro il 17,4 del Carroccio.

           Fu proprio quel sorpasso  a costringere l’ex presidente del Consiglio, per evitarne uno maggiore in un turno elettorale anticipato, ad autorizzare Salvini a prendersi la licenza di governare con i grillini, per quanto indicati dallo stesso Berlusconi come i nuovi comunisti o nazisti.

            Neppure i grillini, tuttavia, nonostante le feste che fanno tra i balconi di Palazzo Chigi e i barconi sul Tevere, hanno motivi per sentirsi soddisfatti dei sondaggi. Che li hanno fatti scendere dal 32 del 4 marzo al 28,5 per cento, a tutto vantaggio dei leghisti, visto che il Pd anziché recuperare qualcosa rispetto ai pentastellati è ulteriormente sceso dal quasi 19 al 17,1 per cento.

            Premuti fra la crescita esponenziale dei loro alleati di governo e le perdite che debbono subire per il ridimensionamento delle loro promesse elettorali cui sono costretti dalla realtà, come dimostra il progressivo sgonfiamento del cosiddetto reddito di cittadinanza, già tradottosi nel progetto di una  carta di credito per acquisti di etica controllata, chiamiamola così, i grillini sono destinati a vivere sempre peggio la loro convivenza con Salvini. Non a caso si fa sempre più evidente e forte il dissenso all’interno del loro movimento, con tentazioni crescenti di provocare loro una crisi cogliendo il primo pretesto a portata di mano.

            ConcorsoConte.jpgAnche i grillini peraltro cominciano a provare sulla loro pelle il monito di Pietro Nenni ai moralisti del secondo dopoguerra, quando erano di moda le epurazioni e il leader socialista ricordò che c’è sempre “uno più puro che ti epura”. Dovrebbe dire loro qualcosa, per esempio, quel richiamo, appena apparso sulla prima pagina di Repubblica, un giornale non certo fra i minori, di un servizio che ricostruisce il concorso universitario “tra amici” per professore ordinario vinto nel 2002 dall’attuale presidente pentastellato del Consiglio, Giuseppe Conte. Che ebbe la fortuna, diciamo così, di poter essere “promosso dal suo maestro e socio” di studio legale Guido Alpa: socio secondo il curriculum dello stesso Conte diffuso nella scorsa primavera, dove si parla di uno studio legale, appunto, creato da entrambi nel 2002.

 

 

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Il nuovo bipolarismo italiano secondo Matteo Salvini: fessi e furbi……

             Consente quanto meno di capire, e forse anche definire meglio, il nuovo bipolarismo italiano uscito dalle urne il 4 marzo scorso la vicenda del decreto legge su sicurezza, immigrati e altro. Che il presidente della Repubblica, non pienamente soddisfatto evidentemente delle modifiche fatte apportare con la cosiddetta persuasione morale svolta dietro le quinte, ha emanato scrivendo però al presidente del Consiglio una lettera per sottolineare l’obbligo di rispettare l’articolo 10 della Costituzione e le norme del diritto internazionale, trattati e quant’altro che vi sono richiamati a tutela dell’asilo allo “straniero impedito nel suo paese”.

            Cadute le ideologie un po’ per stanchezza e un po’ per fallimento, il nuovo bipolarismo non è più fra destra e sinistra, e loro varianti come il centrodestra e il centrosinistra. E forse non sarà neppure fra leghisti e grillini, come Silvio Berlusconi teme che stia sognando Matteo Salvini grazie anche al suo aiuto, obbligato dalle circostanze politiche o dagli interessi delle sue aziende. E’ il sospetto dei più maliziosi, cresciuti magari alla scuola del compianto Giulio Andreotti, convinti cioè che a pensare male si faccia peccato ma s’indovini.

            Il nuovo bipolarismo italiano è più antropologico che politico E’ fatto di fessi e i non fessi, liberi questi ultimi di sentirsi e definirsi intelligenti, o furbi, o dritti e via dettagliando. Salvini nella sua triplice veste di segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha preceduto Giuseppe Conte, indaffarato a celebrare San Francesco ad Assisi, nella risposta alla lettera del capo dello Stato vantandosi appunto di non essere “fesso”. Il che gli ha permesso, fra l’altro, di non preoccuparsi per niente della missiva partita dal Quirinale, bastandogli e avanzandogli l’emanazione comunque avvenuta del decreto con la firma del presidente della Repubblica. “Ciapa lì e porta a cà”, ha detto Salvini nella sua solita diretta facebook dall’ufficio del Viminale nella convinzione, credo fondatissima, che le sue parole in dialetto milanese potessero essere ben comprese anche nel più profondo Sud, dove la Lega è riuscita ad affacciarsi grazie al suo nuovo leader.

