Fra le camicie strappate eppure utili al leader della Lega Matteo Salvini

            La camicia strappatagli addosso da una congolese in Toscana potrebbe ancora procurare a Matteo Salvini qualche vantaggio elettorale, compensativo delle cronache giudiziarie sui commercialisti della Lega finiti agli arresti domiciliari a dieci giorni dalle votazioni del 20 settembre.  Ma potrebbe giovargli anche la camicia metaforicamente strappatagli addosso dell’amico e collega di partito Giancarlo Giorgetti annunciando il suo no referendario al taglio dei seggi parlamentari festeggiato dai grillini.

              “La Lega non è una caserma” si è affrettato a dire Salvini  commentando l’arrivo dell’amico sul “fronte del no” guidato dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Che proprio oggi, a distanza di una settimana dal voto, ne ha descritto ed apprezzato l’ampiezza e “vivacità”, contrapposta alla “staticità” populista del sì ai tagli dei seggi delle Camere concepiti come una misura finalmente punitiva della casta e di per sé salvifica.  

            Giorgetti, d’altronde, non è Claudio Borghi, anche lui schieratosi nella Lega contro l’amputazione delle Camere. Non è neppure l’ex ministro leghista delle politiche agricole Gian Marco Centinaio, anche lui arrivato sul fronte del no referendario. Giorgetti, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel primo governo Conte, è più dell’uno e dell’altro collega di partito messi insieme. Egli è l’unico o maggiore elemento di continuità fra la vecchia Lega di Umberto Bossi, quella della Padania indipendente proclamata addirittura nei nomi dei gruppi parlamentari, e della Lega di Salvini che srotola con Giorgia Meloni metri di bandiera tricolore per le strade d’Italia: altro che quella piccola sventolata per protesta da una signora alla finestra di casa a Venezia durante un comizio leghista e finita “nel cesso” delle parole del “senatur”.

            Giorgetti è l’altra faccia della medaglia della Lega che Salvini ora ha astutamente deciso, rimuovendo l’immagine della “caserma”, di appendersi al collo, pur senza esibirla come i rosari, le medagliette della Madonna e i crocifissi. Oltre a inglobare il suo no referendario, riducendo automaticamente il valore del proprio sì, Salvini è di fatto tornato a valorizzare il ruolo di Giorgetti anche su altri versanti, come l’interlocuzione  con i ceti produttivi del Nord. Che, per esempio,  vorrebbero stare meglio in Europa, non uscirne. Fu a Giorgetti durante il primo governo Conte che Salvini, tutto preso al Viminale con le felpe della Polizia, i porti e, più in generale, con i confini da proteggere dagli immigrati, fece rilasciare al Foglio la famosa intervista sulla sostanziale irreversibilità dell’euro.

            Fu Giorgetti tuttavia -va ricordato anche questo, con uno sguardo su ciò che potrebbe accadere nella Lega domani- che Salvini si rifiutò di ascoltare indulgendo sull’apertura della crisi dopo il boom delle elezioni europee dell’anno scorso, e decidendosi al passo troppo tardi per smontare i giochi che nel frattempo aveva incautamente lasciato aprire alle sue spalle.  Fu Giorgetti che, resosi conto delle acque torbide in cui i ritardi di Salvini facevano scivolare la situazione politica, salì le scale del Quirinale per comunicare personalmente a Mattarella la indisponibilità alla nomina o designazione a commissario europeo nell’esecutivo di Bruxelles. Egli era ben consapevole che avrebbe potuto fare ben poco in Europa a tutela degli interessi italiani con i grillini ancora al governo e con Salvini indeciso -addirittura- fra la crisi e un nuovo, più stringente accordo con Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, al posto di Giuseppe Conte.

             

Miracolo alle Dogane: Beppe Grillo non mena nessuno, neppure Luigi Di Maio

Che c’azzecca quello là?” avrebbe chiesto Antonio Di Pietro vedendo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel salone dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per la presentazione di un libro sull’attività di questo ramo del Ministero delle Finanze. Sì, d’accordo, a giustificazione del presunto intruso si può dire che le dogane in qualche modo richiamano le frontiere. E le frontiere possono richiamare anche il Ministero degli Esteri, a dispetto della convinzione maturata da Matteo Salvini, quand’era ministro dell’Interno, che a difendere le frontiere dovesse provvedere il Viminale, prima ancora della Farnesina e del Ministero intestato proprio alla Difesa.

