Bocciatura psicanalitica, non ancora politica, di Renzi da parte di Scalfari

Il pendolo domenicale di Eugenio Scalfari questa volta ha colpito pesantemente quel discolo troppo solitario di Matteo Renzi, refrattario ai suoi preziosi consigli. Lo ha colpito con citazioni di Freud e di Massimo Recalcati, psicanalista pur estimatore del segretario del Pd e stimato, a sua volta, dal fondatore de La Repubblica.

Cominciamo da Freud, preso anche lui in prestito da Recalcati per altre circostanze, non riguardanti articoli o discorsi sull’ex presidente toscano del Consiglio: “L’uomo non è padrone neppure a casa sua”. Figuriamoci quindi quando quest’uomo vuole fare il padrone in un partito di cui è il segretario ma non il proprietario, come potrebbe essere invece considerato Silvio Berlusconi nel movimento da lui creato e chiamato Forza Italia.  Che tuttavia Scalfari non ha menzionato  in questo passaggio del suo lungo articolo settimanale.

Veniamo ora al Recalcati direttamente citato dal fondatore di Repubblica per dare al problema Renzi una dimensione non più politica ma psicanalitica: “L’accanimento nella volontà di governo che pretende di sopprimere il disordine tende sempre a rovesciarsi nel suo contrario. Un ordine ottenuto con l’applicazione crudele del potere è peggiore del male che vorrebbe curare”.

Con queste premesse psicanalitiche Scalfari si è messo a scrivere di Renzi al passato: “Era un uomo capace di buon governo ma aveva un grande difetto caratteriale. Voleva a tutti i costi comandare da solo: sistema incompatibile con una democrazia, soprattutto di sinistra (quella non più comunista dopo Enrico Berlinguer)”, ha precisato chi lo votò ripetutamente e orgogliosamente nei primi anni Ottanta, piangendolo nel vero senso della parola alla morte.

Tutto finito, quindi, con Renzi, pur sostenuto da Scalfari nella campagna referendaria dell’anno scorso  sulla riforma costituzionale, nonostante i limiti e le contraddizioni di quel progetto bocciato dagli elettori? No, neppure dopo la ramanzina psicanalitica. Qualcosa rimane ancora appeso, per i successivi movimenti, al pendolo di Barpapà, che ha raccontato di una telefonata recente conclusasi col “riconoscimento” da parte di Renzi degli errori che può avere commesso facendo praticamente finta di consultarsi con altri nel Pd, fra i quali Fassino, Franceschini, Andrea Orlando e Walter Veltroni, sicuro evidentemente di ottenerne il consenso o un dissenso aggirabile.

E così Scalfari, pago o quasi di questo ennesimo “riconoscimento”, si è rimesso in attesa di vederne gli effetti. Che secondo lui dovrebbero tradursi nella creazione al vertice del partito di un vero e proprio “Stato Maggiore”, al posto evidentemente del cosiddetto giglio magico contestato a Renzi dagli avversari, a cominciare naturalmente dagli scissionisti. Dei quali -a dire il vero- Scalfari evita sempre di prendere una difesa vera e propria.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Matteo Renzi, Eugenio Scalfari e i misurizzi democratici

Quel “renziano” del Giornale al regista accusato di molestie

Non credevo francamente ai  miei occhi vedendo il titolo dedicato in prima pagina dal Giornale della famiglia Berlusconi -dove ho lavorato per una decina d’anni dalla fondazione con Indro Montanelli- alla vicenda del regista Fausto Brizzi, anonimamente accusato di molestie, insorto con   smentite e minacce di querele, messosi in disparte sul lavoro per lo stress procuratogli dalla vicenda e insolentito da Asia Argento. Che è diventata  ormai una certificatrice di presunte violenze altrui dopo avere denunciato quelle procuratele tanti anni fa da Harvey Weinstein.