            Salvini si è peraltro vantato di avere già detto personalmente e direttamente al presidente della Repubblica, nell’incontro evidentemente conclusivo dell’opera di persuasione morale svolta da Mattarella, di essere consapevole di tutto ciò che è scritto nella Costituzione, su cui del resto anche lui ha giurato, ma di volerla rispettare e applicare con l’accortezza necessaria a non passare, appunto, per “fesso”. Come invece rischiano di essere trattati dai grillini -mi permetto di aggiungere, visto che ci siamo- i destinatari del cosiddetto reddito di cittadinanza promesso durante la campagna elettorale e troppo largo per entrare nei pur elasticizzati conti dello Stato senza sfasciarli.

           Goannelli.jpg Ogni giorno che passa e ogni dichiarazione che fa il vice presidente grillino del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio, il reddito di cittadinanza perde pezzi. Dai tre anni originari la sua durata sta passando a due o a un anno e mezzo, secondo chi parla fra grillini e leghisti. Dalla disponibilità in contanti si  è passati a quella “tracciabile” della carta di credito per spese “essenziali”, non “superflue”, di cui qualcuno dovrà pur stendere un elenco senza poter evitare polemiche e barzellette, che d’altronde hanno già scatenato la fantasia dei vignettisti. Questa storia “fa ridere ma inquieta”, ha giustamente commentato Massimo Bordin a Radioradicale nella sua storica rassegna Stampa e Regime.

Pillinini.jpg                  I pruriti giustizialisti dei grillini sono infine prevalsi anche sulla loro volontà di aiutare i bisognosi e di eliminare finalmente la povertà, dopo il fallimento di tutti i rivoluzionari che li hanno preceduti. Prima ancora di stendere l’elenco preciso dei beni essenziali da acquistare e di quelli superflui, o “immorali” da evitare, e di precisare meglio la stessa platea dei destinatari del reddito di cittadinanza, Di Maio ha sventolato le manette contro i “furbi”. Che potranno risparmiarsi carta di credito e acquisti dormendo e mangiando a spese dello Stato nelle patrie galere.

              

Come Luigi Di Maio si sta incartando nel reddito di cittadinanza…..

            Più che le retromarce, vere o finte che siano, reali o da vignette, sulla strada del deficit di bilancio, nella speranza di ridurre le ormai dichiarate ostilità della Commissione Europea presieduta a Bruxelles da un ubriacone,  secondo la prova del palloncino fattagli a distanza a Roma in maglietta dal vice presidente Rolli.jpgleghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, meritano forse attenzione le correzioni che via via l’altro vice presidente, il grillino Luigi Di Maio, apporta al cosiddetto reddito di cittadinanza. Che è poi la vera o principale parte clamorosa e controversa della manovra finanziaria in arrivo sia per il suo altissimo costo, ben superiore ai dieci miliardi di euro che lo stesso Di Maio vorrebbe destinarvi almeno all’inizio, sia per la svolta assistenzialistica che esso conferisce alla politica economica e sociale del governo gialloverde. Che invece sostiene di volere produrre più consumi e più crescita, oltre che naturalmente più equità, togliendo a chi ha di più e dando a chi ha di meno.

            Oltre a ridurre via via la cosiddetta platea dei destinatari del reddito di cittadinanza per cercare di contenerne i costi, escludendo per esempio gli immigrati anche a costo di incorrere nella bocciatura della Corte Costituzionale, quando e se il problema arriverà al Palazzo della Consulta, Di Maio e i suoi consiglieri stanno cercando di contenerne l’impiego. E stavolta non tanto per limitarne i costi quando per dargli un abito austero, etico, morale, in controtendenza rispetto alle abitudini dell’economia sommersa molto solide nelle zone dove maggiore sarà la diffusione del reddito promesso in campagna elettorale dai grillini.

            Più che soldi in contanti, gli interessati dovranno forse disporre di una carta di credito per acquisti tracciabili, rigorosamente nazionali e altrettanto rigorosamente virtuosi. Si tolgano dalla testa, disoccupati e quant’altri, di usare la loro carta per acquistare liquori, sigarette, profumi, diavolerie elettroniche, e tanto meno giocare al lotto o derivati.

            Nello stendere l’elenco degli acquisti consentiti o negati il capo ufficiale del movimento grillino, sempre più in bilico sul balcone di Palazzo Chigi,  si rivelerà probabilmente di una intransigenza, di una severità, di una ossessione pari a quella con la quale si è sinora prodigato e distinto per dare agli sgraditi di turno dei ladri, parassiti, aguzzini, assassini, sfrontati, disonorevoli e via disprezzando e condannando.

