Grillo si distrae con la plastica dalla scomoda crisi del suo movimento

              Le difficoltà politiche in cui si trovano i grillini al sesto mese di governo gialloverde – nonostante o anche a causa del tentativo della sua ala di sinistra, capeggiata dal presidente della Camera Roberto Fico, di  sottrarsi alla morsa leghista cui essa attribuisce la crisi del movimento delle cinque stelle- si avvertono chiaramente affacciandosi al blog del comico genovese. Che è ormai “personale”, si sa, ma è pur sempre un punto di riferimento, perché Beppe Grillo non ha smesso di essere l’anima di quel partito: “il padre di tutti noi”, lo ha chiamato nell’ultimo raduno al Circo Massimo il capo formale del movimento, vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. Un padre che come quello anagrafico, con  le sue pratiche di lavoro nero e abusi edilizi almeno parzialmente ammesse, gli crea ogni tanto problemi con sparate a stento, molto a stento confinate poi nel repertorio teatrale, ma pur sempre un padre, appunto. Anzi, “l’elevato”, come lo stesso Grillo si autodefinisce anche quando chiama i suoi al telefono e li strapazza a dovere. Mi dicono che ciò accada di frequente.

             Ebbene, a dispetto dei rapporti con la Lega così drammaticamente avvertiti e denunciati con le sue sortite pubbliche dal presidente della Camera, che si morde le mani per non avere potuto votare contro la conversione del decreto legge su sicurezza e immigrazione intestato al ministro dell’Interno Matteo Salvini; a dispetto dei “numerini” sui quali Di Maio ha dovuto ripiegare, parlando della manovra finanziaria contestata dalla Commissione Europea, per spiegare che dovranno forse essere sacrificati agli “interessi dei cittadini”, che fanno pure rima; a dispetto delle tessere del cosiddetto reddito di cittadinanza che entrano ed escono, nella immaginazione dello stesso Di Maio, dalle tipografie delle Poste Italiane; a dispetto del voto favorevole che i pentastellati hanno dovuto ricevere al Senato da Mario Monti sulla strada di un ripensamento finanziario per non rompere davvero con l’Europa; a dispetto ancora delle proteste levatesi nel movimento contro il sostanziale ritiro che Salvini ha  imposto al governo dal fronte del “Global Compact”, come viene chiamato il “preziozo” -l’ha definito Mattarella- documento dell’Onu sull’immigrazione; a dispetto, dicevo, di tutto questo e di altro ancora, Beppe Grillo ha segnalato come l’evento maggiore, più preoccupante o più significativo, della quarantaduesima settimana appena conclusa del suo glob  il fatto che “più della metà dei rifiuti di plastica nell’oceano proviene da soli cinque paesi asiatici”. “La situazione è drammatica”, ha commentato l’insonne -per restare all’”Insomnia” dei suoi spettacoli- che però ha deciso di dormire sulle vicende della sua creatura politica. E di occuparsi piuttosto degli appuntamenti che ha a teatro, non gratuiti ma con tanto di biglietto, col pubblico di  Montecatini il 7 dicembre,  di Pescara il 14, di  San Benedetto del Tronto il 15 e di Rende, in Calabria, il 21.

                   Neppure sul blog, quello ufficiale, delle stelle, e non solo delle cinque del movimento grillino, si trova granché a proposito dei problemi politici che investono, tormentano e Il blog delle stelle.jpgdividono la rappresentanza più numerosa degli elettori alla Camera e al Senato. C’è la solita foto del “capo” Di Maio fra il pubblico  che lo saluta più o meno festosamente, ma poco di più, fra cui la solita ossessione per i giornali che criticano il movimento allo scopo di “delegittimarlo”, per cui “non bisogna cascarci”. #noncicasco, è infatti la parola d’ordine digitale che ogni militante, elettore e quant’altro del movimento deve ripetere, evitando per ora -si spera- di assaltare le edicole e di bruciarne il contenuto.

                   Piuttosto, è il caso che i più motivati nel sostegno delle cause grilline corrano a dare una mano nel Il balcone di Di Maio.jpgcantiere allestito a Palazzo Chigi, e impietosamente rivelato con foto da Libero, per rinforzare il balcone su cui Di Maio festeggiò poco prudentemente lo sforamento del deficit, sino al 2,4 per cento, appena imposto al riluttante ministro dell’Economia Giovanni Tria. Il quale fu trattenuto a stento dalle dimissioni dal presidente della Repubblica, preoccupato che una crisi di governo procurasse ancora più danni.  Mai festa si è forse rivelata così intempestiva, e perniciosa, a tutti gli effetti: dai mercati finanziari allo stesso balcone della Presidenza del Consiglio.

