Spuntano dall’emergenza virale i ministri della Santità e dell’ingiustizia

            Tra maschere e mascherine di questa maledetta emergenza virale -sia quelle che non si trovano neppure al mercato nero, e a prezzi da strozzini, sia quelle che medici e infermieri appendono alle bacheche dei loro ospedali, alla fine dei turni, intestandosele per evitare scambi incresciosi e persino furti- almeno due ministri, peraltro quasi coetanei, hanno perso per strada i nomi dei loro dicasteri guadagnandone di migliori, ma anche peggiori.

             Uno è Roberto Speranza, dei “liberi e uguali” di Pietro Grasso, Pier Luigi Bersani e compagni, l’altro è il grillinissimo Alfonso Bonafede, diventato anche capo della delegazione pentastellata al governo dopo la sostanziale rimozione -non avendovi mai rinunciato spontaneamente- dell’ex capo formale e politico del movimento Luigi Di Maio, più o meno felicemente regnante adesso solo alla Farnesina.

            Speranza, forte già di suo con Roberto Speranza.jpegquel cognome che è tutto un programma, da ministro della Sanità, o Salute, è diventato ministro della Santità per tenuta di nervi, nel marasma dell’emergenza. E anche per la sorprendente prova di competenza che ha dimostrato, peraltro al suo esordio governativo, non avendo mai fatto prima neppure il sottosegretario. Giù il cappello, come si dice in queste occasioni anche dalle sue parti, in Basilicata.

            Alfonso Bonafede, siciliano d’origine ma toscano di studi superiori, scopritore all’Università di Firenze di quel talento che viene cAlfonso Bonafede.jpegonsiderato Giuseppe Conte tra i grillini, tanto da saltare in un attimo, dopo le elezioni del 2018, dal posto di ministro della Funzione Pubblica, assegnatogli in una  lista potenziale trasmessa persino al Quirinale, a quello addirittura di presidente del Consiglio; Bonafede, dicevo, sta davvero rischiando di trasformarsi da ministro della Giustizia in ministro dell’ingiustizia, doverosamente al minuscolo.

            Sopravvissuto politicamente in modo più o meno fortunoso, grazie alla situazione di emergenza creatasi con la pandemia virale, al rischio di sfiducia “individuale” reclamata a più riprese, all’interno della stessa maggioranza, da Matteo Renzi e amici per la gestione a dir poco avventurosa della prescrizione quasi zero, prima ancora di una riforma del processo penale in linea con la “ragionevole durata” garantita dalla Costituzione, Bonafede sta politicamente affogando in quello che si può ben definire lo scandalo delle carceri. Dove ai morti per recente rivolta se n’è appena aggiunto uno da coronavirus. Si tratta di Vincenzo Sucato, 76 anni di età portati abbastanza male tra varie patologie, imputato di mafia in attesa di giudizio, infettatosi in carcere e trasferito in detenzione ospedaliera a Bologna troppo tardi, giusto per morirvi, dopo il solito traffico burocratico e giudiziario di istanze, perizie, rapporti e quant’altro.

            Bonafede, in linea col cognome che porta, potrebbe difendersi dicendo che non toccava a lui personalmente gestire quelle pratiche, ma è dai giorni della già ricordata e funesta rivolta ch’egli è alle prese col più generale e drammatico problema delle carceri sovraffollate, e perciò ancora più a rischio di contagio per chi vi si trova come detenuto o guardia. Ma lui ha affrontato la questione in modo da gareggiare per intransigenza o insensibilità detentiva, contro tutte le proposte e richieste di sfoltimento delle celle, con il suo ex alleato e collega di governo Matteo Salvini. Il quale peraltro nella sua gara con Bonafede, su questo fronte penitenziario, si è procurato una tirata d’orecchie anche da un estimatore politico della Lega come Vittorio Feltri su Libero.

 

 

 

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Conte e Draghi destinati a stare insieme, con le buone o le cattive

Sopraffatte mediaticamente dalla conferenza stampa a Palazzo Chigi, sono passate inosservate alcune considerazioni fatte dal presidente del Consiglio in un’intervista televisiva a un canale privato non dico minore, per carità, ma non certo fra i più seguiti. In cui l’informazione è generalmente affidata ai giornalisti di una testata fra le più rispettose verso Giuseppe Conte, regalato secondo loro al Paese quasi dalla Divina Provvidenza.

