Ormai è caccia alla ministra Cartabia e alla sua presunta “bestialità”

            Ormai mancano solo i manifesti alla Far West sui ricercati alla campagna in corso contro la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Cui hanno partecipato con tale veemenza anche alcuni magistrati, come il capo della Procura di Catanzaro nonché mancato ministro della Giustizia Nicola Gratteri e il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, dandole praticamente dall’eversiva perché attenterebbe alla sicurezza nazionale, che il pur pensionato Armando Spataro si è sentito in dovere di chiedere agli ex colleghi di contenersi.

Titolo del Fatto Quotidiano

            “Ministra bugiarda”, l’ha insolentita a caratteri di scatola sulla prima pagina Il Fatto Quotidiano. Il cui direttore l’ha accusata di dire “bestialità”, oltre che “bugie” per avere ricordato che i delitti di mafia, essendo punibili con l’ergastolo, non rischiano la “improcedibilità” prevista dalla sua riforma della prescrizione, abolita con la sentenza di primo grado dal guardasigilli grillino Alfonso Bonafede.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

            La ex presidente della Corte Costituzionale e docente di diritto, già sul gozzo di qualcuno per l’appartenenza a Comunione e Liberazione, dal cui prossimo meeting ha deciso di tenersi lontana incorrendo nell’accusa di volersi così meglio candidare al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella, che pure a quel raduno non mancherà con almeno undici ministri; la ex presidente della Corte Costituzionale, dicevo, s’intenderebbe tanto poco della materia affidatale nel governo da “non distinguere un tribunale da un phon”. Parola di Travaglio, che invece ritiene di conoscere i tribunali a menadito, compresi i loro archivi e segreti. E i giornalisti imprudentemente avventuratisi nella difesa della guardasigilli sarebbero nient’altro che “guardiani della restaurazione” perseguita con scientifica ostinazione dal governo Draghi. Di cui ovviamente sarebbe un affare potersi liberare nel cosiddetto semestre bianco di imminente inizio, al riparo da elezioni anticipate che avrebbero, fra l’altro, l’inconveniente di ridurre di più della metà la rappresentanza parlamentare del movimento rivoluzionario delle 5 stelle.

Il presidente Fico alla cerimonia del ventaglio alla Camera

            La cosa davvero curiosa, diciamo pure incredibile, è di presumere di potere con una campagna del genere indurre la ministra Cartabia, e il presidente del Consiglio che la difende, ad ammettere le sue presunte colpe e ad arrendersi a una trattativa destinata a parole, secondo le illlusioni coltivate anche in una parte del Pd, ad alcuni “aggiustamenti tecnici” agli emendamenti presentati dal governo alla riforma del processo penale all’esame della Camera. Il cui presidente grillino Roberto Fico ha cercato di mettere del suo nel fuoco contro il governo auspicando un percorso “normale” del provvedimento in arrivo dalla commissione Giustizia nell’aula di Montecitorio, intendendo evidentemente per anomalo, cioè non normale, il ricorso alla cosiddetta questione di fiducia per fronteggiare la pratica sfacciatamente ostruzionistica di migliaia di proposte di modifica. Eppure di ricorsi alla fiducia in questa legislatura, da parte dei due governi di Giuseppe Conte, il presidente Fico a Montecitorio ne ha gestiti parecchi. Era tutto “normale” anche allora, evidentemente, agli occhi e alla barba del presidente della Camera, protagonista ieri dell’annuale cerimonia del “ventaglio”.

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Mattarella aspetta al varco i tessitori di una crisi di governo in estate

Non so se sia vera o soltanto verosimile la sfregata di mani con la quale mi hanno riferito che Mario Draghi abbia reagito con spirito romanesco alla notizia appena pervenutagli dei 1600 sub emendamenti alle proposte di modifica del governo depositate alla Commissione Giustizia della Camera alle prese con la riforma del processo penale. E, più in particolare, della prescrizione breve introdotta nel codice dall’ex guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. Che, se rimanesse così com’è, per i reati commessi dal primo gennaio del 2020 consentirebbe all’accusa di tenere sotto processo a vita i condannati e addirittura anche gli assolti in primo grado con sentenza naturalmente impugnata. Il governo invece ha proposto la “improcedibilità” dopo 2 o 3  anni di inutile attesa della sentenza d’appello, secondo la gravità dei reati, o dopo 12 o 18 mesi di passaggio infruttuoso in Cassazione.

“Una porcata immorale”, ha gridato dalla Bolivia il disiscritto dal MoVimento 5 Stelle Alessandro Di Battista, come se potessero esistere porcate moralmente a posto. Un pericolo di “impunità” ha protestato Giuseppe Conte, che non dispera, una volta diventato capo del MoVimento, di recuperare il “giovanotto generoso” Di Battista, per quanto questi abbia detto che potrebbe riscriversi quanto meno se i grillini dovessero uscire dal governo. Per ora invece essi si sono limitati a intestarsi più della metà dei 1600 sub-emendamenti alla “porcata immorale”: esattamente 916, o 917 secondo alcuni giornali.

Se vera -e non soltanto verosimile, ripeto-  la sfregata romanesca di mani di Draghi sarebbe comprensibile per la strada, o l’autostrada, che una massa simile di modifiche alle modifiche del governo alla riforma del processo penale aprirebbe al ricorso alla questione di fiducia da parte del presidente del Consiglio per assicurare non solo e non tanto un minimo di disciplina o di lealtà nella maggioranza, dopo il voto unanime del Consiglio dei Ministri sugli emendamenti, quanto un percorso parlamentare celere e sicuro, decisamente anti-ostruzionistico, ad un provvedimento senza la cui approvazione definitiva entro settembre, fra Camera e Senato, l’Italia rischia di perdere i finanziamenti europei al piano della ripresa, condizionati ad un calendario di riforme.

