Il Conte che annaspa nei guai dei grillini raccontati impietosamente in casa

            Impietosamente sorpreso, diciamo così, con la solita cravatta e la solita pochette, dal vignettista Stefano Folli nell’acqua alta di Venezia a chiedersi quale fosse “l’anno bellissimo” promesso agli italiani da Palazzo Chigi, peraltro quando aveva ancora come ministro dell’Interno il “capitano” leghista che avrebbe poi processato in aula al Senato come un mezzo eversore, Giuseppe Conte potrebbe anche essere commiserato come il presidente del Consiglio più sfigato d’Italia. Altro che l’Amintore Fanfani col corno rosso al collo in quella impietosa copertina del Borghese dopo una serie di incidenti ferroviari quando guidava uno dei suoi governi.

             Da Taranto in su è tutto un naufragio, fisico e metafisico, per il povero Conte. Le maggioranze gli sfuggono di mano come pesci, per quanto lui riesca a cambiarle dalla mattina alla sera per assicurarsene una finalmente affidabile.

           Il presidente del Consiglio, da gran signore come ci tiene a sembrare, anche con l’acqua alla gola e non più solo all’inguine, forse non lo ammetterà mai, essendo stato peraltro spinto a Palazzo Chigi proprio da loro, con un Mattarella più rassegnato che convinto al Quirinale. Ma i problemi politici, e ora anche istituzionali, di Conte derivano tutti o prevalentemente dai grillini: altro che dai due Mattei -Salvini e Renzi- che si sono succeduti nel ruolo mediatico di alleati scomodi, inaffidabili e quant’altro.

            Si sono decisi a riconoscere questa realtà anche al Fatto Quotidiano, dove pure c’è gente volenterosa Il Fatto.jpgche stima e perfino vuole bene a Conte, che ricambia giustamente con tutta la disponibilità di cui è capace trovando sempre il tempo, anche nelle condizioni temporali più disperate, di farsi intervistare: se non danneggiato dall’acqua, anche col telefonino lasciatogli in tasca da Rolli.  E’ proprio sul giornale diretto da Marco Travaglio che è appena uscito, in testa alla prima pagina, un “viaggio nel caos dei 5Stelle”, pur “scampati”, chissà poi come e perché, “alla trappola Ilva” che risulta invece ancora lì, al suo posto, a minacciare decine di migliaia di posti di lavoro, diretto e indiretto, o indotto.

           Guidati dagli informati Luca De Carolis e Paola Zanca, i lettori del Fatto Quotidiano sono stati accompagnati fra “chi sale, chi scende e chi sta con chi” nel Movimento, con la maiuscola, fondato dal comico Beppe Grillo come uno scherzo in piazza a Bologna e diventato in meno di dieci anni -pensate un po’- il primo partito italiano, con una rappresentanza parlamentare paragonabile a quella che fu la Dc nella cosiddetta prima Repubblica. E’ stato un miracolo, temo, sfuggito a Padre Pio, di cui è dichiaratamente fedelissimo il presidente del Consiglio in carica. capo da statuto.jpgGià nel sommario di richiamo in prima pagina emerge tuttavia dal “viaggio” giornalistico il “capo da Statuto” del Movimento, come Luigi Di Maio viene definito all’interno da Luca De Carolis, in tutta la sua debolezza: “sempre più accerchiato tra correnti e spine”.

             In verità, nel Movimento, sempre al maiuscolo, per carità, “non esistono correnti”, fa dire tra virgolettecentri di potere.jpg ai suoi informatori lo scrupoloso De Carolis, che tuttavia aggiunge con apprezzabile onestà: “Però i centri di potere sì, eccome, con squadre annesse”. Da cui il povero Di Maio deve pur difendersi, vivaddio, specie dopo la sfortuna capitatagli con Salvini di perdere a fine maggio, nelle elezioni europee, metà dell’elettorato raccolto poco più di un anno prima. Egli difende la sua posizione sino a minacciare i dissidenti con le elezioni anticipate, ogni strada aperta.jpgche li decimerebbero, o a rimpiangere l’alleanza con i leghisti, peraltro dimostratisi così carini con lui da offrirgli nella crisi d’agosto la carica di presidente del Consiglio, al posto di un Conte già convinto di poter restare a Palazzo Chigi cambiando alleati.  “Luigi, in realtà, non vuole tornare con il Carroccio -fa dire De Carolis al suo informatore- ma farlo sospettare gli serve come strategia, per tenere a a bada i gruppi. Deve tenerli sulla corda ricordando che lui può tenersi aperta ogni strada”.

            Particolarmente scoperto è il nervo di Di Maio per la ormai cronica incapacità del gruppo parlamentare grillino della Camera di eleggere il nuovo presidente per “la stupidità della norma” internanorma stupida.jpg che reclama la maggioranza assoluta, di cui nessuno dispone proprio per le tensioni esistenti e coinvolgenti lo stesso Di Maio. Pertanto risulta particolarmente evidente “la chiara fame di caos in un gruppo sfaldato in frange”. E’ un caos che si trascina da oltre  due mesi e che ne provoca altro: per esempio, nel Pd che -racconta De Carolis- “guarda da fuori, preoccupatissimo” ciò che accade sotto le 5 stelle, le cui “croci pesano anche sui dem sempre di più”. E ciò ben al di là dei sorrisi che il segretario del Pd Nicola Zingaretti è andato a spargere ai suoi interlocutori americani in un viaggio che comunque lo farà tornare in Italia ancora più in ansia della partenza.

