Notizie di ordinaria e straordinaria disamministrazione della giustizia

            In un giorno in cui troneggiano più o meno sulle prime pagine di tutti i giornali le notizie sulla giustizia a parti invertite, cioè non di magistrati che indagano su cittadini comuni, o anche su personalità autorevoli della politica, dell’imprenditoria e simili, ma di magistrati che indagano su altri magistrati, e di procure che si contendono competenze ballerine, con schizzi di fango che volano un po’ dappertutto e sfiorano persino il Quirinale, passano purtroppo per minori le notizie di ordinaria disamministrazione degli affari penali. E’ quella, per esempio, sottolineata dal Dubbio di un detenuto ostinatamente trattenuto in carcere tra carteggi allucinanti dai quali non ha potuto difendersi alla fine che uccidendosi in cella nel mese di gennaio del 2020.  Egli era imputato con altri sei che sono stati appena assolti nel tribunale calabrese di Locri dopo un’operazione chiamata “Canadian ‘ndragheta connection”.  

            Oltre ad essere innocente, com’è risultato dalla sentenza di assoluzione dei coimputati, il poveretto -Giuseppe Gregoraci, di 51 anni- aveva la disgrazia di essere invalido per avere perduto in un incidente di strada una gamba, sostituita con una protesi dipendente, per la sua funzionalità, da una fisioterapia che nel primo carcere di destinazione non era praticabile. Egli era stato pertanto trasferito a Voghera, dove neppure era stato possibile provvedere alle cure necessarie, mancando le quali non solo la protesi si rese inutilizzabile ma lui cadde in una depressione ancora maggiore di quella di cui già soffriva prima. E che era stata inutilmente segnalata dai difensori chiedendone quanto meno la detenzione domiciliare.  

            Mentre giudici di sorveglianza, periti, avvocati si scambiavano i soliti carteggi  fra lo sgomento degli stessi uffici penitenziari, le cui segnalazioni e sollecitazioni non producevano effetti, persa ogni speranza di ottenere almeno di cercare di curarsi a casa,  il poveretto si impiccò in cella. Sul caso ora sono aperte -ha raccontato l’avvocato Giuseppe Calderazzo- due inchieste: una a Pavia contro ignoti e una a Salerno su due giudici di sorveglianza per i quali però i pubblici ministeri hanno già chiesto l’archiviazione.

            Non so a voi, ma a me una storia come questa, destinata probabilmente a chiudersi senza che nessuno ci rimetta il posto,  procura uno sgomento ancora maggiore di un Pier Camillo Davigo, per esempio, passato in pochi giorni dalle stelle del magistrato severissimo, implacabile e altro ancora all’imbarazzo, credo, di un ex consigliere superiore della magistratura interrogato dalla Procura di Roma per fascicoli giudiziari di Milano passati anche per le sue mani su una presunta loggia massonica partecipata da giudici e capace di interferire in carriere, sentenze e quant’altro.

 Se neppure negli affari semplici, come dovrebbero ritenersi quelli di un detenuto invalido e in condizioni così rovinosamente depressive da averlo portato alla morte, si riesce a venire a capo di nulla, come pensate che il cittadino comune possa o debba avere fiducia nella possibilità di venire a capo di un affaraccio come quello di cui Davigo è stato chiamato a parlare in una Procura come persona informata dei fatti? E non condividere piuttosto, tra tanti palleggiamenti di responsabilità e competenze per presunte mancate o scarse indagini, il sospetto di Piero Sansonetti sul Riformista che “così stanno affossando l’inchiesta sulla loggia Ungheria”, sembra dall’omonima piazza di Roma.

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Processo al Pd in memoria di Franco Marini a tre mesi dalla morte

A meno di tre mesi dalla morte di Franco Marini, lo storico ex segretario generale della Cisl, poi ministro, segretario del Partito Popolare, presidente del Pd e presidente del Senato spentosi il 9 febbraio all’età di 87 anni, vittima anche lui della pandemia, l’ex parlamentare Giorgio Merlo ne ha descritto la figura con fedeltà pari all’amicizia in un libro delle Edizioni Lavoro che va ben oltre una commemorazione.

La copertina del libro di Giorgio Merlo

 La rievocazione dell’impegno politico e morale di Marini è quasi la premessa di un giudizio sostanzialmente liquidatorio del Pd. Di cui diventando presidente egli fu leader ritenuto più “onorario” che reale, quale invece avrebbe meritato di essere considerato.  E’ un giudizio liquidatorio conclusivo di un processo che direi scontato per quell’offesa immeritata, e persino disumana l’anno dopo la morte della moglie Luisa, riservatagli il 18 aprile 2013 con quei 151 voti negatigli a scrutinio segreto dai “franchi tiratori” del Pd per l’elezione a presidente della Repubblica. “Ci fu -avrebbe poi raccontato l’amico Pier Luigi Castagnetti- fuoco amico e in gran parte anche esplicito dei renziani e parte dei prodiani”, che poi non avrebbero tratto alcun vantaggio dall’operazione perché naufragò anche la candidatura dell’ex presidente emiliano del Consiglio.