            Questa storia potrà finire paradossalmente con lo spettacolo dei contrari al reddito di cittadinanza che dovranno difendere Di Maio, dagli insulti e dagli assalti che gli muoveranno gli elettori delusi delle 5 Stelle. O, all’opposto, dovranno difendere il diritto di costoro di spendere come vorranno le risorse ottenute.

 

 

 

 

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Il martedì maledettamente nero del ministro dell’Interno Matteo Salvini

             E’ stato un martedì nero per Matteo Salvini, purtroppo non incolpevole perché è andato proprio a cercarselo, avrebbe detto la buonanima di Giulio Andreotti.

            Dimentico -mi auguro- delle sue doppie funzioni governative di vice presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno, il leader leghista reclamando il diritto di “parlare solo a persone sobrie” ha dato dell’ubriaco al presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker. Che aveva avuto il torto, secondo lui, di paragonare in qualche modo lo stato attuale dei conti italiani a quelli della Grecia sottoposta poi ad amministrazione sostanzialmente controllata in ambito comunitario.

            Può darsi che Juncker per carità, abbia esagerato, al pari di tutti gli altri che, anche in Italia, in sede politica e mediatica, evocano il dramma greco quando parlano del nostro deficit e del nostro debito pubblico, e dell’intenzione del governo in carica di farli salire ulteriormente nella convinzione, ma sarebbe meglio parlare di speranza, di stimolare la crescita. Ma dargli per questo dell’ubriaco, e intimargli di farsi passare la sbronza prima di parlare, mi sembra francamente una villanìa gratuita. E per niente utile, peraltro, ai passaggi comunitari che attendono le scelte del governo.

            Con lo stesso metro di giudizio e di parola di Salvini si poteva  dare dell’ubriaco al suo  collega di partito Claudio Borghi, presidente della  Commissione Bilancio alla Camera, che aveva appena contribuito a diffondere diffidenza nei mercati, e a fare salire il malfamato spread sopra i trecento punti, sognando l’uscita dall’euro e il ritorno alla lira. A meno che non lo sogni anche Salvini. Che però in questo caso dovrebbe dimettersi, essendo stato smentito dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, intervenuto a sua volta per bacchettare il collega di partito del vice presidente leghista del Consiglio.

            Giannelli.jpgD’altronde, lo stesso governo, smentendo Salvini e il suo omologo grillino Luigi Di Maio, che all’unisono avevano annunciato la indisponibilità a “tornare indietro di un solo millimetro” dagli annunci e dalle feste di piazza della settimana scorsa, ha riconosciuto di avere esagerato nelle sue scelte e di avere procurato troppo allarme nei mercati. Vertice.jpgEsso infatti, in un vertice svoltosi a Palazzo Chigi, ha deciso di limitare al solo 2019 il deficit al 2,4 per cento rispetto al prodotto interno lordo, contro i tre anni anni baldanzosamente annunciati tra segni di vittoria sul balcone di quello stesso palazzo e bandiere sventolate nella piazza sottostante.

            L’altra parte del martedì nero di Salvini riguarda quella dell’arresto, sia pure nelle mura di casa, ai domiciliari cioè, del sindaco di Riace Domenico Lucarno, Mimmo per amici ed elettori. Che, in verità, come disse qualche tempo in una pubblica manifestazione, si aspettava guai per il modo in cui era solito gestire, nelle sue dimensioni locali, il fenomeno dell’immigrazione clandestina, o irregolare:  per esempio, largheggiando -a dir poco- in rilasci di documenti e quant’altro per i matrimoni utili a far maturare il diritto all’accoglienza, sino alla cittadinanza.

            Senza volere entrare più di tanto nel merito del procedimento giudiziario in cui il sindaco di Riace è incorso, guadagnandosi peraltro la difesa del giudice, o qualcosa di simile, da una parte delle accuse rivoltegli dal procuratore di turno della Repubblica, un ministro dell’Interno non può e non deve compiacersi di un arresto, mandando un “bacione” o “ciaone” sarcastico a chi lo ha subìto, pur in regime -ripeto- domiciliare, senza violare non dico i valori della sensibilità e dell’umanità, cui Salvini può pure fare spallucce contando sulla solidarietà dei suoi elettori e militanti di partito, ma sicuramente l’articolo 27 della Costituzione. Che obbliga a considerare l’imputato “non colpevole sino alla condanna definitiva”. E’ una Costituzione cui Salvini ha giurato fedeltà  davanti al capo dello Stato, al pari di tutti gli altri esponenti del governo. C’è bisogno che glielo ricordi un modesto e vecchio giornalista?