            Sveglio com’è, ed era già sugli spalti dello stadio di Napoli a intercettare le richieste di bibite da parte degli spettatori, Luigi Di Maio non si è lasciata scappare l’occasione del libro dell’Agenzia delle Dogane per corrervi, incontrare e farsi riprendere, tra telecamere, macchine fotografiche e telefonini, col presidente del Consiglio e -udite, udite- il fondatore, garante, elevato e quant’altro del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo. Che, abituato com’è da comico professionale a scherzare di tutto e su tutto, ha spiegato la sua presenza con la necessità di trovare un impiego ora che l’emergenza virale gli ha decimato gli spettacoli e i guadagni. Pronto alla battuta pure lui, il direttore dell’Agenzia  gli ha subito proposto -si fa per dire- di lavorare alle dogane nell’aeroporto di Fiumicino.

            Scherzi a parte, davvero e non in una qualche riedizione della fortunata e omonima trasmissione televisiva, l’occasione è stata utile a Grillo per dimostrare anche di potere arrivare ad un appuntamento senza menare o spingere rovinosamente per le scale qualche fastidioso cronista, come gli era accaduto qualche giorno prima; al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per ostentare i buoni rapporti col personaggio ancora simbolo della maggiore formazione del suo governo, e non con persone dal grado ormai indecifrabile, vista la crisi identitaria e d’altro tipo ancora che l’attraversa dalla batosta subita nelle elezioni europee dell’anno scorso, e a Luigi Di Maio per sostituire con un solo colpo, o in una sola volta, il “reggente” Vito Crimi, succedutogli nella veste di capo del movimento pentastellato, e il guardasigilli Alfonso Bonafede, succedutogli invece  come capo della delegazione al governo. Anche questo ruolo è stato infatti perduto da Di Maio col passo indietro di ormai parecchi mesi fa, compiuto col proposito attribuitogli allora da molti di tornare entro poco tempo più forte di prima sul gradino sotto l’”Elevato”, con la maiuscola. Non aveva messo nel conto, poveretto, il Covid 19  e la conseguente emergenza, con tutte le relative complicazioni .

            Ora, grazie -ripeto- all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, e a dispetto di un Davide Casaleggio in giro per Roma coltivando i più disparati e immaginari progetti per il movimento co-fondato dal padre Gianroberto, il giovane Di Maio si è in qualche modo ripresa la scena: almeno quella fotografica, a tu per tu con Grillo in persona. Lo stesso sospettoso Conte vi ha in qualche modo contribuito.

            Se sono rose fioriranno, se sono solo spine pungeranno. Intanto la legislatura prosegue in modo così caotica che Sergio Mattarella è sbottato contestando al governo e alle Camere di avere snaturato la conversione in legge del decreto sulle semplificazioni inserendovi modifiche a 5 articoli del codice della strada che non c’entravano per niente. Non c’azzeccavano proprio, per tornare al linguaggio ruspante di Tonino Di Pietro.

 

 

 

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Dallo smemorato di Collegno al senatore smemorato di Scandicci

In un articolo dedicato sul Foglio dalla meticolosa Marianna Rizzini alla ripresa dei talk-show e simili dopo la pausa estiva, che non è stata però di riposo -va detto- per tutte le emittenti, alcune delle quali hanno coperto anche in agosto lo spazio dell’informazione non necessariamente confinata nei telegiornali, mi ha colpito il proposito annunciato dalla conduttrice di Unomattina, Monica Giandotti, di “mantenersi in una prospettiva di ascolto”. Che sarebbe “la scommessa più grande” in questa stagione dove abbondano, in effetti, certezze presuntuose.

Mi sono chiesto tuttavia se non c’è stato un eccesso di “ascolto” nella ripresa di uno di questi talk-show quando all’ospite politico di turno, Matteo Renzi, è stata risparmiata una interruzione doverosa al richiamo da lui fatto al dovere di votare “ogni cinque anni”,  alla scadenza ordinaria delle Camere. Della cui sopravvivenza alla crisi ministeriale dell’estate dell’anno scorso l’ex presidente del Consiglio, ora leader del movimento Italia Viva,  si è vantato avendo promosso la maggioranza giallorossa che sostiene, pur tra molte sofferenze, il secondo governo di Giuseppe Conte.

Sia chiaro, a scanso di equivoci, che l’interruzione non è mancata nello spazio di Unomattina. Né ho intenzione di nominare la trasmissione nella quale è avvenuta l’omissione perché mi interessa il peccato, non il peccatore: in questo caso il conduttore, ma anche un altro giornalista ospite della puntata insieme col senatore di Scandicci. Che, secondo me, avrebbe dovuto essere invitato, naturalmente con tutta la cortesia del caso, e pure con un pizzico di ironia, a non fare lo smemorato di Collegno rivendicando il merito di aver fatto nascere nell’estate dell’anno scorso la maggioranza giallorossa.