            Stento tuttavia a credere -scusate la sincerità- che non avessero partecipato al boicottaggio di Marini anche esponenti della componente post-comunista, peraltro la più numerosa, del Pd: una componente ostinatamente educata, diciamo così, durante la cosiddetta prima Repubblica a scambiare uomini della Dc come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini per nemici, considerati abusivamente di sinistra con l’aggiunta dell’aggettivo sociale. Nel Pci l’unica e vera sinistra della Dc era considerata quella chiamata “Base”, che aveva scommesso tutto sulla cosiddetta evoluzione del partito comunista e riteneva alla fine  gli alleati socialisti meno affidabili, oltre che meno numerosi.

Una foto d’archivio di Franco Marini con Giorgio Merlo

            Il giudizio liquidatorio del Pd, alla cui fondazione pure aveva contribuito Marini confluendovi con la Margherita, dove con più soddisfazione e rispetto aveva condotto precedentemente il Partito Popolare succeduto alla Dc, è rimasto nel libro di Merlo anche dopo l’avvicendamento avvenuto al vertice fra il post-comunista Nicola Zingaretti e il post-democristiano Enrico Letta.  ll cui arrivo non è bastato ad attenuare l’accusa di Merlo al Pd di avere inseguito i grillini sulla strada del populismo, dell’antipolitica e di tutto il resto che ha liquefatto i partiti. Non mi spingo a immaginare Merlo di fronte all’abbraccio metaforico di ieri di Letta a Fedez.

            Del Pd “plurale” al quale Marini volle credere dev’essere rimasto assai poco, diciamo pure niente, se Merlo ne ha in qualche modo testimoniato e provato -preferendo poi partecipare alla “Rete bianca” dei “cattolici in movimento”- l’articolazione in “correnti, gruppi, gruppuscoli, sottocorrenti e bande il più delle volte legate a un capo che usa queste estemporanee aggregazioni per ragioni di puro potere, a prescindere da ogni valenza politica e culturale” (pagina 105). Persino i popolari -quelli che dovevano ispirarsi a Marini- avrebbero finito per diventare una replica dei “dorotei”. Che furono la parte più opportunistica e discreditata della pur gloriosa Democrazia Cristiana.

            Contro la politica “liquida e improvvisata” dei nostri tempi, alla prospettiva di lasciare senza eredi la pur “grande eredità” di Marini, vista l’occasione perduta dal Pd, Merlo preferisce quella di “disseminarla in più formazioni politiche, senza un preciso ancoraggio ad un solo partito”.

            Arricchito da una prefazione dell’ex segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan e da una introduzione di Gerardo Bianco, compartecipe di Marini nelle avventure post-democristiane del Ppi e della Margherita, ma non del Pd, il libro di Merlo si distingue anche per la forza documentativa con la quale ricostruisce la continuità al vertice della sinistra sociale democristiana fra Carlo Donat-Cattin, morto nel 1991,  e lo stesso Marini: altro che il quasi andreottiano di complemento, come qualcuno cercò di spacciarlo e che Merlo non ha degnato neppure di un riferimento esplicito.

Una foto d’archivio di Franco Marini e Giulio Andreotti

  Nelle elezioni politiche del 1992, con la preferenza unica imposta dal referendum dell’anno prima e Giulio Andreotti esentato dalla prova perché senatore a vita, Marini fu eletto a Roma nella lista scudocrociata con 116 mila voti contro i 114 mila dell’andreottiano Vittorio Sbardella. E nel 2006 sarebbe stato sempre e proprio Marini a contendere e strappare la presidenza del Senato a un Andreotti sostenuto dal centrodestra.

L’investitura di Marini a capo della sinistra sociale rimase quella del convegno annuale della corrente del 1990 a Saint Vincent, dove Carlo Donat-Cattin disse testualmente di “sentirsi più che mai vicino a Marini, quasi come passando il testimone…il che avverrà”, come se avesse avvertito l’epilogo della sua vita straordinaria, densa di grandi battaglie, e anche di grandi dolori.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 maggio

La…lotta continua di Enrico Letta alla Lega nella maggioranza

Eccovi le ultimissime dal fronte del governo, quale sta diventando come in una guerra, non si sa francamente se per responsabilità più del segretario del Pd Enrico Letta o del “capitano” della Lega Matteo Salvini. E col povero Mario Draghi in mezzo ai due fuochi a coprirsi il capo con l’elmetto… dei suoi comunicati, protesi ad una rappresentazione positiva dei rapporti con tutti, proprio tutti i partiti della sua larga maggioranza.

            E’ accaduto, in particolare, che Letta sia andato ieri da Draghi, col suo passo veloce e l’aspetto dell’uomo che non ha tempo da perdere, per parlare -parole dello stesso Draghi comunicate dall’ufficio stampa- dei “temi legati all’agenda del governo dopo la definizione del piano della ripresa, con particolare riguardo alle prospettive per il mondo del lavoro e al sostegno ai giovani”.