Più leggevo “Il regista renziano nei guai per molestie”, che è appunto il titolo dedicato a Fausto Brizzi dal quotidiano fondato da Montanelli nel lontano 1974 con Enzo Bettiza, Guido Piovene, Gianni Granzotto e altri ancora, più mi stropicciavo gli occhi e mi chiedevo se stessi proprio davanti alla prima pagina del Giornale. Sì, purtroppo era proprio il Giornale, non il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che non è arrivato a usare le simpatie politiche del regista, e la sua partecipazione a non solo quali e quante edizioni del raduno dei renziani alla Leopolda fiorentina, per farlo riconoscere dai lettori.

Controprova della vergogna.jpg

“Weinstein all’italiana- Molestie, Brizzi nei guai- “Bugie”. Ma molla tutto”, ha titolato sobriamente sul regista il giornale -credo- più antirenziano sulla piazza.  Tanto antirenziano, il quotidiano di Travaglio, da riproporre nella stessa giornata sulla prima pagina in una vignetta di Mannelli il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio in posa da defunto per far dire al presidente dellostesso Pd Matteo Orfini, a spiegazione della mancata partecipazione al corteo antimafioso promosso da grillini

Il sogno di Travaglio.jpg e compagni ad Ostia: “Meglio un morto in casa che un grillino all’uscio”.    

Ma torno al Giornale per dire semplicemente, da ex editorialista, tornato per un po’ a collaborarvi nella pagina dei commenti all’epoca della direzione di Maurizio Belpietro su proposta personale di Silvio Berlusconi, fattami davanti alla tomba di Bettino Craxi fresca ancora della terra rovesciata sulla bara, che per quel titolo sul regista “renziano” Brizzi gli editori dovrebbero sentirsi a disagio per primi.

La Madonna protettrice di Cateno De Luca ne spiazza gli avversari

Solo la Madonna a questo punto potrà davvero salvare dall’attenzione dei magistrati siciliani, a Messina, il deputato regionale Cateno De Luca. Che è finito agli arresti domiciliari per evasione fiscale prima ancora della proclamazione della sua elezione. Ma al secondo giorno della sua detenzione a casa, scortato dai Carabinieri, egli ha potuto andare a godersi in tribunale lo spettacolo della propria assoluzione dalle accuse di tentata concussione, abuso d’ufficio e falso in atto pubblico nel quindicesimo dei processi subiti in soli sette anni, e tutti conclusi a proprio favore.

Curiosamente, direi pure scandalosamente, questa notizia è stata allontanata dalle prime pagine di tutti i giornaloni, spesisi al solito in titoloni di sarcasmo e di condanna all’annuncio dell’arresto del malcapitato dopo l’elezione a deputato regionale nelle liste dell’Udc, e nella coalizione di centrodestra guidata dal neo governatore regionale Nello Musumeci.

Eppure questa storia di Cateno De Luca dovrebbe bastare e avanzare per farsi ancora una volta l’idea di che cosa sia ormai l’amministrazione della giustizia, con la minuscola, in questo sventurato Paese. Essa potrebbe e dovrebbe anche aiutare a capire perché, al netto della solerzia dei gazzettieri delle Procure, che o per sadismo o per uso politico della cronaca giudiziaria scommettono sempre sulle manette, mai sull’assoluzione o solo sul dubbio, i magistrati hanno perduto progressivamente la fiducia dei cittadini. E, più in particolare, degli elettori. Che nelle urne, a parte gli spettatori di Beppe Grillo, non si lasciano incantare da avvisi di garanzia, arresti, condanne e quant’altro.

Solo qualche giorno fa, in un inciso del suo solito, lungo editoriale quotidiano di stampo giustizialista Marco Travaglio si meravigliava di come e perché Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale e perciò decaduto da senatore nel 2013, fosse “ancora a piede libero”, e per giunta impegnato a far vincere la sua parte politica nelle elezioni politiche dell’anno prossimo. Ecco il perché, caro direttore del Fatto Quotidiano: perché la gente non si fida né dei sospetti e delle accuse delle Procure, né delle sentenze dei tribunali.