Lo smemorato di Collegno, un po’ Bruneri e un po’ Canella, fu protagonista fra il 1927 e il 1931 di un famoso caso giudiziario. Nel 1962 ne sarebbe stato riproposto il ricordo con un film celebre anche per la partecipazione di Totò, diretto da Sergio Corbucci.

Renzi dimentica, nella foga antisalviniana che conserva anche ora che sulla Lega dell’ex ministro dell’Interno non soffiano più i venti dei sondaggi di un anno fa, che alla fine del 2016 fu proprio lui, sconfitto nel referendum sulla riforma costituzionale che ne portava il nome, a reclamare le elezioni anticipate. Anticipate, in particolare, di poco più di un anno. E per ragioni niente affatto peregrine.

La legislatura cominciata nel 2013 col naufragio del progetto di Pier Luigi Bersani di un governo insieme “di minoranza e di combattimento”, appeso alla benevolenza dei grillini, acquistò un  senso e un contenuto, dopo una breve esperienza di Enrico Letta a Palazzo Chigi ispirato alle cosiddette “larghe intese”, con la riforma costituzionale promessa appunto dal governo Renzi. E benedetta al Quirinale da un Giorgio Napolitano lasciatosi confermare alla scadenza del suo primo mandato presidenziale su richiesta quasi supplichevole di quasi tutti i partiti e delle Regioni. Che non erano riusciti a trovargli un successore impallinando a scrutinio segreto i vari candidati che esprimevano i loro parlamentari o delegati.

Una volta bocciata con lo strumento referendario la riforma costituzionale, forte anche del 40 per cento dei consensi che era riuscito ugualmente a raccogliere attorno al suo progetto, Renzi ritenne non a torto esaurito di fatto il programma di lavoro di quella legislatura. E chiese, con i dovuti modi riservati ma chiari, lo scioglimento anticipato delle Camere a Sergio Mattarella, nel frattempo succeduto ad un Napolitano davvero stanco: non della stanchezza preventiva, diciamo così, attribuita recentemente da Giuseppe Conte a un Mario Draghi da tanti desiderato e immaginato al suo posto a Palazzo Chigi.

Mattarella nell’esercizio insindacabile delle sue prerogative costituzionali, preoccupato di un vuoto che si sarebbe potuto creare in un contesto europeo denso di timori e preoccupazioni, non aderì alla richiesta di Renzi, che l’anno dopo se ne sarebbe pubblicamente doluto. Seguirono a quel rifiuto, con incontrovertibile sequenza di fatti, la conferma di Renzi alla segreteria del Pd amputato però della della sinistra dei vari Bersani, D’Alema e infine Pietro Grasso ancora presidente del Senato, la mobilitazione di piazza dei grillini e le elezioni ordinarie del 2018. Che segnarono la disfatta del Pd ancora renziano e il successo formale del centrodestra a trazione leghista ma sostanziale del Movimento 5 Stelle. Attorno ai cui problemi, più che alla cui forza, sta ruotando questa diciottesima legislatura repubblicana. Che è anch’essa ingessata, come la precedente dopo la bocciatura  referendaria della riforma costituzionale, con quali effetti si potrà valutare solo alla fine, d’accordo. Ma saranno prevedibilmente abbastanza alti, anche per la combinazione con i risultati del referendum del 20 settembre sui 345 seggi tagliati alle Camere con le forbici grilline.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

La solita incursione della… cronaca giudiziaria nella campagna elettorale

            Continua la sfortuna, chiamiamola così, dei magistrati inquirenti, ma anche di quelli giudicanti, di prendere le loro iniziative in coincidenza con le vigilie elettorali, producendo così la solita intrusione delle cronache giudiziarie in quelle politiche, con gli altrettanto soliti effetti non esaltanti né per le toghe né per i giornalisti che ne occupano nè per i partiti di volta in volta investiti dall’accidente.

            A dieci giorni da un turno elettorale – regionale e comunale- sulle cui ricadute governative il dibattito ha coinvolto lo stesso presidente del Consiglio con promesse di resistenza ad ogni tipo di risultato scomodo, diversamente dalle previsioni e delle opinioni all’interno, per esempio, del secondo partito della maggioranza, che è il Pd, un giudice di Milano ha mandato agli arresti domiciliari tre commercialisti della Lega, due dei quali assistono i gruppi della Camera e del Senato, indagati da tempo, ben prima del giorno in cui -il 15 luglio- fu mandato in carcere un loro presunto complice o estorsore che cercava di fuggire all’estero.