In questa intervista, già pensando forse alla “fase 2” poi accennata in conferenza stampa in riferimento però agli sviluppi dell’emergenza, quando questa diminuirà d’intensità ma ci obbligherà lo stesso a “convivere” col coronavirus, Conte ha detto -bontà sua- di non ritenere di “dover rimanere seduto su questa poltrona vita natural durante”. Gli basta “l’orizzonte di una legislatura”: questa uscita dalle urne del 2018 e ormai a rischio sempre più decrescente di fine prematura. In questi tempi di possibili contagi in fila davanti alle urne, si tende più a rinviare che ad anticipare le elezioni. Per adesso è già toccato al referendum confermativo sulla riduzione dei seggi parlamentari, spostato dal 29 marzo a data ancora da stabilire. Ma potrebbe accadere anche per il rinnovo dei consigli regionali in scadenza in questa primavera.

L’orizzonte della legislatura in corso non è cosa di poco conto per una maggioranza così composita, a dir poco, come quella improvvisata nella scorsa estate fra grillini e sinistra pur di evitare, con le elezioni anticipate reclamate dall’allora ministro uscente dell’Interno, una vittoria del centrodestra a trazione leghista data per scontata da tutti. E’ una maggioranza non sufficientemente o sinceramente aperta all’opposizione, come reclamato invece dal capo dello Stato nelle condizioni di emergenza sanitaria, economica e sociale in cui è finito il Paese, e viziata da tensioni che sfuggono ogni tanto allo sforzo di Conte di contenerle o nasconderle.

E’ appena accaduto, per esempio, che il pur non più capo del maggiore partito della coalizione Luigi Di Maio, e neppure capo della relativa delegazione al governo, ha trovato il tempo, la voglia, il bisogno di bollare pubblicamente come “indecente” -ripeto, indecente- il rifinanziamento pubblico di Radioradicale appena passato in Parlamento  per iniziativa del Pd e con l’appoggio del centrodestra. Il segretario piddino Nicola Zingaretti, Dario Franceschini, Roberto Gualtieri, lo stesso Conte hanno fatto finta di non sentire e non capire, ma l’insulto è rimasto agli atti mediatici.

Non parliamo poi della spina nel fianco rappresentato nella maggioranza dalla ostilità di principio dei grillini al cosiddetto fondo europeo salva-Stati, in sintonia col sovranismo degli ex alleati leghisti e dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, convinta -come ha recentemente gridato alla Camera- che quel meccanismo finanziario serva solo a tedeschi e affini ad approfittare dell’emergenza virale per “rovistare fra le macerie e fregarsi la nostra argenteria”.

Nel momento in cui si gioca su questo terreno il futuro non solo dell’Italia ma di tutta l’Unione Europea, la cui bandiera è per fortuna rimasta sullo sfondo delle conferenze stampa a Palazzo Chigi anche dopo che Conte in video-vertice con i suoi omologhi continentali ha minacciato come un sovranista qualsiasi di “poter fare anche da solo”, non mi sembra francamente che l’attuale governo sia il più adatto a gestire un passaggio che può ben definirsi Roberto D'Alimonte.jpegdrammatico. E ciò non solo perché,  come ha scritto qualche giorno fa Roberto D’Alimonte sul Sole-24 Ore, “non si può chiedere unità e solidarietà a livello europeo e rifiutare di unirsi a livello nazionale per condividere la responsabilità e i rischi legati alle difficili decisioni che prima o poi dovranno essere presi”:  ben al di là dei passeggini, passeggiate e altro delle ordinanze che vengono scritte al Viminale a quattro mani dal ministro dell’Interno e dal capo della Polizia, fra gli sberleffi dei vignettisti sui giornali.

Per confrontarsi, a dir poco, con la Merkel e i falchi più o meno baltici, convincendoli o addirittura rompendo, l’autorevolezza di Conte -lo dico sul piano naturalmente politico, con quel partito che lo ha designato a Palazzo Chigi perdendo in meno di due anni metà del proprio elettorato-  impallidisce di fronte a quella, per esempio, dell’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Che in un “governissimo”, come si è soliti chiamarne uno di vera e propria unità nazionale, simile a quelli realizzati da Alcide De Gasperi in Italia dopo e davanti alle macerie della seconda guerra mondiale, Conte potrebbe ben figurare come ministro degli Esteri, mettendo a frutto le relazioni internazionali che ha saputo coltivare da Palazzo Chigi, meglio certamente di Di Maio dalla Farnesina. Al Quirinale credo proprio che non ne vedano l’ora.