Quasi preveggenti, i genitori del deputato regionale siciliano De Luca, da non confondere con l’omonimo governatore della Campania, pure lui di casa comunque nelle Procure della sua regione, chiamarono 45 anni fa  all’anagrafe il loro figliolo Cateno, che è la variante maschile di Catena: nome diffuso in Sicilia per devozione a Maria Santissima della Catena, appunto, protettrice degli schiavi e dei prigionieri. Con la quale sembrano destinati a fare i conti  per fortuna anche i magistrati facili ai processi e alle manette.

I presidenti delle Camere blindano Bankitalia col calendario dell’inchiesta

Nella curiosa indifferenza, a dir poco, dei giornaloni, che hanno allontanato la notizia dalle loro prime pagine, i presidenti delle Camere hanno concordato di blindare la Banca d’Italia e il governatore Ignazio Visco. Questo almeno è l’effetto l’effetto della  decisione di Pietro Grasso e di Laura Bordini di tagliare i tempi della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario disponendone la fine con quella della legislatura, cioè col decreto quirinalizio di scioglimento delle Camere, previsto fra l’ultima settimana dell’anno in corso e le primissime del nuovo.

Per quanto incassata con molta diplomazia dal presidente della commissione Pier Ferdinando Casini, che l’ha definita “ineccepibile” in riferimento ai precedenti, la scelta di Grasso e Boldrini limita l’agibilità degli inquirenti e potrebbe avere sorpreso l’opinione pubblica, che si sarebbe aspettata qualcosa di diverso di fronte alla gravità della questione bancaria.

In verità, anche quando sono state sciolte, le Camere continuano a vivere e ad operare per gli adempimenti urgenti, come l’approvazione dei decreti legge entro la loro scadenza costituzionale di sessanta giorni. Esse cessano davvero di esistere e lavorare con l’insediamento delle nuove.

Se avessero quindi voluto, i presidenti della Camere avrebbero potuto autorizzare la commissione d’inchiesta sulle banche ad andare avanti, magari raccomandando una maggiore blindatura dei loro lavori per evitare un intreccio fra le solite fughe di notizie e la campagna elettorale. Che aggraverebbe, anziché risolvere, i problemi del sistema bancario.

Evidentemente convinti della impossibilità di questa blindatura dell’inchiesta, conoscendo i loro polli, non dissimili da certi magistrati i cui archivi sono spesso colabrodo, i presidenti delle Camere hanno finito, volenti o nolenti, per proteggere la Banca d’Italia dai possibili sviluppi di un’indagine che ha già fatto affiorare situazioni inquietanti: per esempio, la grossa discrepanza fra quanto è stato riferito separatamente, sulla vigilanza effettuata a carico degli istituti praticamente falliti, i rappresentanti della stessa Banca d’Italia e della Consob. Che non a caso il presidente della commissione ha convocato per un confronto giovedì prossimo.

In previsione anche di questo appuntamento ha fatto notizia e sollevato polemiche, diversamente dalla decisione presa dai presidenti delle Camere sui tempi della commissione, un incontro avuto a Firenze dallo stesso Casini, per quanto già programmato e svoltosi alla luce del sole, col segretario del Pd Matteo Renzi. Che aveva peraltro appena finito di riproporre con pubbliche dichiarazioni la necessità di svelare e perseguire le responsabilità della mancata o difettosa vigilanza sulle banche in crisi.

“Renzi e Casini si fanno l’indagine tet-a-tet. In privato”, ha titolato sul suo Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio, in simbiosi culturale, diciamo così, con i soliti grillini. Ai quali il giornale di Travaglio ha fornito ulteriori stimoli protestatari raccogliendo e rilanciando voci di una candidatura blindata per il ritorno al Senato o alla Camera promessa per le prossime elezioni a Casini da Renzi. Ma dicano piuttosto i grillini, e quelli del Fatto Quotidiano, se sono interessati pure loro o no all’accertamento di quel che è accaduto fra Banca d’Italia, Consob e banche saltate in aria con i depositi e gli investimenti dei risparmiatori. O se sono interessati alla blindatura dell’ex istituto di emissione dopo avere chiesto in Parlamento la testa del governatore allora uscente, e poi confermato a dispetto anche della posizione critica assunta pure dal Pd renziano.