            Eh no, così non va, debbono aver detto al Nazareno, cioè alla sede del Pd, leggendo il comunicato di Palazzo Chigi. Pertanto hanno tenuto a precisare che Letta era andato da Draghi anche per esprimere “insoddisfazione verso il metodo Salvini”. Che sarebbe quello di “stare con un piede fuori e uno dentro” il governo e la maggioranza, senza decidersi a tenerli entrambi nella stessa parte: preferibilmente fuori, par di capire dall’ossessione ormai che Enrico Letta mostra verso lo sgradito compartecipe della maggioranza. Della cui presenza Draghi non mi sembra invece che mostri molto fastidio. E neppure, almeno da qualche giorno, il ministro del Pd Dario Franceschini, che ha realisticamente ricordato  anche al suo segretario che questo è un governo molto particolare, diciamo pure eccezionale, fatto di “avversari” costretti per un certo tempo a collaborare per le condizioni di emergenza in cui si trova il Paese.

            Naturalmente “capitan” Salvini non è rimasto fermo e zitto, intimidito dalle proteste di Enrico Letta, ma evitando di abbaiare come un cane che teme di perdere l’osso e, magari, tanto fesso da lasciarselo tirare fuori della gabbia proprio lui minaccia di sfasciarla. Salvini, sempre più in giro con quelle mani giunte come un monaco  buddista, col permesso di tutte le Madonne scolpite nelle medagliette che si porta in tasca o addosso, ha rivendicato col solito microfono più o meno metaforico del suo ufficio stampa, in servizio 24 ore su 24, la paternità di un passo avanti compiuto nella competente commissione del Senato dalle “proposte” della Lega di spendere qualcosina di tutti quei soldi a disposizione adesso del governo per aiuti anche ai genitori separati in difficoltà. E questo sarebbe il suo “metodo”: far fare sempre un passo avanti alle sue proposte, magari anche a quelle che non piacciono a Letta. Di cui intanto il Corriere della Sera ha lamentato il tentativo di nascondere dietro lo scontro con Salvini i ben più gravi problemi nei rapporti con i grillini, al solito sbandati.

            Ditemi voi chi ha più da perdere in questa situazione. Temo che sia proprio questa la domanda che si pone continuamente e silenziosamente anche il presidente del Consiglio cercando forse il momento giusto per sbottare contro chi supera sprovvedutamente il livello di guardia, o di sopportazione. Non parliamo poi di Sergio Mattarella, alle prese anche con l’avvitamento dell’altro istituto che presiede: il Consiglio Superiore della Magistratura, e delle sue correnti, o addirittura logge, come vorrebbero rivelazioni o denunce sfuggite al segreto istruttorio addirittura nelle stanze del Palazzo dei Marescialli.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le stelle di Casaleggio e Di Battista diventano rosse, il volto di Conte terreo

Ho perso il conto delle cose più o meno importanti di cui dovremmo sentirci in attesa per chiarire le prospettive dell’Italia.  Le riforme alle quali è appesa la disponibilità effettiva degli oltre 200 miliardi di euro stanziati dall’Unione Europea, tra fondo perduto e prestiti, per il piano della ripresa e garantite personalmente dal presidente del Consiglio Mario Draghi per telefono alla presidente della Commissione di Bruxelles? Che se n’è fidata, come probabilmente non avrebbe fatto con Giuseppe Conte. La sorte della doppiezza della linea scelta dal nuovo segretario del Pd Enrico Letta, da una parte riconoscendosi in Draghi e dall’altra spingendo un giorno sì e l’altro pure la Lega di Matteo Salvini ad uscire dal governo, provocandone quindi la crisi pur con l’aria curiosa di volerne rafforzare  la struttura? La successione al Quirinale, dove a febbraio il Parlamento e i delegati regionali dovranno mandare un nuovo presidente della Repubblica, se Sergio Mattarella non deciderà di sacrificarsi ad una rielezione come avvenne con Giorgio Napolitano nel 2013, quando i partiti sfilarono sul Colle per chiedergli di restare ancora per un po’, non essendo riusciti a trovargli un erede? La sorte di un Consiglio Superiore della Magistratura che ormai, senza offesa per l’istituto, da organo di autogoverno della magistratura a garanzia della sua autonomia eccetera eccetera è diventato una sentina attraverso la quale dubito che potrà mai passare una delle riforme cui pure è appeso il già ricordato piano della ripresa, cioè quella della giustizia, o almeno dei processi per concretizzarne la “ragionevole durata” genericamente garantita dalla Costituzione?

            L’elenco è solo parziale. E ho lasciato fuori apposta il problema o la sorte dei grillini – non indifferente a quella del governo per la loro consistenza parlamentare, ancora determinante per quante perdite abbiano subito tra espulsioni ed esodi volontari, dalle elezioni del 2018- perché è di difficile decriptazione l’ultima notizia proveniente da quelle parti. Bisogna chiedersi, in particolare, se e quanto potrà destabilizzare il Movimento 5 Stelle in corso di rifondazione da parte di Giuseppe Conte, solidale con la doppiezza già accennata della linea di Enrico Letta, l’ulteriore passo verso la scissione costituito dal blog che Davide Casaleggio ha fatto proprio, sottraendolo al movimento,  colorando di rosso le stelle che erano gialle ed esibendo in copertina, diciamo così, Alessandro Di Battista.

