L’improbabile mossa del Cavallo di Berlusconi sulla strada del Quirinale

Al punto in cui è ormai arrivata la sua ostinata corsa al Quirinale, dopo che Vittorio Sgarbi da “telefonista” ne ha impietosamente ammesso e rivelato i limiti, a Silvio Berlusconi la cronaca giudiziaria -una volta tanto- offre la possibilità di una mossa: non dico del cavallo, da Cavaliere che è, ma quasi. Egli potrebbe smetterla di inseguire i voti degli ex grillini o dei grillini dissidenti rimasti ancora a casa ma impauriti dal pericolo di elezioni anticipate e soccorrere direttamente Beppe Grillo da garantista mentre i magistrati di Milano -sempre loro, potrebbe dire Berlusconi- lo indagano per traffico d’influenze. Che sarebbe stato collegato a un finanziamento di quasi due milioni di euro avuto dalla Moby di Vincenzo Onorato. 

Titolo del Giornale
Titolo di Libero

Solidarizzare, ripeto. Altro che fare ironia come il Giornale di famiglia di Berlusconi con quel titolo su “Grillo vittima del grillismo”  o condividere la “pena” di Libero con quel titolo sul passaggio del comico genovese “da elevato a indagato per soldi”. O la sarcastica vignetta a colori di Ellekappa sulla prima pagina di Repubblica. 

Titolo della Stampa

Il buon Matteo Feltri sulla Stampa ha involontariamente suggerito a Berlusconi anche una citazione che potrebbe essergli utile nel soccorso a Grillo e nella ricerca di qualche appoggio fra i “grandi elettori” pentastellati in quel che resta ancora della sua corsa al Colle. “Il traffico d’influenze”, peraltro punibile ora con 4 anni e mezzo di carcere per un inasprimento di pena voluto dall’allora ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede, “è un reato ridicolo, marginale, un pranzo di nozze con i fichi secchi” secondo il professore di diritto penale a Pisa Tullio Padovani. 

Titolo-copertina del manifesto

Scherzi a parte, ma davvero, non in televisione, la partita quirinalizia di Berlusconi, a meno di una settimana dall’inizio delle votazioni nell’aula di Montecitorio, è davvero agli sgoccioli, per quanti sforzi facciano, almeno in apparenza, lo stesso Berlusconi e i fedelissimi di nutrire e accreditare ottimismo. Più calano le reali possibilità di una vittoria del Cavaliere ai punti -dalla quarta votazione in poi, quando potrebbe bastargli la maggioranza assoluta e non più dei due terzi della platea degli elettori , che è comunque sempre una maggioranza qualificata e non “semplice”, come la definiscono fior d firme anche di grandi giornali- più crescono le quotazioni di Mario Draghi. Una cui visita d’ufficio, diciamo così, ieri al Quirinale per riferire a Sergio Mattarella sui problemi della lotta alla pandemia e dintorni, si è prestata a quel titolo brillante, come al solito, del manifesto sul “sopralluogo” del presidente del Consiglio. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Di Grillo e della sua vicenda giudiziaria, questa volta personalissima, non indiretta come quella del figlio rinviato a giudizio sotto l’accusa di stupro, c’è poco da scommettere per i riflessi possibili sulla successione a Mattarella. Lo sbandamento politico e umano del MoVimento 5 Stelle e delle varie “anime” che lo compongono, per non chiamarle correnti o tribù, era già grande di suo per poter dire che si è aggravato. Nè ad aiutare il “garante” del quasi partito ora presieduto da Giuseppe Conte saranno i tentativi minimalisti, una volta tanto, del Fatto Quotidiano, che ha relegato -come in un ossimoro- la vicenda dei rapporti con la Moby in un’apertura quasi invisibile, corredata comunque -bisogna riconoscerlo- di una fotina dell’interessato. 

Dal Riformista

Il caso ha voluto -va detto anche questo- che la bomba o il petardo di Grillo sia scoppiato nel ventiduesimo anniversario della morte di Bettino Craxi, il cui figlio Bobo sul Riformista ha potuto ricordare a ragione che il padre, travolto dalla cosiddetta Tangentopoli con tutta la prima Repubblica, ma più di tutti gli altri leader di quella stagione, fu “la prima vittima della guerra sporca” cominciata anch’essa a Milano, come ho già ricordato. 

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Lo scherzo impietoso di Vittorio Sgarbi al Berlusconi quirinalizio

Titolo del Dubbio

               Quel diavolo di Vittorio Sgarbi è riuscito a lasciare comunque la sua impronta su questa edizione della corsa al Quirinale: la più strana di tutte, se non la più pazza, come d’altronde la legislatura nella quale si svolge, in scadenza un po’ differita rispetto al mandato del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

              Già gratificato come uno dei mille e rotti “grandi elettori”, fra deputati, senatori e delegati regionali cui spetta l’elezione del capo dello Stato, Sgarbi ha fatto un pò come quello spettatore ai bordi della strada che s’infila fra i corridori per aiutare, soccorrere e quant’altro il ciclista in difficoltà, sino a fargli rischiare la squalifica.        