            I nomi in questa vicenda, sia dei magistrati sia degli indagati ora anche arrestati, fra carcere e loro abitazioni, non interessano, a dispetto della cura con la quale al Fatto Quotidiano, come al solito, si sono affrettati a mettere in prima pagina le foto quasi tessere dei tre commercialisti accusati di peculato e sottrazione di beni al fisco. L’affare, chiamiamolo così, ammonterebbe a 800 mila euro, incassati vendendo alla regione governata dal leghista Attilio Fontana la sede della Lombardia Film Commission, a Cormano, in provincia di Milano.

             “Grosso guaio per Salvini”, ha titolato in prima pagina con quelle tre foto degli arrestati il giornale diretto da Marco Travaglio, guastando presumibilmente la festa nella quale il leader leghista poteva essere immaginato per la possibilità di spendersi il vantaggio procuratogli dalla congolese che lo aveva aggredito per strada strappandogli la camicia.

            Ma ancor più del Fatto Quotidiano ha mescolato cronaca giudiziaria e cronaca politica la Repubblica con questo titolo su tutta la prima pagina: “Tre arresti, trema la Lega”. Di rinforzo c’è anche il richiamo di un articolo di Carlo Bonini dedicato a “un’ombra su Salvini” e sulla sua campagna elettorale per strappare col centrodestra al Pd qualche altra regione il 20 e 21 settembre.

            Più misurati, almeno nello spazio o nell’evidenza, sono stati a Milano il Corriere della Sera in prima pagina col richiamo “Agli arresti commercialisti vicini alla Lega” e a Roma Il Messaggero col richiamo “Choc Lega, i fiscalisti agli arresti domiciliari” per “peculato e turbativa”.

            In attesa della prossima incursione giudiziaria, di cronache e manette, mancando ancora -mentre scrivo- nove giorni alle elezioni di questo autunno incipiente, incrociamo le dita.   

 

 

 

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E’ per il Sì il costituzionalista della Repubblica del No al Parlamento tagliato

Ciò che si era avvertito nell’aria, con l’invito a un generico “voto per la Costituzione”, si è alla fine realizzato. Michele Ainis, il brillante costituzionalista di Repubblica, il giornale decisamente schieratosi per il No referendario ai tagli dei seggi delle Camere, si è infine unito al fronte del Sì.  E ne ha spiegato la ragione in un commento onestamente ospitato dal suo quotidiano con la dignità e l’evidenza di tutti i suoi interventi, fatta eccezione per un mancato richiamo, stavolta, in prima pagina.

Con lodevole trasparenza Ainis ha spiegato il suo con la volontà di non confondersi con i molti che votano No, magari dopo avere approvato i tagli nell’ultimo passaggio parlamentare,  per “non darla vinta ai populisti” grillini. Che costituiscono con il loro movimento la maggiore forza di governo in questa tormentata legislatura.

Forse faccio male a sospettarlo peccando di andreottismo, cioè della convinzione che a pensare male s’indovina, ma ho l’impressione che il referendario appena pronunciato pubblicamente dal presidente del Consiglio abbia messo in difficoltà Ainis come componente di un’Autorità di Garanzia: quella del mercato. In ogni caso egli ha riconosciuto che la qualità del Parlamento è scaduta non per i suoi troppi seggi, come dicono i grillini, ma per le liste bloccate con le quali viene eletto. Grazie, professore.

Roberto Saviano rovescia la vernice nera dei No ai tagli dei seggi parlamentari

            Dai “poteri forti” indicati all’inizio come ispiratori della campagna per il No referendario del 20 settembre ai tagli dei seggi delle Camere, voluti dai grillini addirittura per rigenerare il sistema parlamentare, siamo passati nella elaborazione culturale e politica del Fatto Quotidiano, con la prima pagina copertina di oggi, alla “Sinistra per Salvini (a sua insaputa)”. A insaputa cioè della sinistra, non di Salvini e della camicia strappatagli addosso in Toscana da una congolese che ha evidentemente preso sul serio la rappresentazione, di sinistra appunto, del leader leghista come del pericolo numero uno della democrazia italiana. A difesa dal quale, per quanto la sua Lega sia in calo nei sondaggi, il Parlamento è stato ingessato con tutti i guai identitari e politici del principale partito che vi è rappresentato: il movimento 5 Stelle.