 

Assedio istituzionale a Matteo Salvini. Si complica la situazione politica

                 E’ scattato contro Matteo Salvini, quotidianamente a cavallo della sua notorietà umana e politica, e dei sondaggi elettorali che lo danno in crescita rispetto ai suoi vecchi e nuovi alleati di governo, un assedio che non è esagerato definire istituzionale, viste le provenienze degli attacchi, diretti o allusivi, che gli sono stati rivolti nelle ultime 24 ore. E curiosamente in coincidenza, o subito dopo un’intervista al Corriere della Sera in cui un’altra figura quasi istituzionale, ormai, come il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti gli ha dato dell’insegnante di “diseducazione civica” agli italiani. Che di simili lezioni, a dire il vero, già ne ricevono da altri, e da un certo tempo.

              Anche al democristiano Mario Scelba, ministro dell’Interno come Salvini, capitò negli ormai lontani anni Cinquanta, e forse anche qualcosa di più, di essere strapazzato come insegnante di educazione civica per avere definito “culturame” tutto ciò che si scriveva e si diceva sotto il profilo intellettuale contro il polso fermo col quale egli faceva difendere, e perciò garantiva, l’ordine pubblico nelle piazze e dintorni.

             Per tornare ai nostri  giorni, o alle nostre ore, dopo l’antipasto di Monti, pur reduce da un voto a sorpresa, nell’aula del Senato, a favore del governo sul terreno scivolosissimo dei rapporti con Fico.jpgl’Europa, vista la severità con la quale l’ex presidente del Consiglio giudica chi si trova a confliggervi, è arrivato sulla tavola di Renzi  il primo piatto del presidente della Camera Roberto Fico. Che, in deroga alla neutralità del proprio ruolo, per quanto già disattesa da qualche suo predecessore ai tempi dei governi sia di centrosinistra sia di centrodestra, ha voluto confermare – e sottolineare quindi ancor più di quanto non avessero fatto i cronisti parlamentari-  la sua non casuale assenza dallo scranno più alto di Montecitorio nella seduta in cui è stata approvata la conversione del decreto legge su immigrazione e sicurezza: un po’ il fiore all’occhiello del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno.  E un po’ anche dello stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte, grillino come Fico, che ha affiancato Salvini nella foto festeggiante l’approvazione della legge, procurandosi per questo da Massimo Giannini, su Repubblica, la qualifica di uomo sandwich.

              La battuta con la quale Salvini ha cercato di liquidare la sortita -non la prima- di Fico contro di lui, esprimendo il dubbio che il presidente della Camera avesse letto davvero il provvedimento, ha ottenuto l’effetto opposto a quello desiderato. Fico infatti ha precisato di averne letto ben bene il testo, e di avere proprio per questo voluto evitare solo di assistere, pur senza votare, alla sua approvazione.

              Il secondo piatto, ma  forse anche la frutta, il dolce, il gelato e il digestivo sono stati serviti a Salvini dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il quale, senza tornare sul decreto sicurezza e Mattarella.jpgsulle preoccupazioni che lo avevano indotto ad emanarlo con una lettera di accompagnamento e di raccomandazione per il rispetto delle norme costituzionali sulla stessa materia, ha voluto contestare le riserve espresse da Salvini, e praticamente imposte al governo, su un documento dell’Onu in tema di immigrazione, noto come “Global Compact”. Alla cui consacrazione, diciamo così, non a caso l’Italia non parteciperà il 10 e l’11 dicembre, in un incontro internazionale a Marrakech organizzato dalle stesse Nazioni Unite. Eppure Giuseppe Conte in persona vi aveva assicurato l’adesione parlandone nel Palazzo di Vetro, a New York.

                 Ebbene, proprio di quel “documento”, citato pur senza ricordarne esplicitamente la provenienza Onu, il capo dello Stato ha voluto condividere e indicare la “preziosità”, ai fini della gestione del complesso e universale fenomeno dell’immigrazione, parlandone all’Univerità di Verona.

                 Salvini, che con Mattarella ha avuto già altre occasioni di confronto difficile, a dir poco, ha incassato in silenzio la stilettata presidenziale, almeno sino al momento in cui scrivo, forse per non creare al suo partner di governo Luigi Di Maio un problema maggiore di quello procuratogli all’interno del movimento grillino da Fico. Che quanto più passa il tempo, più si complica la gestione del famoso e spesso incerto “contratto” di governo, più difficoltà incontra Di Maio nel suo ruolo di capo politico del movimento delle 5 stelle, tanto più ne diventa o appare contraltare o concorrente: forse ancor più di quanto sia stato avvertito sinora, con i suoi messaggi dall’America del Sud, il grillino ex deputato Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici.