 

 

 

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Il coronavirus finisce anche nell’uovo di Pasqua di Conte offerto agli italiani

            Fra le vittime del coronavirus c’è anche il vecchio proverbio del “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”. “Scordatevi la Pasquetta”, ha detto senza mezzi termini Angelo Borrelli -il capo di quel che gli resta della Protezione Civile dopo l’arrivo Nazione.jpegdel commissario Domenico Arcuri-  precedendo di qualche ora la conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, con i pochissimi Ursula su Repubblica.jpeggiornalisti precariamente collegati via Skype e alcune bandiere alle spalle. Fra le quali quella azzurra e stellare dell’Europa è miracolosamente sopravvissuta alla crisi dell’Unione. Essa è stata ammessa con franchezza dalla presidente in persona della Parola di Ursula.jpegCommissione di Bruxelles, la tedesca Ursula Von der Leyen, con una lettera di scuse agli italiani affidata alla Repubblica di carta, e non so sino a che punto condivisa e apprezzata dalla cancelliera e connazionale Angela Merkel. Lo capiremo nei prossimi giorni, magari il 7 aprile, quando scadrà il termine della riflessione propostasi dai vertici comunitari.  

            Nell’uovo di Pasqua, e Pasquetta, metaforicamente donatoci da Conte  non c’è solo, tuttavia, la proroga del blocco o dei blocchi dei movimenti, delle aziende e quant’altro sino al 13 aprile, con pochissime o nessuna possibilità di passare già dal 14 a quella che il presidente del Consiglio ha definito “la fase 2” con inconsapevole rischio di “sfiga”, come si dice a Roma. Dove di solito i governi con la fase 2, appunto, entrano in rianimazione politica per tirare le cuoia, non potendo più “tirare a campare”, come preferiva fare la buonanima di Giulio Andreotti rispondendo agli alleati, e persino al segretario del suo stesso partito, quando gli chiedevano di essere più attivo e pimpante a Palazzo Chigi, quasi la sua seconda casa.

            La fase 2 immaginata da Conte -e intesa come allentamento dei blocchi attuali e di altre circostanze desinate a passare alle raccolte delle vignette anche per le troppe e troppo spesso contraddittorie ordinanze a quattro mani, fra il ministro dell’Interno e il capo della Polizia, alle prese con Rolli.jpegbambini, passeggini, passeggiate e simili- avrebbe peraltro l’inconveniente dichiarato dallo stesso presidente del Consiglio di una “convivenza col virus”, come se già non la stessimo vivendo in questa fase 1, chiamiamola così. Che si è politicamente Opposizioni a Palazzo Chigi.jpegtradotta, volente o nolente lo stesso Conte, in una specie di polizza d’assicurazione per il governo e la sua maggioranza giallorossa grazie anche alle aperture all’opposizione imposte dal preoccupatissimo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il che è avvenuto al prezzo alquanto modico -bisogna ammetterlo- di udienze a Palazzo Chigi di “cortese ascolto”, come dice con sistematica delusione, e ripetuto anche ieri, Matteo Salvini.

            Delusione, d’altronde, per come vanno le cose nel governo pur protetto dalla paradossale corazza dell’epidemia c’è anche nella maggioranza, fra l’emerso del solito Matteo Renzi e il sommerso, o quasi, del Pd e persino dei grillini. Il cui ministro degli Esteri Luigi Di Maio tuttavia, per quanto non più capo del suo movimento pentastellato e neppure capo della delegazione nell’esecutivo, ha appena definito “indecente” il rifinanziamento pubblico dell’odiatissima Radioradicale passato in Parlamento, con l’aiuto del centrodestra, per iniziativa del Pd. Il cui segretario Nicola Zingaretti, convalescente dopo il contagio virale rimediato andando in giro nel Nord quando andava di moda a sinistra la sottovalutazione del coronavirus, ha incassato l’insulto del suo alleato in un silenzio, direi, assordante.   

 

 

 

 

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Bentornato a Guido Bertolaso, e a missione compiuta. Grazie e auguri sinceri

              Non perché ne sia ossessionato, ma perché ne sono ossessionati loro, mi chiedo come siano rimasti al Fatto Quotidiano, dal direttore in giù, sin forse agli uscieri, nel sentire, navigando in internet, la lettera di Guido Bertolaso, o Bertolesi, nella manipolazione ironica del nome fatta in un recente editoriale da Marco Travaglio in persona. Che gli ha rimproverato, malandato come sarebbe con l’udito, ma anche con l’età vulnerabile agli attacchi del coronavirus, di non essersene rimasto tranquillo nel suo rifugio sudafricano. E di avere invece risposto come un soldato, per amor di Patria, e senza compenso, alla chiamata del governatore leghista della Lombardia, Attilio Fontana, per aiutarlo con l’esperienza del medico, e dei tanti anni trascorsi alla guida della Protezione Civile, ad allestire un ospedale di emergenza antivirale nei padiglioni della vecchia Fiera di Milano.