In questo groviglio di situazioni e di ruoli non può purtroppo ritenersi di secondaria importanza una circostanza tutta politica riguardante entrambi i presidenti delle Camere.

Pietro Grasso e Laura Boldrini sono partecipi o addirittura protagonisti -secondo alcune cronache non smentite- dello schieramento di sinistra in allestimento per fare concorrenza prima, durante e dopo le elezioni al Pd, cioè in funzione antirenziana. Grasso è dato in vantaggio rispetto alla Boldrini, tanto che ne è stata da qualche parte annunciata l’incoronazione di leader antirenziano in un raduno degli scissionisti del Pd ed altri in programma il 2 dicembre.

 

Pubblicato da ItaliaOggi il 7 novembre 2017

Clamoroso scontro fra Mario Monti e il “suo” Corriere della Sera

Il senatore a vita Mario Monti da vecchio, autorevole e riveratissimo collaboratore del Corriere della Sera non ha creduto ai suoi occhi leggendo Aldo Cazzullo, firma di punta del più diffuso giornale italiano, forse destinato a diventarne prima o poi direttore. Che ha raccolto “il fallimento” del governo tecnico montiano formato nell’autunno del 2011 sotto l’incalzare della speculazione finanziaria sui titoli del debito pubblico italiano come “il sentimento prevalente dell’opinione pubblica”.

L’ex presidente del Consiglio ha preso perciò carta e penna, o impugnato il suo computer portatile, per scrivere una lettera risentita di protesta le cui reazioni in via Solferino temo che non gli siano piaciute per niente.

Innanzitutto la missiva non ha avuto sconti nella collocazione, confinata nella pur seguitissima   ma ventisettesima pagina delle lettere.  E soprattutto ha ricevuto da Cazzullo una risposta ancor meno priva di sconti perché l’editorialista e altro ancora del Corriere della Sera ha ribadito la sua convinzione, conforme alla percezione prevalente dell’opinione pubblica sul bilancio del primo e sinora fortunatamente unico governo dell’ex commissario europeo.

In particolare, essendosi Monti vantato di avere affrontato l’emergenza finanziaria del 2011 rifiutando orgogliosamente l’aiuto internazionale, che avrebbe limitato l’autonomia nazionale, chiamata enfaticamente “sovranità”   dal senatore a vita, Cazzullo gli ha fatto notare che forse fu proprio questo il suo errore. E ha ricordato all’ex presidente del Consiglio l’esperienza della Spagna. Che quell’aiuto invece lo cercò e l’ottenne con risultati  di risanamento dei conti decisamente migliori di quelli ottenuti dal governo tecnico in Italia, ma soprattutto meno dolorosi di quelli percepiti a casa nostra.

Bravo, Cazzullo, anche se il suo coraggio dovesse costargli qualche grana. Bravo soprattutto a non farsi mettere sull’attenti dal professore bocconiano.

Ingorghi davanti all’ufficio di Pietro Grasso al Senato

Ci vuole ormai un semaforo nei corridoi o lungo le scale del Senato che portano allo studio del presidente Pietro Grasso. Sul traffico, per fortuna tutto pedonale, vigila curiosamente per la Repubblica di carta, riferendone con la solita puntualità ai lettori, la specialista di affari giudiziari Liana Milella. Eppure Grasso non è più magistrato. Nè sta incontrando in questi giorni suoi ex colleghi di toga. Nè sono sulla sua scrivania in evidenza nuovi disegni di legge sulla tormentatissima amministrazione della giustizia italiana che possano giustificare uno scrupolo a contribuirvi con la competenza della sua lunghissima attività professionale.

No. Il traffico davanti allo studio di Grasso, dopo le sue improvvise e motivate dimissioni dal Pd, che quasi cinque anni lo portò con la regia dell’allora segretario Pier Luigi Bersani prima al Senato e poi al suo vertice, è tutto politico, anzi partitico.