 

 

 

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Conte fra l’acqua all’inguine di Venezia e Matera e l’acqua alla gola di Taranto

              Tra dossier e foto accumulatisi sulla scrivania di Palazzo Chigi, o visibili sul suo computer, il presidente del Consiglio deve avere avuto qualche difficoltà a riconoscersi più nell’acqua all’inguine di Venezia e di Matera, flagellate dal maltempo, o nell’acqua alla gola di Taranto, dove lo hanno praticamente lasciato i parlamentari pugliesi delle cinque stelle che lui ha voluto incontrare, dopo un tentativo fallito sul posto nei giorni scorsi, per convincerli al ripristino del cosiddetto scudo penale per i gestori degli impianti siderurgici dell’ex Ilva.

            Anche Giuseppe Conte, come i dissidenti grillini guidati dall’ex ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi, sospetta che gli indiani in fuga da Taranto usino come pretesto l’abolizione di quello scudo recentemente votata Barbara Lezzi.jpgin Parlamento dalla maggioranza giallorossa, essendo in realtà preoccupati di più dalla crisi del mercato siderurgico sopraggiunta al loro contratto di affitto degli impianti, ma da buon avvocato egli sa che la questione potrebbe giocare contro il governo nella vertenza giudiziaria avviatasi presso il tribunale di Milano. Dove i gestori e forse già ex potenziali acquirenti dello stabilimento, che è da bonificare profondamente per non continuare a compromettere la salute di chi lavora e, più in generale, della popolazione, hanno denunciato proprio l’intervenuta soppressione delle tutele legali e favore di chi deve sopperire ai guasti precedenti. In assenza delle quali, a dire il vero, dovrebbe supplire una norna più generale del codice penale che però ha avuto in passato e potrebbe riavere in futuro l’inconveniente di un’applicazione non uniforme e costante da parte della magistratura, per cui ne occorre una formulazione più stringente.

            L’incontro diretto, e inutile, del presidente del Consiglio con i parlamentari dissidenti delle cinque stelle  è stato di per sé indicativo delle difficoltà esistenti nel maggiore partito della coalizione, dove a svolgere operazioni di persuasione e simili dovrebbe essere il capo del movimento, che è anche capo della relativa delegazione al governo, Luigi di Maio. Ma è da tempo ormai, Stampa.jpgalmeno dalla batosta subita nelle elezioni europee di fine maggio, per quanto puntellato dalla solita consultazione digitale improvvisata dal gestore dell’altrettanto solita piattaforma Rousseau, che la presa reale di Di Maio sul movimento è in discesa. E l’uomo che ha davvero l’unica e ultima parola a disposizione nella posizione “elevata” assegnatasi di persona, Repubblica.jpgcioè Beppe Grillo, fa a suo modo anche lui l’indiano senza esserlo. Egli parla ogni tanto come una sibilla cumana, sale e scende dal dibattito politico come dal palco dei suoi spettacoli comici, convoca in qualcuna delle sue ville capi e capetti lasciandoli all’oscuro delle sue reali intenzioni, usa il blog personale per confrontarsi direttamente con Dio e lascia che le maggioranze di turno -ieri quella gialloverde e oggi quella giallorossa- soffrano della crisi del loro principale partito, o quasi partito. Che, evitato lo scioglimento anticipato nella crisi d’agosto, continua ad avere il suo ruolo “centrale” nelle Camere elette il 4 marzo dell’anno scorso, per quanto la geografia politica del Paese stia cambiando con le elezioni regionali.

            Sino a quando potrà durare questa situazione, e con quali e quanti danni generali per il Paese, non lo sa francamente nessuno, con quanto disagio per il presidente della Repubblica è facile immaginare, dietro quella facciata di serenità e di fiducia c’egli cerca di trasmettere nelle sue uscite quasi quotidiane per onorare il suo ruolo istituzionale.

Un certo profumo di Draghi al tavolo delle riforme proposto da Giorgetti

Il “gelo” attribuito al leader leghista Matteo Salvini di fronte alla proposta del suo vice Giancarlo Giorgetti di una “Costituente” -chiaramente intesa come maggioranza e non come assemblea- per ristabilire condizioni di normale agibilità istituzionale e politica, completando le riforme costituzionali avviate con la riduzione del numero dei parlamentari e aggiornando ad esse la legge elettorale, mi ricorda un po’ le reazioni opposte nella scorsa primavera alle sollecitazioni dello stesso Giorgetti, allora sottosegretario a Palazzo Chigi, a chiudere l’esperienza del governo gialloverde.

Allora erano le crescenti difficoltà nei rapporti fra i leghisti e i grillini a preoccupare Giorgetti, sino a farlo volontariamente sfilare, con tanto di visita a Sergio Mattarella, dalla corsa alla quale si era o era stato iscritto al posto di commissario italiano nel nuovo esecutivo europeo che sarebbe nato dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Ora sono le difficoltà, anch’esse crescenti, fra i grillini -sempre loro- e i nuovi alleati, per quanto Luigi Di Maio non voglia chiamarli così considerandoli semplici compagni di viaggio, a spingere la fantasia di Giorgetti verso quello che nella cosiddetta prima e già declinante Repubblica chiamavamo “governissimo”.