Draghi avrebbe, in verità, altri motivi ancora per sfregarsi bene le mani, questa volta per i segnali provenienti dal Quirinale. Dove, per esempio, hanno smentito le voci raccolte o create dal Fatto Quotidiano su “preoccupazioni” del presidente della Repubblica per la possibilità aperta dagli emendamenti del governo alla riforma del processo penale che il Parlamento indichi di anno in anno le priorità della pur obbligatoria azione penale prevista dalla Costituzione. Di queste preoccupazioni il giornale “ufficioso” di Conte, come Stefano Folli chiama abitualmente su Repubblica quello diretto da Marco Travaglio, si era fatto forte per sviluppare un’offensiva contro la “ministra dell’impunità” e assicurare che l’ex presidente del Consiglio non sarebbe isolato nella posizione critica espressa sui temi della giustizia a Draghi nei 40 minuti d’incontro a Palazzo Chigi.

Marzio Breda sul Corriere della Sera

A proposito di isolamento, è quello di una parte del MoVimento 5 Stelle di cui il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda ha avvertito “il rischio” se essa “si illudesse di lucrare un vantaggio politico portando il dissenso contro la legge Cartabia alle estreme conseguenze”, negando per esempio la eventuale fiducia posta dal governo, e scommettendo quindi su una crisi, a costo anche di scavalcare e spiazzare il Conte “realista” avvertito da alcuni giornali in occasione della sua visita a Draghi. I crisaioli, estremisti, irriducibili e quant’altro sotto le cinque stelle si scoprirebbero isolati -ha scritto Breda, probabilmente riflettendo sensazioni avvertite al Quirinale- “anche rispetto al sentimento dell’opinione pubblica” emerso, per esempio, dalla notevole affluenza ai banchetti allestiti da leghisti e radicali per la raccolta delle firme a sostegno dei sei referendum predisposti sui problemi della giustizia.

Se poi si dovesse pensare, sempre sotto le cinque stelle, ad un Mattarella indebolito dal cosiddetto semestre bianco, per l’impossibilità dal 3 agosto in poi di sciogliere le Camere essendo il suo mandato in via di scadenza, Breda ha forse raccolto e rispedito un segnale della Presidenza della Repubblica ai naviganti, chiamiamoli così. Egli ha scritto, in particolare, che “se Draghi contasse comunque su una maggioranza, avrebbe dal Quirinale un via libera per continuare il suo lavoro”. E di una maggioranza il presidente del Consiglio disporrebbe di sicuro perché, al punto in cui sono giunte le cose, sarebbe impossibile immaginare i gruppi parlamentari pentastellati compatti in una iniziativa dirompente contro il governo. Conte salterebbe da capo del MoVimento prima ancora di diventarlo davvero, una volta che Beppe Grillo lo ha rimesso in pista con la spigola di Bibbona.

Così stando le cose, credo che Mattarella potrà festeggiare in tutta tranquillità venerdì i suoi 80 anni -auguri, Presidente- e affrontare olimpicamente il suo ultimo e bianco semestre al Quirinale, se non lo dovesse attendere addirittura una rielezione, come già successe nel 2013 al suo predecessore Giorgio Napolitano.

Pubblicato sul Dubbio

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Segnali e moniti dal Quirinale sull’autorete di una crisi nel semestre bianco

            Se non fosse per il danno procurato al concetto della serenità da Matteo Renzi quando la garantì con un messaggio elettronico all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta mentre si apprestava come nuovo segretario del Pd a detronizzarlo per sostituirlo personalmente a Palazzo Chigi, si potrebbe dire che Sergio Mattarella aspetta serenamente l’inizio dell’ultimo tratto semestrale del suo mandato al Quirinale. Che si chiama bianco per il disarmo impostogli dalla Costituzione in caso di crisi, non potendo disporre più il presidente della Repubblica della prerogativa di sciogliere le Camere. Egli è consapevole del rischio di una crisi, appunto, per i vari contenziosi esistenti nella maggioranza, soprattutto sulla giustizia ora che i deputati grillini hanno annunciato ben 672 emendamenti alla riforma del processo penale per contrastare quelli del governo sulla “improcedibilità” dopo due o tre anni di inutile attesa della sentenza d’appello o dai dodici ai diciotto mesi per la sentenza di Cassazione. Ma sa bene, Mattarella, come reagire per neutralizzare un tentativo di rovesciamento del governo da lui voluto in febbraio sotto la guida di Mario Draghi per fronteggiare un bel po’ di emergenze.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

            Sentite quello che ha appena scritto sul Corriere della Sera l’affidabile e solitamente bene informato quirinalista Marzio Breda riferendo appunto degli umori del capo dello Stato alla vigilia del semestre bianco e del compimento, venerdì prossimo, dei suoi 80 anni: “Se un pezzo del Movimento 5 Stelle si illudesse di lucrare un vantaggio politico portando il dissenso contro la legge Cartabia alle estreme conseguenze, rischierebbe di scoprirsi isolato”. Altro, quindi, che isolata la ministra della Giustizia o “della impunità”, come ormai la svillaneggia, fra titoli e fotomontaggi, il giornale “ufficioso” di Giuseppe Conte, secondo la definizione del Fatto Quotidiano da parte del notista e editorialista politico di Repubblica Stefano Folli. I 5 Stelle sarebbero isolati -ha scritto Breda- “anche rispetto ai sentimenti dell’opinione pubblica”, mostratasi in questi giorni così sensibile ai referendum promossi da leghisti e radicali sulla giustizia. Che hanno raccolto in pochi giorni centinaia di migliaia di firme. In un clima del genere una iniziativa di rottura dei grillini, ben oltre lo stesso dissenso espresso personalmente da Conte a Draghi, “non ferirebbe più di tanto la tenuta del governo”, ha osservato Breda.