Berlusconi e Sgarbi in una foto d’archivio
L’intervista di Sgarbi alla Stampa di ieri

 Stremato dalle telefonate alla ricerca di consensi a Berlusconi fuori dall’area di centrodestra ma anche dentro, visto l’andirivieni verificatosi pure tra forzasti e simili in questi ultimi tempi,  Sgarbi si è lasciato andare con Antonio Bavetti, della Stampa, fra i suoi divani, quadri, sculture e ninnoli. E ha rivelato che di sicuri Berlusconi dispone solo di 390 voti, non dei 450 e più vantati sinora, già insufficienti a fargli raggiungere dal quarto scrutinio in poi i 505 necessari all’elezione.

         “È sul punto di cedere”, pur dando l’impressione di essere ancora “sparato”, ha detto Sgarbi dell’amico accomunandolo inconsapevolmente all’immagine che del segretario socialista Francesco De Martino dava il compagno di partito Ferdinando Santi raccontando dei suoi rapporti tanto con la Dc quanto col Pci: “Resiste fino a un momento prima di cedere”.

           Incalzato sul dopo-rinuncia, ormai, dell’ex presidente del Consiglio, Sgarbi ne ha anticipato, previsto, intuito, come preferite, il sostegno ad una conferma di Mattarella, tanto non gli passa evidentemente per la testa il ripiegamento su un altro candidato del centrodestra meno “divisivo”, direbbero gli avversari e forse anche l’alleato Matteo Salvini.

Berlusconi in cappotto

           E Mario Draghi, così calorosamente sostenuto da Berlusconi alla nomina a presidente del Consiglio vantandosi di averlo portato lui al vertice della Banca Centrale Europea negli anni d’oro della guida del governo? Niente. Eppure anche Sgarbi, prima di mettersi al telefono, telefonino e quant’altro a disposizione del Cavaliere per sostenerlo nella corsa al Quirinale, lo aveva pubblicamente esortato a spendersi per l’elezione di Draghi. Evidentemente Berlusconi non ha gradito che nel frattempo questa soluzione sia diventata l’obiettivo del segretario del Pd Enrico Letta, per quanto, o ancor più perché condiviso dallo zio Gianni. Che è di casa, eccome, nelle residenze del Cavaliere.

           Tutto sommato, a questo punto dobbiamo a Sgarbi sulla vicenda quirinalizia più notizie di quante non ne abbiano sino date i cronisti al seguito della corsa. Grazie, Vittorio. Pace fatta dopo qualche tua intemperanza nell’aula della Camera con la presidente di turno che ti ho contestata.

Pubblicato sul Dubbio

                                                                          

Povero Berlusconi, verrebbe da dire se non si fosse messo lui nei guai

Povero Berlusconi, verrebbe da dire vedendolo nella sua ostinata corsa al Quirinale appeso non solo agli attacchi degli avversari, scontati pure nella forma della derisione sublimata nel titolo-copertina del manifesto “Conta che ti passa”, ma anche o ancor più dalle licenze che si concedono ogni giorno alleati e amici persino stretti, costringendolo a inseguirli con telefonate, richieste di chiarimento, sfoghi e presunti chiarimenti finali , anzi semifinali. Povero Berlusconi, scrivevo che verrebbe voglia di dire se non fosse stato lui a volersi mettere in questa situazione che nessun medico -credo- gli abbia prescritto come cura suppletiva dei postumi del Covid. Che sino a qualche mese fa lo costringevano ad entrare e a uscire dall’ospedale San Raffaele di Milano.

Titolo di Repubblica
Titolo del Fatto Quotidiano

“Lo strappo di Salvini”, ha titolato con ottimismo, dal suo punto di vista, laRepubblica antiberlusconiana anche nella versione ormai post-scalfariana. Strappo, come se Berlusconi fosse un redivivo Breznev e Salvini un redivivo, pure lui, Berlinguer. Che si mostrò tanto desideroso di emanciparsi da Mosca col suo Pci da meritarsi un mezzo attentato in Bulgaria, dove un mezzo militare investì la sua auto diretta all’aeroporto riuscendo però ad uccidere solo l’autista. “Salvini ritenta la fuga da B. (ma poi rientra)”, ha titolato con paradossale sollievo Il Fatto Quotidiano, temendo evidentemente che chissà quale nome ugualmente o ancor più sgradito a Marco Travaglio il leader leghista avesse deciso di proporre agli altri partiti per “allontanare Berlusconi dal Colle”, come ha titolato la Stampa.

Titolo del Foglio
Titolo della Stampa

“Salvini pressa il Cav. e apre un nuovo forno”, ha titolato Il Foglio come se il leader leghista, peraltro incoraggiato dal suocero Denis Verdini dagli arresti domiciliari a fare il cosiddetto kingmaker in questa edizione della corsa al Quirinale, fosse un redivivo Giulio Andreotti dei tempi in cui accusava Bettino Craxi di pretendere il monopolio della produzione e della vendita del pane alla Dc, ma anche agli altri partiti. 