Così si traduceva giornalisticamente la prospettiva del superamento del “pentapartito” guidato da Giulio Andreotti, e condizionato dalla forte partecipazione dei socialisti, per recuperare i comunisti tornati  nel 1979 all’opposizione di loro volontà -non dimentichiamolo- dopo la stagione della “solidarietà nazionale”, pur di non farsi coinvolgere nel rafforzamento missilistico della Nato inviso all’Unione Sovietica, per quanto Enrico Berlinguer sentisse garantite dall’alleanza atlantica anche le distanze che il suo Pci aveva preso da Mosca.

Ma torniamo a Giorgetti. Le sue spinte verso la rottura con i grillini furono liquidate con i propositi che ancora Salvini esprimeva, anche dopo il successo conseguito nelle elezioni europee di fine maggio, di proseguire l’esperienza di governo gialloverde per tutta la legislatura. Egli era evidentemente convinto che Di Maio potesse e volesse contenere “la politica dei no” proprio perché indebolito dal dimezzamento dei voti in quelle elezioni. Fu una scommessa sbagliata, per cui “il capitano” si decise a staccare la spina e a provocare una crisi obiettivamente mal gestita, fra spiagge e richieste, o minacce, di “poteri pieni” e solitari che si ritorsero contro di lui.

Ora a Giorgetti che -stanco evidentemente di divertirsi, come diceva qualche giorno fa, di fronte alle difficoltà del nuovo governo e colpito dalla paura di un’eredità troppo pesante, da raccogliere poi chissà quando- ha lanciato la proposta “personale” della maggioranza costituente Salvini ha risposto che non è il momento di parlarne. Egli avverte per ora altre esigenze, come quella di far perdere alla sinistra a fine gennaio anche l’Emilia Romagna, dopo l’Umbria. Nel frattempo il governo se la vedrà con l’acciaio di Taranto e con i mille e più emendamenti alla legge di bilancio, prima della cui approvazione Conte non si sente neppure di promuovere un vertice chiarificatore della maggioranza, come ha appena annunciato in una intervista ad un giornale non certo ostile come Il Fatto Quotidiano.

La reazione temporeggiatrice di Salvini è bastata ed avanzata persino ad un giornale autorevole come il Corriere della Sera per parlare appunto di “gelo” e relegare la questione a pagina 10, in qualcosa che tecnicamente assomiglia ad una notizia ad una colonna. Nella quale tuttavia si è interpretata la proposta del vice segretario leghista come “legittimazione indiretta” dell’attuale governo, destinato quindi ad essere sostenuto da volenterosi ora all’opposizione: questa, sì, meritevole forse del “gelo” di Salvini.

Non vorrei contribuire all’Inferno cui di recente ho auspicato di sottrarre Mario Draghi trascinandolo, ora che è libero da impegniDraghi.jpg internazionali, nelle beghe della politica italiana. Ma non posso neppure ignorare che proprio la disoccupazione, chiamiamola così, dell’ex presidente della Banca Centrale Europea costituisce dal 28 ottobre scorso, cioè dalla sua partenza da Francoforte, la nuova risorsa del suo e nostro Paese.

“Grazie, Mario”, disse quel giorno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Draghi, accorrendo alla cerimonia dello scambio delle consegne con la francese Christine Lagarre.. Era un grazie per quello che aveva fatto, ma forse anche un grazie preventivo per quello che potrebbe fargli personalmente, a 72 anni  peraltro così ben portati, e con le credenziali che si è guadagnato in tutto il mondo, se la situazione del governo in carica e della sua litigiosa maggioranza dovesse precipitare.

Le stesse elezioni anticipate, alle quali il capo dello Stato viene descritto, a torto o a ragione, come rassegnato in caso di crisi, avrebbero pur bisogno di un governo di garanzia. Che non potrebbe essere certamente essere quello travolto dai suoi contrasti, secondo un nutrito elenco di precedenti.

Ma di garanzia dovrebbe essere pure il cosiddetto governassimo a maggioranza “costituente”, se il tavolo di lavoro  proposto di Giorgetti dovesse rivelarsi più concreto o meno paradossale di come  altri l’hanno esorcizzato, volenti o nolenti, confinandolo fra le brevi, come diciamo noi giornalisti quando vogliamo deprezzare una notizia.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Giancarlo Giorgetti è stanco di divertirsi e propone una specie di governissimo

              Il titolo o tema del convegno a Milano di cui era ospite –“Metamorfosi”- deve avere contribuito a far cambiare idea e anche umore all’ex sottosegretario a Palazzo Chigi e ora “solo” vice segretario della Lega Giancarlo Giorgetti. Che si è stancato evidentemente di divertirsi allo spettacolo del secondo governo di Giuseppe Conte, che qualche giorno fa egli si godeva sui divani di Montecitorio, compiaciuto di vedere i piddini provare sulla propria pelle gli stessi inconvenienti dei leghisti nella collaborazione con i grillini, prigionieri delle loro tensioni interne e impegnati a scaricarle sugli alleati di turno. Che poi Luigi Di Maio, capo ancòra del Movimento delle 5 Stelle per volontà di uno svogliato -scusate l’ossimoro- Beppe Grillo diviso fra le sue ville, neppure considera tali. Più che alleati, i leghisti prima e i piddini, renziani e bersaniani adesso sono considerati sotto le 5 stelle semplici compagni di viaggio.