            A convincere Marco Travaglio e la sua redazione a non poter più liquidare il No referendario alle Camere tagliate come un fenomeno di destra, per quanto la destra meloniana sia tutta per il Sì e la Lega e Forza Italia alquanto divise, sono stati un po’ i lettori, ai quali non si è potuto alla fine negare un certo spazio, con repliche stizzite del direttore in persona, e un po’ l’irruzione nella campagna di pezzi da novanta, o da ottantanove, ottantotto e qualcosa ancora in meno della sinistra. L’ultimo, in ordine di arrivo, è  stato Roberto Saviano, che ha mandato addirittura a “cagare” -mi scuso anche per lui con chi legge- il segretario del Pd Nicola Zingaretti e quasi tutto il resto di quel “vapore acqueo”  che a causa dell’alleanza con i grillini sarebbe ormai il partito comprensivo dei resti del Pci e della sinistra democristiana, ma forse più di quest’ultima che dell’altro. Lo desumo da questa apodittica conclusione dei ragionamenti e delle proteste dello scrittore anti-camorra: “Meglio morire da piccoli che democristiani”.

           Insieme a Saviano nell’odierna pagina copertina del Fatto contro i sostenitori del No referendario Marco Travaglio ha fatto sistemare Carlo De Benedetti, già titolare dichiarato della tessera numero uno del Pd, l’ex tesoriere dello stesso Pd Luigi Zanda, collaboratore di De Benedetti anche come editore del giornale Domani in arrivo nelle edicole, il direttore di Repubblica Maurizio Molinari, sfottuto negli editoriali del Fatto come Sambuca per l’omonimia di quella marca di liquore, e il leader delle “Sardine” Mattia Santori. Che fu iscritto d’ufficio a sinistra nelle piazze anti-Salvini affollate prima della pandemia e che deve essere sembrato temerario verniciare adesso di nero. Si preferisce considerare quella ittica, come si è detto, una sinistra inconsapevolmente al servizio dell’odiatissimo Salvini.

            Il montaggio fotografico del quotidiano di Travaglio contro i No è motivato anche dall’esigenza di proteggere la maggioranza “giallorosa”, come al Fatto preferiscono colorare la coalizione di governo attualmente guidata da Giuseppe Conte dopo l’esperienza gialloverde. Il giallorosso è evitato non si sa se più  per riguardo ai tifosi della squadra di calcio della Roma o per non darla vinta a Silvio Berlusconi, Che anche dal suo letto d’ospedale considera quella attuale, sia pure ogni tanto aiutata con assenze al Senato dai suoi parlamentari, come comprensiva di ben quattro sinistre, e perciò “la più a sinistra nella storia d’Italia”.

            Per ragioni non so se di spazio o di mancanza di foto, o di riguardo per l’ex segretario del Pd, manca nel fotomontaggio la figlia di Pier Luigi Bersani, del cui No referendario il padre si è appena doluto pubblicamente. Non oso chiedere della moglie farmacista.

 

 

 

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Il premier corre alla festa del Pd come il Conte zio di manzoniana memoria

          Per quanto lui abbia voluto fare il “laico” dicendo che sull’uso del credito europeo del salva-Stati, o Mes, ripetutamente e ormai perentoriamente chiestogli dal Pd per garantire il potenziamento della sanità in questi tempi drammatici di coronavirus, deve ancora pensarci e fare bene i conti, al manifesto hanno rappresentato come ben riuscito “il battesimo del popolo dem” a Giuseppe Conte alla festa nazionale dell’Unità, a Modena. Dove peraltro una signora, incurante anche del marito che le era accanto, ha salutato il presidente del Consiglio dandogli entusiasticamente del “bello”, e lui ha ricambiato, compiaciuto, dandole della “buongustaia”.

           Riscattatosi dalla partecipazione alla festa annuale del Fatto Quotidiano in qualche modo rimproveratagli dall’intervistatrice Maria Latella, e reduce da una missione -diciamo così- un po’ tardiva in Libano, dove il governo italiano, a dispetto della qualificata presenza dei suoi contingenti militari sul posto, si è ancora fatto precedere dai francesi   dopo l’esplosione che ha devastato Beriut  e ne ha messo ancora una volta in luce la precarietà politica in un’area fra le più turbolenti del mondo, Conte ha preferito galleggiare anche a Modena. Solo così egli ha potuto guadagnarsi due letture così diverse della sua puntata in Emilia come quelle della Repubblica, che gli ha fatto “aprire al Mes” su tutta la prima pagina, e del Mattino, che gli ha fatto aprire pure lui “ma non sul Mes”. Potenza dell’ambiguità, verrebbe da dire per non spingersi a paragonare il presidente del Consiglio, giocando col suo nome, al “Conte zio” di manzoniana memoria.