Breda sul Corriere della Sera

            Ancora più incisivo ed esplicito risulta il richiamo del quirinalista del Corriere della Sera a come potrebbe reagire Mattarella a eventuali dimissioni del presidente del Consiglio per una rottura provocata dagli ultracontiani. “Se Draghi -ha avvertito Breda- contasse comunque su una maggioranza”, come non era accaduto a Conte dopo la crisi impostagli dalla componente renziana del suo secondo governo, ”avrebbe dal Quirinale un via libera per continuare il suo lavoro”. E Conte probabilmente fallirebbe da nuovo capo del MoVimento 5 Stelle prima ancora di diventarlo formalmente, pur essendo stato rimesso in pista da Grillo con quella spigola mangiata insieme in un ristorante davanti alla sabbia e al mare di Bibbona. Dove il comico, fondatore, garante, elevato e quant’altro del movimento tiene casa estiva.

             Sarebbe per Conte, bisogna ammetterlo, l’epilogo peggiore, quasi la conferma del giudizio liquidatorio espresso su di lui da Grillo con battute e battutacce al deposito delle bozze del nuovo statuto predisposte in più di quattro mesi di lavoro di cosiddetta e presunta rifondazione del movimento.

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Un pò modesto, diciamo la verità, il risultato della visita di Conte a Draghi

Titolo della Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

            Per non sembrarvi prevenuto nel riferirvi del tanto atteso incontro di Mario Draghi con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, dopo la riammissione dell’ex presidente del Consiglio ai giochi interni al Movimento 5 Stelle per dividerne la guida col garante e fondatore Beppe Grillo, e in vista della riforma del processo penale con le modifiche varate all’unanimità dal Consiglio dei Ministri, vi offrirò un po’ di titoli di giornali di diverso orientamento politico cominciando dai due maggiori: il Corriere della Sera e la Repubblica. “Le garanzie (a metà) arrivate dall’ex premier” a Draghi proprio sulla riforma del processo penale, e in particolare della prescrizione, ha titolato il Corriere notando però con la firma di Massimo Franco che “gli avvertimenti” di Conte, notoriamente critico sulle modifiche del governo alla legge all’esame della Camera, “vanno tarati” perché “più delle parole peseranno i comportamenti”. Ancora più netto è stato Stefano Folli su Repubblica scrivendo che “l’uomo che doveva “sfidare Draghi”, come lo incitava a fare il suo organo di stampa ufficioso, ha rinfoderato in fretta le armi” con “realismo inevitabile”. Che è stato il titolo del commento.

Titolo del Giornale
Titolo della Stampa

            Di “pace fredda” fra Conte e Draghi  ha parlato La Stampa, mentre Il Giornale della famiglia Berlusconi ha sparato senza indugio un titolo forte su tutta la prima pagina come “il flop di Conte”. Il quale se è andato a Palazzo Chigi per menare ne sarebbe uscito menato, o quasi, a dispetto della soddisfazione ostentata in pubblico, sotto quello che fu in qualche modo il suo balcone, per un incontro di 40 minuti “proficuo e cordiale”.

Titolo del Foglio
Titolo della Verità

            “Giuseppi abbaia ma non può mordere”, ha titolato Maurizio Belpietro sulla sua Verità disponendo, credo, delle stesse notizie che hanno permesso al Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa di riferire che Conte ha dovuto in fondo adattarsi alle ragioni, alla fretta e a quant’altro di Draghi in modo tale da “scontentare gli estremisti del M5S”. Che evidentemente lo avevano preso in parola sentendolo annunciare una specie di resistenza ad oltranza ad un’azione di governo dettata dalla volontà delle componenti di centrodestra di azzerare o quasi tutte le riforme volute dai pentastellati. Ma alcune delle quali, come la prescrizione breve voluta dall’allora ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede, passarono a suo tempo grazie alla complicità dei leghisti, partecipi del primo governo Conte.

Titolo del Riformista
Titolo del Tempo

            “Conte non strappa quasi nulla da super Mario”, ha titolato Il Tempo, in sintonia con la sensazione del Riformista che vi sia stato fra i due un “muro”, quello di Draghi, contro un “muretto”, quello di Conte, evidentemente consapevole che ormai “Cartabia non si tocca”, dopo la “mediazione” che la guardasigilli in persona è tornata d’altronde a ricordare ieri di avere condotto e concluso col voto unanime dei ministri, compresi quelli grillini, che Conte vorrebbe ora smentire.

Fotomomtaggio del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

            Al Fatto Quotidiano, infine, il giornale “ufficioso” di Conte cui alludeva Folli su Repubblica, non potendo cantare o prenotare una vittoria si sono consolati, fra titolo e fotomontaggio, con una notizia, indiscrezione e quant’altro tutta da verificare: un “allarme dal Colle”, cioè dal Quirinale, per la possibilità che con la riforma Cartabia sia il Parlamento a dettare alle Procure le priorità d’indagine nell’esercizio obbligatorio dell’azione penale prescritto dalla Costituzione. Conte quindi non sarebbe “solo” a mettersi o volersi mettere di traverso sulla strada di Draghi e Cartabia. Chi vivrà vedrà, come giustamente si dice quando non si hanno certezze.