              Ora che, proprio nel giorno dell’Italia a mezz’asta per le tante, troppe vittime del coronavirus, l’ospedale mezz'asta.jpegè fatto davvero, sia pure con metà dei 500 posti letto originariamente previsti, e ha ricevuto la benedizione dell’arcivescovo ambrosiano, alle cui preghiere operai e tecnici ospedale finito.jpegsi sono aggiunti cantando milanesamente “o mia bella Madunina”, composta da Giovanni D’Anzi nel 1934, Bertolaso dalla sua postazione di paziente positivo nell’ospedale lettera bììBetolaso.jpegSan Raffaele ha voluto compiacersi- con un messaggio letto dal delegato Solaro del Borgo-  dell’opera alla quale ha collaborato. E ciò anche a costo di procurare un travaso di bile ai suoi irriducibili critici e avversari, già delusi di averlo visto uscire indenne negli anni scorsi dai lunghi processi, al solito, nei quali era stato scambiato per un satrapo corrotto, dedito a creste anche da massaggi.

              Soltanto in questo nostro curioso Paese, dove si passa disinvoltamente dalla solidarietà patriottica e canora su balconi, ballatoi e terrazze ai linciaggi dei processi in piazza, potevaIl Fatto.jpegaccadere a un uomo come Bertolaso ciò che gli è capitato, col nome storpiato e alla berlina per avere partecipato ad una rappresentanza di “Mercanti in Fiera”. Così ha appena titolato in rosso su tutta la prima pagina il giornale, diciamo, dell’onestà al quadrato, anzi al cubo, come la gridano nei loro raduni i grillini. 

             Neppure nelle disgrazie e tragedie nazionali le cattive coscienze rinunciano a nascondersi dietro le ricorrenti campagne delle “mani pulite”, temute -si è appena scoperto- anche da quel mostro del coronavirus.

           Ben tornato, caro Bertolaso. E grazie.

 

 

 

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La misera fine della foto opportunity del Papa col presidente del Consiglio

            Evidentemente il troppo stroppia davvero, anche quando ci si mette il Papa. Che fino a quando ha pregato e benedetto Roma sotto la pioggia, da una Piazza San Pietro svuotata dalla paura e dalle misure di sicurezza contro il coronavirus, è finito giustamente su tutte le prime pagine dei giornali del mondo. Quando invece Libero su Conte e Papa.jpegFrancesco si è rassegnato, concesso e quant’altro al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ricevendolo nella biblioteca del Palazzo Apostolico, è finito solo sulla prima pagina di Libero, ma solo per essere in qualche modo sfottuto col suo ospite, entrambi indisciplinati senza il metro di distanza prescritto o raccomandato in funzione anti-virus. E meno male che il Vaticano è un altro Stato, dove  nessun vigile o poliziotto ha potuto metterci becco e tentare di elevare agli eccellenti una contravvenzione.

            Per quanto montata dai telegiornali italiani, privati e pubblici, come l’evento della giornata, la ciliegina sulla torta delle curve in discesa del contagio virale, anche se con troppe bare ancora da accatastare negli ospedali per essere poi caricate sui camion militari e destinate alla tumulazione o cremazione chissà dove, l’augusta udienza concessa da Pontefice a Conte è stata letteralmente snobbata -ripeto- dalle prime pagine di quasi tutti i giornali. Persino su Avvenire, il quotidiano Avvenire.jpegdei vescovi italiani, bisognava cercare non la foto ma la notizia col classico lanternino nell’occhiello -come si dice in gergo tecnico- del titolo principale sulla “strada giusta ma dura” delle chiusure e dei vuoti disposti allo scopo di affamare il mostriciattolo che si aggira per aggredire i nostri polmoni.