                 Si deve probabilmente alla comprensione per i problemi che Di Maio – per non parlare delle vicende familiari di lavoro nero e abusi edilizi- ha all’interno del proprio movimento, dove gli rimproverano troppa accondiscendenza verso i leghisti, anche la decisione di Salvini di disertare all’ultimo momento un vertice del centrodestra dove era atteso. E dove Berlusconi, smentendo reazioni stizzite di qualche fedelissimo, che smania per il ritorno di Salvini “a casa”, si è accontentato di un’amichevole telefonata di chiarimento fattagli dal troppo occupato, e preoccupato, ministro dell’Interno.

              La situazione politica  è insomma complessa, su tutti fronti, compreso naturalmente quello della riscrittura, o quasi, dietro le quinte, della manovra finanziaria per cercare di schivare o allontanare la procedura europea di infrazione per eccesso di debito, specie ora che il prodotto interno lordo è risultato  non fermo ma arretrato nel terzo trimestre del 2018, e primo del governo gialloverde.

 

 

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Mario Monti attacca Salvini e sparge sale sulle ferite grilline

             Una volta tanto Mario Monti, non a caso reduce da un voto a sorpresa nell’aula del Senato a favore della relazione del ministro dell’Economia Giovanni Tria sulla vertenza in corso con la Commissione Europea per i conti italiani, ha sorriso al governo in una intervista al Corriere della Sera. Ma lo ha fatto, come vedremo, dividendone con perfidia politica le componenti. E ciò a vantaggio dei grillini, che pure sembravano sino a qualche giorno fa i più lontani dalle sue visioni economiche e sociali. Egli ha loro riconosciuto, in particolare, il merito di volersi tirare fuori dalla “bolla speculativa” in cui si era messo il governo varando una manovra finanziaria e un bilancio di sostanziale sfida all’Unione Europea.

           Luigi Di Maio, il vice presidente pentastellato del Consiglio, evidentemente con la storia dei “numerini” -quelli appunto della manovra, del deficit e quant’altro- che debbono venire dopo e non prima degli “interessi dei cittadini”, si è guadagnato da Monti il paragone con l’ ex premier greco Alexis Tsipras. Che all’improvviso volle e seppe passare tre anni fa dalla sfida all’accordo con la Commissione Europea, accettandone l’altissimo prezzo. Su cui ancora oggi si discute a livello internazionale, con osservazioni autocritiche di quanti allora contribuirono a determinarne la consistenza.

         “E’ lo Tsipras moment”, ha detto Monti al Corriere della Sera spiegando che quello attuale “di Salvini-Di Maio” è un “moment più diluito nel tempo”, in riferimento alla disponibilità emersa, sia pure tra ambiguità e incertezze, ad allontanare i tempi e al tempo stesso a contenere le maggiori spese derivanti dal cosiddetto reddito di cittadinanza e dall’anticipo dell’età pensionabile.

        Monti al Corriere.jpgPur accomunati nel “moment più diluito”, e compatibile con le condizioni peraltro “non troppo severe” poste in Europa per cercare di bloccare il conto alla rovescia del procedimento d’infrazione per debito eccessivo, Monti ha poi separato i due vice presidenti del Consiglio con una motivazione di cui è difficile prevedere gli effetti, possibili considerando le abitudini e l’attuale forza politica di Salvini. Cui Monti -ripeto- ha preferito Di Maio, al netto dei problemi che il vice presidente grillino del Consiglio sta avendo nelle sue famiglie, anagrafica e politica. Dove il giovane  superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro deve fare i fonti, rispettivamente, con pratiche edilizie o di lavoro irregolari e con i malumori per i troppi condizionamenti che starebbe subendo nel governo a favore del leader leghista.

         “Salvini -ha detto testualmente il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio saldandosi con le inquietudini grilline- ha in sé due vene  di pericolosità che i cinque stelle non hanno: l’avversione all’Europa e una sorprendente capacità di impartire agli italiani un corso quotidiano di diseducazione civica”. “Non è poco”, ha aggiunto Monti spargendo sale sulle ferite del presidente della Camera Roberto Fico e degli altri pentastellati che soffrono sempre più visibilmente del peso leghista nel governo di Giuseppe Conte.