            Consapevole dei limiti di un divertimento fine a se stesso, giusto per il gusto di vedere gli altri nei guai, che i leghisti potrebbero però ereditare rimanendone pure loro schiacciati se e quando dovessero  tornare al governo con i ritrovati -bene o male- alleati di centrodestra, Giorgetti ha proposto a titolo doverosamente “personale” -ha precisato- “una Costituente” sulle riforme della Costituzione e della legge elettorale per rimettere in piedi il Paese come sistema. Così verrebbe impiegato più proficuamente il tanto che resta di questa legislatura, cui le forze dell’attuale maggioranza giallorossa non vogliono rinunciare per il timore che a vincere le elezioni sia praticamente l’odiato Matteo Salvini. Male che vada -dicono Giuseppe Conte e compagnia apparentemente governante, al netto dell’acciaio e di tutto il resto che sta fondendo- faremo trovare Salvini alle prese con un presidente della Repubblica eletto nel frattempo dal Parlamento contro di lui e destinato a sopravvivergli e a guastargli i giochi.

            La “Costituente” pensata da Giorgetti non è ovviamente un’assemblea da eleggere a questo scopo, e inutilmente proposta da altri sulla falsariga di quella che fra il 1946 e il 1947 sostituì nel dopoguerra il Parlamento e approvò la Costituzione della Repubblica. E’ più semplicemente, o più difficilmente, secondo i gusti e nel contesto di questo Parlamento e di questa Corsera su Giorgetti.jpglegislatura, una maggioranza più larga di quella giallorossa, supportata o completata con chi sta adesso all’opposizione: magari, pure “a gratis”, come dicono a Roma, per Conte e i partiti della maggioranza -Pd e Italia dei Valori di Renzi- affrettatisi a manifestare interesse o disponibilità. Sarebbe, come ha chiosato il Corriere della Sera in una breve notizia curiosamente  relegata a pagina 10, “la legittimazione indiretta del governo Conte e la convinzione che esso durerà”. Da qui nascerebbe anche “il gelo” di Salvini. Che ha reagito alla sortita del suo vice dichiarandosi alle prese, in questo momento, con altri problemi, a cominciare dalle elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia Romagna, e disposto ad occuparsene “più avanti”.

            Mi sembra tuttavia francamente difficile liquidare la faccenda in questi termini e pensare che Giorgetti sia tanto generoso, o sprovveduto, da non avere pensato e non pensare ad una crisi e al varo di un altro governo, o “governissimo”, come si diceva nella cosiddetta prima Repubblica, guidato non obbligatoriamente da Conte. Il mercato politico e istituzionale, diciamo così, si è proprio di recente arricchito di una personalità liberatasi dagli impegni europei come Mario Draghi. Che peraltro Giorgetti conosce molto bene e per il quale proprio di recente Salvini, spiazzando i suoi avversari, ha dichiarato di poter votare, quando sarà il momento, per il Quirinale. E pazienza se Giorgia Meloni si strapperà gli abiti in pubblico.

            Non vi dice nulla tutto questo? O tanto poco da andarlo a cercare a pagina 10 del Corriere della Sera o, nella migliore delle ipotesi, all’interno dello smilzo Foglio  con un titolo però menoIl Foglio.jpg frettoloso? Che dice: “Giorgetti fa la prima mossa”. Cui altre quindi potrebbero seguire, o essere imposte dalle crescenti difficoltà di questo governo che per il momento, e almeno sino all’eventuale approvazione del bilancio, su cui gravano già più di mille emendamenti, non sembra in grado, secondo le parole dello stesso presidente del Consiglio, di fare riunire attorno ad uno stesso tavolo i segretari dei partiti della maggioranza per chiarirsi le idee.

 

 

 

 

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Il palleggio di Giuseppe Conte anche con l’acciaio di Taranto, annessi e connessi

            La ormai nota, divertente e divertita capacità di Giuseppe Conte di palleggiare, recentemente diffusa anche per immagini, ha appena trovato il modo di applicarsi alla vicenda dell’ex Ilva di Taranto per le posizioni del presidente del Consiglio che sembrano cambiare secondo gli interlocutori con i quali ne discute.

            Il buon Alessandro Trocino sul Corriere della Sera ha raccolto e rilanciato le notizie sul capo del governo che, reduce dalla sua lodevole e improvvisa missione nello stabilimento Alessandro Trocino su Conte.jpgpugliese e dintorni, sta cercando di convincere con santa pazienza anche i grillini più contrari -quelli che vengono definiti “d’acciaio”, e con i quali neppure Luigi Di Maio riesce più a parlare, o quasi- che il ripristino del cosiddetto scudo penale per i gestori degli impianti siderurgici di Taranto da risanare può avere un peso decisivo nella vertenza giudiziaria, che gli stessi gestori hanno aperto dopo l’improvviso voltafaccia della maggioranza parlamentare. La protesta degli indiani, chiamiamoli così, potrebbe essere “un alibi”, essendo ben altre le ragioni del loro tentativo di sganciarsi nella mutata congiuntura internazionale del mercato siderurgico, ma cercare di smontarla e neutralizzarla sarebbe ugualmente ragionevole, anzi necessario.

            Ebbene, intervistato per Il Fatto Quotidiano dal direttore in persona Marco Travaglio, d’acciaio comeConte al Fatto.jpg i grillini sunnominati, sull’intenzione attribuitagli di Travaglio-Conte 1 .jpgripristinare lo scudo penale, e anche di concedere uno sconto sull’affitto degli impianti, che Travaglio definisce “prezzo d’acquisto”, nonché il ricorso alla cassa integrazione per migliaia di esuberi, Conte ha risposto: “Niente affatto”. Egli ha poi parlato della ricerca di “eventuali soggetti alternativi” agli indiani ed espresso fiducia, da avvocato e non solo da presidente del Consiglio, di mettere i Mittal e soci con le spalle al muro nel tribunale di Milano.