Dibba, per gli amici, non è un parlamentare, non essendosi ricandidato nel 2018 per riservarsi la seconda cartuccia allora consentita ai grillini in carriera, ma potrebbe raccogliere umori e malumori di quanti essendo ancora al primo mandato, come lo era lui tre anni fa, si sentono in pericolo non solo per il taglio dei seggi entusiasticamente, cioè masochisticamente, apportato durante questa legislatura, ma anche per la possibilità ormai accreditata da Conte di limitare il turnover concedendo deroghe al divieto di più dei due mandati.  E’ tutto un problema di posti, insomma, altro che di linea politica, di transizione ecologica, energetica e simili. Invidio Draghi per la tranquillità olimpica che riesce ancora ad opporre a questo quadro che sembra una brutta copia dell’urlo del celebre pittore norvegese Edward Munch.

Il torto che Grillo, più ancora della Lega, non si meritava dal giovane Fedez

            Non lo scrivo per scherzo, e persino scimmiottando, più che ispirandomi al commento di Antonio Polito sul Corriere della Sera. Che ha visto un filo conduttore fra Silvio Berlusconi, “l’impresario” sceso in politica nel 1994, come scrisse Eugenio Scalfari, il comico Beppe Grillo, passato dal palcoscenico alla politica nel 2009, e questo Fedez dei nostri giorni: il rapper che ha scosso il “Concertone” del 1° maggio col monologo contro il presidente leghista della Commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari, impegnato secondo lui a osteggiare il cammino parlamentare di un disegno di legge di contrasto all’omotransfobia. E’ un monologo che ha fatto più notizia delle tette al vento della cantante, sempre al festino del Lavoro, come l’ho chiamato ieri, sia per il suo contenuto tutto politico sia per un preteso tentativo di censura denunciato dallo stesso Fedez. Che, seppure miseramente fallito, potrebbe costare il posto a qualcuno alla Rai e dintorni.

La vignetta di Sergio Staino sulla Stampa

            E’ molto diversa, come vedete, la sensibilità di noi giornalisti se io, da vecchio rincitrullito, mi sono fatto distrarre dalle tette liberate e liberatorie di una cantante inneggiante all’amore, diciamo così, illimitato e non dal monologo di Fedez, pseudonomo di Federico Leonardo Lucia, rivelatosi ben più capace di assaltare e conquistare le prime pagine dei giornali e di “spaccare”, come si è scritto, il mondo politico. Il che è avvenuto fra il nuovo segretario del Pd Enrico Letta -esultante per le parole “forti” del rapper più ancora di Giuseppe Conte, forse pentito delle nomine effettuate nella Rai nei suoi anni di governo e smanioso di riscattarsene, ora che ha scoperto, o solo sospettato di che pasta censoria fossero certi dirigenti-  e una Lega e, più in generale, un centrodestra diviso a sua volta fra l’imbarazzo e la voglia di ribadire quanto meno le sue riserve sull’urgenza della legge all’esame del Senato in questi tempi di emergenza sanitaria, sociale ed economica da cui è nato il governo di Mario Draghi.

            Non lo scrivo per scherzo, dicevo, ma Beppe Grillo non si meritava questo torto fattogli, deliberatamente o a sua insaputa, dal giovane Fedez strappandogli il palcoscenico di denuncia e irrisione in un momento così critico per il comico genovese, mentre la sua famiglia anagrafica è alle prese con una scomodissima vicenda giudiziaria, stando per una volta dall’altra parte del banco solitamente preferito dell’accusa, e la sua famiglia politica -quella del MoVimento 5 Stelle- che non se la passa neppure lei molto bene. Essa infatti vive tra liti condominiali e ristrutturazioni, o addirittura, rifondazioni affidate a Conte, o contese -come preferite- da Davide Casaleggio e amici. Fra i quali si distingue, per il suo solito andare su e giù, uscire e rientrare, dire e non dire, arrabbiarsi e consolarsi, sognare e scrivere, l’ex deputato Alessandro Di Battista. Il quale chissà perché si è guadagnato nella sua eterna giovinezza sulle moto, beato lui, il soprannome di “Che Guevara di Trastevere” e non di Vigna Clara, il quartiere più borghese e snob di Roma dove in realtà egli è davvero cresciuto prima di allontanarsene.

            Questo torto, o scippo politico, a Grillo se lo poteva risparmiare il rapper milanese. E questo aiutino -in concorrenza, ripeto, col nuovo segretario del Pd- se lo poteva risparmiare di daglielo l’ex presidente del Consiglio e capo designato di non so bene quale e quanta parte di quello che fu -visti i numeri elettorali e parlamentari cambiati dopo il 2018, pur senza nuove elezioni politiche- il MoVimento 5 Stelle. A occhio e croce non attribuirei la sesta a Fedez, scommettendo su una sua modesta ambizione.