Da Grasso, che Bersani -sempre lui- ha detto di vedere “da Dio” alla guida di una nuova sinistra, intesa come un cartello elettorale antirenziano, per chiamare le cose col loro nome, sono andati in questi giorni, da soli e persino in delegazione, esponenti interessati proprio a quel progetto. Ed anche -va detto- qualche dirigente del Pd, come Gianni Cuperlo, che non si è aggiunto agli scissionisti, ma ne è corteggiatissimo e tentato ogni tanto di seguirli col suo stile mitteleuropeo.

Eppure nell’isola dove gli antirenziani hanno appena sperimentato la loro operazione, che è la Sicilia proprio di Grasso, il risultato è stato fallimentare. L’apporto che essi hanno dato alla candidatura di Claudio Fava a governatore regionale, non ha superato l’uno per cento, che si è aggiunto al cinque che aveva di suo il capo della lista ispirata ai famosi cento passi di Peppino Impastato, fra le proteste dei familiari e degli amici della vittima della mafia, ucciso in un finto tentativo di attentato ferroviario dell’ultrasinistra in Sicilia nello stesso giorno in cui terroristi veri uccidevano a Roma Aldo Moro, dopo quasi due mesi di drammatica prigionia.

Bersani, D’Alema, Gotor e compagni ritengono evidentemente di poter fare meglio e di più a livello nazionale, specie se Grasso dovesse mettersi al volante del loro pulmino e far seguire – si spera- alle dimissioni dal Pd, magari nelle ultime battute della legislatura, quelle da presidente del Senato, e da potenziale presidente supplente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura.

Nel frattempo, in attesa di maturare le decisioni finali,  naturalmente sofferte, Grasso sta ripetendo, volente o nolente, la stessa esperienza di Gianfranco Fini nel 2010 alla Camera. Dove l’allora presidente dell’assemblea, rotti tutti i ponti politici e personali col presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e rimasto fermamente al suo posto, incontrava nel proprio ufficio tutti gli oppositori possibili e immaginabili, concordando con alcuni di essi persino una mozione di sfiducia al governo alla vigilia della cosiddetta sessione di bilancio.

Ci volle l’inusuale intervento dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, con tanto di vertice istituzionale al Quirinale, per mettere in sicurezza la legge finanziaria facendo calendarizzare solo dopo l’approvazione del bilancio la sfida al governo. Che, contrariamente alle leggende ancora perduranti su una complicità tra Fini e Napolitano, o viceversa, ebbe il tempo necessario per organizzare la sua difesa e battere la  insidiosissima mozione di sfiducia.

La crisi  e la caduta di Berlusconi sarebbero arrivate dopo quasi un anno, e per effetto non dell’anomalo passaggio all’opposizione di un presidente della Camera rimasto ostinatamente nella sua postazione istituzionale, ma di una crisi economica e finanziaria indipendente dalle presunte o reali capacità manovriere di Fini e amici.

Per fortuna le circostanze di questa fine di legislatura sono assai diverse, politicamente e finanziariamente, da quelle dall’autunno del 2011, quando si concluse l’esperienza governativa di Berlusconi, ma le anticamere di Fini del 2010 e di Grasso in questo autunno 2017 si assomigliano. Forse anche troppo, a scapito in entrambi i casi del ruolo neutrale imposto quanto meno dal galateo istituzionale ai presidenti delle Camere.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto il movimentismo bersaniano di Pietro Grasso

Pubblicato da ItaliaOggi dell’11 novembre 2017

Nuovo e vecchio antiberlusconismo, e berlusconismo

Il buon Angelo Panebianco si è appena chiesto sul Corriere della Sera se “la rinascita di Berlusconi farà rinascere anche l’antiberlusconismo”. Che sembrava molto affievolito, se non scomparso, dopo la rovinosa caduta dell’ultimo governo dell’allora Cavaliere, la condanna definitiva per frode fiscale, la conseguente decadenza da senatore, l’irruzione di un nuovo protagonista come Beppe Grillo e l’individuazione, da parte della sinistra e di una certa intellettualità, di un nuovo “tiranno” in fasce con cui prendersela: naturalmente Matteo Renzi.

