I colpi bassi della partita fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini

            Il solito toscanaccio Vauro Senesi  avrà ceduto ancora una volta a un po’ di volgarità con la sua matita, ma sarà ben difficile che i protagonisti del giallo” lombardo – come lo hanno definito sulla prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi, dove certo non mancano informazioni di prima mano sulle vicende del centrodestra- riusciranno a dissipare la percezione della realtà  avvertita nella vignetta del Fatto Quotidiano. Dove l’annuncio del leghista  Roberto Maroni di rinunciare a ricandidarsi alla presidenza della regione lombarda per riprendere a fare politica a Roma, “a disposizione” –ha detto lui stesso- di chi ne dovesse avere bisogno, ha sorpreso, preoccupato, indispettito e chissà cos’altro il segretario della Lega Matteo Salvini, tanto da prendersela con i maroni, rigorosamente al minuscolo, di Silvio Berlusconi. Che ha dovuto affrettarsi a definire “impensabile” un ruolo di Maroni nel governo per dissipare il sospetto di volerlo addirittura candidare a Palazzo Chigi nel caso di un’ autosufficienza del centrodestra nelle Camere elette il 4 marzo.

            Vauro avrebbe potuto pure rovesciare le figure della sua vignetta, facendo strizzare da Berlusconi i maroni, sempre al minuscolo, di Salvini. Che si è autocandidato a Palazzo Chigi  persino nel simbolo della Lega che comparirà sulle schede elettorali del 4 marzo.

            Sono passati anni, anzi decenni e i problemi dei rapporti fra Berlusconi e la Lega sembrano tornati al 1994, quando un Bossi ancora in salute entrò in collisione con l’alleato di Arcore. E, sospettandolo di volergli spaccare il partito giocando su un rapporto preferenziale proprio con Maroni, allora ministro dell’Interno, ne rovesciò clamorosamente il governo.

            Rispetto però al 1994 sono mutati i  rapporti di forza fra i due maggiori partiti del centrodestra. E sono cambiate anche le condizioni di agibilità politica di Berlusconi. Che ha riconquistato la scena dopo un bel po’ di peripezie, fra le quali la perdita di quasi metà  del  proprio elettorato, ma è incandidabile per una condanna definitiva che gli preclude personalmente il ritorno nel Parlamento, e dintorni governativi, nel turno elettorale di marzo. Egli potrebbe poi tornarvi lo stesso, se la giustizia europea dovesse dargli ragione dopo il 4 marzo, grazie alla nuova  legge elettorale che ha reintrodotto i cosiddetti turni suppletivi, per sostituire senatori o deputati eletti nei collegi uninominali con la quota maggioritaria ma poi dimissionari o morti. E figuriamoci se fra i parlamentari di Forza Italia Berlusconi non troverà qualcuno disposto, al bisogno, non dico a morire, per carità, ma ad accettare altre destinazioni d’uso, a dimettersi e a dargli il modo di subentrargli candidandosi all’elezione  appunto suppletiva.

            Ma all’avvio della legislatura, e sempre che –ripeto- il centrodestra riuscisse a fare bingo con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, non solo con quella relativa dei voti, Berlusconi nella coalizione dovrebbe passare la palla, piuttosto che tirare in porta. E Maroni sembrava, rinunciando a ricandidarsi alla regione, sembrava  pronto a raccogliere il passaggio. Che però Berlusconi ha escluso di fronte al fuoco che ha visto divampare nella Lega. Al cui segretario non deve essere comprensibilmente piaciuto il perfido umorismo di quella reazione del suo collega di partito alla domanda di un giornalista curioso di sapere se mai avesse ricevuto da Berlusconi la promessa di Palazzo Chigi: “No. Forse lo ha pensato, ma non lo ha detto”, ha  risposto il governatore lombardo.