            Non so se apposta o a caso, quindi per perfidia o gaffe, Conte non si è limitato a parlare in prima persona della controversa questione del Mes,  avversato dai grillini. No, egli ha coinvolto nella sua posizione “molto laica” del né sì né no- sino a quando non se ne sarà fatta un’idea precisa rimettendosi comunque alle Camere-  anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Che non è un tecnico finanziario, essendo di professione uno storico, particolarmente di Palmiro Togliatti e dintorni, ma un esponente ora anche senatore del Pd, ritenuto da Nicola Zingaretti forse non a torto, salvo sorprese, d’accordo col partito nel ritenere necessario e vantaggioso il ricorso al credito europeo, immediatamente disponibile, per il potenziamento del servizio sanitario, e indotto.

            Siamo insomma, anche dopo la missione a Modena, al solito Conte che cerca di barcamenarsi. Che “patteggia, non governa” secondo una intervista del vecchio e sempre urticante Rino Formica alla Verità. E’ un Conte che fa a Zingaretti la cortesia di accettare l’invito a Modena, peraltro scegliendo giorno e ora tali da non permettere al padrone di casa di accoglierlo, trattenuto da impegni elettorali in Calabria, ma gli fa anche la scortesia di annettersi  politicamente il ministro dell’Economia.

 Non ha torto l’affilato Marco Follini a scrivere sul Dubbio che “fin quando non si scioglieranno i nodi legati all’identità politica di Conte la reciproca cortesia sarà più che altro una gara di furbizia”, in attesa di scoprire quale “delle due volpi in commedia”, fra il presidente del Consiglio e il segretario del Pd, sia “molto più ingenua dell’altra”. Una volpe “ingenua” è un ossimoro perfettamente calzante in questa stagione politica d’Italia.

 

 

 

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Sepolti col fedele Nicola Rana i segreti di Aldo Moro, martire della democrazia

Con Nicola Rana, morto nella sua Taranto a 84 anni venerdì scorso, 4 settembre, è scomparso l’ultimo e più completo depositario dei segreti di Aldo Moro, di cui fu segretario particolare e uno degli assistenti universitari, col celebre professore Francesco Tritto. Al quale i brigatisti rossi comunicarono la mattina del 9 maggio 1978 di avere lasciato in  via Caetani, fra le sedi  nazionali del Pci e della Dc, chiuso nel bagagliaio di un’auto, il cadavere dello statista rapito il 16 marzo fra il sangue della sua scorta decimata, e trattenuto per 55 giorni in una “prigione del popolo”. A Rana invece Moro aveva fatto recapitare le sue prime lettere da recluso, fra le quali quella rivolta al ministro dell’Interno Francesco Cossiga, e l’ultima: il tragico, toccante commiato dalla moglie “Noretta”.

L’ultimo e il più completo depositario, dicevo, dei segreti di Moro. L’’ultimo, perché preceduto nella morte da Tritto nel 2005, dalla moglie Eleonora Chiavarelli nel 2010, dal portavoce Corrado Guerzoni nel 2011 e dal consigliere e fiduciario Sereno Freato nel 2013. Il più completo, perché da segretario particolare Rana era stato materialmente in grado di sapere di Moro, delle sue iniziative, dei suoi incontri, delle sue ansie, delle minacce ricevute, delle sue traversie politiche e personali più di tutti: persino più dei familiari. Ai quali Moro non diceva tutto ciò che gli accadeva per meglio proteggerli e proteggersene, dissentendo in particolare la moglie dalla sua totale e da un certo punto in poi anche pericolosa dedizione totale alla politica.

Forse poteva gareggiare con Rana, nella conoscenza dei segreti dello statista democristiano, solo il capo della sua scorta, il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, ucciso con tutti i colleghi la mattina del sequestro, a poche centinaia di metri dall’abitazione romana di Moro, in quella che gli stessi brigatisti rossi avrebbero poi definito una mattanza. Fu proprio davanti a tutto quel sangue sparso in via Fani, e a quello che ancora sgorgava dal volto dell’autista freddato insieme a Leonardi, che Rana pensò -come avrebbe confessato quarant’anni dopo in una intervista a Famiglia Cristiana- che ben difficilmente la ferocia di quegli assassini avrebbe risparmiato l’ostaggio che erano riusciti a portare via, caricandolo su un’altra auto, per innalzare la sfida allo Stato. Essa si materializzò reclamando il riconoscimento di controparte politica e lo scambio con tredici “prigionieri”, cioè detenuti per reati di terrorismo.