            La foto del giorno, rispetto alla quale tutto il resto “è rumore”, come ha gridato l’amico più stretto del pur devoto, a suo modo, Silvio Berlusconi sul Giornale di famiglia, è stata quella della benedizione dell’arcivescovo ambrosiano Mario Delpini all’ospedale di 250 letti, anche se contro i quasi 500 annunciati in un primo momento, realizzato in soli 14 giorni nella vecchia Fiera di Milano con la consulenza prestata gratuitamente al governatore leghista della Lombardia da Guido Bertolaso. O Bertolesi, come lo ha irriso Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano raccontandone i malanni fisici precedenti anche al contagio da coronavirus che ha costretto l’ex capo della Protezione Civile al ricovero, togliendo un letto del nosocomio San Raffaele a chissà chi, forse più bisognoso e meritevole di lui. Cui doveva bastare e avanzare il rifugio trovato in Sudafrica dopo le ingiuste disavventure giudiziarie patite in Italia prima di uscirne assolto.

            “Miracolo a Milano” hanno titolato sul nuovo ospedale ambrosiano, con lo stile e quasi gli stessi caratteri del manifesto, i giornali del gruppo Monti Riffeser. Che da qualche tempo contengono anche la storica testata, milanese anch’essa, del Giorno. E’ stato un miracolo, in effetti, in un Paese Schermata 2020-03-31 alle 07.07.53.jpege persino in una regione come la Lombardia, dove l’ordinaria amministrazione è fatta solo di norme contraddittorie e paralizzanti, di ordinanze più di morte che di vita, di burocrazia asfissiante e di magistratura invasiva. Delle cui carte si è appena vendicato un incendio bruciandole purtroppo solo in parte, e risparmiandone abbastanza -hanno assicurato i solerti cronisti giudiziari- per fare soffrire ancora ingiustamente chissà quante persone con processi che ora potranno durare ancora più di prima, visto il perfido  aiuto prestato da quel dannato coronavirus alla prescrizione di rito grillino introdotto come una supposta, tra le inutili proteste e preoccupazioni persino del Consiglio Superiore della Magistratura, nella cosiddetta legge spazzacorrotti. La promessa riforma del processo penale per garantirne davvero la ragionevole durata garantita dalla Costituzione è stata anch’essa contagiata dal virus dilagante.

La cronaca di Giuseppe Conte si è fatta forse storia troppo presto

Il limite politico del pur prestigioso Ernesto Galli della Loggia, con capelli e barba semiargentata che una volta tanto non dilatano ma contengono i 78 anni che compirà in estate, sta nella sua consolidata professione di storico. Che a sua stessa insaputa, per forza di cose, come il granchio che punge la rana compromettendo il percorso verso la propria salvezza sull’altra sponda del corso d’acqua, storicizza troppo presto la cronaca politica che noi giornalisti di strada raccontiamo consumando suole di scarpa e origliando nei corridoi e dietro le porte dei palazzi del potere. Il professore poi interviene con eruditissimi editoriali finendo per innalzare ciò che scende o viceversa.  

            Ciò è successo anche sul Corriere della Sera di sabato scorso a proposito del “ruolo che verrà” per Giuseppe Conte -quello di Volturara Appula, non di Betania, come Lazzaro- dopo Articolo Galli su Conte.jpegil soccorso paradossalmente miracoloso che gli sarebbe stato prestato dall’esplosione dell’emergenza virale.  Il presidente del Consiglio faticava in effetti nella composita maggioranza giallorossa a portare avanti la verifica programmata alla fine dell’anno scorso per mettere a punto addirittura “l’agenda 2023”: quella che avrebbe dovuto portarlo alla fine ordinaria della legislatura uscita dalle urne del 2018, scavalcando la scadenza istituzionale dell’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, nel 2022.

L’emergenza del coronavirus, che ha seminato morte al Nord dell’Italia e conati di rivolta da paura e povertà insieme al Sud, non so -francamente- sino a che punto contenibili con quei quattro miliardi e rotti di euro destinati ai sindaci perché li impieghino in assistenza e beneficenza, avrebbe tolto a Conte, secondo Galli della Loggia, tante castagne dal fuoco di una maggioranza divisa fra la crisi d’identità dei grillini e l’irrequietezza quasi endemica di Matteo Renzi. Gli avrebbe aperto non una ma due nuove prospettive. Una sarebbe quella di profittare dei problemi dei partiti alleati per metterne su uno tutto suo, come fece alla fine del 2012 un altro professore prestato alla politica, Mario Monti, stancandosene però il giorno dopo le elezioni del 2013. L’altra prospettiva sarebbe la più astuta assunzione della funzione di “padre nobile”, non quella pericolosa di “capo”, di uno dei due maggiori partiti del suo governo, o addirittura di entrambi, dando magari più tempo all’uno nei giorni pari e all’altro nei giorni dispari, ma sempre restando a Palazzo Chigi per la necessaria opera di ricostruzione economica, sociale e persino istituzionale del Paese dopo i guasti dell’epidemia virale, se non gli dovesse capitare, anche la fortuna di scalare il Quirinale passeggiando a piedi.