Tommaso Labate sul Corriere della Sera

E’ tutto un fiorire, come vedete, di corsi e ricorsi storici nella rappresentazione di questa corsa al Quirinale che Berlusconi è comunque riuscito -gli va riconosciuto- ad animare attorno alla sua recitazione, magari sino all’ultimo momento utile, quando ritirandosene cercherà di riconquistare in extremis la figura di kingmaker contestagli fuori e persino dentro la stessa coalizione di centrodestra. “Gioca una partita allo specchio”, ha scritto di lui forse non a torto sul Corriere della Sera Tommaso Labate. Al quale risulta, non so se a torto o a ragione, che il Cavaliere abbia deciso o stia cercando un faccia a faccia privato con Matteo Renzi, nonostante l’ex partner del patto del Nazareno abbia già detto pubblicamente che un candidato del centrodestra o dintorni lo voterebbe, e farebbe votare dai suoi,  purché diverso da un ormai troppo ingombrante Berlusconi.  

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Se la corsa al Quirinale diventa un affare di famiglia….

Titolo del Dubbio
Rino Formica su Domani

Sulla soglia ormai dei 95 anni, abituato a immagini forti quando parla e scrive di politica praticata per tutta la vita tra entusiasmi e delusioni così forti da avere spesso avvertito puzza di “sangue e merda”, l’ex ministro socialista Rino Formica deve essersi molto trattenuto liquidando solo come una “commedia dell’inganno”l’ultimo vertice del centrodestra nella Villa Grande di Silvio Berlusconi, sull’Appia antica. Un inganno “reciproco”, fra “vecchio” e giovani, ha scritto su Domani, il giornale di Carlo De Benedetti. Paradossalmente ancora più critico di Formica ha finito per essere su Libero il direttore Alessandro Sallusti, pur compiaciuto che Matteo Salvini e Giorgia Meloni abbiano ufficialmente candidato Silvio Berlusconi al Quirinale, in attesa ch’egli sciolga la riserva. Anche Sallusti, che nei lunghi anni alla direzione del Giornale di famiglia si è fatta una certa esperienza dell’ambiente, ha avvertito qualcosa di simile alla commedia scrivendo che “la partita del Colle è tutta in un cognome: Letta”. 

Alessandro Sallusti su Libero

“Già, perché -ha spiegato Sallusti- nel campo del centrodestra a guidare le operazioni è Gianni Letta -per tutti “il dottore” perché solo a nominarlo vien paura- dal 1987 uomo ombra di Silvio Berlusconi con potere di vita e di morte su tutto ciò che si muove da quelle parti e non solo”. Il dirimpettaio familiare è lo zio Enrico, segretario del Pd, appena fattosi autorizzare all’unanimità dalla direzione e dai gruppi parlamentari a trattare con gli altri partiti un “patto di legislatura”, per l’anno o più che resta del mandato del Parlamento eletto nel 2018, finalizzato a impedire ad un leader “divisivo” come Berlusconi di essere eletto al Quirinale. 

L’altro problema di Enrico Letta è dichiaratamente quello di  “tutelare” al massimo Mario Draghi: a Palazzo Chgi o allo stesso Quirinale se non dovesse esserci altro modo per trattenerlo sulla scena con tutto il prestigio internazionale di cui gode, e i benefici effetti derivanti all’Italia. 

Il più lesto, almeno sul piano mediatico, a capire l’antifona del segretario del Pd, tenendo presente anche la visita effettuata contemporaneamente dal nipote Gianni a Palazzo Chigi, è stato uno degli ex ministri della Difesa di Berlusconi e cofondatore dei Fratelli d’Italia Ignazio La Russa. Egli si è affrettato a precisare che Giorgia Meloni a nome della sua parte politica non ha mai posto e non pone veti contro Draghi al Quirinale. 

Gianni Letta

Il guaio politico per il centrodestra a questo punto è che, se davvero Berlusconi dovesse verificare la impraticabilità della sua pur legittima ambizione quirinalizia a conclusione della propria avventura politica e fare all’ultimo momento il famoso passo indietro a favore di Draghi, non ne sarebbe più il kingmaker, come si dice, ma solo l’ultimo portatore d’acqua e di voti. La paternità dell’operazione Draghi sarebbe tutta o prevalentemente dell’altro Letta: Enrico.

Eppure uno spiraglio, quanto meno, per un esito della corsa al Quirinale gratificante per la la coalizione di centrodestra era già stato aperto ed è stato appena confermato da Matteo Renzi, disposto a votare anche senza il Pd un altro candidato del centrodestra. A proposito del quale si fanno i nomi, fra gli altri, di Marcello Pera, Giulio Tremonti, Letizia Moratti, Maria Elisabetta Casellati, presidente del Senato, e Franco Frattini, fresco di nomina a presidente del Consiglio di Stato.

Anche sotto questo profilo la visita di Gianni Letta a Palazzo Chigi, subito proiettata sull’operazione Draghi dello zio Enrico, ha creato scompiglio e malumore nel centrodestra, sorprendendo -si è scritto senza alcuna precisazione o smentita- lo stesso Berlusconi, pur al netto di ogni sospetto su una recita sotto sotto concordata delle parti fra i due.

Augusto Minzolini sul Giornale

Persino il buon Augusto Minzolini, direttore del Giornale ed esperto come pochi altri dei palazzi della politica e dei loro immancabili intrighi, ha bacchettato a suo modo l’ambasciatore, missionario e quant’altro di Berlusconi scrivendo che “in un’Italia che da trent’anni ha due schieramenti contrapposti la pace la possono siglare solo i generali. Non possono garantirla né i colonnelli, né personaggi che si sono inventati il mestiere di paciere senza mai firmare nessuna pace”. 