 

 

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Travaglio riesuma a sorpresa il fantasma di Renzusconi al Nazareno

             Pur declassate a “una battuta riuscita male” nel testo di uno dei ben tre articoli che le sono state dedicate, tra cui l’editoriale di Marco Travaglio, le scuse che Matteo Renzi dalla sua postazione facebook ha invitato la sinistra a chiedere a Silvio Berlusconi, viste le prove di interessata disinvoltura legislativa che sta dando Matteo Salvini nel governo gialloverde, sono state adoperate dal Fatto Quotidiano per una specie di processo ai progetti politici dell’ex segretario del Pd. Che, pur non essendo fra i candidati alla successione a Maurizio Martina, è tra i protagonisti, forse ancora il più decisivo, del prossimo congresso del maggiore partito della sinistra, per quanto malmesso dopo la batosta elettorale del 4 marzo scorso.

             Con una delle sue frequenti prime pagine a tinte nere, in tutti i sensi, il giornale di Travaglio haSchermata 2018-11-29 alle 06.43.44.jpg lanciato l’allarme su un “ritorno al Nazareno”, inteso come accordo politico fra Berlusconi e Renzi. Che fu stretto appunto al Nazareno appena dopo la prima elezione di Renzi al vertice del Pd per riformare Costituzione, legge elettorale e quant’altro. E che potrebbe questa volta servire- ha alluso Travaglio e spiegato meglio Antonio Padellaro- a fronteggiare una sempre più probabile crisi del governo gialloverde con una combinazione di partiti e gruppi parlamentari, già esistenti o da improvvisare appositamente, accomunati dall’interesse ad evitare le elezioni anticipate.

              Costoro sarebbero i nuovi “responsabili”, dopo quelli che lo stesso Berlusconi nel 2010 da Palazzo Chigi arruolò fra i banchi della sinistra, dove allora sedevano anche gli uomini di Antonio Di Pietro, per compensare i voti sottrattigli in Parlamento dal presidente della Camera Gianfranco Fini e cercare di portare avanti la legislatura, e con essa anche il suo ultimo governo. Che poi cadde lo stesso l’anno dopo ma per altre ragioni, di natura economica e finanziaria, comunque evitando le elezioni anticipate. Gli subentrò il governo tecnico di Mario Monti, che lo stesso Berlusconi appoggiò fino alla soglia della fine ordinaria della legislatura, quando si tirò indietro all’ultimo momento, passò all’opposizione e tentò nelle elezioni del 2013 una rimonta che gli non riuscì per un pelo. A impedirla non fu tanto l’exploit elettorale dei grillini ma proprio Monti scendendo in politica pure lui, per quanto senatore a vita,  e poi vantandosene, anche se la formazione da lui allestita per togliere voti al Cavaliere poi gli si sciolse rapidamente fra le mani.

                 La nuova traccia indicata dal Fatto Quotidiano per vivacizzare il dibattito politico mette in qualche modo una toppa all’infortunio politico del ruolo di “spalla” appena attribuito dal giornale di Travaglio a Di Maio rispetto a Mattarella -non oserei dire il contrario- nel tentativo di correggere la rotta di collisione fra il governo gialloverde e la Commissione Europea dopo la bocciatura dei conti italiani, e la prenotazione della procedura d’infrazione per debito eccessivo. E’ una tentativo avviato con la cena di sabato scorso a Bruxelles fra il presidente del Consiglio Conte e il presidente della Commissione Europea Juncker, ma di sviluppo ancora incerto, a dir poco.

 

 

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Il Quirinale contesta sponde e quant’altro col partito delle 5 stelle

Più che a Sergio Mattarella, deve avere creato problemi al Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, il buon Ugo Zampetti, lo  scoop attribuitosi dal Fatto Quotidiano di un decisivo ricorso  sul Colle a Luigi Di Maio, il vice presidente grillino del Consiglio, per sbloccare il governo dallo stallo creatosi con la Commissione Europea dopo la bocciatura dei conti italiani. Cui potrebbe seguire  una costosa procedura d’infrazione per debito eccessivo.

Sarebbe stato, in particolare, il gioco di “sponda” fra Mattarella e Di Maio, in un titolo di prima pagina del giornale di Marco Travaglio, a creare riservatamente le condizioni giovedì scorso perché due giorni dopo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte potesse raggiungere a cena a Bruxelles il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker e impostare il confronto sulla manovra fiscale italiana senza più impiccarsi ai maledetti decimali del deficit. O ai “numerini”, come poi li ha chiamati Di Maio, reduce appunto dall’incontro con Mattarella, per metterli in second’ordine rispetto agli  “interessi dei cittadini”, in una felice rima di superamento delle rigidità iniziali. Che escludevano ripensamenti e arretramenti, anche solo di “un millimetro”: parola, per esempio, di Matteo Salvini.