Più che una festa, scusatemi, un festino del lavoro che non c’è

            Più che la festa del lavoro, in verità, mi è sembrato un festino con quella cantante che all’Auditorium di Roma ha esibito le sue tette, a beneficio di tutto il pubblico connesso, non solo delle poche centinaia di spettatori sul posto, per gridare all’amore libero “con chi vogliamo e quanto vogliamo”.

Certo, in mancanza di lavoro, per quanto i licenziamenti siano bloccati, non potendosi comunque scongiurare per legge le chiusure di tante aziende, piccole ma anche grandi, rimaste senza fatturato in questi tempi di pandemia, è meglio fare allegramente l’amore con chi ci sta -per favore, niente stupri- che scendere in piazza, prendersela con le forze dell’ordine e magari obbligare a chiudere per paura di danni da dimostrazione i pochi negozi rimasti ancora aperti. Ma è roba, ripeto, da festini, non da feste. E non si fa neppure un favore allo Spettacolo, con la maiuscola, che questi artisti del 1° maggio hanno raccomandato con l’appello di Fedez -al netto della sparata politica contro la Lega e, più in particolare, un suo parlamentare- al carissimo Mario, inteso naturalmente come Draghi, il presidente del Consiglio. Se è questo lo spettacolo, con la minuscola, che ci vogliono propinare, mi interessa poco, anche se gratis, pur essendoci di mezzo il canone pagato con la bolletta elettrica.

            Ho personalmente trovato inappropriato in questo festino del lavoro del 2021 anche il riferimento, stavolta compiaciuto, ai politici estinti. Vorrei ricordare, per esempio, ad Antonello Venditti, pur con tutto il rispetto dovuto al compianto Enrico Berlinguer e alla sua toccante morte sul campo, diciamo così, con quel comizio strozzato alla fine da un ictus, che quel “Dolce Enrico” c’entra poco con una Festa, ma anche con un festino, del lavoro. Lo scrivo con estremo rammarico per la memoria di quello che è pur sempre rimasto il segretario più popolare del Pci, ma di cui l’ultima battaglia -condotta sino all’imposizione alla Cgil di una sfida referendaria rovinosa per la sinistra quanto quella del referendum sul divorzio per la Dc e, più in generale, per i cattolici-  fu quella contro i tagli alla scala mobile dei salari, Che furono negoziati con i sindacati e apportati dal governo di Bettino Craxi per proteggere i salari dall’inflazione a due cifre che li erodeva.

Non fu, francamente, quella ultima di Berlinguer -ripeto- una bella battaglia per il lavoro e i lavoratori, condotta peraltro col dichiarato proposito non di difenderne gli interesssi, ma di rivendicare il diritto di veto di un partito o di una corrente sindacale in determinate materie, a prescindere quindi dal merito o contenuto delle misure adottate. Dolce Enrico, scusatemi la franchezza, un corno in quel passaggio cruciale della politica italiana: passaggio in cui dal segretario del Pci personalmente mi sarei aspettato un coraggio pari a quello avuto in televisione, rispondendo ad una mia domanda sulla svolta militarista di governo in Polonia, sull’”esaurimento della spinta propulsiva della  rivoluzione d’ottobre” comunista.

Del richiamo di Venditti sarà rimasto tuttavia soddisfatto l’altro Enrico, quello del Pd, il segretario Letta, riferitosi anche lui a Berlinguer nel suo discorso di candidatura e insieme di insediamento al posto di Nicola Zingaretti. Ma penso, sinceramente, che pochi di quelli che hanno ascoltato e condiviso la nostalgia berlingueriana di Venditti abbiano pensato davvero anche ad Enrico Letta.

La sottile campagna di delegittimazione del governo Draghi

            Ancora una volta si deve dire della magistratura italiana che non si sa, francamente, se sia la più sfortunata del mondo -la più sfigata, dicono a Roma- o la più malata. Ma di un male incurabile. Le toghe sono ormai divorate dal tarlo della autoreferenzialità che sono riuscite a imporre a tutti gli altri poteri dello Stato. I quali non possono occuparsene senza esporsi all’accusa di attentare all’autonomia e quant’altro della magistratura, per cui ogni volta che scoppia un bubbone si può solo scommettere su quanto tempo si impiegherà per farlo dimenticare, in attesa che ne sopraggiunga un altro.

            Ormai non è più una circostanza ma una regola. Ogni volta che la politica si increspa, arriva un’indagine giudiziaria che ha sempre lo stesso effetto: di intorbidire le acque e di alzare le onde, sino a rendere inintelligibili sia le vicende politiche sia le vicende giudiziarie che le incrociano.