            Ora, svanito Palazzo Chigi con la secchiata d’acqua lanciata da Berlusconi sul fuoco, Maroni potrà a suo modo godersi i problemi che ha procurato a Salvini nella ricerca del candidato alla presidenza della regione lombarda nelle elezioni di marzo abbinate a quelle politiche. Il presidente di Forza Italia  non è per niente convinto infatti della soluzione anticipata dal segretario leghista indicando per il Pirellone di Milano l’ex sindaco di Varese Attilio Fontana.

L’identità radicale curiosamente negata a Emma Bonino

Non ho la competenza o il requisito della militanza per contestare il perentorio invito  dell’amico carissimo Walter Vecellio a non confondere con la posizione del partito radicale quella di Emma Bonino. Che non solo ha deciso di candidarsi al Parlamento, anziché restarsene fuori, ma ha accettato la compagnia anomala, diciamo così, di un democristiano di lungo corso come Bruno Tabacci pur di fare a meno della raccolta delle 25 mila firme in pochi giorni richiesta dalla nuova legge elettorale ad una lista come la sua, non rappresentata nelle Camere uscenti. Dove invece Tabacci ha una rappresentanza provvista di tutti i bolli e bollini necessari, con una delle tante insegne derivate dalla storia della Dc.

Convinto che il compianto Marco Pannella mai le avrebbe permesso questo passaggio della sua intensa attività politica, o lo avrebbe mai condiviso, Vecellio si è forse riconosciuto nella distinzione che fra Emma Bonino e Pannella ha fatto nel suo lungo intervento domenicale su Repubblica Eugenio Scalfari. Che avendo da giovane partecipato, ben prima della fondazione del giornale su cui scrive, alla gestazione del partito radicale, una sua competenza la rivendica nel ricostruirne la storia e nel valutarne i protagonisti.

Segnate le differenze fra l’intransigenza personale e politica di Pannella e il pragmatismo della Bonino, di cui ha apprezzato le prove date nei ruoli governativi e istituzionali che le è capitato di svolgere, Scalfari ha optato per lei, iscrivendola peraltro di ufficio alla tradizione rosselliana di Giustizia e Libertà.  E ne ha condiviso anche l’intesa con Tabacci assegnandole con certezza lo sbocco che ne’ l’una né l’altro, in verità, hanno ancora definito: l’apparentamento della loro lista +Europa col Pd. Che è poi lo sbocco immaginato -credo- anche da Vecellio, proprio per questo però ancora più convinto che la Bonino non debba essere confusa col partito radicale e, più in generale, con il lascito di Pannella: una confusione, quindi, la cui contestazione unisce e al tempo stesso contrappone Vecellio e Scalfari.

Eppure c’è qualcosa che non mi convince in questa necessità di tenere distinti la Bonino e Pannella che curiosamente accomuna con opposte finalità Vecellio e Scalfari. Al quale ultimo Giovanni Negri  sul Fatto Quotidiano ha contestato “la beatificazione” della Bonino perché finalmente diventata “la radicale di salotto” comoda ai poteri di turno. Il che sarebbe, per Negri, una volta morto Pannella, “una delle tante controprove che certifica la fine di una storia politica”: quella dei radicali, cui lo stesso Negri ha partecipato da posizioni anche di rilievo.

Pur consapevole, per carità, dei loro rapporti difficili, mai così difficili come negli ultimi tempi di Pannella, non riesco francamente a separare la storia politica di questa coppia politica del radicalismo vissuto come elettore, prima ancora che come amico di entrambi. I due sono stati molto più simili di quanto essi stessi potessero accorgersi di essere, o volessero ammettere. E come ora negano decisamente  i critici o gli avversari di Emma, inconsapevolmente partecipi di un’altra storia: quella ordinaria dei fratelli coltelli, comune un po’ a tutte le esperienze politiche.