            A un Travaglio forse ancora sospettoso dei propositi negoziali del governo il professor Conte ha successivamente Travaglio-Conte 2.jpgraccontato: “Per stanare il signor Mittal sule sue reali intenzioni gliel’ho offerto subito” il ripristino dello scudo penale, ma “mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque perché il problema è industriale e non giudiziario”. Pertanto “solo continuare a parlarne ci indebolisce nella battaglia legale, alimenta inutili  polemiche e ributta la palla” -dai con la palla- “dal campo di Mittal a quella del governo”.

           Dev’essere stata musica per le orecchie del direttore del Fatto Quotidiano, che comunque alla fine dell’intervista, consultazione e non so cos’altro, si è sentito in dovere di consigliare a Conte di ridurre o prevenire la forte conflittualità all’interno della maggioranza giallorossa, da lui invece considerata giallorosa perché il rosso evidentemente dovrà ancora arrivare, chissà da dove. In particolare, egli gli ha suggeritoTravaglio-Conte 3 .jpg di riunire attorno ad uno stesso tavolo i quattro segretari dei partiti della coalizione “perché si dicano tutto in faccia” e “perfezionino il programma finora troppo vago”. E lui, Conte, quasi ringraziando del consiglio, ha detto: “Sì, è il caso. Dopo il varo della manovra”, presumo l’approvazione parlamentare del bilancio, “ho già programmato di invitarli a un week-end di lavoro: tutti parleranno fuori dai denti, poi raccoglieremo i rispettivi obiettivi, metteremo giù un cronoprogramma dettagliato perché tutti si impegnino sul che fare e su quando farlo nei prossimi tre anni e mezzo”.

           “Vasto programma”, soleva dire con scetticismo e ironia in simili occasioni la buonanima del generale francese Charles De Gaulle. Noi non abbiamo un generale così, ma mi accontento di riprendere e condividere questa impietosa rappresentazione della vicenda Taranto e dintorni appena  fatta sul Foglio dal segretario dei metalmeccanici della Cisl Il Foglio.jpgMarco Bentivogli, uno che peraltro non viaggia in auto blu o grigia ma sugli autobus, dove l’ho scorto qualche giorno fa: “Politica antindustriale, magistratura interventista, ambientalismo cieco”. E ancora: “L’Ilva di Taranto è lo specchio di un paese in guerra contro se stesso”. Non male neppure il titolo “Contro i cialtroni dell’acciaio”.

 

 

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Dal muro di Berlino ai cancelli delle ville italiane di Beppe Grillo

              Neppure Giuseppe Conte, nella confusione della vertenza giudiziaria e politica sulla ex Ilva di Taranto, saprà forse indicare lo specchio giusto fra i due nei quali lo hanno raffigurato il Corriere della Sera da una parte e Il Fatto Quotidiano dall’altra.

            Il Corriere, in particolare, lo ha rappresentato come il presidente del Consiglio che “tenta il rilancio” nella Conte sul Corriere.jpgpartita con gli indiani gestori degli impianti siderurgici, offrendo loro non solo il ripristino del cosiddetto scudo penale, abolito inopinatamente dalla sua maggioranza giallorossa nelle scorse settimane, ma anche un intervento dello Stato per aiutarli a Fatto su Conte.jpgfronteggiare la difficile congiuntura del mercato internazionale del settore, subentrata agli accordi dell’anno scorso. Il Fatto Quotidiano ha invece messo addosso a Conte una corazza d’acciaio inossidabile per portarlo “al contrattacco”, codice e pandette fra le mani, facendo vedere agli indiani i sorci verdi al tribunale di Milano con l’accelerazione della vertenza da loro stessi aperta. Sono i misteri dell’informazione e della politica, in una miscela dove l’una e l’altra diventano tossiche.

            Il fatto, non quello maiuscolo di Marco Travaglio ma quello minuscolo della realtà, è che il governo Conte 2, come quello precedente del resto, anche se sembrava nelle mani dell’allora ministro leghista Salvini sul Fatto.jpgdell’Interno Governo ostaggio.jpgMatteo Salvini, è “ostaggio delle diatribe a 5Stelle”, come ha titolato il Quotidiano del Sud diretto da Roberto Napoletano. E “diatribe” è dir poco, se persino Travaglio in un pezzo sul governo a poco più di due mesi dalla sua formazione, pur cercando di rappresentarlo nel migliore dei modi grazie alle doti attribuite al presidente del Consiglio, ha definito “marasma” la situazione in cui versano i grillini. Le cui tensioni interne -altro che la obiettiva confusione in cui si muove Matteo Renzi e quella che procura o aggrava nel Pd di Nicola Zingaretti, abbandonato apposta per farlo esplodere il prima possibile nelle sue contraddizioni- si scaricano tutte sulla compagine ministeriale e sul presidente del Consiglio.

            I grillini, la cui identità deriva solo dal nemico di turno contro cui si scatenano, come i Benetton l’anno scorso dopo  crollo del ponte a Genova e gli indiani adesso per l’ex Ilva di Taranto, sono la palude nella quale Conte è costretto a muoversi con o senza cravatta, con o senza pochette. La loro crisi d’identità, la loro originaria vocazione oppositoria, il loro rifiuto della modernizzazione perché possibile occasione di corruzione e quant’altro, il loro congenito giustizialismo si sono aggravati con la perdita progressiva di voti, inevitabile con qualsiasi alleato decidano di affrontare le urne del momento, ma anche da soli, ormai, a causa della incapacità di stare insieme a casa propria.