Concita De Gregoria su Repubblica
Fabio Martini sulla Stampa

Meno diplomatica di Minzolini, o più maliziosa, Concita De Gregorio ha scritto su Repubblica che “ora c’è da capire se Gianni Letta lavori per sé o per altri. Qui  -ha aggiunto- abbiamo come sapete una nostra idea, ma non conta. Una certezza resta. Se hai un piano segreto, il luogo dove rendersi invisibili è una piazza”, dove puoi incontrare l’ex sottosegretario di Berlusconi con la stessa facilità con cui lo incontri in un ristorante, in una commemorazione, in un funerale, ai margini del quale si possono dire “banalità”, come lui stesso sembra che abbia definito le dichiarazioni unitarie ispirate dalla scomparsa di David Sassoli, scambiabili per chissà quale sottile operazione politica. “Letta -gli ha riconosciuto in ogni caso Fabio Martini sulla Stampa- sa che nei prossimi giorni torneranno ad aver bisogno delle sue arti. Lui è la Protezione civile del Cavaliere, il lobbista del buonsenso”. 

Pubblicato sul Dubbio

Il Pd perde subito la sponda di Conte nell’operazione Draghi

Se il piano di Letta -Enrico, il segretario del Pd, ma forse anche Gianni, l’ex sottosegretario e tuttora missionario di Silvio Berlusconi- è davvero quello di “tutelare” al massino Mario Draghi, col prestigio internazionale che ha, mandandolo anche al Quirinale e sostituendolo in un governo ampiamente rimpastato con un garante della prosecuzione della legislatura sino alla scadenza ordinaria del 2023, comincia già a mancargli la sponda grillina. O la palude, vista l’instabilità, a dir poco, dei gruppi parlamentari pentastellati, che pure hanno segnato per la loro “centralità” numerica questa legislatura. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Giornale

“Conte blinda Draghi a Chigi”, ha titolato in apertura Il Fatto Quotidiano, che ancora rimpiange l’ex presidente del Consiglio come uno statista pugnato alla schiena nell’ultima crisi. “I 5 Stelle inchiodano Conte su Draghi”, ha titolato da una sponda politica opposta Il Giornale della famiglia Berlusconi con una convergenza di interessi derivante dalla speranza dello stesso Berlusconi di rimanere in gioco nella corsa al Quirinale grazie alla divisione dei suoi avversari.

Matteo Renzi al Corriere della Sera

Ma quanto potrà contare paradossalmente anche Berlusconi su un Conte guastatore? Niente, a sentire Matteo Renzi, che dal Corriere della Sera ha rilanciato al Cavaliere la proposta di un ritiro dalla gara a favore di un altro candidato di centrodestra. Che il senatore di Scandicci sarebbe disposto a votare con i parlamentari di cui ancora dispone per garantire -franchi tiratori a parte- la maggioranza assoluta richiesta dal quarto scrutinio in poi. “Il punto -ha detto Renzi- non è la provenienza ma la capacità di rappresentare l’unità della nazione, che venga da destra o da sinistra, dal nord o dal sud”.

Ancora Renzi al Corriere della Sera

Quanto a Conte e alla sua capacità di incidere sulla partita, Renzi è stato tranciante. Interrogato retoricamente se ne avesse capito progetto e quant’altro, egli ha risposto: “No, non l’ho capito. Ma la tranquilizzo: non l’ha capito nemmeno Conte. Cerca solo di dare l’impressione di essere in partita. Lo fa soprattutto per i suoi: la dialettica interna ai grillini è pesante. Conte vorrebbe andare ad elezioni nel 2022: sa che se si vota a scadenza naturale, Di Maio gli riprende il posto”. 

Goffredo Bettini al Corriere della Sera

Persino Goffredo Bettini, una specie di oracolo del Pd, anche lui intervistato dal Corriere della Sera nella sua nuova casa romana, tra casse di libri da sistemare e un telefonino surriscaldato di chiamate, ha smesso di apprezzare l’avvocato come una volta, quando convinse Nicola Zingaretti a sposare il motto “Conte o morte”. Dell’avvocato pugliese egli ha detto nell’intervista, dopo avergli appena parlato e prima che gli riparlasse rispondendo ad un’altra chiamata: “E’ in un momento di notevole difficoltà. Uomo leale, che apprezzo, ma più leader di governo che capo di un partito”, come invece ha preferito diventare, o cercare di diventare. Una bella palla al piede, direi,, per chi come il segretario in carica del Pd, elogiato da Bettini, coltiva piani sperando anche nell’aiuto di questo pericolante presidente del MoVimento 5 Stelle.

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Quel gran pasticcio che è diventata la corsa al Quirinale

Più Silvio Berlusconi rimane in gara per la successione a Sergio Mattarella, pur dietro la cortina di una riserva ancora da sciogliere, più lo scenario del Quirinale si restringe a due figure: lo stesso Mattarella per una conferma, a dispetto della sua insistita indisponibilità, e Mario Draghi per la prima promozione diretta, nella storia dell’Italia repubblicana, di un presidente del Consiglio a capo dello Stato.