Nel decretare la fine della storia radicale per via del presunto tradimento consumato dalla Bonino del leader storico del movimento, lo stesso Negri si è felicemente contraddetto ricordando così il vecchio appello di Pannella ai suoi apostoli laici: “insediatevi, moltiplicatevi, contaminate gli altri”. Persino Tabacci, cui Marco -a dispetto dei vignettisti scatenatisi contro la Bonino in questi giorni applicandole il cartello del ” Sale e Tabacci”- era più vicino di quanto pensasse per il suo noto, ostinato tabagismo. Anche la satira a volte si prende le sue rivincite.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

E’ nato ad Arcore -e dove sennò?- il centrodestra quadrupede

              Smontato per scadenza liturgica e riposto negli scatoloni il presepe natalizio, è stato festosamente allestito nella villa berlusconiana di Arcore il presepe laico dell’edizione 2018 del centrodestra. Davanti al quale Il Foglio ha suonato la mattina dopo con la cornamusa del direttore Claudio Cerasa “l’inno alla gioia del Cav”, come è stata titolata una lunga e ottimistica intervista concessa nell’occasione da Silvio Berlusconi in persona.

            Il nuovo presepe rimarrà esposto almeno sino al 4 marzo, quando gli italiani andranno finalmente alle urne e potranno essere contati i voti raccolti dallo strano quadrupede deposto sulla paglia brianzola. Strano, perché le quattro gambe hanno ciascuna una dimensione diversa. Ce n’è una, peraltro la più sottile, che addirittura ha più piedi, quante ne sono le componenti raccoltesi all’ultimo momento, frutto della scomposizione e ricomposizione improvvisata di una nebulosa centrista –non l’unica però-  sopravvissuta alle bizzarrie e alle tempeste della diciassettesima legislatura. Le altre tre sono naturalmente quelle di Forza Italia, della Lega ex Nord dei Fratelli d’Italia.

            Il 5 marzo si distribuiranno naturalmente i premi della lotteria elettorale. E ne vedremo delle belle, non so se maggiori o minori degli altri presepi allestiti a sinistra o nello spazio a cinque stelle sulla strada dell’elezione delle nuove Camere. Lungo la quale attraverseremo le stazioni del Carnevale e della Quaresima. Buon viaggio a tutti.

Le vite parallele di Donald Trump e Silvio Berlusconi

            Sono stati sicuramente in molti a pensare in Italia, ma anche altrove, a Silvio Berlusconi quando il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, meno anziano di lui di una decina d’anni, ha gridato in faccia alla “stampa bugiarda” di mentire spudoratamente quando gli dà o ne raccoglie l’immagine di “idiota”, sapendo benissimo che lui invece è “un genio molto stabile”. Riuscito a diventare da “ imprenditore di successo a presidente degli Stati Uniti d’America”. E questo peraltro senza perdere neppure un centesimo di dollaro dopo una campagna elettorale che deve essergli costata parecchio, ma guadagnandone ancora di più, alla faccia degli avversari, loro sì idioti, fuori e dentro i confini americani.

            Italiano al cubo, tanto da essere scambiato qualche volta per un razzista più che per un patriota, e in più direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, fondato da Indro Montanelli nel lontano 1974 senza immaginare –credo- di poterlo perdere in meno di vent’anni, Alessandro Sallusti ha pensato pure lui al suo editore quando ha letto l’autocelebrazione di Trump. E lo ha scritto con sincerità e trasparenza tornando a rimproverare dopo più di 25 anni a Massimo D’Alema una profezia quanto meno avventata, e più volte smentita dall’interessato senza convincere evidentemente più di tanto Sallusti. Che gli ha nuovamente attribuito la qualifica di Berlusconi come di “un idiota che troveremo sui sagrati delle Chiese a chiedere l’elemosina”.

            Trump, favorito dalle dimensioni e dal sistema istituzionale del suo Paese, in qualche modo ha persino superato Berlusconi, che nella propria carriera politica si è dovuto fermare alla presidenza del Consiglio dei Ministri, perdendola e riconquistandola più volte. Il più stabile e corposo Quirinale gli è stato invece precluso. E Dio solo sa quanto gli sarebbe piaciuto insediarvisi, pur designandovi altri a parole.