            E’ diffusa, e anche facile, diciamo la verità, la tentazione di attribuire la responsabilità del “marasma” sotto le cinque stelle, per ripetere Travaglio, all’imperizia e quant’altro del troppo giovane “capo” Luigi Di Maio. Cui Conte ha generosamente concesso nel salotto televisivo di Bruno Vespa la sostanziale attenuante di gestire una difficile fase di “transizione” e riorganizzazione del movimento pentastellato, perdonandogli così anche gli sgarbi che ne riceve spesso e volentieri, direttamente o a mezzo stampa, con dichiarazioni e riunioni di ministri e sottosegretari quasi alternative alle sedute del Consiglio dei Ministri. In realtà, il difetto è nel manico vero del Movimento, che è Beppe Grillo in persona, incapace di scegliere fra Di Maio e i suoi critici, o di trarre tutte le conseguenze dalle scelte quando le compie, come è avvenuto allorchè ha deciso la conferma di Conte a Palazzo Chigi e l’accordo di governo col Pd.

            L’Europa sta festeggiando in questi giorni il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, e di tutto ciò che esso aveva costituito per tanto tempo dividendo non solo il vecchio continente ma tutto il mondo fra comunismo e anticomunismo, e  relative sfaccettature. La nostra povera Italia è paradossalmente alle prese, in Sant'Ilario.jpgquesta diciottesima legislatura nata il 4 marzo dell’anno scorso dalla conquista della maggioranza relativa ad opera dei pentastellati, non col muro ma con i cancelli delle ville dove Beppe Grillo prende o non prende le sue decisioni, tra Marina di Bibbona e il quartiere genovese di Sant’Ilario.

            Eugenio Scalfari, beato a lui, e alla sua veneranda età, si consola con la filosofia e la poesia recitando Scalfari.jpgcon Giacomo Leopardi, come ha fatto in questa domenica su Repubblica, i versi sull’immensità tra cui “s’annega il pensier mio” ed è “dolce naufragare” nel mare, anche quello a vista dalle ville del comico genovese prestatosi alla politica.  

 

 

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Il buco nero della pur coraggiosa missione di Giuseppe Conte a Taranto

             Al netto del coraggio, e non solo del buon senso, mostrato con la sua visita a Taranto -senza cravatta e Rolli.jpgpochette messegli invece addosso da qualche vignettista- nell’”affonderia” inventata con la solita efficacia ironica dal manifesto, Giuseppe Conte si è lasciata scappare forse una frase di troppo col pubblico che ha affrontato fuori e dentro lo stabilimento siderurgico. “Non ho soluzioni in tasca”, ha detto il presidente del Consiglio, oltre all’intenzione di fronteggiare con fermezza la vertenza apertasi con i gestori indiani: una vertenza che segnerà un’epoca, ha pressappoco aggiunto Conte con la competenza non tanto della politica, alla quale è arrivato solo l’anno scorso, quanto di una consolidata professione forense e cattedratica.

            Una soluzione, preliminare a tutte le altre, e valida anche come una cartina di tornasole per verificare le reali intenzioni degli indiani, chiamiamoli così per brevità, e insieme come rimedio ad un cambiamento introdotto all’improvviso dal governo e dalla sua maggioranza al cosiddetto quadro normativo in cui maturarono gli accordi con gli attuali gestori degli Conte 3 .jpgimpianti di Taranto, è il ripristino di quello che viene definito “scudo penale”. Grazie al quale i gestori attuali, come i commissari italiani ArcelorMittal.jpgche li hanno preceduti nelle operazioni di bonifica necessari sul posto, dovrebbero essere perseguiti solo per gli errori e le colpe loro, non dei predecessori. Dai quali essi hanno ereditato gli immani guasti ambientali e d’altro tipo che gravano sull’area. E’ uno scudo di elementare garanzia, senza il quale chiunque operi lì è alla mercè di una qualsiasi iniziativa giudiziaria, con danni economici e fisici, essendo in gioco anche  la libertà degli interessati, oltre al denaro degli investitori.

            Non a caso, del resto, tra gli incontri che Conte ha voluto avere a Taranto, dopo il confronto con la popolazione e con gli operai, davanti e dietro i cancelli, c’è stato quello in Prefettura col capo della Procura locale. Le cui iniziative sulla praticabilità degli altiforni, e relativi sviluppi giudiziari, hanno inciso non poco nell’esplosione della vertenza, quanto e forse anche più dei mutati interessi degli investitori per la congiuntura del mercato siderurgico internazionale.

            Per troppi anni purtroppo anche la politica industriale, come a suo tempo persino la lotta al terrorismo, alla corruzione e, più in generale, la politica dell’ordine pubblico e dei diritti civili, sono state delegate dalla politica, di ogni colore e sfumatura, all’autorità giudiziaria. Nasconderlo sarebbe semplicemente disonesto. E avrebbero diritto a lamentarsene per primi i magistrati, fra i quali pure non manca chi ha profittato di questa situazione per cercare di cambiare in forma stabilmente squilibrata i rapporti fra politica e giustizia.