D’altronde, la voglia di un presidente della Repubblica con più poteri di quello attuale e dei suoi predecessori, con o senza un’elezione diretta, è cresciuta in questi ultimi tempi di emergenza. Iva anche detto che i poteri del capo dello Stato sono sempre stati fisarmonici, come dicono non a torto i costituzionalisti, secondo le circostanze e i caratteri degli inquilini del Quirinale succeduti ai Papi e ai Re.

L’inconveniente, o il guaio vero e proprio, per una visione così distaccata e storicistica del futuro di Conte visto dalla loggia dell’editorialista del Corriere della Sera deriva dal sopraggiunto arrivo sulla scena politica, con un semplice intervento sull’autorevolissimo Financial Times, dell’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Che, conNerkel e Draghi.jpeg o senza il governo o governissimo di  vera unità nazionale immaginato, auspicato o temuto, secondo i gusti e i casi, sembra obbiettivamente avere più autorevolezza e carte da giocare, rispetto a Conte, sia per trattare e accordarsi sia per rompere Merkel e Conte.jpegcon la cancelliera tedesca Angela Merkel, e dintorni maschili e femminili, per la doppia prospettiva aperta dall’emergenza virale. Che è da una parte una Unione Europea non solo di nome o facciata, come adesso, ma anche di fatto, e dall’altra lo smontaggio o la demolizione di quel che ne resta, vista l’inadeguatezza dimostrata dai successori dei più generosi e avveduti fondatori, usciti personalmente dalla carneficina della seconda guerra con le piaghe sulla loro carne, per cui avvertirono il bisogno vitale di cambiare pagina.

Immagino l’orrore che proverebbero Konrad Adenauer, Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Paul-Henri Spaak, non la nipote Catherine italianizzata e felicemente vivente, di fronte alle cronache odierne, tra vertici e video-conferenze, del vecchio continente paradossalmente danneggiato, anziché aiutato dalla caduta del comunismo e della churchilliana cortina di ferro.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

L’umanità dei vignettisti fra gli sciacalli dell’emergenza da epidemia

            Ah, in questi tempi cupi di coronavirus – pur con le “curve calanti” che consolano scienziati veri o presunti fra un salotto televisivo e l’altro parlando della Lombardia-  ad averne nelle redazioni Coronavirus.jpegdei giornali e dintorni di amici carissimi e validissimi come Massimo Bucchi. Che ha saputo descrivere ai lettori di Repubblica come meglio non si poteva “l’Europsia” con quei due polmoni -chiamiamoli del Nord e del Sud, dei falchi e delle colombe, dei virtuosi del Baltico e dei meridionali straccioni- minacciati entrambi dal contagio ma uno dei quali soltanto meritevole di soccorso e prevenzione.

          Ad averne di vignettisti storici  e ormai in pensione con i loro quasi 90 anni di età, confinati dall’emergenza in un ballatoio come Giorgio Forattini. Che in una telefonata strappatagli dal Tempo di carta  rimpiange gli anni di intensa attività perché talmente deluso da quanti ci governano, o fanno solo opposizione, non li considera meritevoli della sua sarcastica e inventiva attenzione. Da solo, una volta egli era capace di mettere in crisi di identità, oltre che alla berlina, un potentissimo come Enrico Berlinguer in vestaglia da camera, che si accorse di essere fuori posto nella maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale sentendo provenire dalla strada le grida di un corteo di metalmeccanici in sciopero.

          Bucchi, per tornare a lui, di quasi dieci anni meno anziano o più giovane, come preferite, del Forattini che di fronte alla vittoria referendaria del divorzio, nel 1974, trasformò l’allora segretario della Dc Amintore Fanfani in un tappo saltato dalla bottiglia di champagne di Marco Pannella;  Bucchi, dicevo, ci aveva già regalato in questi tempi di coronavirus l’epica trasformazione di una mascherina nella bandiera dei soldati all’assalto del nemico su una collina di morti o moribondi. Erano i giorni in cui la scomparsa delle mascherine dalle farmacie, dagli ospedali, dagli ambulatori e quant’altro non aveva ancora preso la dimensione di massa, diciamo così, che in un altro momento avrebbe già fatto saltare la mosca al naso nelle Procure della Repubblica, con relativi seguiti di avvisi di garanzia, arresti e processi sommari di piazza. I tempi cambiano evidentemente, e pure le abitudini, sia pure per fortuna, verrebbe da aggiungere pensando agli abusi dei riti sommari e delle cacce alle streghe di una ventina d’anni fa, o poco più. Allora le “mani pulite” non venivano reclamate per liberarsi del mostricciatolo virale che vi era approdato.