Il Trump italiano ha avuto la sfortuna di trovare sulla sua strada, oltre ai soliti magistrati ossessionati dai suoi affari e dal suo stile di vita, un professore della Bocconi di nome Mario e di cognome Monti, da lui stesso promosso commissario europeo agli esordi di governo e accettato nel 2011 come successore a Palazzo Chigi, sino a concedergli la fiducia per l’insediamento. E a controfirmarne con piacere, da capo del governo ancora in carica, il decreto presidenziale di nomina a senatore a vita sottopostogli dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano.

            Ebbene, proprio Monti improvvisò poi per le elezioni politiche del 2013 un movimento politico dichiaratamente moderato o sobrio, che col suo 8 e più per cento dei voti impedì a un Berlusconi in sorprendente ripresa di sorpassare la coalizione di sinistra guidata dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani. E col mancato sorpasso mancò anche l’elezione parlamentare dell’ancòra Cavaliere a presidente della Repubblica, come si vantò Monti. Che, soddisfatto di tanta impresa, scaricò il proprio movimento, lasciandolo sciogliere come neve al sole, per godersi sino in fondo il laticlavio.

            So bene che la storia non si fa con i se. Ma lasciatemi esprimere la convinzione che, per quanti processi avesse sul groppone, un Berlusconi eletto nella primavera del 2013 presidente della Repubblica non sarebbe stato condannato in agosto in via definitiva dalla sezione feriale della Cassazione per frode fiscale: una condanna non a caso risparmiata ad altri in un processo analogo.

            Ma torniamo a Trump nella versione immaginaria di un Berlusconi più giovane, o meno anziano, esportato negli Stati Uniti d’America.  E allo sgomento che deve provare in questi giorni o in queste ore il povero Matteo Salvini, trumpista della prima ora in Italia, messosi in testa di sottrarre a Berlusconi la leadership della nuova edizione del centrodestra in allestimento per le elezioni del 4 marzo, forse con troppe gambe per poter poi camminare diritto.

Il falso scandalo della “democristiana” Emma Bonino

            Si fa presto a liquidare satiricamente il “matrimonio” elettorale fra le liste di Emma Bonino e di Bruno Tabacci  con vignette del tipo di quella di Vauro sul Fatto Quotidiano, che ha improvvisato l’apertura di una rivendita di Sali e Tabacci all’insegna anche del copricapo che l’esponente radicale indossa abitualmente, da quando la chemioterapia le ha fatto fare i conti col tumore. E già questo dovrebbe bastare e avanzare per attendersi qualcosa di diverso anche in una vignetta.

            Si fa presto pure a buttarla nell’ortodossia della militanza, ammonendo a non confondere Emma Bonino, Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi per il partito radicale registrato all’anagrafe politica, come ha fatto sul Dubbio il mio amico Walter Vecellio. Il quale si è doluto alla fine  che la protagonista di tante battaglie radicali abbia scelto di “sopravvivere” praticamente democristiana con Tabacci. Ma, viste le già ricordate condizioni di salute dell’interessata, non sarebbe stato forse male se Walter si fosse fermato sulla soglia di quella infelice ironia.

            Se vi è una cosa –credo- incompatibile con la tradizione radicale lasciataci da Marco Pannella, questa è l’ortodossia. Dalla quale lo stesso Pannella si vantò una volta con me di “fottersene allegramente”, quando provai a contestargli amichevolmente l’alleanza stretta con un democristiano di tradizioni orgogliosamente conservatrici, allora, come Mario Segni. E ciò pur di fare uscire la Repubblica dal sistema elettorale proporzionale nel quale, e in funzione del quale, era stata concepita la Costituzione nel 1947, per portarla in quella che si è rivelata l’avventura del sistema maggioritario. Per giunta, tutto questo è stato fatto  usando la modifica sostanzialmente referendaria della vecchia legge elettorale, con la benedizione di una Corte Costituzionale che già Pannella a giorni alterni liquidava allora come una Cupola.