Non so, francamente, se più l’impressione o l’auspicio dell’insigne professore e editorialista del Corriere della Sera è che non possa decollare più di tanto l’antiberlusconismo di ritorno avvertito qua e là. Cui il solito Marco Travaglio non ha saputo sottrarsi scrivendo, in coincidenza con quello di Panebianco, un editoriale sul suo Fatto Quotidiano per dolersi, fra l’altro, che l’uomo di Arcore sia “ancora incredibilmente a piede libero”.

Fra le ragioni del suo ottimismo, finalizzato al perseguimento di una politica meno astiosa e più ragionata, e soprattutto più consapevole del rischio maggiore per la sorte della democrazia derivante dal movimento antisistemico delle 5 Stelle, Panebianco ha indicato non l’età ormai di Berlusconi, di ben 23 anni più anziano dell’impetuoso esordio politico, ma la sua ridotta forza elettorale. La sua Forza Italia in effetti ha perso metà dei voti raccolti nelle elezioni europee del 1994, superiori di un terzo a quelli delle elezioni politiche di pochi mesi prima. La stessa leadership berlusconiana, già indebolita dalla incandidabilità elettorale che ancora pesa sull’ex presidente del Consiglio, è contestata  all’interno dello schieramento di centrodestra un giorno sì e l’altro pure dal rampante segretario leghista Matteo Salvini. Al quale una sinistra ragionevole dovrebbe pur preferire  politicamente il Berlusconi “ancora a piede libero” lamentato da Travaglio.

La “rinascita” di Berlusconi, o del berlusconismo, per ripetere la parola o l’immagine di Panebianco, non sta comunque provocando soltanto una rinascita dell’antiberlusconismo, debole o forte, lento o veloce che sia, ma anche un certo affollamento ai cancelli metaforici della villa di Arcore. E ciò spesso con spettacoli francamente imbarazzanti, come quello offerto qualche sera fa, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, da un ex collaboratore di Berlusconi che ora siede su designazione dei grillini nel Consiglio di amministrazione della Rai: Carlo Freccero.

Quest’ultimo, in pur amichevole polemica con la stessa Gruber e con Vittorio Zucconi, critici di una lunga serata televisiva di Berlusconi con l’amico Maurizio Costanzo, che “insieme -aveva osservato Zucconi- fanno più di un secolo e mezzo”, ha elogiato la freschezza, l’arguzia, la scaltrezza e quant’altro dimostrate dall’ex presidente del Consiglio parlando della sua infanzia e famiglia senza ricordare, vista la impopolarità delle banche, il lavoro del padre.

Ma il papà di Silvio Berlusconi, benedetto Freccero, non era un banchiere. Era più semplicemente, o meno impopolarmente con gli occhi di oggi, il dipendente di una banca, sia pure di livello, non il proprietario. Cerchiamo di non esagerare nella vecchia arte, consapevole o no, dell’adulazione.

Sa sempre più di Cardinale la vittoria del centrodestra in Sicilia

Il numero magico, perché ricorrente, delle elezioni siciliane appena svoltesi e dei loro risultati è il cinque.

Cinque sono notoriamente le stelle del movimento grillino, che è riuscito a raccogliere il maggior numero di voti, pur mancando l’obiettivo della presidenza del governo regionale col suo candidato Giancarlo Cancelleri. Che è riuscito peraltro a raccogliere più consensi della lista dei candidati del suo partito a consiglieri regionali, avendo potuto giovarsi del voto cosiddetto disgiunto consentito dalla legge elettorale vigente nell’isola.

Sono stati circa otto i punti percentuali conquistati da Cancelleri oltre quelli della lista orgogliosamente solitaria del suo partito. A fornirli sono stati presumibilmente gli elettori delle due sinistre fronteggiatesi rovinosamente attorno alle candidature di Fabrizio Micari e di Claudio Fava. E’ quanto meno improbabile che siano giunti al mancato governatore grillino voti da destra, come accadde l’anno scorso nelle elezioni comunali di Roma e Torino. Dove le candidate pentastellate prevalsero  sui candidati sindaci  del Pd nei ballottaggi, col non nascosto favore degli elettori leghisti di Matteo Salvini e post-missini di Giorgia Meloni. Che non avevano gradito la scommessa capitolina fatta all’ultimo momento da Silvio Berlusconi, nel primo turno, su Alfio Marchini precludendo il ballottaggio proprio alla Meloni.