          Anche in questo scenario surreale di paure e rimpianti Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano riesce a mettersi in testa la sua corona, per restare all’immagine attuale dell’epidemia. Lo ha fatto La benszina di Travaglio.jpegspendendosi in un editoriale a favore del governo Conte contro “la benzina” e “il fuoco” di critici e avversari, peraltro incuranti del 71 per cento di gradimento recentemente assegnato al presidente del Consiglio dai sondaggi dell’istituto Demos, o del più modesto ma sempre rilevante 56 per cento di Ipsos. Che ha messo in concorrenza per la maglia nera della classifica il reggente pentastellato Vito Crimi, al 21 per cento, e il loquacissimo Matteo Renzi, al 13 per cento, pur sempre tre volte più dei voti potenziali del suo nuovo movimento.

           Per darvi un’idea di quanto Travaglio s’intenda di benzina e di fuoco, ricordo che risale solo a qualche giorno fa un suo poco edificante editoriale contro l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, sfottuto come Bertolesi per i suoi acciacchi, e per il letto dove è finito mentre lavorava da consulente del governatore leghista della Lombardia per allestire un ospedale di emergenza antivirale.

 

 

 

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Il vento rivoltoso del Sud che ha spinto Conte a tornare nelle case italiane

            No. Contrariamente a quanto avrà pensato l’arbasiniana  casalinga di Voghera sentendo annunciare di sabato sera in televisione l’ennesima ma stavolta imprevista conferenza stampa da Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha ceduto a vanità o protagonismo. Non ha voluto cioè essere da meno del Papa, che il giorno prima aveva scioccato il mondo sotto minaccia di infezione e di morte benedicendolo da una spettrale piazza vuota e infine bagnata di San Pietro, o del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che subito dopo, sistemandosi i capelli alla svelta, aveva voluto parlare in diretta  del coronavirus  agli italiani e a certi governanti europei -tedeschi e affini- impegnati ancora a misurare i nostri debiti prima di decidere se allargare la borsa e ad aiutarci davvero,  prima che sia “troppo tardi” anche per i loro Paesi, sotto attacco virale pure loro.

            Più realisticamente e politicamente Conte è tornato sugli schermi televisivi, affiancato a distanza sanitaria dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, spinto da quello che potremmo chiamare “il vento del Sud”, socialmente più minaccioso e pericoloso di quello soffiato sinora dal Nord Italia. Dove il coronavirus ha fatto più morti che nell’originaria Cina.

            A mettere le ali a Conte sono state le notizie sui primi saccheggi  meridionali da paura e povertà, gli appelli disperati dei sindaci e dei governatori, il più convinto ed efficace, pur nella sua simpatica teatralità, rimane sicuramente quello De Luca.jpegdella Campania Vincenzo De Luca, e infine le Lamorgese.jpegconferme di un ordine pubblico in pericolo giuntegli dal Viminale diretto non da un politico a caccia di voti, come poteva essere sospettato ai suoi tempi recenti il “capitano” leghista Matteo Salvini,  ma da una donna di Prefettura arrivata al vertice della sua carriera come Luciana Lamorgese.

              Il professore, aggiungendo un altro “dpcm”, acronimo di decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, a quelli già impostigli dal vento del Nord e lamentati da fior di giuristi e costituzionalisti per la scorciatoia in cui si traducono rispetto ad altri provvedimenti che debbono affrontare le Termopoli parlamentari, ha destinato a tutti i Comuni, in anticipo rispetto alla scadenza ordinaria di maggio, 4 miliardi e 300 milioni di euro da investire, praticamente, in soccorsi alla povertà e alla rabbia. Se basteranno, con altri 400 milioni azionati diversamente, a fermare o ridurre il vento meridionale della protesta o della rivolta, al netto delle complicazioni che dovessero subentrare per la diffusione del coronavirus in terre dove gli ospedali non sono paragonabili a quelli del Nord, ed hanno anche l’inconveniente di essere devastati da folle inferocite di parenti e amici di chi vi muore dentro, lo vedremo presto.