Ciò che deve avere infastidito di più Zampetti è di essere stato indicato dal Fatto Quotidiano, quasi a conferma dello scoop, come la persona che “tiene i contatti” del Colle “col Movimento 5 Stelle”: una specie -si potrebbe equivocare- di rapporto privilegiato. Che sarebbe naturalmente poco compatibile con le funzioni molto delicate e imparziali di un Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, peraltro scelto personalmente da Mattarella tre anni fa per la sua lunga ed apprezzata esperienza al vertice amministrativo e funzionale della Camera.

Già incorso spiacevolmente, e suo malgrado, in fastidiose polemiche durante la campagna elettorale, pochi giorni prima del voto del 4 marzo, quando egli accettò di ricevere  la lista dei ministri predisposta dal movimento grillino nella presunzione di vincere appieno le elezioni, e di poter quindi rivendicare per Luigi Di Maio l’incarico di presidente del Consiglio, Zampetti ha rischiato di apparire -con la rappresentazione ultima del Fatto Quotidiano- come il regista del gioco presunto di “sponda”  fra Mattarella e lo stesso Di Maio, o viceversa, sulla vertenza europea dei decimali del deficit, e dintorni.

Per dissipare malintesi, ma anche malevolenze, forse anche in considerazione delle tensioni che permangono nella maggioranza, e all’interno dello stesso movimento grillino, Mattarella ha voluto far conoscere l’elenco completo delle personalità di governo da lui incontrate nella scorsa settimana, mentre Conte preparava la cena di Bruxelles con Juncker. Egli ha voluto insomma il massimo della trasparenza attorno alla sua attività di  informazione e persuasione morale nei passaggi più difficili della politica e delle istituzioni.

Si è così appreso che il capo dello Stato ha voluto ascoltare e consigliare, oltre a Di Maio, anche l’altro vice presidente del Consiglio Salvini, il ministro dell’Economia Giovanni Tria, il ministro degli Esteri Enzo Moavero, e naturalmente Conte. Che è pur sempre -verrebbe voglia di ricordare- il presidente del Consiglio, pur tanto paziente e cortese di fronte alla rappresentazione, che ne fanno gli avversari più accaniti, di un dipendente dai suoi vice, o persino di un loro “sottosegretario”. Si è scritto anche questo, nel livello a cui è scaduta la polemica in politica. E non solo in politica, a dire il vero, specie se si naviga in internet e ci si lascia tentare dai dibattiti digitali sui più vari argomenti del giorno.

 

 

Pubblcato su Il Dubbio

Mattarella si smarca dal rapporto privilegiato attribuitogli con Di Maio

              Infortunio al Quirinale, provocato da un eccesso di zelo del Fatto Quotidiano. Che, volendo valorizzare i rapporti fra il capo dello Stato Sergio Mattarella e il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, ha indicato in un loro incontro “riservato” di giovedì scorso, per il solito canale del segretario generale della Presidenza della Repubblica Ugo Zampetti, il momento o l’occasione di svolta nei rapporti fra il governo e la Commissione Europea, dopo la bocciatura della manovra finanziaria italiana a Bruxelles.

             Sarebbe stato insomma Mattarella a convincere Di Maio a mollare sui decimali, o sui “numerini” indicati poi dallo stesso Di Maio in pubbliche dichiarazioni per precisare che non li avrebbe più preferiti ai “cittadini”. I cui interessi debbono prevalere sulle bandiere, paletti e quant’altro di partiti che si trovano a farsi concorrenza elettorale e contemporaneamente a governare il Paese.

             Lo scenario di un rapporto sostanzialmente privilegiato, addirittura da “spalla”, come indicato nel titolo del Fatto Quotidiano,  fra Mattarella e Di Maio non è piaciuto ai leghisti. I quali sin dalla gestione della crisi di governo ebbero, in verità, il sospetto di un eccesso di diffidenza del presidente della Repubblica nei loro riguardi. Ma sotto sotto non è piaciuto neppure al presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte, per quanto abituato a risultare spesso, a torto o a ragione, più a rimorchio che alla guida dei suoi due vice presidenti, sino ad apparirne quasi il loro sostanziale sottosegretario, come a qualcuno è scappato più volte di scrivere con troppo sarcasmo. E non è molto piaciuto, in fondo, neppure fra i grillini, la cui parte più radicale, diciamo così, sospetta Di Maio di troppa prudenza o accondiscendenza. E lo vede in questi giorni anche indebolito dalle polemiche che lo hanno investito per episodi di lavoro in nero praticato nella sua azienda familiare di ristrutturazioni edilizie: prossima ormai alla chiusura, come lui stesso  ha appena annunciato in diretta televisiva, fronteggiando le critiche rivoltegli nel salotto di Giovanni Floris.