Luigi Di Maio e il suo governo ostaggio delle “brigate dello spread”….

             Di una vignetta non si dovrebbe poter dire che sia esagerata senza cadere in un ossimoro, essendo il vignettista dotato di licenza, appunto, di eccedere. Eppure a vedere quella che Vauro Senesi ha confezionato per la prima pagina del Fatto Quotidiano ispirandosi a cronache, polemiche e quant’altro sull’aggiornamento del documento di programmazione economica e finanziaria ( il famoso Def) approvato “salvo intese” -anch’esso, ahimé – dal Consiglio dei Ministri fra le grida e i gesti di vittoria di Luigi Di Maio e amici sul balcone di Palazzo Chigi, viene spontaneo qualche dubbio. Che trattiene il sorriso, o lo trasforma in una smorfia scettica di fastidio.

            Ma, se esagerazione si vuole vedere in quel Di Maio prigioniero delle “brigate dello spread” come il povero Moro sequestrato e poi ucciso dalle brigate rosse più di quarant’anni fa, più che con la fantasia di Vauro bisognerebbe prendersela col modo di pensare, di parlare e di fare del vice presidente grillino del Consiglio. E di quanti, fuori e dentro il suo partito, lo apprezzano, lo difendono, lo giustificano e quant’altro.

            E’ stato proprio Di Maio, con la stessa disinvoltura con la quale vede e indica “assassini”, “aguzzini”, “parassiti”, “disonorevoli” e “sabotatori” dappertutto, a scomodare il terrorismo nella faccenda del deficit fissato al 2.4 per cento del prodotto interno lordo per i prossimi tre anni. Lo ha scomodato immaginando armati di pistole, mitra, manette, bende e catene tutti coloro che hanno osato e osano dubitare della “manovra coraggiosa” in cantiere nel governo per “abolire la povertà” e fare finalmente godere “il popolo”.

            Quello inventatosi da Di Maio è un terrorismo per niente endogeno, come dicevano invece quarant’anni fa i critici del povero Sandro Pertini, che dal Quirinale aveva  avvertito e indicato connessioni internazionali delle brigate rosse, e anche del terrorismo nero. Il nuovo terrorismo antigrillino e anti-“cambiamento” avvertito e denunciato da Di Maio ha le sue centrali decisamente all’estero, tra Bruxelles, Berlino e Parigi, oltrepassa l’Atlantico per approdare nei mercati internazionali e nelle agenzie di rating che ci accingono a svalutare i titoli del debito pubblico italiano a causa dell’indirizzo del governo gialloverde di Roma. E conta infine  in Italia sulla complicità dei grandi giornali, delle opposizioni, della burocrazia, della Confindustria, delle banche e persino del Quirinale. Dove il presidente della Repubblica si permette di esprimere pubblicamente preoccupazioni e moniti per i conti dello Stato e di convocare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Dal quale ha appena cercato di farsi spiegare meglio, non so francamente con quali risultati, ciò che bolle nella pentola del governo.

            Tria in fuga.jpgTutto questo è accaduto mentre il povero ministro dell’Economia Giovanni Tria, trattenuto dalle dimissioni proprio al Quirinale mentre i colleghi lo mettevano in minoranza a Palazzo Chigi, si è affacciato alle riunioni comunitarie per allontanarsene rapidamente, avvertendo il clima da processo che lo aspettava.

            Prima o dopo Di Maio finirà per avvertire tracce di terrorismo anche nel suo Sud generoso di voti per il movimento che lui capeggia sotto la sorveglianza dell’”elevato” Beppe Grillo e il monitoraggio telematico di Davide Casaleggio.

              Rolli sul debito.jpgIl tanto reclamato e decandato “reddito di cittadinanza” rischia di arrivare ai destinatari non solo in misura inferiore alle promesse, ma anche o soprattutto, come preferite, in forme non usuali da quelle parti: non in contanti, per esempio, ma con una social card, o qualcosa di simile, che avrà l’inconveniente di poterne controllare l’uso.

            Di Maio preferisce il colore scuro per i suoi abiti. L’ho visto di rado, nelle foto o sul teleschermo, in vestiti chiari. Temo che egli non abbia capito che il nero è un colore preferito dalle sue parti elettorali anche per altri versi, e significati: non per vestirsi ma per guadagnare e spendere.c

 

 

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