            Temo che potremmo aspettare anche meno dei quattordici giorni accordati o presisi dalla cancelliera tedesca Merkel.jpegAngela Merkel per decidere se usare la guerra del coronavirus per costruire davvero l’Europa nello spirito solidale e davvero comunitario concepito dai suoi predecessori o per affondarla con quel nome un po’ troppo ottimista datole chiamandola Unione.

            Conte ha colto l’occasione fornitagli dalla spinta del vento del Sud per assicurare -in polemica con una sortita a sorpresa della presidente tedesca von der leyen.jpegdella Commissione di Bruxelles Ursula Von der Leyen, poi ridimensionata, e in risposta  alle poche domande di giornalisti questa volta ammesse in teleconferenza-  di non voler “passare alla storia” per uno che si è piegato al vento stavolta del Nord d’Europa, non d’Italia. Ma fra il dire e il fare, si sa, di solito c’è di mezzo il mare.   

Mattarella tra il detto e il non detto nel messaggio televisivo a sorpresa

            Premesso che a pensare male si fa peccato ma spesso s’indovina, come scherzava Giulio Andreotti parlando anche di politica, il presidente della Repubblica ha confermato il sospetto di Papa 1 .jpeguna certa delusione per le comunicazioni del capo del governo sull’emergenza virale e per il dibattito che n’è seguito in Parlamento, se ha ritenuto opportuno tornare Francesco.jpegsull’argomento con un suo inatteso messaggio televisivo. Che è peraltro arrivato immediatamente dopo il toccante appuntamento di preghiera del Papa con la piazza deserta di San Pietro e la benedizione con indulgenza plenaria.

            Di Mattarella ha giustamente colpito soprattutto la forte richiesta di una maggiore e più unitaria partecipazione dell’Unione Europea, “prima che sia troppo tardi”, alla difesa dal coronavirus e alla ricostruzione economica e sociale che dovrà seguire a questa specie di guerra. Ma il presidente non ha ripetuto quel “sennò faremo da soli” detto  in videoconferenza ai suoi colleghi europei dal presidente del Consiglio. Il quale “ha tolto la parola di bocca a Salvini”, ha osservato persino Il Fatto, che stima Conte quanto disprezza il sovranista leader della Lega.

          Tuttavia Mattarella nel suo messaggio si è appellato proprio all’opposizione, chiamandola per nome, molto più chiaramente di quanto non avesse fatto il presidente del Consiglio alle Camere. Casini al Corriere  ieri 1 .jpegD’altronde, che sul problema cruciale del rapporto col centrodestra in periodo di emergenza le cose non fossero state per niente chiarite nel dibattito prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, lo aveva denunciato il senatore Pier Ferdinando Casini parlandone al Corriere della Sera. Cui aveva aveva detto, con allusioni a grillini, piddini e quant’altri, se non  a Conte in persona, che “è fuori dal mondo” chi si ritiene autosufficiente con la maggioranza giallorossa realizzatasi nella scorsa estate.

         Un altro giudizio critico sul dibattito parlamentare e sullo stesso approccio di Conte era arrivato, in una intervista ad Avvenire, da un esponente autorevole del Pd come il tesoriere ed ex capogruppo al Senato Luigi Zanda. Zanda ieri ad Avvenire.jpegIl quale, pur avendo “apprezzato la puntualità” della “descrizione dei provvedimenti del governo”, aveva osservato: “Avrei avuto piacere anche di poter cogliere una visione di prospettiva”. E aggiunto: “come ha fatto Draghi” nel suo intervento sul Financial Times, a molti apparso propedeutico, volente o nolente, alla formazione di una maggioranza e di un esecutivo, prima o poi, di quella vera e propria unità nazionale più volte evocata La blindatura di Conte.jpegdal presidente della Repubblica da quando è esplosa l’emergenza virale. Altro che “la blindatura di Conte” vista nelle parole televisive e intenzioni di Mattarella dal giornale di Marco Travaglio.

       Su questa storia di Draghi, della sua disponibilità e di quando potranno esserne utilizzati a Casini al Corriere ieri 2 peg.jpegPalazzo Chigi il prestigio internazionale e le competenze, il più esplicito è stato il già ricordato senatore della maggioranza, ed ex presidente della Camera, Casini nell’intervista al Corriere della Sera. Eccone le parole: “Sarà il presidente della Repubblica a decidere il percorso. Certo, io penso che le persone che hanno più credibilità difficilmente possano rifiutare la chiamata della patria”, chissà perché al minuscolo nel testo del Corriere.

 

 

 

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