              In questa situazione, in un intreccio così fastidioso di voci, sospetti e circostanze, mentre peraltro permangono incertezze sugli sviluppi del dialogo fra governo e Commissione Europea per un aggiustamento dei conti che faccia rientrare il rischio di una procedura d’infrazione per debito eccessivo, al Quirinale hanno voluto  chiarire che Mattarella, in vista dell’incontro conviviale di sabato scorso a Bruxelles fra Conte e il presidente Junker, ha svolto opera di persuasione con tutti, e non solo con Di Maio. Egli ha voluto incontrare, in particolare, anche lo stesso Conte, l’altro vice presidente Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il ministro degli Esteri Enzo Moavero.

             Atri incontri probabilmente il presidente della Repubblica dovrà tornare ad avere, nello stesso Rollipg.jpgambito o oltre, perché la vertenza con l’Europa, chiamiamola così, e quella all’interno della maggioranza di governo sui suoi termini e sulle rinunce da fare rispetto alla partenza di fuoco, è ancora lontana da una soluzione. Ossessiva è fra i grillini la preoccupazione di ritardare a ridosso del voto europeo di maggio l’applicazione del cosiddetto reddito di cittadinanza, che pure potrebbe valere qualche decimale utile a ridurre il deficit contestato in sede comunitaria.

 

 

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Sorpresa per Salvini da Di Maio nella ritirata da Bruxelles

               Ora che la retromarcia del governo gialloverde nei rapporti con l’Unione Europea sulla manovra finanziaria del 2019 si è fatta evidente -tra il compiacimento del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, dichiaratamente ottimista sullo sbocco finale, e un certo abbassamento della tensione anche nei mercati finanziari-  si è aperta una curiosa gara nella maggioranza su chi ne ha il merito. O il merito maggiore.

              I più lesti sono stati i grillini, lasciando solo il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini a continuare a dire che le cose non cambiano, anche se pure lui ammette di non volere impiccarsi a qualche “decimale” quando si tireranno le somme della partita. E si vedrà di quanto si sarà riusciti ad abbassare il 2,4 per cento di deficit a suo tempo annunciato e festeggiato, in verità, sul balcone di Palazzo Chigi non da lui ma dal suo omologo pentastellato Luigi Di Maio.

            Fatto con Zampetti.jpg Ebbene, secondo uno scoop del Fatto Quotidiano, che fra tutti i giornali è quello che ai grillini piace di più, diretto da quel Marco Travaglio iscritto recentemente da Alessandro Di Battista nella lista degli otto giornalisti più affidabili d’Italia, Fatto su Di Maio.jpgsarebbe stato proprio Di Maio a sbloccare praticamente la situazione in un incontro “riservato” col presidente della Repubblica, svoltosi al Quirinale giovedì scorso: una visita “a Canossa”, secondo la versione dello stesso Fatto Quotidiano.  Che avrebbe poi consentito al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di non andare a mani vuote a cena dal presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, a Bruxelles.

               Non so francamente se Salvini gradirà questa rappresentazione dei fatti, ma ancora più il suo amico e sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, che da tempo lo sollecitava a muoversi con più cautela sul terreno dei rapporti con l’Europa, sapendo del cattivo umore dell’elettorato leghista al Nord per l’aria che tirava nei mercati, e nelle banche.

              Negli ultimi cento o dieci metri della folle corsa verso Bruxelles per fargliela vedere e sentire a Junker, Moscovici e compagni, Di Maio avrebbe dunque preferito, come lui stesso ha spiegato, la difesa dei “cittadini” a quella dei “numerini”: una rima che forse -chissà- gli ha suggerito Mattarella. Che Di Maio con Mattarella.jpgall’occorrenza sa essere molto ironico. Lo ha dimostrato recentemente scomodando il grande Manzoni per denunciare la cattiva e antica abitudine degli esagitati di accantonare il buon senso per adeguarsi al senso comune.