Nonostante la consapevolezza delle dimensioni del dramma, che aveva portato sul luogo della strage la stessa moglie di Moro a reclamare una durezza della risposta dello Stato che Guerzoni faticò moltissimo a non fare uscire sui giornali per non compromettere le sorti di una trattativa che era facile immaginare nelle intenzioni dei brigatisti rossi; nonostante la consapevolezza delle dimensioni del dramma, dicevo, Rana non si risparmiò certamente nei disperati tentativi di riaprire dietro le quinte gli spazi che via via si chiudevano pubblicamente, con i comunicati dei terroristi e le prese di posizione del governo pur monocolore democristiano di Giulio Andreotti. Che però era appoggiato in modo determinante da un Pci  fortemente voluto da Moro nella maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, successiva alle elezioni anticipate del 1976, ma costretto alla cosiddetta “linea della fermezza” dalla paura di perdere diversamente la credibilità come potenziale forza di governo.  Le  brigate rosse appartenevano a quell’”album di famiglia” comunista efficacemente e onestamente indicato sul Manifesto da Rossana Rossanda.

Moro dall’interno del covo in cui era stato rinchiuso, e dove continuò a fare politica, applicando la sua saggezza di tessitore anche ad un passaggio così drammatico che lo investiva personalmente, si  mostrò ben consapevole dello stato di impotenza in cui si trovava il Pci di Enrico Berlinguer. E cercò di convincere con le lettere ai colleghi ed amici democristiani di salvargli la vita, o quanto meno di cercare di salvargliela, prescindendo dai comunisti, anche a costo di una crisi di governo, pur mai evocata o invocata esplicitamente. Ma nella Dc -diciamo la verità- sulla ragione di Moro, per quanto fondata sulla visione cristiana della vita, finì per prevalere la ragione politica intesa come difesa degli equilibri allora esistenti, per quanto il Psi di Bettino Craxi avesse cercato di smarcarla dalla chiusura procurandosene una fastidiosa reazione.

Non giocarono a favore di Moro -e anche questo Rana soleva dire agli amici dopo che si consumò la tragedia, anche se in modo più discreto di Corrado Guerzoni- neppure gli equilibri internazionali, allora rigorosamente bipolari, col muro di Berlino ben eretto e vigilato. E con gli americani e i sovietici ugualmente interessati a ostacolare la politica morotea degli scongelamenti dei blocchi, interni ed esterni, temendo gli uni che i comunisti potessero andare davvero al governo in un Paese collocato nell’area occidentale dagli accordi di Yalta conclusivi della seconda guerra mondiale, e gli altri che i comunisti vi potessero arrivare sia scardinando quegli accordi sia diventando all’interno del comunismo internazionale un punto di riferimento autonomo e persino concorrente con Mosca.

Tutto insomma congiurò in quei maledetti 55 giorni di prigionia contro il povero Moro: la debolezza dello Stato e dei suoi servizi segreti in via di riorganizzazione proprio allora, gli errori e le pavidità degli uomini chiamati a gestire la vicenda, lo scarso interesse esterno, diciamo così, ad evitare la tragedia, per non parlare del comune interesse ad assecondarne l’epilogo peggiore, fatta eccezione per il Papa, Paolo VI, peraltro buon amico di Moro, costretto però pure lui a muoversi con una certa prudenza, Che gli fu sostanzialmente rimpoverata dall’interessato in una delle lettere uscite dalla prigione: una prudenza tradotta nella richiesta, sia pure “in ginocchio”, ai brigatisti rossi di liberare l’ostaggio “senza condizioni”.

Anche di quella prudenza obbligata dai rapporti col governo italiano, pur a scapito di un uomo “mite” e “giusto” quale Moro fu da lui conosciuto e definito, il Papa sarebbe morto il 6 agosto, poco dopo la fine di Moro e quel grido disperato a Dio che non aveva voluto ascoltare le sue preghiere: un grido lanciato partecipando ai funerali celebrati nella Basilica di San Giovanni senza il feretro del defunto, sottratto alle cerimonie pubbliche per disposizione testamentaria dello stesso Moro.

Solo un uomo, purtroppo generalmente e ingenerosamente ignorato anche a più di 42 anni di distanza da quella tragedia, cercò davvero di salvare Moro raccogliendone le indicazioni politiche. Fu al Quirinale Giovanni Leone, pronto a firmare la grazia ad una detenuta -Paola Besuschio- compresa nell’elenco dei 13 prigionieri da scambiare con l’ostaggio. Ma i terroristi, tempestivamente informati da una fonte che è stata l’ossessione di Leone sino alla morte, nel 2001, lo precedettero ammazzando l’ostaggio.

Duole che il mio amico carissimo Paolo Mieli, storico di professione oltre che giornalista autorevole, abbia di recente riproposto in un breve ed ermetico passaggio di una intervista sui problemi odierni la storia di Leone costretto alle dimissioni nel 1978, poco dopo la morte di Moro, per effetto di un referendum contro il finanziamento pubblico superato cosi faticosamente dai partiti da avere indotto i comunisti a chiedere ai democristiani, e ottenere, il sacrificio delle dimissioni del capo dello Stato, a sei mesi dalla scadenza del mandato. Doveva essere una scossa per la riabilitazione di una classe politica in odore, o puzza, di discredito.