Questa realtà è stata ben avvertita proprio nel centrodestra da Matteo Salvini quando ha commentato il no di Enrico Letta, col consenso unanime della direzione e dei gruppi parlamentari del Pd, alla candidatura troppo “divisiva” di Berlusconi e la proposta di una trattativa fra tutti i partiti per un patto di fine legislatura, senza elezioni anticipate e con una soluzione concordata sia per il Quirinale sia per Palazzo Chigi. “Non tiriamo la giacca né a Mattarella né a Draghi”, ha risposto il capo della Lega e per il momento anche della coalizione inventata dallo stesso Berlusconi, il cui partito è stato  però sorpassato dalla Lega nelle elezioni del 2018. 

Di questo inevitabile sviluppo della corsa al Quirinale si è reso conto anche Ignazio La Russa, per conto della destra capeggiata da Giorgia Meloni, dichiarando al Corriere della Sera: “L’ipotesi di un’elezione di Draghi non è migliore o peggiore delle altre. Da parte nostra non c’è un veto sulla sua candidatura”. Sembra rimanere invece il veto più volte espresso dalla Meloni in persona contro una conferma di Mattarella.

Ignazio La Russa al Corriere della Sera
Vittorio Sgarbi al Corriere della Sera

In fondo, che le cose vadano o possano andare in direzione di Draghi al Quirinale, nonostante l’inesauribile Vittorio Sgarbi conti di fare almeno altre 65 telefonate a parlamentari indecisi e simili per convincerli a votare Berlusconi, deve averlo avvertito l’ex sottosegretario, consigliere, ambasciatore e quant’altro del Cavaliere, Gianni Letta, precedendo il vertice del centrodestra, l’altro ieri sull’Appia antica, con un visita a Palazzo Chigi. Dove risulta essersi incontrato col capo di Gabinetto del presidente del Consiglio ma nessuno ha confermato né smentito che abbia alla fine parlato con lo stesso Draghi, come per avvertirlo che le cose stavano mettendosi per lui assai diversamente da come sarebbero apparse con la formalizzazione ufficiale della candidatura di Berlusconi.

Titolo di Libero

Su questa visita di Gianni Letta a Palazzo Chigi si erano già avute persino a Villa Grande, dopo il vertice conviviale cui lui aveva partecipato,  reazioni di scetticismo o di preoccupazione. Ma oggi il caso è scoppiato su tutta la prima pagina dell’insospettabile Libero, guidato dall’ex direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti, e schierato per la candidatura dell’ex presidente del Consiglio al Quirinale. “Letta continua”, ha titolato il quotidiano parafrasando la Lotta continua degli anni di piombo. “I piani di zio e nipote per il Colle”, ha aggiunto Libero nella titolazione affiancando quindi l’ex sottosegretario di Berlusconi al nipote Enrico, il segretario del Pd nettamente contrario a Berlusconi al Quirinale. 

Alessandro Sallusti su Libero
Augusto Minzolini sul Giornale

“La partita del Colle -ha scritto Sallusti nell’editoriale- è tutta in un cognome: Letta. Già, perché nel campo del centrodestra a guidare le operazioni è Gianni Letta -per tutti “il dottore” perché solo a nominarlo vien paura- dal 1987 uomo ombra di Silvio Berlusconi con potere di vita e di morte su tutto ciò che si muove da quelle parti e non solo”. Ha un bello scrivere a questo punto il buon Augusto Minzolini, direttore del Giornale di famiglia dello stesso Berlusconi, che la partita del Quirinale in corso è la ricerca di una pace “fra due schieramenti contrapposti”: una pace che “possono siglare solo i generali”, non potendola “garantire né i colonnelli, né personaggi che si sono inventati il mestiere di paciere”. Allude pure lui a Gianni Letta? 

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Il piccolo compromesso di Villa Grande: candidatura frenata di Berlusconi al Colle

Titolo del Foglio

Dalla Villa Grande, con tutte le maiuscole volute dal proprietario, è uscito un piccolo e paradossale compromesso sulla candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale. Finalmente ufficializzata dal centrodestra, come se Matteo Salvini e Giorgia Meloni fossero stanchi di essere sospettati di non volerla, o di non volerla con la necessaria convinzione, essa è stata frenata dallo stesso Berlusconi con una riserva che conferma da sola i perduranti sospetti del Cavaliere. Che deve continuare a fare i conti col suo stesso schieramento, e non solo con gli avversari politici che hanno replicato alla sua candidatura pur frenata definendola “irricevibile”. 

Questa edizione della corsa al Quirinale continua ad essere la più anomala di tutte, a parte quella del 1992, irripetibile -spero-per la drammaticità della strage di Capaci, che interruppe la ricerca di una soluzione ordinaria della successione a Francesco Cossiga e restrinse la partita ad una scelta di emergenza istituzionale, più emotiva che politica, fra i presidenti delle Camere. La spuntò il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, preferito peraltro più dai socialisti e dai comunisti, per non parlare di Marco Pannella, che dal proprio partito ancora scioccato dal naufragio della candidatura del suo segretario Arnaldo Forlani. I socialisti preferirono il presidente della Camera per la fiducia personale a torto riposta in lui da Bettino Craxi in persona, che se ne sarebbe poi pentito scrivendogli lettere senza risposta contro la demolizione giudiziaria della cosiddetta prima Repubblica e sua personale. I comunisti, o post-comunisti come già volevano essere chiamati dopo la caduta del muro di Berlino, lo preferirono per il posto che l’elezione di Scalfaro liberava a Montecitorio, a vantaggio del loro Giorgio Napolitano.