 

 

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Ora Salvini, almeno lui, tenta la ritirata del millimetro, o del decimale

             I primi rapporti di Conte sulla cena con Juncker, fatti presumibilmente per telefono in attesa di un vertice rinviato, debbono essere stati diversi dall’ottimistica rappresentazione che si è fatta a  caldo del “dialogo” che procede a livello europeo, e per ciò stesso positivo, se i dioscuri della maggioranza gialloverde hanno cambiato linguaggio. O almeno lo ha fatto Matteo Salvini, essendo l’altro -Luigi Di Maio- un po’ distratto dalle polemiche che hanno investito il padre come imprenditore edile accusato -si vedrà se a torto o a ragione- di pagare in nero i suoi dipendenti.

           Dopo essersi davvero sprecato in annunci muscolari, intenzionato ad “andare avanti” e a “non arretrare neppure di un millimetro” nella difesa della manovra finanziaria dalle critiche dei commissari europei, arrivati ormai a un palmo dalla cosiddetta procedura d’infrazione per debito eccessivo, il leader leghista si è deciso, o rassegnato, a dire che non vuole dissanguarsi per una questione di “decimali”. E poiché la guerra con Bruxelles è esplosa per otto decimali in più, fra il deficit dell’1,6 per cento  anticipato in estate e quello del 2,4 per cento deciso in autunno a Palazzo Chigi per il 2019 tra feste in piazza e sui barconi teverini  del “popolo” pentastellato, quella sopraggiunta di Salvini potrebbe anche essere presa o scambiata per una svolta.

             Il vignettista Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera attribuisce anche al leader leghista, oltre che al grillino Di Maio, la speranza che ad accorgersi della svolta, vera o presunta, siano “i mercati e non i sondaggi”. Ma anche a Salvini, pur nell’ottimismo, anzi nella spavalderia da lui mostrata di fronte alle previsioni di voto che da mesi lo danno in progressiva crescita ai danni dei grillini, i sondaggi potrebbero riservare prima o poi brutte sorprese senza una sua frenata politica.

            I governatori leghisti del Veneto e della Lombardia, per esempio,  debbono avere già avvertito il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno del malumore crescente del proprio elettorato di fronte agli effetti di un ciclo economico bloccato nella sua pur modesta crescita dopo il via libera a spese più assistenziali e demagogiche – come quelle per il cosiddetto reddito di cittadinanza e l’anticipo dell’età pensionabile- che produttive di posti di lavoro e di reddito vero.

           Non a caso, del resto, proprio sul Corriere della Sera, e nello stesso giorno in cui Giannelli fa scoprire a Salvini e a Di Maio la necessità di preoccuparsi più dei mercati che dei sondaggi, è comparso un editoriale dell’ex direttore Paolo Mieli in cui compare il fantasma di elezioni anticipate in inverno, forse già prima di quelle di primavera per il rinnovo del Parlamento europeo, a causa delle difficoltà finanziarie, economiche e sociali che potrebbero fare implodere la maggioranza gialloverde di governo.

            Forte anche degli argomenti e dati fornitigli da Guido Tabellini, ex rettore del’Università Bocconi, il buon Mieli ha raccontato dell’ombra recessiva che si sta allungando un po’ dappertutto, anche in Italia, e delle cattive sorprese che potrebbero venire dalle prossime aste dei titoli del debito pubblico italiano, dopo il flop dell’ultima. Che ha dimostrato quanto poco si fidino ormai delle condizioni italiane i risparmiatori.

           A questo punto, e sempre in attesa di verificare con riunioni di vertice, dichiarazioni, interviste autorizzate o no a ministri, vice ministri e sottosegretari dal portavoce di Palazzo Chigi e voti d’aula o di commissione fra Senato e Camera, nella solita giostra delle leggi che vanno e vengono fra i due rami del Parlamento, c’è veramente da chiedersi se potrà bastare a cambiare realtà e percezioni la ritirata del millimetro, o del decimale, prospettata da Salvini.

 

 

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La cena a Conte è stata servita, ma non si sa se sia servita

              Di certo la cena -quella a cinque del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncher col presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e relativi accompagnatori- è stata servita. Se sia pure servita, almeno ai due commensali italiani che l’hanno chiesta, non si è capito bene, anche se Conte ha tenuto a  far sapere di essersi sentito alla fine “rasserenato”. Che già è cosa diversa, comunque, dall’essere pienamente soddisfatto.

             Se il problema di Conte era quello di convincere gli interlocutori della  Commissione di Bruxelles che i conti italiani sono in ordine, o non sono proprio nel disordine lamentato in varie sedi internazionali, per cui basterebbe lasciare al governo italiano il tempo di metterli in pratica per scoprire tutta la loro utilità, la cena è stata solo un incontro di cortesia.