            Goffredo Bettini, questa specie di sibilla romana del Pd, non ha dovuto aspettare molti giorni per smerciare bene politicamente quella che pure sembrava la solita bufala, la solita esagerazione: un complotto, o qualcosa del genere, per tagliare nei mesi scorsi l’erba sotto ai piedi di Giuseppe Conte e farlo cadere, sostituendolo con un uomo più gradito ai cosiddetti poteri forti che infestano non l’Italia, non l’Europa ma il mond intero. No, caro Bettini, non cerchi più di sottrarsi all’onda di ridicolo da cui sembrava minacciato con quella storia del complotto contro il suo amico Conte.  Non dica più, come gli è capitato in questi giorni di esordio della sua nuova corrente o area nel Pd, che il precedente governo è “morto di freddo”, come dicono di Gesù sulla croce gli infedeli.  

Ormai le cronache giudiziarie, o para-giudiziarie, per la loro alta tossicità politica, sono arrivate in soccorso dei complottisti. E gli amici inconsolabili di Conte, che fanno le pulci ad ogni provvedimento o dichiarazione di Draghi per accusare di plagio il nuovo presidente del Consiglio, possono con qualche apparente fondamento sostenere che l’ex avvocato del popolo, ora rifondatore del Movimento 5 Stelle, era stato messo da tempo sulla graticola del discredito dall’avvocato Piero Amara con accuse e insinuazioni troppo a lungo coperte nella Procura della Repubblica che le aveva raccolte, a Milano. E ciò fino a quando un magistrato non più capace di rassegnarsi alla rete di protezione stesa attorno all’ancora presidente del Consiglio non ne ha riferito a Piercamillo Davigo, con tutto ciò che ne è seguito, tra gli uffici dell’allora consigliere superiore della Magistratura, redazioni di giornali e non so cos’altro ancora. E questo per non parlare della stessa  iniziativa annunciata da Davigo di riferirne a sua volta a “chi di dovere”, cioè al presidente della Repubblica nella sua doppia veste anche di presidente del Consiglio Superiore.  

Adesso mancano solo le vignette -ma arriveranno presto anch’esse- di un Draghi senza più artigli e autorità, mandato abusivamente da Mattarella a Palazzo Chigi e destinato a fare la stessa fine opaca di tutti, o quasi, i suoi predecessori. Che pena. Anzi, che schifo. Né si può dire, come una volta Amintore Fanfani con qualche ministro del suo partito, che chi la fa grossa deve coprirla, perché ormai si fanno tanto grosse da non poter essere umanamente più coperte da niente e da nessuno.

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Quando Craxi e Scalfaro lasciarono scappare Toni Negri in Francia

Una volta tanto hanno attribuito a Bettino Craxi una cosa meno clamorosa o grave -dal loro punto di vista- di quella effettivamente compiuta: di avere da presidente del Consiglio, nel 1983, chiesto al presidente francese e amico Francois Mitterrand  di tenersi al sicuro a Parigi Toni Negri. Che infatti riparò in Francia insegnando per alcuni anni alla Sorbona e riscuotendo regolarmente, con la dovuta procura, l’indennità di deputato perché eletto alla Camera nelle liste radicali, pur avendo pendenze giudiziarie assai pesanti che gli avevano procurato l’arresto.

            Assolto dall’originaria accusa di terrorismo rivoltagli dal giudice di Padova Pietro Calogero nel famoso processo che prese il nome dalla data  -7 aprile 1979- di una sostanziale retata di esponenti di Autonomia sospettati di lotta armata e simili, il professore universitario di filosofia Toni Negri fu condannato per associazione sovversiva e concorso morale in una rapina ad Argelato, nel Bolognese.

            Di originaria militanza socialista, Negri aveva scritto di tutto e di più, e vagato fra associazioni estremistiche prestandosi alla fama appiccicatagli dagli inquirenti di cattivo maestro. Qualcuno addirittura pensò che fosse lui il famoso “grande vecchio” delle brigate rosse e, più in generale, del terrorismo rosso in Italia.

            Finito in prigione, il professore fu politicamente adottato da Marco Pannella, che volle farne un simbolo di come la magistratura -anticipando in qualche modo la vicenda di Enzo Tortora presunto camorrista- potesse scambiare lucciole per lanterne e il legislatore adottare nella sacrosanta lotta al terrorismo leggi per niente garantiste, comunque esposte alle applicazioni peggiori. In questa ottica il leader radicale nel 1983 candidò alla Camera il detenuto  Negri. Che, una volta eletto, fu liberato e andò a ritirare la medaglietta parlamentare a Montecitorio, salutato sul portone dal militare di turno con tutti gli onori dovuti agli onorevoli rappresentanti del popolo.

            La magistratura tuttavia azionò immediatamente le procedure per chiedere e alla fine ottenere l’autorizzazione all’arresto del deputato. Che però, sottraendosi anche ad uno stravagante scenario predisposto per lui -come vedremo- dall’immaginifico Pannella, tagliò in tempo la corda, diciamo così. Egli insomma scappò in Francia. Dove comunque, essendo di pasta obiettivamente diversa dagli altri sottrattisi oltr’Alpe alle loro responsabilità e ai loro debiti con la giustizia, il professore non rimase più di tanto. Già alla fine della legislatura, peraltro durata un anno meno dell’ordinario per lo scioglimento anticipato delle Camere voluto nel 1987 dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita spedendo a Palazzo Chigi Amintore Fanfani per sloggiare Craxi, il professor Negri patteggiò il suo rientro in Italia. Dove sarebbe tornato in carcere per restarvi a regime pieno sino al 1999, e in semilibertà per qualche anno ancora, sino ad uscirne definitivamente nel 2003.