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Chi ha paura dell’elezione di Marta Cartabia alla Presidenza della Repubblica

Che bello, almeno per uno della mia età e delle mie opinioni o preferenze politiche, il ritorno alla cosiddetta prima Repubblica che ho intravisto nella campagna prima velata e ora aperta, esplicita del Fatto Quotidiano contro la possibilità che la ministra della Giustizia Marta Cartabia venga eletta presidente della Repubblica alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella. L’età che l’ha, con i 58 anni compiuti a maggio, otto in più del minimo prescritto dalla Costituzione, l’autorevolezza pure dopo essere stata presidente della Corte Costituzionale. Ed ha anche il vantaggio di poter essere la prima donna a salire al vertice dello Stato, essendosi altre fermate alle presidenze delle Camere: prima Nilde Jotti e Laura Boldrini a Montecitorio e tre anni fa Maria Elisabetta Casellati al Senato.

            Anche nella cosiddetta prima Repubblica le gare al Quirinale cominciavano ben prima della convocazione delle Camere e dei delegati regionali per eleggere il nuovo capo dello Stato. A volte cominciavano prima ancora degli attuali sei mesi e poco più, fra ipotesi probabili o improbabili, candidature esplicite proposte dai più volenterosi o maliziosi e autocandidature implicite o silenziose, o soli processi alle intenzioni se improntati a preoccupazioni, e non ad auspici.

            Addirittura nel 1992, quando una lunga, estenuante corsa al Colle più alto di Roma fu sbloccata da una strage -quella  mafiosa di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie e alla scorta, con un solo superstite- e si risolse in un rapidissimo confronto dietro le quinte fra i presidenti delle Camere, per una cosiddetta soluzione istituzionale, raccolsi personalmente la candidatura dello sconfitto alla corsa successiva, dopo sette anni.

Giovanni Spadolini

Il repubblicano Giovanni Spadolini, al quale il Pds-ex Pci aveva preferito il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, cui certamente la Dc guidata da Arnaldo Forlani non poteva dire no, accettando poi che alla presidenza della Camera gli subentrasse Giorgio Napolitano, rispose pressappoco così al rammarico che gli espressi per telefono: “Caro Francesco, ero talmente sicuro di farcela da avere preparato il discorso di insediamento, essendo peraltro il presidente supplente per le dimissioni di Cossiga. Ma mi consolo pensando che fra sette anni avrò la stessa età di Scalfaro appena eletto”. Grande, indimenticabile, ottimista e legittimamente ambizioso Spadolini, che non poteva immaginare il tumore  probabilmente già in agguato, destinato a portarcelo via dopo due anni e un’altra delusione: la mancata conferma per un voto alla presidenza del Senato nel 1994. Fu l’anno di nascita della cosiddetta seconda Repubblica con la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e l’approdo di Carlo Scognamiglio al vertice di Palazzo Madama. Lo stesso Berlusconi, a disagio per la ragione politica prevalsa sui sentimenti personali, cercò di riparare facendo assegnare la presidenza della sua Mondadori a Spadolini.

Aldo Moro e Amintore Fanfani

            Non vi fu leader della prima Repubblica, specie fra i mancati presidenti come Amintore Fanfani e Aldo Moro, in ordine rigorosamente alfabetico e d’età, che non si lasciò tentare, a dispetto di un disinteresse formalmente ostentato, dall’idea di allenarsi con largo anticipo alle varie edizioni della corsa al Quirinale. La presidenza del Senato che Fanfani volle e ottenne dopo le elezioni politiche del 1968 fu subito e generalmente interpretata come una prenotazione della presidenza della Repubblica, in vista della non vicina scadenza del mandato di Giuseppe Saragat, alla fine del 1971.

La “strategia dell’attenzione” proposta nei riguardi del Pci nell’autunno di quello stesso 1968 da Moro, appena detronizzato da Palazzo Chigi, fu altrettanto generalmente, e forse non a torto, interpretata come una contro-prenotazione del Quirinale.

Poi Fanfani avrebbe corso davvero per conto del suo partito senza riuscire però ad essere eletto per l’ostinazione dei “franchi tiratori” della Dc contro di lui. E Moro non sarebbe riuscito neppure  a subentrargli come candidato nell’aula di Montecitorio perché i “grandi elettori” democristiani a scrutinio segreto, e per meno di dieci voti, gli avrebbero preferito Giovanni Leone. Che Moro ordinò ai suoi amici, uno per uno chiamandoli al telefono, di votare disciplinatamente, consentendone l’elezione alla vigilia di Natale.

Dal Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

            Marta Cartabia, per arrivare ai giorni nostri, e non ricordo neppure a quale edizione di questa nostra Repubblica, non si è proposta a niente e a nessuno. Si è solo proposta come guardasigilli, sostenuta fortemente dal presidente del Consiglio Mario Draghi, di riformare la prescrizione breve del suo predecessore pentastellato Alfonso Bonafede. Che, esaurendosi al primo grado di giudizio, lascerebbe gli imputati a vita.  La ministra ha predisposto invece, con una modifica alla riforma del processo penale all’esame della Camera, la improcedibilità dopo due o tre anni di attesa inutile della sentenza d’appello e dodici o diciotto mesi di attesa inutile della sentenza di Cassazione, secondo la gravità dei reati contestati dall’accusa. Questa riforma, che finalmente realizzerebbe la genericamente “ragionevole durata” dei processi sancita nell’articolo 111 della Costituzione, è bastata e avanzata all’ostilissimo Fatto Quotidiano per attribuire alla ministra la volontà o possibilità di essere eletta al Quirinale con i voti del centrodestra, evidentemente in alternativa al già e ancor più odiato Silvio Berlusconi in persona. Che avrebbe francamente qualche difficoltà in più, diciamo così, di farcela rispetto alla ministra. E forse egli è il primo a saperlo, nonostante certi avversari lo ritengano così sprovveduto da averci fatto davvero un pensierino.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 luglio