              Se il problema di Conte era invece quello di “distendere”, come dice lui, i tempi dell’ormai annunciata e inevitabile procedura d’infrazione per eccesso di debito allo scopo di consentire nelle aule parlamentari italiane, durante l’esame della legge di bilancio, qualche correttivo o “rimodulazione”, sempre come dice Conte, in grado di cambiare il quadro, sino ad arrestare il conto alla rovescia per sanzioni e quant’altro, la cena non può essere andata oltre una interlocuzione più o meno banale.

              Specie con i numeri della maggioranza gialloverde che ballano al Senato, ma all’occorrenza -come si è appena visto con la legge contro la corruzione- anche alla Camera, dove pure i margini sulla carta sono maggiori, Conte è il primo a non poter fare previsioni, e tanto meno assumere impegni. Che del resto i suoi due vice presidenti, e controllori, hanno continuato a non permettere mentre lui cenava con Juncker, visto che non hanno smesso di proclamare l’indisponibilità dei loro partiti a indietreggiare neppure di un millimetro: figuriamoci dei centimetri o dei metri che occorrerebbero, per esempio, per rinviare l’applicazione del cosiddetto reddito di cittadinanza, e del pensionamento a 62 anni con 38 di contributi, di quanto basterebbe nel 2019 per ridurre il deficit con cui sono stati finanziati. E riportarlo così alle dimensioni concordate in via informale a luglio: attorno all’1,6 per cento rispetto al Pil, contro il 2.4 ottimisticamente formulato nella manovra finanziaria.

              Purtroppo le elezioni europee, per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, non potranno superare la scadenza di fine maggio. E da almeno due mesi prima grillini e leghisti dovranno aver fatto percepire ai loro elettori il mantenimento delle generose promesse fatte nella corsa alle urne del 4 marzo scorso per il rinnovo delle Camere italiane.

             A dispetto dei sondaggi che continuano ad assicurare formalmente una solida maggioranza alla combinazione gialloverde, cresce il malessere fra i grillini perché la tenuta del governo sta avvenendo a spese loro, e a vantaggio dei leghisti, che li hanno ormai stabilmente sorpassati, pur essendo partiti a marzo da poco più del 17 per cento dei voti, contro il 32,7 del movimento delle cinque stelle.

            Se si dovesse andare alle elezioni anticipate per una crisi di governo provocata astutamente da Matteo Salvini, dopo avere cercato la ragione o il pretesto più conveniente per rompere, o verificatasi per qualche imprevisto e imprevedibile incidente, con tutto quello che accade fuori e dentro i mercati finanziari e altro ancora, il leader leghista potrebbe portare al successo la coalizione di centrodestra, congelata ma non sciolta con l’intesa con i grillini autorizzata alla Lega da Berlusconi -non dimentichiamolo-  nella scorsa primavera.

            Il Fatto.jpgQuello delle elezioni anticipate non vinte ma stravinte da un centrodestra a salda guida leghista, nelle condizioni cui è ormai ridotta Forza Italia, è l’incubo dei grillini ormai impossibilitati a scommettere, in funzione anti-elettorale, sul forno di un Pd che da marzo scorso è riuscito a dividersi ancora di più. Di questo incubo di Luigi Di Maio e amici, o compagni, avvertito anche senza la prospettiva di un ricorso anticipato alle urne ma con una “campagna acquisti” negli attuali gruppi parlamentari,  è espressione l’allarme lanciato sulla prima pagina dal solito Fatto Quotidiano. Dove già non gradiscono da tempo il governo in carica Salvimaio -come lo chiama il direttore Marco Travaglio combinando i nomi dei due vice presidenti, a vantaggio naturalmente del primo- ma ora temono ancora di più il governo Salvisconi: combinazione dei nomi di Salvini e di Berlusconi, sempre a vantaggio del primo.

            Repubblica.jpg Da una simile  combinazione il giornale di Travaglio si sentirebbe probabilmente minacciato ancor più di quanto non stia avvenendo sul fronte opposto a Repubblica. Che ha reagito agli attacchi e alle minacce dei grillini alla sua linea di trasparente opposizione alla maggioranza gialloverde promuovendo una manifestazione per la libertà di stampa nel teatro Brancaccio, a Roma. Il cui motto è stato proposto dal vignettista Altan rovesciando il significato di quello –“E’ la stampa, bellezza”- reso celebre al cinema dall’indimenticabile Humphrey Bogart. Dai giornali che facevano paura al potere siamo passati, per Altan, ai giornali bruciati dal potere.

 

 

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