            A sentire i ricostruttori della vicenda attualizzata in qualche modo dall’operazione “Ombre rosse” appena scattata in Francia con l’arresto di nove condannati definitivi per reati di terrorismo e dintorni, essendo stata per esempio risparmiata al più anziano di loro, Giorgio Pietrostefani, per il delitto del commissario Luigi Calabresi l’aggravante  del terrorismo; a sentire, dicevo, i ricostruttori della vicenda Negri, allora il presidente del Consiglio italiano avrebbe quindi chiesto a Mitterrand di tenersi stretto il nuovo ospite.

            Nossignori, nemici di Craxi, al quale siete tornati -fra l’altro- ad attribuire indulgenze agli estremisti “in chiave anti-Pci”, cui i terroristi rimproveravano l’imborghesimento e il tradimento degli ideali della rivoluzione. L’allora presidente socialista del Consiglio fece ben più di quello che ora gli rimproverate anche da morto. Come una volta mi raccontò personalmente, egli autorizzò l’allora suo ministro democristiano dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, che gliene aveva chiesto il “parere”, ad allentare la sorveglianza di Negri mentre la Camera si accingeva ad autorizzarne l’arresto, anzi il riarresto.

            Più ancora di una fuga del professore essi concordarono nel ritenere un danno per lo Stato e le istituzioni lo scenario allestito da Panella, col quale peraltro avevano entrambi buoni rapporti personali e politici. Esso contemplava il deputato Negri di giorno  a Montecitorio– con le dovute autorizzazioni del magistrato di turno, chiamato a valutare perciò l’importanza dei lavori parlamentari- e del detenuto Negri di notte, salvo sedute notturne della Camera.

            Mi sono chiesto maliziosamente -lo ammetto-se quella vicenda non avesse poi pesato sull’atteggiamento curiosamente giustizialista di Pannella messo giustamente a nudo  da Filippo Facci nel suo libro appena uscito sul linciaggio delle monetine del 30 aprile 1993. In particolare, Pannella annunciò il voto a favore delle autorizzazioni a procedere contro Craxi, pur solidarizzando poi con lui per le conseguenze. Cose che solo Pannella sapeva fare, e solo Craxi  in fondo perdonargli.

Pubblicato sul Dubbio

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Le scuse proprio no per l’operazione italo-francese di “Ombre rosse”

            Trovo anch’io “lunare” -addirittura come Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, pensate un pò- il dibattito politico e mediatico che si è aperto sulla cosiddetta operazione “Ombre rosse”. Che, praticamente concordata ai massimi livelli fra il capo dello Stato francese Emmanuel Macron e il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, ha fatto scattare gli ordini di arresto a Parigi contro dieci fuggitivi dalle sentenze di condanna emesse in Italia per reati di terrorismo e dintorni. Nove di essi, arrestati o consegnatisi spontaneamente, sono adesso in libertà vigilata, in attesa delle lunghe procedure per l’estradizione chiesta dall’Italia. Uno è ancora latitante, mentre scrivo, nel tentativo di far decadere per prescrizione il 10 maggio la condanna per tentativo di sequestro e sfuggire ai 5 anni di carcere che deve ancora scontare in Italia.

            Considero “lunare”, ripeto, sia la domanda “E ora che ve ne fate?” rivolta da Adriano Sofri, come chiese Palmiro Togliatti a suo tempo a Giancarlo Pajetta che gli comunicava di avere occupato la Prefettura di Milano, sia lo scandalo denunciato con quel “Tutti a casa” da qualche giornale dopo la libertà vigilata disposta dalle autorità francesi per i catturati o consegnati. Questa giustizia praticata così, all’ingrosso, da chi pretende di sostituirsi agli organi preposti ad amministrarla, disponendo con un titolo di prima pagina ciò che i magistrati, del nostro e di altri Paesi, debbono fare o non fare è essa sì uno scandalo.

            Qui sono in gioco -oltre ai destini personali dei condannati, ricercati e quant’altro, tutti comunque al sicuro, e non come i morti nelle bare o nelle urne cenerarie dove sono stati mandati nei cosiddetti anni italiani di piombo-  questioni di principio altissime. Con le quali non può giocare, dall’alto della sua cultura, che gli riconosco, per carità, neppure Sofri sopra, sotto, dietro e accanto alla testata del Foglio di Giuliano Ferrara. Che ha ritenuto, chissà poi perché, di dargli man forte precisando di non gioire dell’operazione scattata in Francia. Ma chi gioisce, carissimo Giuliano? Qui non c’è nulla di che gioire. Qui il problema è solo quello di ripristinare il combinato delle leggi e delle più elementari regole di convivenza umana che è stato violato per una cinquantina d’anni. E per il quale tu stesso, ancora carissimo Giuliano, sentisti il dovere di mobilitarti da giovane militante e dirigente comunista, come hai voluto ricordare giustamente vantandone, con un’azione di deciso contrasto al terrorismo e di denuncia, a rischio della tua stessa incolumità fisica. Cerchiamo adesso di essere seri, e non snob.