              Dobbiamo all’avventura –ripeto- del sistema maggioritario, neppure genuino peraltro, perché mescolato con quote di proporzionale, l’illusione data agli italiani per una ventina d’anni di andare alle urne per eleggere contemporaneamente il Parlamento e il governo, nella persona del candidato ufficiale a presidente del Consiglio, rimasto però appeso alla nomina da parte del presidente della Repubblica, come imposto dalla Costituzione.

            L’effetto di questa illusione, contraddetta da un bel po’ di governi succedutisi nel ventennio abbondante della cosiddetta seconda Repubblica  sotto la guida, in ordine rigorosamente cronologico, di Lamberto Dini, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nessuno dei quali proposto agli elettori in quella veste,  è stata la personalizzazione della politica. Che è riuscita a fare il miracolo della rivalutazione dei vecchi partiti, nel frattempo morti e sepolti, ma riesumati di tanto in tanto in qualche vignetta per mettere alla berlina l’avversario o l’antipatico di turno, al maschile o al femminile.

L’aristocratico e urticante commiato di Antonio Martino dal Parlamento

            Solo un liberale aristocratico come Antonio Martino, già ministro degli Esteri e della Difesa nei governi di Silvio Berlusconi, e figlio di Gaetano, ministro degli Esteri nei governi di Mario Scelba e di Antonio Segni, cofirmatario in quella veste dei trattati europei firmati in Campidoglio nel 1957, poteva permettersi il gusto e il lusso di raccontarlo. Gli è capitato, fra l’altro, di rifiutare la segreteria generale della Nato, come aveva già fatto a suo tempo il padre, per non perdere il tempo con la consuetudine di trattenere  a pranzo ”due volte alla settimana” gli ambasciatori dei paesi partecipi dell’alleanza. Lui, poi, che dopo pranzo ha l’abitudine, rispettata anche nei soggiorni americani, di un buon riposo rigorosamente in pigiama.

            Solo un uomo della cultura e delle esperienze cattedratiche di Antonio Martino, 75 anni compiuti da poco, poteva permettersi il lusso di comunicare personalmente a Berlusconi in questa convulsa stagione di preparazione delle liste elettorali di considerare chiusa anche la sua esperienza parlamentare perché sfinito dallo spettacolo del “votificio” di Montecitorio. Ma soprattutto dal livello sempre più basso della preparazione dei suoi, a quel punto, indegni colleghi. Che votano il più delle volte senza sapere nulla di ciò di cui si stanno occupando.

            Solo un uomo dell’arguzia, dell’ironia e del prestigio come Antonio Martino, anche se di questo non ha voluto vantarsi nell’intervista di commiato dal Parlamento rilasciata il 4 gennaio ai quotidiani del gruppo Riffeser-Monti, poteva permettersi otto anni fa di scrivere all’allora presidente del Consiglio, non perdendone né il rispetto né l’amicizia, un biglietto di questo tenore, all’incirca: “Caro Silvio, vedo che da qualche tempo ti circondi di donne con molto seno e poco senno”.

            All’amico Berlusconi il professore Martino, sempre nell’intervista di commiato parlamentare, ma di disponibilità a rimanere a sua disposizione per consigli e quant’altro, ha solo voluto rimproverare di non essere stato con lui “del tutto trasparente” nell’ultima edizione della corsa al Quirinale, svoltasi alla fine di gennaio del 2015 per la successione a Giorgio Napolitano, dimissionario verso la fine del secondo anno del suo secondo mandato. In quella occasione –ha raccontato Martino- Berlusconi lo designò e lo fece votare dai suoi gruppi parlamentari come candidato a presidente della Repubblica mentre “iniziava a fare campagna elettorale” dietro le quinte per Giuliano Amato. Al quale invece l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, “un affabulatore –lo ha definito Martino-  in larga misura vuoto”, preferì e impose Sergio Mattarella, anche a costo peraltro-aggiungo io-  di complicarsi la vita.

              

La generosità astuta di Bruno Tabacci con Emma Bonino

Il 2018 è appena cominciato e abbiamo già da festeggiare il matrimonio forse più clamoroso dell’anno. E’ quello tutto politico, per carità, fra la radicale più famosa d’Italia e il democristiano fra i più inossidabili, sopravvissuto allo scioglimento della Dc annunciato con un telegramma all’allora Consiglio Nazionale da Mino Martinazzoli, che ne fu pertanto l’ultimo segretario.