            Per tornare alla faccenda dello scudo penale necessario a chiunque, e non solo agli indiani di turno, per compiere l’immane impresa della bonifica di un impianto industriale senza del quale avremmo decine di migliaia di disoccupati e almeno un punto e mezzo di perdita del prodotto interno lordo, ad abolirlo nelle scorse settimane è stata la maggioranza giallorossa con un colpo di mano legato alle tensioni esistenti all’interno del più consistente partito di governo, che è naturalmente il Movimento delle 5 Stelle. Il cui capo, ancòra, Luigi Di Maio ha appena avvertito minacciosamente che il ripristino della norma chiesto dal Pd, dopo la sbandata in cui si è fatto coinvolgere assieme ai renziani, sarebbe “un problema per l’esecutivo”.

             I grillini, per quanti sforzi Di Maio potesse o volesse compiere per tenerli a bada, non foss’altro per essere stato nel precedente governo uno degli artefici dell’accordo con gli indiani come superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, sarebbero in grado con il loro dissenso di boicottare l’operazione, sino a provocare una crisi, non foss’altro per l’approvazione dello scudo con una maggioranza diversa da quella del governo, cioè col contributo essenziale delle opposizioni di centrodestra.

            A capeggiare il dissenso o la rivolta fra i pentastellati, peraltro frustrati da risultati e sondaggi elettorali che li danno ormai ad una sola cifra, com’è appena accaduto in Umbria, è l’ex ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi: una specie di “pasionaria” pugliese, in qualche modo emula Barbara Lezzi.jpgdella compianta e leggendaria Dolores Ibarruri dell’antifranchismo spagnolo. Ebbene, nel programma della visita o missione di Conte a Taranto c’era anche un incontro in Prefettura con i parlamentari del territorio, compresa dunque la Lezzi. Ma nelle cronache dei fatti non se n’è poi trovata traccia alcuna. Sarebbe bello sapere se l’incontro c’è stato, se vi ha partecipato anche la “pasionaria” e che cosa si sono detti l’una e l’altro, cioè la Barbara, di none, e il suo ex presidente del Consiglio, e ora presidente di un Consiglio dei Ministri da cui la signora è rimasta fuori, non facendosene forse ancora una ragione.

 

 

 

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Conte in affanno per l’acciaio e dintorni dopo un incontro al Quirinale

              Reduce da un incontro al Quirinale che non deve essere stato facile, con un Sergio Mattarella alquanto inquieto anche per la gestione un po’ “schizofrenica” -a leggere la cronaca di Corriere.jpgMarzio Breda sul Breda 1 .jpgCorriere della Sera- della crisi dell’ex Ilva, ai cui gestori franco-indiani è stato prima dato e poi tolto il cosiddetto scudo penale per la bonifica dell’imponente impianto siderurgico di Taranto, Giuseppe Conte ha cercato di riprendersi con dichiarazioni e interviste che dessero di lui l’immagine di un uomo un po’ meno indeciso o più determinato delle apparenze.

            In particolare, il presidente del Consiglio ha rifatto, come il giorno prima, la voce grossa contro i cinquemila esuberi programmati dagli indiani, chiamiamoli così, e l’azione giudiziaria intentata per recedere dal contratto a causa anche del mutato quadro “normativo” degli accordi. E non ha escluso, in un clima di auspicata solidarietà nazionale, un intervento diretto La Stampa.jpgdello Stato per garantire produzione siderurgica e posti di lavoro. Ma, messo alle strette nel salotto televisivo di Bruno Vespa, a Porta a Porta, sull’aiuto che certamente non gli danno nel governo e nella maggioranza i grillini, dove i duri hanno preso il sopravvento e hanno determinato la cancellazione dello scudo penale usata dagli indiani per aprire la vertenza, Conte ha cercato di giustificarne contraddizioni ed errore parlando della “transizione” con la quale è alle prese il Movimento delle 5 Stelle.

            E’ una “transizione”, quella dei grillini, non certamente nuova, anche se aggravata dal 7 per cento dei voti cui si sono ridotti nelle elezioni regionali umbre del 27 ottobre per essersi accordati col Pd anche locale, oltre che nazionale. Essa si trascina dal primo momento in cui, giù nella maggioranza gialloverde seguita alle elezioni politiche dell’anno scorso, i pentastellati dovettero fare i conti con i problemi di governo, un po’ diversi da quelli più semplici e redditizi dell’opposizione. Il guaio è che la crisi della leadership di Luigi Di Maio fra i grillini si è progressivamente aggravata dal dimezzamento dei voti subìto nelle elezioni europee di fine maggio e non vi è ora missione di Davide Casaleggio a Roma, come quella compiuta ieri, che riesca a risolverla.

            I gruppi parlamentari delle 5 stelle sono in ebollizione: quello della Camera, appena travolto con il governo da una dura contestazione in aula da parte dei leghisti, è rimasto senza presidente e in quello del Senato gli intransigenti -o “i grillini d’acciaio”, come li ha chiamati su Repubblica Stefano Folli- dettano legge usando spesso e volentieri il soccorso tattico dei renziani. Renzi a Repubblica.jpgSui cui umori e obiettivi potrebbero bastare e avanzare le parole appena dette da Matteo Renzi in persona a proposito di Conte in una intervista a Repubblica, ispirandosi al “suo” Lorenzo de’ Medici, detto Il Magnifico, nel Carnevale del 1490: “Del doman non c’è certezza”.