            Personalmente, anche a costo di essere scambiato per un garantista fasullo o fallito, più che nelle domande più o meno spiritose di Sofri- “E ora che ve ne fate?”, ripeto- mi sento colpito e turbato dalla dichiarazione con la quale Andrea Casalegno, figlio di una vittima del terrorismo, e che vittima, ci ha ricordato che un assassino non può mai diventare ex perché una tale condizione è impedita all’assassinato. Il resto è chiacchiera, e comunque disciplinato da leggi che consentono sempre di commisurare le pene alle condizioni dei condannati, se applicate naturalmente con la dovuta e auspicabile  perizia e umanità.

            Non mi sento francamente dovuto, come vorrebbero i cacadubbi di turno, a scusarmi con i rifugiati in Francia per il disturbo che stanno loro procurando quei rompiscatole, evidentemente, di Macron e Draghi. Le scuse proprio no. Piuttosto, bisognerebbe aspettarsene.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Una brutta giornata per gli interessati alla crisi del governo Draghi

            Non c’entrano apparentemente nulla l’una con l’altra le due notizie di giornata, chiamiamole così. Che sono, nell’ordine che preferite, anche diverso dal mio, gli arresti in Francia di sette italiani condannati in via definitiva tanti anni fa per terrorismo, e dintorni, fra cui Giorgio Pietrostefani per il delitto del commissario Luigi  Calabresi, e il salvataggio politico in Italia del ministro della sanità Roberto Speranza. Sono due notizie che non c’azzeccano niente l’una con l’altra, direbbe Antonio Di Pietro, l’indimenticato Tonino di Montenero di Bisaccia che negli anni di “Mani pulite” fece sognare milioni di italiani smaniosi di manette o quanto meno di dimissioni, se non era proprio possibile ammanettare i politici di turno. E invece le due notizie hanno un filo che le unisce e riguarda la salute per niente precaria del governo di Mario Draghi. E ciò  proprio nel giorno in cui dall’interno del Pd torna a farsi sentire Goffredo Bettini, attivissimo nel coltivare la memoria di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, per dire al manifesto che quello in carica è un Gabinetto “di emergenza e transitorio”: tanto transitorio che “occorre prepararsi alla fase successiva”.

            Si sarebbe forse già passati a questa misteriosa fase successiva se ieri Matteo Salvini avesse fatto la fesseria, che i suoi avversari forse si aspettavano, di non votare al Senato contro la sfiducia al ministro Speranza proposta dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e da un po’ di ex grillini convinti che l’alternativa a Draghi ci fosse già prima della sua formazione accettata da Grillo in persona con le sue trasferte a Roma dopo la caduta di Conte. Ma Salvini non è il coglione -scusatemi la parolaccia, ormai sdoganata d’altronde nel dibattito politico da tempo- che i suoi avversari vorrebbero, specialmente dopo averlo visto sbagliare nel 2019 i tempi della crisi del primo governo Conte.

            Il governo Draghi, a partecipazione anche leghista, è molto più solido di quanto non vogliano Bettini e compagni, o amici. E’ tanto solido, e autorevole per l’uomo che lo guida, da avere appena strappato alla Francia di Emmanuel Macron ciò che ad altri, a cominciare dai due precedenti governi, non era riuscito: l’”ultimo atto degli anni di piombo”, come lo ha definito il quotidiano Repubblica, o “la ferita risanata”, come l’ha definita La Stampa. E’ la ferita del rifugio concesso dalla Francia di Mitterrand a un bel po’ di assassini, ormai anziani o anzianotti ma sempre assassini per le leggi e i tribunali italiani. Essi contribuirono a insanguinare il loro Paese per praticargli la rivoluzione rifiutata sistematicamente dagli elettori.

            Certo, è passato tanto tempo da quei fatti, le persone sono invecchiate e possono anche godere -come ha osservato un magistrato di valore e di esperienza come Guido Salvini- di tutti i benefici previsti dalle nostre leggi anche per i condannati, ma è pur sempre positivo che in una Europa finalmente un po’ più solidale di prima, messa alla prova anche dalla pandemia, ci sia un Paese che avverta il bisogno di sanare un torto fatto ad un altro vanificandone deliberatamente le sentenze. Capisco la sofferenza politica e forse anche umana che deve essere costata ai colleghi del manifesto la rinuncia alla tentazione di ritoccare la foto di prima pagina del cortile dell’Eliseo per mettere a mezz’asta il tricolore francese sotto il titolo “C’era una volta”. Ma “il patto Macron-Draghi”, come lo ha chiamato Il Messaggero, ha una valenza politica superiore alla stessa “fine della corsa” degli impuniti del terrorismo.   

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