            Lei, la sposa, è naturalmente Emma Bonino, 70 anni da compiere a marzo, piemontese, 7 legislature alle spalle, sia pure a spezzoni come erano abituati a fare i radicali dimettendosi dopo un po’ per fare subentrare in Parlamento altri esponenti dello stesso partito. In verità, qualcuno di legislature  della Bonino ne ha contate otto, ma poco importa chi abbia ragione. Si può ben dire lo stesso che la signora è una veterana del Parlamento, dove peraltro è stata anche vice presidente del Senato tra un incarico di governo e l’altro, essendo stata ministra degli affari europei, del commercio estero e degli Esteri, oltre ad avere onorato l’Italia, per riconoscimenti unanimi a Bruxelles, come commissaria europea, su designazione allora del primo governo di Silvio Berlusconi.

            Eppure, pensate un po’, la mia amica Emma ha forse più nemici nel suo mondo, quello una volta radicale nel senso pannelliano, che fuori. Sono gli scherzi delle militanze politiche molto forti. E di un’eredità sempre difficile da prendersi o da assegnare quando a scomparire è stato un uomo così particolare come Marco Pannella, che ogni tanto si divertiva a divorare i suoi delfini, nella consapevolezza neppure nascosta di essere unico.

            Lo sposo di questo clamoroso matrimonio del nuovo anno è naturalmente Bruno Tabacci, 71 anni compiuti nello scorso mese di agosto, 5 legislature alle spalle, già presidente della sua regione ai tempi della cosiddetta prima Repubblica e poi, fra l’altro, assessore al bilancio della giunta comunale di Milano presieduta da Giuliano Pisapia. Le sigle e i gruppi o movimenti per i quali egli è transitato dopo la fine della Dc è sicuramente lungo, ma scandalizzarsene sarebbe sciocco dopo la caduta delle ideologie, al plurale, col crollo del muro comunista di Berlino, ben prima quindi che il povero Martinazzoli sciogliesse la Dc inseguita, come altri partiti, dai cacciatori di teste in servizio permanente effettivo presso quasi tutte le Procure della Repubblica, improvvisamente accortesi della lunga e consolidata pratica del finanziamento illegale della politica.

            Ma non divaghiamo. E torniamo al matrimonio politico di quest’anno appena nato, a Camere sciolte e quindi con gli adempimenti in corso per la presentazione delle liste dei candidati alle elezioni politiche del 4 marzo. Il vecchio –si fa per dire- signore lombardo ha avuto la galanteria, o la generosità, come l’ha definita la beneficiaria, di esonerare la vecchia signora piemontese- si fa sempre per dire- dall’obbligo di raccogliere in pochi giorni venticinquemila firme in tutta Italia per poter depositare le sue liste chiamate +Europa. Con le quali Tabacci mescolerà, per questa tornata elettorale, quelle del suo Centro Democratico. Che, essendo un partito già rappresentato con tanto di gruppo in Parlamento, è considerato dalla legge abbastanza noto per fare a meno di farsi riconoscere dagli elettori  col rito delle firme.

            Nel celebrare in pubblico le loro nozze politiche gli sposi hanno annunciato che decideranno solo in un’assemblea indetta per il 13 gennaio se e con qualche schieramento apparentarsi a loro volta nelle elezioni. Ma solo un colpo di scena ancora più clamoroso del loro matrimonio politico potrà portare Emma Bonino e Bruno Tabacci a rifiutare l’apparentamento offerto loro dal Pd di Matteo Renzi. Che avrà così una gamba dichiaratamente europea e di centrosinistra affiancata a quella dichiaratamente centrista della ministra uscente della Sanità Beatrice Lorenzin, già del Nuovo Centro Destra e poi Alternativa Popolare del ministro uscente degli Esteri Angelino Alfano.