Il ritorno di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi….come ospite di Mario Draghi

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Giornale

            Non so francamente se e quanto abbia esagerato Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere dellaSera a rappresentare la nostalgia, il risentimento e quant’altro di Giuseppe Conte nel suo ritorno a Palazzo Chigi per l’annunciato incontro con Mario Draghi. Sulla cui scrivania, che è stata la sua per più di due anni e mezzo, il vignettista ha immaginato Conte in ginocchio a pulire e girare verso di sé il computer del presidente del Consiglio, mentre Draghi lo contempla sorridente e comprensivo. Non so  neppure se abbia più esagerato Antonio Socci, sul Giornale della famiglia Berlusconi, a definire “leader rancoroso” l’ospite di Palazzo Chigi o il solito Fatto Quotidiano a definire quello di Conte il “primo incontro da capo”, in rosso, con Draghi: capo, naturalmente, del Movimento 5 Stelle, ma per ora soltanto rimesso in corsa da Grillo dopo pesanti giudizi liquidatori e un pranzo di riconciliazione.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Nella sua ormai consolidata solidarietà con l’ingiustamente ex presidente del Consiglio, vittima di un omicidio politico quale sarebbe stata la crisi del suo secondo governo, il giornale di Marco Travaglio ha assegnato d’ufficio a Conte per l’incontro di oggi con Draghi in difesa delle “sue” riforme ora minacciate “la sponda” del segretario del Pd Enrico Letta: in particolare, sul tema della prescrizione, o della “improcedibilità” processuale, come preferisce chiamarla la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Con la quale invece Draghi ha notoriamente fatto blocco strappando ai ministri pentastellati con un presunto aiuto telefonico di Grillo il sì in una difficile seduta del governo promossa per il varo delle modifiche da proporre al disegno di legge di riforma del processo penale all’esame della commissione Giustizia della Camera, ma atteso in aula venerdì prossimo.

Titolo del Corriere della Sera

            Più che una spalla, in verità, quella offerta o garantita dal Pd all’agitatissimo Conte non sembra neppure una mano leggendo l’intervista al Corriere della Sera, pubblicata proprio oggi, con Alfredo Bazoli, capogruppo del partito di Enrico Letta nella Commissione Giustizia di Montecitorio. Il quale ha spiegato i “piccoli aggiustamenti” che intende proporre in commissione negli ultimi giorni a sua disposizione, e non in aula, ha precisato. Dove invece Conte spera di potere riaprire la partita, anzi farla riaprire dagli amici, non essendo lui parlamentare,  se il governo dovesse ancora resistere in commissione.

Bazoli al Corriere
Alfredo Bazoli al Corriere

            I piccoli aggiustamenti, che hanno perso l’aggettivo nel generoso titolo del Corriere della Sera, consisterebbero in una “entrata in vigore più morbida”  della nuova prescrizione o- ripeto- improcedibilità: una graduale applicazione anche per consentire di “verificare l’effettivo arrivo del personale aggiuntivo nelle sedi più in difficoltà”. Dove si teme che 2 o 3 anni per l’appello e 12 o 18 mesi per la Cassazione, secondo i reati, siano tempi troppo stretti per essere rispettati con gli organici attuali.

            A proposito della lista dei reati cui applicare i 2  o 3  anni o i 12 e 18 mesi, Bazoli ha parlato della possibilità o di aumentare ancora la lista di quelli più gravi o di eliminarla del tutto, lasciando “valutare al giudice la complessità del processo per il quale possa decidere l’allungamento dei tempi necessari alla sentenza”. Oltre quindi il Pd non risulta che sia disposto a spendersi, e sempre che siano d’accordo Draghi e la ministra Cartabia. Che sono peraltro preoccupati degli emendamenti di segno opposto che potrebbero essere proposti per bilanciamento politico dalle componenti di centrodestra della  maggioranza di governo.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Conte in maniche rivoltate di camicia, senza la pistola preferita da Travaglio

            Lui, Giuseppe Conte, fresco ancora di spigola e di vermentino consumati a tavola con Beppe Grillo, in un video si è riproposto in maniche rivoltate di camicia per festeggiare il nuovo statuto del MoVimento 5 Stelle, di 25 articoli e 39 pagine, sicuro evidentemente che sarà approvato nelle votazioni digitali del 2 e 3 agosto indette sulla piattaforma Sky vote. Cui seguiranno rapidamente quelle per la sostanziale ratifica della sua nomina a presidente alla fine ingoiata dal fondatore e garante. Che da buon genovese, e comico di professione, si è a suo modo vendicato facendo pagare al professore e avvocato il conto del pranzo di riconciliazione davanti al mare di Bibbona.