Le possibilità che Berlusconi ha di essere eletto anche dopo la ufficializzazione della sua pur frenata candidatura non dipendono dalla capacità negoziale del centrodestra ora a trazione salviniana per ridurre l’area pubblica ed estesa del no -dal Pd ai 5 Stelle- ma dalle capacità personali dello stesso Berlusconi di conquistare consensi nell’area indefinita degli amici delusi o perduti, degli indecisi e dei dissidenti dei partiti e gruppi dichiaratamente contrari, nel marasma che è diventato il Parlamento dei 250 e più, fra deputati e senatori, che hanno cambiato casacca, bandiera e quant’altro nei quasi quattro anni trascorsi dalle elezioni del 2018. Un Parlamento, peraltro, reso ancora più precario di quanto non lo sia per la prossimità della scadenza a causa di un radicale taglio di seggi che lo ha trasformato in una tonnara. Dove deputati e senatori destinati a non tornare vogliono votare solo per un presidente che lasci le Camere durare sino all’ultimo secondo del loro mandato quinquennale. 

Mario Draghi

Ne ha quindi di lavoro da svolgere sotto traccia Berlusconi nella settimana di tempo che i leader e leaderini del centrodestra si sono dati per ritrovarsi e cercare di fare i conti meglio o meno approssimativamente di ieri: una settimana nella quale quello che è diventato il maggiore concorrente del Cavaliere, cioè il presidente del Consiglio Mario Draghi, non se ne starà sicuramente con le mani in mano, convinto com’è -e giustamente- di avere ancora molte carte a suo favore, salvo ripensamenti di Sergio Mattarella. Che però proprio ieri ha voluto accomiatarsi dai quirinalisti che lo hanno seguito nei quasi sette anni trascorsi dal suo insediamento, quasi per ribadire la indisponibilità ad una conferma su cui invece sono ancora in tanti a sperare, se non a scommettere. “Sarebbe il massimo”, ha detto di recente alla televisione, non in privato a qualcuno, il segretario del Pd Enrico Letta. 

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Frattini presidente del Consiglio di Stato ma forse già riserva della Repubblica

Titolo del Dubbio

Curioso destino potrebbe essere quello di Franco Frattini riserva della Repubblica sul piano istituzionale e politico per pochi giorni e poche ore dopo l’elezione, peraltro all’unanimità, a presidente del Consiglio di Stato. E ciò mentre nella villa romana di Silvio Berlusconi, suo ex presidente del Consiglio, maturava la candidatura ormai ufficiale dello stesso Berlusconi alla Presidenza della Repubblica, dopo mesi di paradossale clandestinità o incertezza assai apparente.

          Se, nonostante le telefonate condotte da solo o in tandem col suo amico Vittorio Sgarbi, peraltro convertitotsi -sempre al telefono- in un minuto dallo scetticismo o dalla contrarietà al ruolo di sponsorizzatore, Berlusconi non dovesse farcela per un misto combinato di franchi tiratori e assenti da Covid, Frattini potrebbe diventare la cosiddetta soluzione B della corsa del centrodestra al Quirinale. 

         Defilatosi in tempo dalla politica negli anni scorsi per tornare alle funzioni di magistrato amministrativo, egli potrebbe ben essere considerato anche dai nemici irriducibili di Berlusconi come l’esponente meno divisivo dell’area politica del centrodestra. Meno divisivo anche dell’ex presidente del Senato Marcello Pera, appartatosi sì ma permettendosi il gusto, la licenza e quant’altro di sfotticchiare, diciamo così, il Cavaliere e di dare consigli, compiaciuto dell’eco da essi prodotta, a un Matteo Salvini in grande competizione, per quanto amichevole, con lo stesso Cavaliere per una leadership effettiva, non onoraria, del centrodestra. 

        Politicamente, nonostante un tentativo fallito dal manifesto di attribuirgli simpatie adolescenziali per la sinistra extraparlamentare, Frattini nasce socialista, segretario -fra l’altro- della federazione giovanile del Psi. Claudio Martelli -che era di grandi pretese nella scelta dei suoi consiglieri e collaboratori nell’azione di governo, tanto da portarsi al Ministero della Giustizia Giovanni Falcone, pur completando una pratica avviata, in verità, dal predecessore e compagno di partito Giuliano Vassalli –  si fece affiancare proprio da Frattini come consigliere giuridico nel ruolo di vice presidente del Consiglio con Giulio Andreotti a Palazzo Chigi. 