            Ciò naturalmente ha già fatto saltare la classica mosca al naso agli avversari di Renzi, che avevano appena goduto del fallimento del tentativo di Giuliano Pisapia, affiancato proprio da Bruno Tabacci, di allestire una lista elettorale apparentata col Pd.

            Fallita l’operazione Pisapia con una rinuncia dell’ex sindaco di Milano più subìta che condivisa dal suo ex assessore al bilancio, Tabacci con un misto di generosità e di astuzia politica si è quindi predisposto a raggiungere con Emma Bonino lo stesso obiettivo di un soccorso politico a Renzi.

Il riscatto di Virginia Raggi dalla disavventura di Spelacchio

Fresca di riconciliazione col marito, Virginia Raggi è riuscita a conquistare le prime pagine dei giornali con una iniziativa che la riscatta come avvocato dopo i tanti incidenti in cui è incorsa come sindaca di Roma: un ruolo obiettivamente sproporzionato rispetto alla sua esperienza, con tutte le complessità che ha una città come la Capitale. Non dimentichiamoci la professione forense della signora, per quanto incorsa in una infinità di polemiche, anche o soprattutto all’interno del suo stesso movimento politico, quello delle 5 stelle, per aver fatto pratica a suo tempo nello studio di Cesare Previti, legale e amico storico del mai abbastanza odiato Silvio Berlusconi. E, in più, condannato in via definitiva, interdetto per sempre dai pubblici uffici e conseguentemente espulso dall’ordine professionale, per corruzione in atti giudiziari.

Con mossa una volta tanto avveduta, viste le complicazioni procuratesi, a torto o a ragione, con tante decisioni prese in Campidoglio dal giorno della sua elezione, la Raggi ha preceduto l’udienza preliminare del 9 gennaio sulla richiesta della Procura di Roma di rinvio a giudizio per falso in atto pubblico. Ha invece chiesto lei stessa di essere giudicata col rito immediato, sia pure nella solita variante italiana. Che di immediatezza ha solo il termine, essendo destinato per le solite questioni procedurali, organizzative e quant’altro, a scavalcare la scadenza delle elezioni politiche del 4 marzo. Alle quali la sindaca di Roma non è interessata, ma lo è naturalmente il suo partito, dove non mancano certamente i problemi e avrebbe potuto procurarne di aggiuntivi un rinvio a giudizio subìto, con tanto di sostanziale convalida dell’accusa da parte di un giudice, e non da lei stessa sollecitato nella convinzione di poter essere assolta.

            Sul piano della propaganda, che è tutto in una campagna elettorale , specie per un partito come quello della Raggi, che aspira a governare anche da Palazzo Chigi, e quindi sull’intero Paese, e non solo dal vicino Campidoglio sulla sola Roma, l’iniziativa della “sindaca di Spelacchio”, come i suoi avversari l’hanno chiamata dopo l’infortunio dell’albero di Natale seccatosi in Piazza Venezia, ha avuto una sua logica felice. E’ stata di un’astuzia che in politica non guasta. E che potrebbe persino funzionare anche in sede giudiziaria, nonostante la palla al piede di un coimputato ingombrante come Raffaele Marra, ex capo del personale del Comune di Roma, già suo braccio destro, sotto processo anche per corruzione. 

            E’ stato proprio Marra, che non intende rinunciare in tribunale al rito ordinario,  a mettere la sindaca nei guai con quelle conversazioni in chat conservate nella memoria del telefono cellulare in cui la signora si doleva con lui di non essere stata informata sull’aumento dello stipendio derivato al fratello Renato, vice comandante dei vigili urbani, da una promozione al vertice della Direzione Turismo del Campidoglio. Di quella nomina di Renato Marra invece la Raggi si era assunta tutta la responsabilità in una comunicazione all’Autorità anticorruzione, esponendosi così all’accusa di falso.