Titolo del Giornale
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Loro, i sostenitori più rumorosi di Conte, che confezionano ogni giorno Il Fatto Quotidiano, hanno preferito proporlo, immaginarlo, raffigurarlo con la pistola in mano nel duello di fuoco con Mario Draghi. Che si sarebbe quindi incautamente avventurato a invitarlo a Palazzo Chigi per il primo incontro dopo lo scambio delle consegne in febbraio. Sarà nelle previsioni di Marco Travaglio e amici l’incontro della “sfida”, come da titolo di prima pagina, ben in competizione col “boicottaggio” preferito dal Giornale berlusconiano e la “minaccia” gridata dalla Verità.

Copertina dell’Espresso

            Eppure nel nuovo statuto, predisposto dal comitato dei setti saggi incaricato da Grillo di modificare il testo “seicentesco” delle bozze ultimativamente consegnate da Grillo una ventina di giorni fa, si trova la buona volontà di ripudiare, almeno all’interno del MoVimento, “espressioni aggressive”. Che dovrebbero equivalere anche alle immagini per chi preferisce comunicare in questo modo, ricorrendo a vignette e fotomontaggi come quello già ricordato dagli amici del Fatto, o la copertina dell’Espresso. Dove Conte e Grillo sono “di botte e di governo”  sullo sfondo di un sardonico Draghi, evidentemente fiducioso di essere il terzo che gode.

Titolo della Stampa

            Che Grillo e Conte, nonostante la spigola, il vermentino, il dolce e quant’altro pagati, ripeto, dall’ex presidente del Consiglio siano destinati a continuare a scontrarsi – e neppure tanto dietro le quinte, data la incontenibilità degli scatti d’ira del garante rimasto a vita nel nuovo statuto, mentre il presidente dura quattro anni rinnovabili almeno una volta- sono in molti a ritenerlo. E non solo il giornale di Carlo De Benedetti –Domani– col titolo liquidatorio su Conte che “fa il leader” e Grillo che “comanda”. Altro, quindi, che i “pieni poteri” immaginati dall’ex presidente del Consiglio e generosamente attribuitigli tra prudenti virgolette dalla Stampa.

Titolo di Domani

            Arroccato, almeno a parole, in difesa delle riforme del suo primo governo a maggioranza gialloverde, che sono il costoso reddito di cittadinanza – con tutti gli abusi truffaldini che si scoprono- e la prescrizione valida solo sino al primo grado di giudizio, rispettivamente compromesse dalle iniziative allo studio o già assunte dall’attuale governo, Conte deve pur contare sull’aiuto di qualcuno nella maggioranza per prevalere e non soccombere, o non fare solo campagne di testimonianza, ad astensione garantita. Così d’altronde avevano cercato di fare in Consiglio dei Ministri i pentastellati con le modifiche della ministra della Giustizia Marta Cartabia alla riforma del processo penale, prima che intervenisse Grillo al telefono per metterli praticamente in riga. Almeno sinora, a parte i soliti Pier Luigi Bersani e compagni dalle sponde dei “liberi e uguali”, non pare che siano giunti a Conte molti segnali di incoraggiamento.  

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Conte si allena all’incontro con Draghi dopo il patto della spigola con Grillo

Dalla prima pagina della Stampa
Titolo della Stampa

            La Stampa attribuisce in prima pagina a Giuseppe Conte queste parole che intende dire a Mario Draghi a Palazzo Chigi, e avrebbe anticipato a “collaboratori, ministri e parlamentari” pentastellati incontrati o sentiti prima e dopo l’incontro conviviale con Beppe Grillo in un ristorante di Marina di Bibbiano: “Non si può chiedere ogni volta al movimento 5 stelle di suicidarsi, di votare in maniera quasi sistematica lo smantellamento delle sue stesse riforme”.

            L’ultimo “suicidio” che Draghi avrebbe chiesto al MoVimento di cui Conte è tornato a sperare di potere finalmente diventare presidente col “patto della spigola” o “del vermentino” strappato a Grillo pagando il conto del pranzo in Toscana, è quello sulla prescrizione predisposta sotto forma di “improcedibilità” dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. E votata in Consiglio dei Ministri dai pentastellati dopo una telefonata non smentita di Draghi in persona a Grillo e telefonate di Grillo, neppure esse smentite, ai rappresentanti delle 5 Stelle al governo troppo tentati dall’astensione critica.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Della prescrizione Cartabia, chiamiamola così, progettata dal governo come modifica al disegno di legge di riforma del processo penale all’esame della Camera, il cui approdo in aula è stato annunciato per il 23 luglio con tanto di decisione presa dalla conferenza dei capigruppo, ogni giorno Il Fatto Quotidiano descrive, annuncia, stigmatizza, come preferite, gli effetti perversi addirittura applicandoli a vicende giudiziarie già concluse con condanne definitive. Oggi il turno è toccato ai condannati per il G8 di venti anni fa a Genova, che sarebbero rimasti “tutti impuniti” con i tempi proposti dalla Cartabia per la decadenza dei processi oltre il primo grado di giudizio: tempi che sono dai due ai tre anni per l’appello, secondo la gravità dei reati, e dai dodici ai diciotto mesi per il passaggio attraverso la Cassazione.

            Nella curiosa inversione di ruoli verificatasi almeno nell’immaginario collettivo, con Grillo in veste di moderato e governativo e Conte in veste di oltranzista, l’ex presidente del Consiglio o coltiva davvero il disegno attribuitogli ma da lui smentito di provocare una crisi nel cosiddetto semestre bianco che comincerà nei primi giorni di agosto, quando il presidente della Repubblica in caso di crisi non potrà usare il potere di sciogliere le Camere essendo al termine del suo mandato, o pensa di trovare qualche sponda nel Pd. Dove però le cose sono un po’ cambiate, diciamo così, dai giorni in cui l’allora segretario Nicola Zingaretti si lasciava attribuire durante la crisi del secondo governo del professore e avvocato pugliese lo slogan “Conte o morte”. Egli non prevedeva evidentemente il ricorso del Capo dello Stato a Mario Draghi per la formazione di un nuovo esecutivo.