Eppure si era appena consumato il sacrificio di Moro morendo in quel modo.  Leone, carissimo Paolo, fu allontanato dal Quirinale per avere osato dissociarsi o distinguersi dalla linea della fermezza durante il sequestro del presidente della Dc. Era diventato un uomo, e un presidente, troppo scomodo da lasciare al suo posto, senza farlo uscire dalla scena in tono a dir poco dimesso. Se gli storici di oggi faticano ancora a riconoscerglielo, spero che vi provvedano quelli del futuro, magari con l’aiuto di qualche documento finalmente desecretato.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Il mistero buffo del Sì referendario della direzione del Pd al Parlamento tagliato

          Vorrà pur dire qualcosa se il della direzione del Pd al referendum sui tagli dei seggi parlamentari non ha meritato neppure un richiamino sulla prima pagina del Corriere della Sera. Dove si trovano il molto Covid di giornata, compreso quello preso anche da Marina Berlusconi, la primogenita di Silvio ricoverato in ospedale, l’ecobonus per le case, la prima campanella scolastica con le mascherine, i due fratelli assassini di Colleferro, l’attivista bielorussa Maria Kolesnkoval sparita, l’evaso Jonny lo Zingaro e la baby sitter italiana uccisa in Svizzera mentre cercava di salvare tre bambine da un pazzo.

            In verità, la direzione del Pd sul referendum dell’ormai vicino 20 settembre non si è affacciata neppure sulle prime pagine del Messaggero, del Giornale, di Libero, del Secolo XIX, del Foglio, di Avvenire e, credo, dei quotidiani del gruppo Monti Riffeser, se Il Giorno e il Resto del Carlino hanno seguito, al solito, l’esempio della Nazione che ho visto sulla solerte Rassegna Stampa del Senato. Ma la prima pagina del Corriere è quella che obiettivamente fa clamore. E denota, a mio avviso, una certa distanza da una notizia non so se di più controversa o inutile lettura. Che sulla prima pagina della Stampa si è tradotta con la firma dell’ex direttore Marcello Sorgi in un “sì controvoglia”, o sulla prima pagina della Verità con la firma di Luca Telese, pur schieratosi sugli schermi della 7 a favore delle Camere sforbiciate dai grillini, in “un poco convinto”.  

           A convincersene invece è stato, o ha voluto essere, il giornale capofila delle forbici grilline, Il Fatto Quotidiano, che nel riferire dei 188 voti favorevoli e 13 contrari ottenuti nella direzione del Pd dal documento dedicato all’appuntamento referendario ha assicurato: “niente fratture”. Ma è una rappresentazione quanto meno ottimistica di una realtà che in altre circostanze, e su altri problemi, il giornale di Marco Travaglio avrebbe trovato diversa.

           Fra i 213 voti raccolti a favore della sua relazione riguardante la situazione politica in generale, e non solo la conferma da lui chiesta ai tagli dei seggi parlamentari, e i 188 rimediati a favore del documento specifico sul referendum, Zingaretti ha perduto 45 consensi. Cui vanno aggiunti i 18 voti decisamente contrari al e gli undici sfuggiti alla conta. Siamo quindi ad una settantina di no alla posizione del segretario su circa 220 componenti della direzione: “una frattura” l’ha definita, contrariamente al Fatto Quotidiano, l’ex presidente del Pd Matteo Orfini attraverso una dichiarazione dell’amico Francesco Verducci. D’altronde, oltre a Orfini avevano fatto sentire già nei giorni scorsi il loro No pezzi da novanta del partito come l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, l’ex tesoriere Luigi Zanda, l’ex presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi e l’ex presidente della Camera Luciano Violante.

            Di quest’ultimo il segretario del partito ha raccolto “il consiglio” di avviare la raccolta di firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare sulla riforma del bicameralismo oggi paritario, o perfetto, difeso invece di recente da Luigi Di Maio. Secondo il quale le disfunzioni del Parlamento nascono dal numero troppo elevato dei suoi componenti e non da Camere ripetitive, che possono  rimandarsi l’un l’altra le leggi all’infinito . Ma i tempi di questa riforma sono così lunghi che Gianni Cuperlo, anche lui ex presidente del partito, ha confermato il suo giudizio su tagli come di “una carta bianca” e imprudente data all’antiparlamentarismo dei grillini.

 

 

 

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