Quella cena galeotta di Emma Bonino nei difficili rapporti con Renzi…

            Chissà se Emma Bonino cederà alla supplica di Sergio Staino, che in una vignetta sul Dubbio cerca di trattenerla, in ginocchio, dall’annuncio o dalla minaccia di non apparentarsi più elettoralmente col Pd di Matteo Renzi, correndo da sola per le nuove Camere. E ciò  per una lite, o qualcosa di simile, scoppiata su tempi e modalità della raccolta delle firme necessarie alla presentazione delle liste +Europa che faranno riferimento alla radicale forse più nota nel mondo giù ai tempi di Marco Pannella. Col quale, peraltro, i rapporti di Emma non furono mai semplici perché i due avevano in comune quello che comunemente si chiama un cattivo carattere, pur essendo la buonanima di Sandro Pertini convinto che bastasse avere carattere per sentirselo attribuire cattivo.

            Obiettivamente, nell’affrettata approvazione della legge elettorale con la quale voteremo il 4 marzo, scongiurando il rischio che andassimo alle urne con due leggi diverse, per la Camera e per il Senato, derivate dalle forbici della Corte Costituzionale, che le avevano entrambe tagliate, sono sfuggiti alcuni strafalcioni logici in materia proprio di raccolta delle firme. Cui “la zia d’Italia”, come la Bonino ironicamente si definisce per la simpatia che si è guadagnata nella sua lunga militanza politica, potrebbe provvedere solo affidandosi all’organizzazione del Pd, che peraltro le ha promesso di aiutarla, nei pochissimi giorni che le resterebbero a disposizione, una volta concordate con Matteo Renzi e i suoi delegati le candidature nei collegi uninomimali.

            Un po’ come Maria Antonietta ai tempi della rivoluzione francese, la mia amica Emma se n’è uscita accusando i dirigenti del Pd di averle offerto “brioche al posto del pane” invitandola a fidarsi di loro. E con ciò ha finto per esporsi al sospetto, da cui si è sentita offesa, di puntare a strappare a Renzi più candidature che firme, cioè di usare il problema delle firme strumentalmente, per aumentare il suo potere contrattuale nell’assegnazione dei collegi uninominali considerati più sicuri.

            Purtroppo a complicare le cose, intossicando trattative, polemiche e quant’altro, è arrivata la notizia di una recentissima cena galeotta di Emma Bonino con Enrico Letta, Fabrizio Saccomanni e Giuliano Amato. Galeotta, perché dei quattro ben tre hanno fatto parte del governo –Emma come ministra degli Esteri, Enrico Letta come presidente del Consiglio e Saccomanni come ministro dell’Economia- liquidato un po’ in malo modo da Renzi qualche settimana dopo essere diventato segretario del Pd. Ed anche il quarto, attuale giudice costituzionale e due volte presidente del Consiglio, per non parlare degli altri incarichi di governo ricoperti con Bettino Craxi, Giovanni Goria, Ciriaco De Mita, Romano Prodi e Massimo D’Alema, ha qualcosa da rimproverare o non perdonare a Renzi. Che gli preferì il collega della Consulta Sergio Mattarella nella corsa al Quirinale riaperta nel 2015 dalle dimissioni di Giorgio Napolitano, confermato due anni prima alla Presidenza della Repubblica.

            Poco importa se a torto o a ragione, questa cena è subito apparsa a chi ne è venuto al corrente più un’occasione di risentimenti comuni, e addirittura di vendetta, che di auguri per le feste natalizie. La Bonino a questo punto ha solo un modo per smentire davvero l’impressione obiettivamente sgradevole di un’impuntatura finalizzata a penalizzare Renzi, che  ha bisogno di alleati nelle elezioni del 4 marzo come del pane, e non delle brioche, per rimanere nella metafora di Emma: smetterla di impuntarsi e fidarsi dell’aiuto promessole dal Pd per la raccolta delle firme nei pur balordi tempi prescritti dalla legge. Che è difficile violare, o cambiare all’ultimo momento, come vorrebbe l’esponente radicale, senza aprire la strada a quella specialità tutta italiana dei ricorsi. Che rischierebbero di invalidare addirittura le elezioni.

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