Dal manifesto
Goffredo Bettini sul Foglio

            Persino Goffredo Bettini, che gli era diventato nel Pd il consigliere e l’amico più generoso, lasciandosi intervistare ogni giorno per sottolinearne le qualità e sostenerne la conferma a Palazzo Chigi, ha cambiato musica. Adesso anche lui, dissentendo esplicitamente dalle posizioni assunte proprio sui temi della giustizia, si mostra preoccupato della piega presa dagli sviluppi della situazione all’interno del MoVimento 5 Stelle se di recente sul Foglio  ha espresso l’auspicio che lo stesso Conte non si riduca “paradossalmente a una enclave minoritaria”.  D’altronde, al manifesto, dove non mancano buoni informatori, non risulta che a Bibbiano, nell’incontro comicizzato da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, Conte abbia ricevuto un mandato a rompere con Draghi.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakrmag.it

Alla prova dei fatti la pace di Bibbona fra Grillo e Conte, che ha pagato il pranzo

Titolo di Repubblica
Titolo del Fatto Quotidiano

            “La pace di Bibbona”, come Il Fatto Quotidiano in un titoletto di prima pagina ha definito quella che Giuseppe Conte e Beppe Grillo avrebbero raggiunto mangiando una spigola e bevendo del Vermentino in un ristorante dell’omonima spiaggia toscana, dovrebbe non tranquillizzare ma impensierire il presidente del Consiglio Mario Draghi. Al quale sembra che lo stesso Conte riferirà presto sulle difficoltà che intende creargli come capo pur ancora virtuale del Movimento 5 Stelle sul percorso della riforma del processo penale, con le modifiche predisposte dal Consiglio dei Ministri all’unanimità, quindi col consenso dei pentastellati, ma che l’ex presidente del Consiglio non condivide. Egli le considera destinate a produrre una prescrizione -o improcedibilità-  peggiore di quella su cui intervenne il suo primo governo. “Sulla giustizia non molliamo”, ha fatto dire “a tavola” a Conte e Grillo un titolo di Repubblica. “Da oggi battaglia su giustizia e Rdc”, inteso come reddito di cittadinanza, ha titolato Il Fatto Quotidiano.

            Non si sa tuttavia se garante e nuovo capo virtuale, fondatore e di nuovo rifondatore del MoVimento, abbiano parlato davvero anche di questi problemi nelle due ore trascorse insieme a tavola, prima che si lasciassero -come hanno raccontato Annalisa Cuzzocrea e Valeria Strambi su Repubblica– dicendosi “arrivederci, un pollice alzato per le telecamere, senza strette di mano, senza abbracci, senza dichiarazioni”. E forse con qualche delusione per Pietro Dettori, il consigliere di Luigi Di Maio mandato sul posto con macchina fotografica per registrare e riprendere  l’evento per il quale il ministro degli Esteri ritiene forse di essersi prodigato più degli altri sei saggi del comitato nominato da Grillo per riparare alle rovinose “battute” -disse il comico- sfuggitegli contro l’incapace, il seicentesco, l’inadatto, l’inesperto Conte.

Titolo del Corriere della Sera
Grillo nella sua villa di Marina di Bibbona

            Il quadro del MoVimento 5 Stelle resta insomma confuso, a dir poco, anche dopo la presunta pace di Bibbona e l’altrettanto presunto “patto della spigola” o del “vermentino” su cui si sono sbizzarrite le cronache. Non a torto forse il Corriere della Sera ha sottolineato “differenze e ambiguità” sopravvissute al pranzo e al conto pagato peraltro non da Grillo, che pure poteva essere considerato il padrone d casa, disponendo di una villa sul posto, ma da Conte, che sembrava perciò l’ospite, appositamente giunto da Roma. Di “finta pace” ha parlato in un titolo La Stampa, di “sceneggiata” La Verità.

Non resta che aspettare fatti e parole, soprattutto fatti naturalmente, fra la imminente pubblicazione del nuovo statuto del MoVimemto, la solita consultazione digitale di conferma degli accordi presi in tutta segretezza da protagonisti e attori della guerra che stava per produrre una scissione, e le mosse di Conte quando sarà finalmente dotato delle credenziali per agire in nome e per conto della “comunità”, come lui spesso definisce quella alla quale deve ancora iscriversi. Ad essa nella nuova formulazione appena sancita anche sul blog personale di Grillo è stato fissato il traguardo del 2050, un po’ troppo lontano forse per la gravità e l’urgenza dei problemi atttuali, con i quali è alle prese un governo e una maggioranza cui partecipano i pentastellati, se non ne usciranno presto per prepararsi meglio -si fa per dire- al presunto futuro.

Le credenziali difettose di Conte in attesa di incoronazione sotto le cinque stelle

Su un punto credo che Giuseppe Conte abbia il sacrosanto diritto alla solidarietà anche di chi dissente dalle sue posizioni sempre più critiche verso il governo di Mario Draghi, pur nell’ambito di un “leale appoggio” ch’egli gli ha assicurato, pur non essendo parlamentare e non potendo quindi né accordargli né negargli la fiducia, né potendo indicare la linea a un gruppo parlamentare, dall’esterno, come capo del corrispondente movimento o partito. A quello delle 5 Stelle peraltro, cui pure deve la permanenza a Palazzo Chigi per circa due anni e mezzo, cioè per metà della legislatura uscita dalle urne del 2018, Conte non è neppure iscritto.