           Se Conte ha motivo di piangere, il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che peraltro comincia ad essere stanco pure lui del tipo di rapporto fra i grillini e il presidente del Consiglio, non può certo ridere dell’attivismo, tatticismo e altro ancora di Renzi. Che, sempre nell’intervista a Repubblica, gli ha praticamente rimproverato di essersi fatto prendere, o riprendere, anche lui dalle tentazioni elettorali ignorando che il ricorso anticipato alle urne, in caso di crisi, sarebbe “un suicidio collettivo”.

            Il fatto è però che le chiavi dello scioglimento anzitempo delle Camere non è nelle mani di Renzi, come l’ex presidente del Consiglio ha forse creduto imponendo di fatto nella crisi di agosto la sua conversione improvvisa all’intesa con i grillini pur di evitarlo. Quelle chiavi sono solo nelle mani del presidente della Repubblica, che d’altronde glielo fece capire bene nel 2016, quando, pur essendo stato eletto l’anno prima al Quirinale col suo determinante appoggio, negò le elezioni anticipate chieste dallo stesso Renzi per investire, diciamo così, in un  rinnovo anticipato delle Camere il rilevante 40 per cento dei voti con cui aveva appena perduto il referendum sulla sua riforma costituzionale.

           Ora che la maggioranza giallorossa è già in affanni progressivi, come il presidente del Consiglio in Libero.jpgpersona, e si può scherzare sul suo aggettivo scrivendo di “maggioranza giallorotta”, come ha fatto Libero in un titolo, il capo dello Stato  non intende giustamente far logorare dalla crisi politica anche il suo ruolo istituzionale. E, come ha appena ribadito allo stesso Conte Breda 2 .jpgsecondo la già ricordata corrispondenza di Marzio Breda dopo l’incontro sull’affare indiano e dintorni, “il Colle non tenterà di costruire alternative né tecniche né istituzionali”, perché in caso di crisi “si andrà dritti al voto”. E vi si andrà probabilmente con un governo di garanzia, non con quello eventualmente dimissionario di Conte.

          L’avvertimento dovrebbe valere anche per l’irrefrenabile fantasia ludica di Giuliano Ferrara. Che sul Foglio si è appena speso per la prosecuzione della legislatura, sia pure sulla “lastra Lastra di ghiaccio.jpgdi ghiaccio” immaginata da Marco Travaglio sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. In particolare, il mio amico Giulianone ha scritto sin dal titolo del suo pezzo che “il governo senza spirito”, o senza anima, come altri hanno definito quello Il Foglio.jpgdel Bisconte, “è molto meglio” delle elezioni anticipate. E ha incitato con eccitazione degna di miglior causa: “Insieme per trasformismo e necessità. E’ un bene se governicchiano”. D’altronde, potrebbe difendersi Ferrara, già la buonanima di Giulio Andreotti sosteneva al governo che “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.  

 

 

 

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Come i radicali sono caduti nella trappola della loro dolorosa diaspora

Ringrazio naturalmente Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale, per l’attenzione riservata al mio amichevole invito  -non so fino a che punto avvertito come tale- a non lasciarsi coinvolgere, e tanto meno travolgere, in quella che ho chiamato “guerra dei pidocchi”, scatenata dagli avversari degli eredi di Marco Pannella dopo l’arresto di Antonello Nicosia per mafia. Li ringrazio anche per avere consentito, ispirato e quant’altro, con la loro reazione, l’approdo della mia polemica sulla prima pagina del nostro Dubbio, cui Turco e Testa molto giustamente hanno riconosciuto il merito di una dissonanza a volte persino solitaria dalla diffusissima abitudine di attaccare o ignorare i radicali, le loro battaglie, i loro congressi, i loro dibattiti.

Purtroppo non è stata mia, o non solo mia, e neppure capricciosa, l’interferenza delle polemiche sull’arresto dell’ex assistente parlamentare Nicosia, e dell’uso da lui fatto delle visite nelle carceri effettuate in quella veste, con la dolorosa -mi consentirete almeno questo aggettivo, cari Turco e Testa- diaspora radicale.

Per l’abitudine che ho, e non intendo abbandonare, di seguire e sostenere da ogni forma di aggressione Radio Radicale, peraltro generosa con le mie opinioni, che spesso raccoglie citando miei articoli, o sollecita intervistandomi, mi è toccato qualche giorno fa di ascoltare di prima mattina, dopo la consueta rassegna Stampa e Regime, l’amica Rita Bernardini accusare i giornali di avere attribuito Nicosia a un organismo non del Partito Radicale ma dei radicali italiani “di Emma Bonino”. Da ciò e solo da ciò è derivato il mio improvvido ricorso, secondo Turco e Testa, alla semplificazione di un discorso “praticamente” diretto anche alla senatrice Bonino.

Sul conto di Emma -lo dico con tutta franchezza e onestà, ripetendo ciò che altre volte ho scritto sul Dubbio polemizzando amichevolmente con Valter Vecellio- non ci saranno radicali di qualsiasi appartenenza o registro che mi faranno cambiare idea e giudizio. Per me rimane e rimarrà la compagna di lotta del nostro comune amico Marco Pannella, del cui rapporto mi sono sempre sentito onorato, ovunque mi sia capitato di scrivere e di lavorare durante la mia non breve attività professionale, sia nel consenso sia nel dissenso. Che si sono alternati nella comune consapevolezza -di Marco e mia- di essere persone oneste e perbene. Non aggiungo altro perché mi costa molto già quello che ho dovuto scrivere per rispondere al segretario e alla tesoriera -per carità- del Partito Radicale.

 

 

 

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