       Quando la cosiddetta prima Repubblica cadde per mano giudiziaria, pur indebolita certamente da pratiche di potere che potevano essere più accorte, e meno basate sulla convinzione che così facevano tutti, per cui nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di liquidare un intero sistema politico come un’associazione a delinquere; quando, dicevo, la cosiddetta prima Repubblica cadde per mano giudiziaria e Berlusconi decise di allestire una specie di arca di Noè per i resti dei partiti di maggioranza, fu naturale che Frattini vi saltasse dentro. Altrettanto naturale fu che Berlusconi non se lo lasciasse scappare nella selezione che dovette fare della classe dirigente e di governo a tappe forzate, nella pianura dove il segretario del Pds-ex Pci Achille Occhetto si era vantato di avere allestito una “gioiosa macchina da guerra” con la quale sgominare gli avversari. 

Berlusconi e Frattini al governo

          Sottovalutalo all’inizio con la destinazione prima alla segreteria generale di Palazzo Chigi con lo stesso Berlusconi e poi come ministro della funzione pubblica  con Lamberto Dini -ma, non ditelo per favore, a Renato Brunetta, che con questo incarico ha fatto la sua fortuna politica più che come economista da potenziale premio Nobel- il Cavaliere corresse presto il tiro. E portò Frattini al vertice della diplomazia come ministro degli Esteri, dopo averlo mandato a rappresentare l’Italia nella Commissione Europea. 

             Per un certo tempo Frattini è stato in corsa, e con buone carte da giocare, anche per la segreteria generale dell’Alleanza Atlantica, forte del credito guadagnatosi sul piano internazionale negli anni della partecipazione italiana alla guerra in Irak. 

       Se solo lo avesse voluto, egli avrebbe potuto fare anche una grande carriera partitica in Forza Italia, dove sembra che Berlusconi fosse stato a suo tempo tentato di preferirlo ad Angelino Alfano come delfino, salvo poi scoprire che gli mancasse -ricordate?- un certo quid. Ma Frattini non ci cascò, per sua fortuna, e col sollievo di tanti che nell’entourage del Cavaliere capirono che l’uomo non si sarebbe lasciato facilmente mettere poi da parte. 

           Le circostanze forse diaboliche hanno voluto che toccasse ad un uomo di questo spessore culturale, giuridico e anche caratteriale raggiungere il vertice del Consiglio di Stato mentre si gioca l’edizione forse più difficile e imprevedibile della corsa al Quirinale: quella su cui Berlusconi ha deciso di puntare tutto  per ragioni non foss’altro anagrafiche, alla bella età di 85 anni compiuti. Frattini potrebbe diventare la sua carta di riserva per le distanze che le circostanze -sempre loro- hanno consentito di porre fra lui e la politica. Non è mai accaduto che un presidente del Consiglio salisse al Quirinale da presidente della Repubblica, si dice di Draghi in questi giorni anche dalle parti di Berlusconi. Non è mai accaduto che vi salisse neppure un presidente del Consiglio di Stato: organo da cui di solito si è pescato abbondantemente e sempre solo per cariche amministrative di capo di Gabinetto di Ministri e simili. Ma una prima volta, si sa, prima o dopo, può arrivare per tutto.

Pubblicato sul Dubbio

Draghi con una telefonata si allunga la vita di candidato al Quirinale

Dalla prima pagina della Stampa

Convinto evidentemente pure lui da un noto e felice messaggio pubblicitario che una telefonata può allungarti la vita, anche di candidato al Quirinale, Mario Draghi ha affidato a un ministro questo messaggio per ora raccolto e rilanciato solo da Annalisa Cuzzocrea sulla Stampa, in prima pagina: “Se toccasse a me essere scelto per il Quirinale, non potrei certo indicare un successore o mettere a punto un nuovo esecutivo. Lascerei mano libera alla politica. Sarebbero i leader a trovare un accordo tra loro”. 

Salvo improbabili smentite, il presidente del Consiglio ha cercato così  di rasserenare scettici, critici e persino avversari sterilizzando le prerogative del capo dello Stato più temute dai partiti, specie nei loro momenti peggiori, quando sono in crisi di prospettive e persino di identità.

La prima prerogativa, in ordine rigorosamente numerico per come è stata scritta e approvata la Costituzione, è quella dell’articolo 88: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”. La seconda prerogativa è quella dell’articolo 92: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Nomina e basta, senza dover sentire sulla carta nessuno. Tanto è vero che le consultazioni per le soluzioni delle crisi di governo sono solo una prassi, per quanto consolidata, non prescritte dalla Costituzione. E infatti nell’ultima crisi, convintosi che non fosse il caso di sciogliere le Camere e mandare alle urne gli italiani in piena pandemia, a rischio quindi di contagi, Sergio Mattarella affidò la formazione del nuovo governo allo stesso Draghi di sua completa, autonoma iniziativa. 

Titolo del manifesto
Titolo del Foglio

Vedremo se questo messaggio così rispettoso, così aperto ai partiti passerà per il collo di bottiglia della corsa al Quirinale, volendo parafrasare il felice titolo odierno del solito manifesto, e prevarrà su altre telefonate di cui da giorni si occupano i giornali: quelle che da solo o col supporto dell’amico e deputato Vittorio Sgarbi va facendo Silvio Berlusconi per convincere i cosiddetti grandi elettori indecisi a votarlo. Telefonate che sembrano avere infastidito Matteo Salvini, pur impegnato formalmente a sostenere le ambizioni quirinalizio del suo alleato, e sono oggi sbertucciate anche da un giornale non certo antipatizzante di Berlusconi come Il Foglio. Il cui fondatore ed ex ministro di Berlusconi, Giuliano Ferrara, ha tenuto a ribadire il sostegno a Draghi per il Quirinale.