Il testo della rottura con Conte sul blog di Grillo del 28 giugno
L’immagine della rottura con Conte sul blog di Grillo del 28 giugno

            La solidarietà che Conte merita, o gli spetta, è proprio per questa sua posizione anomala, indefinita, incerta Alla quale, d’accordo, egli può avere avuto il torto di essersi prestato, ma che al punto in cui sono ormai arrivate le cose prescinde anche dalle sue responsabilità. Esse sono adesso tutte e solo di Grillo  e, più in generale, del MoVimento, a cominciare da chi istituzionalmente lo rappresenta ai vertici dei gruppi parlamentari, interlocutori d’ufficio, diciamo così, del governo e, in caso di crisi, del capo dello Stato. Il quale una volta, agli inizi della storia repubblicana d’Italia, nelle consultazioni di rito per la formazione di un nuovo governo chiamava solo i presidenti dei gruppi parlamentari, non i segretari dei rispettivi partiti. Fu la ragione per cui la buonanima di Palmiro Togliatti, gelosissimo delle sue prerogative politiche, soleva cumulare le cariche di segretario, appunto, del Pci e di capogruppo a Montecitorio, dove preferiva farsi eleggere piuttosto che al Senato.

            Immagino la tentazione di Draghi -schieratosi così chiaramente con la ministra della Giustizia Marta Cartabia sulle modifiche da apportare alla riforma del processo penale all’esame della Camera- di ascoltare dalla viva voce del suo predecessore a Palazzo Chigi i motivi del dissenso da lui pubblicamente annunciato dagli emendamenti decisi all’unanimità dal Consiglio dei Ministri in una seduta preceduta o affiancata da una consultazione telefonica dello stesso Draghi con Grillo. Che può dirsi sostanzialmente confermata dal silenzio opposto alla diffusione della notizia. Ma immagino anche lo scrupolo avvertito dallo stesso Draghi di dare a Conte, in una interlocuzione diretta, le credenziali che ancora non ha. E che chissà se e quando avrà, vista la imprevedibilità del MoVimento di riferimento per ora solo giornalistico, nel migliore dei casi, dell’ex presidente del Consiglio. E dico “nel migliore dei casi” perché sugli stessi giornali nei quali si legge della pace intervenuta fra Grillo e Conte, sancita ieri da un incontro conviviale, sulla strada della rifondazione del MoVimento, dopo il recente e furioso scontro in cui il primo aveva praticamente dato dell’incapace all’altro, si trovano le valutazioni, previsioni e quant’altro dei parlamentari pentastellati che potrebbero partecipare ad una scissione promossa dal pur non iscritto professore e avvocato.

            Credo proprio di non svelare un mistero, né di violare la fiducia di chi me ne parlò a suo tempo con dovizia di particolari, se ricordo i momenti -si fa per dire- di sorpresa e persino di panico vissuti al Quirinale tre anni fa dopo la rinuncia di Conte all’incarico di formare il governo per il rifiuto del capo dello Stato di accettare per intera la lista dei ministri propostagli, in cui al professore Paolo Savona era assegnato il Ministero dell’Economia.

Carlo Cottarelli al Quirinale nel 2018 per l’incarico di presidente del Consiglio

            Conte risultava al Quirinale, da certe cronache giornalistiche, già tornato o in procinto di tornare a Firenze per riprendere l’insegnamento universitario, e il presidente della Repubblica, per nulla intimidito dalle minacce di cosiddetto impeachment levatesi dal capo di turno del MoVimento grillino, aveva già annunciato e conferito il nuovo incarico di presidente del Consiglio all’economista Carlo Cottarelli, salito sul Colle con la sua valigetta a rotelle, quando giunse notizia della ripresa delle trattative fra pentastellati e leghisti per ridefinire un accordo sul programma, o contratto, di un nuovo governo, oltre che sui nomi dei ministri.

Ci volle -mi riferirono- tutta la pazienza del Segretario Generale del Quirinale per evitare che la svolta sfociasse in un clamoroso incidente istituzionale. Ci volle tutta la pazienza di Sergio Mattarella per autorizzare il suo principale collaboratore a permettere la prosecuzione delle trattative riprese senza alcun nuovo incarico. E tutta la pazienza e ironia di Cottarelli per riderci sopra e predisporsi alla rinuncia al mandato se grillini e leghisti fossero riusciti -come poi riuscirono- ad accordarsi e a proporre al presidente della Repubblica una lista di ministri condivisa, con Savona spostato dal Ministero dell’Economia al quasi confinante Ministero degli affari europei: gli stessi peraltro che erano sembrati minacciati o compromessi dal medesimo Savona al superdicastero di via XX Settembre.iok8

Non mancarono anomalie, almeno rispetto alle abitudini dei cronisti politici e parlamentari, neppure in occasione del passaggio dal primo al secondo governo di Conte e delle dimissioni di quest’ultimo, ritardate di qualche settimana dopo l’uscita della componente renziana  per consentire al presidente del Consiglio ancora in carica di tentare l’arruolamento di nuove unità nella maggioranza,  senza il consueto passaggio di una crisi. Ma l’anomalia maggiore di questa curiosa diciottesima legislatura repubblicana doveva ancora arrivare. Ed è quella di una specie di convitato di pietra della politica quale è diventato Conte sprovvisto di credenziali, almeno per come noi poveri, sprovveduti cronisti politici eravamo abituati a considerarle.

Pubblicato sul Dubbio

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