Cinque sono stati stati i punti percentuali che hanno distanziato il governatore eletto del centrodestra, stavolta unito, e il governatore mancato del partito di Beppe Grillo. O di Luigi Di Maio, per chi prende sul serio la premiership conferita digitalmente al vice presidente della Camera, della cui autenticità diffida giustamente Piero Sansonetti sentendo puzza o odore, secondo i gusti, di qualche magistrato o giornalista da mettere in pista all’ultimo momento, prima e forse anche dopo le elezioni politiche dell’anno prossimo.

I cinque punti di distacco usciti dalle urne fra Musumeci e Cancelleri sono esattamente quelli preconizzati alla vigilia del voto in una intervista alla nostra Paola Sacchi dall’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, milanese di adozione ma sicilianissimo. Che aveva messo nel conto l’aiuto che Cancelleri avrebbe potuto ricevere da sinistra, col già ricordato voto disgiunto, dimezzando le distanze dall’avversario di centrodestra emerse dai sondaggi di metà ottobre.

Ma anche Musumeci deve avere avuto sotto traccia, e sempre col meccanismo del voto disgiunto, qualche aiuto da fuori, visto che ha preso una decina di punti percentuali in più rispetto alla somma dei voti raccolti dalle liste della sua coalizione: dieci punti che, al netto dei cinque di vantaggio su Cancelleri, hanno dato alla sua vittoria una fortissima consistenza.

Da dove, più in particolare, possono essere arrivati a Musumeci i soccorsi esterni non è forse azzardato intuire allungando lo sguardo sui sei punti e forse più -diciamo 5+1 per rimanere nei dintorni del 5 come numero magico di queste elezioni siciliane- mancati al candidato Fabrizio Micari rispetto alla somma dei voti delle liste  di centro e di sinistra che lo hanno fiancheggiato. Fra le quali per diabolica coincidenza ce n’è una che ha raccolto il sei per cento dei voti: quella allestita dall’ex ministro democristiano Salvatore Cardinale e chiamata “Sicilia futura”.

D’altronde, lo sfortunato rettore dell’Università di Palermo, scomodato dal sindaco quasi sempiterno Leoluca Orlando per correre col sostegno del Pd, di Angelino Alfano e altri, era ormai completamente fuori gioco, come l’altro candidato della sinistra Claudio Fava. Fargli mancare un po’ di voti per soccorrere Musumeci e salvarlo dal pericolo del sorpasso grillino non dev’essere apparsa un’azionaccia agli amici di Cardinale, se l’hanno davvero commessa.

Lo stesso Cardinale aveva avvertito durante la campagna elettorale, quando le divisioni a sinistra si erano aggravate e la corsa di Micari si era ristretta alla conquista del terzo posto, non oltre, che mai e poi mai egli si sarebbe convertito alla logica perversa del “tanto peggio tanto meglio”. Come sarebbe accaduto obiettivamente se sull’altare magari dell’antiberlusconismo, che a sinistra diventa spesso l’altra faccia dell’antirenzismo, non si fossero rafforzati gli argini di Musumeci rispetto al rischio esondativo di Cancelleri.

La Sicilia d’altronde è la terra di Luigi Pirandello. Così è se vi pare.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Lo sbotto di Sergio Mattarella contro i tempi supplementari della legislatura

Questa volta è sbottato il pur mite, paziente, tollerante Sergio Mattarella, salito al Quirinale ormai quasi tre anni fa proprio grazie al suo carattere. Che forse indusse l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi a preferirlo al meno prevedibile e accomodante Giuliano Amato,  giudice costituzionale pure lui, come allora Mattarella, e sostenuto a destra da Silvio Berlusconi e a sinistra da Massimo D’Alema, con una convergenza che insospettì l’inquilino di Palazzo Chigi. Ne ha scritto praticamente in questi termini lo stesso Renzi nel libro che ha copiato nel titolo la storica testata socialista togliendole però il punto esclamativo e il corsivo: Avanti.