Giuliano Ferrara oggi sul Foglio
Ferrara sul Foglio del 12 gennaio

Leggete, in particolare, quello che ha scritto Ferrara: “Devo specificare che io, vecchio pirata berlusconiano da tempo in disuso, sempre innamorato del senso di quell’avventura ma conformisticamente rientrato da tempo nella normale routine della nomenclatura politica più pazza e insieme scipita del mondo, nell’area politica più derelitta dell’universo dopo quella di destra, cioè il centrosinistra e nella mia modesta funzione di osservatore e pensionato, sono per l’elezione al Quirinale di Mario Draghi, come ho scritto mille volte”. E con ciò mi pare che il fondatore del Foglio abbia voluto anche dissipare ogni equivoco sui riconoscimenti e apprezzamenti umani del Cavaliere ancora l’altro ieri , come questo agrodolce: “Il Cav,. si conferma, comunque vadano a finire le cose in uno di quei sogni a occhi aperti che per gli avversari è un incubo, un gigante dell’opportunismo politico, del tempismo, e un combattente bestiale, audace e tremendamente volitivo”. 

Claudio Cerasa sul Foglio del 12 gennaio

“Le incertezze sono molte, le certezze sono poche e tra le certezze -scriveva in quello stesso il direttore del Foglio Claudio Cerasa scommettendo su un ripensamento di Berlusconi- c’è la consapevolezza che dieci anni dopo aver rassegnato le sue dimissioni al Quirinale da presidente del Consiglio, a decidere il futuro del Quirinale, e quello del presidente del Consiglio, siano ancora i colpi di teatro dell’incredibile Cav.”

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.olicymakermag.it

D’Alema fa da sponda a Berlusconi contro Draghi al Quirinale

Il “Rieccolo” di questa seconda o terza Repubblica, come preferite, emulo del Fanfani della prima di conio montanelliano, è il Dalemoni scoperto e raccontato da Giampaolo Pansa verso la fine degli anni Novanta sull’Espresso: metà Massimo D’Alema e metà Silvio Berlusconi. Di cui fu pure realizzato un fotomontaggio per tradurre meglio le convergenze parallele dei due, alla maniera di quelle che prepararono ai tempi di Aldo Moro alla segreteria della Dc l’alleanza di governo con i socialisti di Pietro Nenni.

Titolo del Dubbio

All’indomani dell’annuncio o minaccia di Berlusconi di fare uscire la sua Forza Italia dal governo se Mario Draghi ne lasciasse la guida per salire al Quirinale, che cosa fa D’Alema? Si lascia intervistare dal manifesto, con la snobistica minuscola della storica testata comunista, per dire in sintonia appunto col Cavaliere: “Mi pare difficile mantenere una maggioranza larga senza Draghi. Non è un compito facile arrivare al 2023 se il premier viene eletto al Quirinale”. 

Ma lo stesso D’Alema non aveva detto, in un brindisi di Capodanno con i compagni di partito finito su internet, anche a costo di mettere in imbarazzo il povero ministro della Sanità Roberto Speranza, peste e corna politiche di Draghi, uomo della finanza internazionale poco o per niente conciliabile con la democrazia, cui la sinistra si sarebbe troppo facilmente rassegnata ad affidarsi? Sì, lo aveva detto. E in parte lo ha anche ripetuto al manifesto, fra i soliti origami tormentati secondo il racconto dell’intervistatore Andrea Carugati. “Nel draghismo -si legge nel titolo dell’intervista con tanto di virgolette- vedo un’esplosione di spirito antidemocratico”. 

Ma, nonostante questo, un pò correggendo il tiro del brindisi di Capodanno, e finendo -ripeto- col ritrovarsi con le valutazioni e gli auspici di Berlusconi, il sorprendente D’Alema ha parlato del governo in carica meglio di quanto abbia fatto lo stesso Draghi qualche giorno fa nella conferenza stampa sulle ultime misure adottate contro la pandemia. “Il premier -ha detto l’unico esponente del fu Pci che sia riuscito  sinora a guidare un governo nella storia della Repubblica- svolge efficacemente il suo ruolo internazionale spendendo la sua forte credibilità, a Bruxelles e con gli Stati Uniti. Sul lato interno fa il possibile con una maggioranza contraddittoria e inevitabilmente divisa, cerca i compromessi possibili. Fa politica quindi misurandosi con una realtà rispetto alla quale non esistono super poteri in grado di produrre soluzioni miracolistiche”. 

Se Draghi, letto il manifesto, non ha ancora fatto una telefonata a D’Alema per ringraziarlo ha compiuto un errore. Farebbe bene a correggersi. Ma forse non ha gradito il sottinteso -ma neppure tanto- del ragionamento di D’Alema, che è lo stesso di Berlusconi. Parlo del sottinteso esplicitato dal manifesto nel titolo di prima pagina con questo invito a Draghi: finisca il suo lavoro, naturalmente a Palazzo Chigi sino alle elezioni ordinarie del 2023.

Pubblicato sul Dubbio

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