Lo sbotto del presidente della Repubblica, come ho appreso da buona fonte, è stato causato da una indiscrezione del quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda, ben introdotto sul colle più alto di Roma, che dava il capo dello Stato “indifferente” di fronte alla tentazione emersa dentro il Pd, prevalentemente fra i critici o gli avversari di Renzi, di fare allungare i tempi dello scioglimento delle Camere, in modo da  spostare le elezioni politiche da marzo a maggio.

Ciò avrebbe potuto fornire altri mesi agli operosi colleghi di partito di Renzi  per ammorbidirne le resistenze a rinunciare esplicitamente, senza le riserve opposte sinora, all’ambizione di tornare a Palazzo Chigi. Al contempo si sarebbe potuto lavorare meglio per  approvare un paio di leggi oggi improbabili sia per questioni di tempo sia per contrasti politici, come il cosiddetto ius soli e la riduzione dei vecchi vitalizi riscossi dagli ex parlamentari, oltre alla soppressione dei nuovi.

E’ stata proprio quella “indifferenza” attribuita dal quirinalista del Corriere della Sera al capo dello Stato, che per trasformarsi in disponibilità avrebbe avuto bisogno di una richiesta esplicita dei partiti e di loro garanzie sulla praticabilità di un ulteriore tratto della legislatura, in modo da non trasformarlo in una semplice ed anche rischiosa  perdita di tempo, a scatenare fra e nei partiti, secondo i gusti, proteste o speranze. Cui Mattarella in persona ha voluto tagliare la testa ordinando una nota che definisce “pura fantasia” le interpretazioni provocate dal pur da lui apprezzato quirinalista del Corriere. Che, dal canto suo, forse colto anche lui di sorpresa dalle reazioni al tentativo compiuto di intuire mosse e stati d’animo del presidente della Repubblica, ha scritto un nuovo articolo sostanzialmente riparatore, dove non si è trovata più traccia della “indifferenza” precedentemente attribuita a Mattarella.

La smentita del capo dello Stato può ora essere obiettivamente letta anche come un invito a partiti, correnti e personalità a desistere dal chiedergli ciò che lui non ha alcuna voglia di concedere, non fidandosi -credo giustamente- del terreno infido su cui potrebbe incamminarsi allungando i tempi di  questa legislatura. Che, per come era partita, cioè col tentativo dell’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, stoppato vigorosamente al Quirinale, di improvvisare un governo velleitario “di minoranza e di combattimento” appeso agli umori di Beppe Grillo,  ha già prodotto troppi miracoli. Fra i quali  c’è anche l’approvazione di una nuova legge elettorale  a larga maggioranza, per quante alte siano state e siano  le proteste di ultrasinistra, ultradestra e grillini. Attendersi ancora altri miracoli sarebbe stato e sarebbe davvero imprudente, specie nella inevitabile tossicità di una campagna elettorale che si trascina già da quasi un anno, cioè dalla sconfitta referendaria di Renzi sulla riforma costituzionale.

Non dev’essere stata  infine estranea alle ragioni dello sbotto di Mattarella la preoccupazione di allentare la blindatura della Banca d’Italia prodotta dalla decisione appena annunciata dai presidenti delle Camere di limitare i tempi della commissione d’inchiesta parlamentare sul sistema bancario, interrompendoli nel giorno dello scioglimento delle assemblee legislative, e non all’insediamento delle nuove. Come altri avrebbero voluto, anche in deroga ai precedenti cui si è richiamato il presidente della stessa commissione, Pier Ferdinando Casini, definendo “ineccepibile” la risposta di Pietro Grasso e di Laura Bordini a una sua richiesta scritta di chiarimenti sull’agenda degli inquirenti. 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Come e perché Sergio Mattarella si è infuriato

Pubblicato da ItaliaOggi il 9 novembre 2017

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