L’estate non ha mai portato fortuna a Silvio Berlusconi, ma questa poi….

            L’estate è una stagione abitualmente avversa a Silvio Berlusconi, diversamente dall’inverno e dalla primavera. Non parlo dell’autunno perché già il nome è sinonimo di qualcosa o qualcuno che cade come la foglia dall’albero.

            Fu d’estate, dopo il travolgente esordio elettorale del 1994, che cominciarono i guai del primo governo del Cavaliere di Arcore, con l’alleato Umberto Bossi che scorazzava in canottiera sulle spiagge sarde preparando la crisi di fine anno.

            D’estate nel 2008, quando tutto sembrava a lui favorevole, alla guida di un governo e di una maggioranza di centrodestra con numeri blindati, Berlusconi cominciò a ricevere i primi sgarbi, al minuscolo, e segnali di guerra dal giovane alleato, e aspirante alla sua successione, ch’egli aveva improvvidamente insediato alla presidenza della Camera: Gianfranco Fini, naturalmente.

            D’estate nel 2011 Berlusconi fu costretto a dividere i suoi giorni e le sue notti tra i problemi che gli creavano le olgettine e i mercati finanziari, dove irruppe impietosamente un certo mister Spread. Che tirò la volata a Mario Monti.

            D’estate nel 2013, dopo un bestiale recupero elettorale che per poco non lo riportò a Palazzo Chigi ma gli diede ugualmente le carte per partecipare alla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale e alla formazione delle larghe intese attorno al governo di Enrico Letta, il Cavaliere inciampò rovinosamente nella condanna definitiva, in Cassazione, per frode fiscale. Che gli costò a tamburo quasi battente, e con l’oggettiva forzatura di ogni regola,  il seggio del Senato.

            D’estate, in questo 2018, Berlusconi è inseguito notte e giorno, con un effetto moltiplicatore rispetto ad una foto emblematica scattata al Quirinale durante le consultazioni per la formazione del primo governo della nuova legislatore, da Matteo Salvini. Che lo sovrasta fisicamente e ormai anche elettoralmente, dopo averlo sorpassato nelle urne del 4 marzo strappandogli la leadership del centrodestra.

            Già costretto dalla paura delle elezioni anticipate, che avrebbero potuto aggravare quel sorpasso, e incoraggiato dalla solita sopravvalutazione delle proprie forze, a permettere a Salvini di derogare all’alleanza di centrodestra per fare un governo con i grillini, Berlusconi è finito in queste settimane nella ridotta di un’opposizione praticata senza convinzione da una metà di quel che gli è rimasto di Forza Italia. Opposizione “rancorosa”, l’ha appena definita in una intervista uno dei vari delfini inutilmente allevati ad Arcore e oggi governatore della Liguria: Giovanni Toti. Che mostra così di condividere l’accusa che, per difendersi dalle critiche o dalle proteste dell’anziano alleato, Salvini muove a Berlusconi di far votare i suoi nelle aule parlamentari come il Pd. E’ come se nella cosiddetta prima Repubblica da destra o da sinistra avessero accusato i missini e i comunisti di votare allo stesso modo contro i governi di centro e poi di centrosinistra.

            In questo quadro, dopo la rottura sull’ormai mancato presidente della Rai, scelto peraltro da Salvini fra gli ex dipendenti e tuttora collaboratori, in qualche modo, del Giornale della famiglia di Berlusconi, ma senza chiedergli prima il permesso, il vice presidente leghista del Consiglio è passato ormai alla guerriglia, se non la vogliamo chiamare guerra vera e propria. Egli ha rimosso i cavalli di frisia che, all’interno del centrodestra, aveva sistemato per fermare l’esodo da Forza Italia alla Lega ed ha deciso di sfilarsi elettoralmente dallo stesso centrodestra cominciando dall’Abruzzo. Dove nelle elezioni regionali previste tra ottobre e novembre la corsa solitaria della Lega potrà servire solo a far perdere il centrodestra, appunto. E ad assicurare la vittoria non alla Lega ma forse ai grillini.

            Polito.jpgNon stupisce pertanto che sul maggiore giornale italiano, il Corriere della Sera, Antonio Polito abbia scritto come editoriale un necrologio del centrodestra, liquidato come un’alleanza “senza futuro”, anche nel caso in cui Salvini dovesse riuscire ad assumerne la guida a tutti gli effetti, ammesso e non concesso che il leader leghista tenga ancora a quel nome: cosa della quale personalmente dubito molto. Sospetto piuttosto che Salvini, svuotato il centrodestra e convinto che sia finito anche il centrosinistra, accarezzi il progetto -o sogno, si vedrà- di un’Italia politica nuovamente bipolare, in cui la partita finale sarà giocata fra lui e Luigi Di Maio, o chiunque Beppe Grillo e Davide Casaleggio decideranno al momento giusto di mettere al suo posto.

           Scalfari.jpg                Non stupisce neppure che un uomo ormai disincantato e anziano come Eugenio Scalfari, abituatosi a scrivere della politica interna solo negli ultimi capoversi dei suoi appuntamenti domenicali con i lettori, ispirati all’Universo e all’aldilà,  abbia già assegnato la vittoria finale della partitina italiana a  Salvini confezionandogli i gradi e la divisa di un dittatore.  

Matteo Renzi a sorpresa sulle orme giustizialiste di Massimo D’Alema

            Fra le sorprese politiche di questa estate rovente, oltre all’ulteriore rottura del centrodestra con la scelta della Lega di correre da sola nelle elezioni regionali d’Abruzzo, in autunno, c’è la ricollocazione politica -forse a sua insaputa- di Matteo Renzi. Il quale è andato in ferie formulando previsioni di caduta del governo gialloverde, al ritorno dalle vacanze, per motivi giudiziari e non politici.

           Così il senatore fiorentino ammette peraltro la inconsistenza dell’opposizione che pure ha orgogliosamente sostenuto e un po’ anche imposto al Pd da lui non più guidato. Dove erano in tanti, a cominciare dal reggente Maurizio Martina, suo ex vice segretario, ad avere durante la crisi una voglia matta di allestire un forno alternativo a quello dei leghisti per vendere ai grillini il pane, cioè i voti parlamentari, di cui avevano bisogno per andare al governo. Gli elettori, come si sa, avevano assegnato il 4 marzo scorso ai pentastellati solo una maggioranza relativa, per quanto sicuramente ragguardevole.

            Ma Renzi con le sue previsioni, diciamo pure gli auspici di crisi per motivi giudiziari, non ha fatto torto solo alla sua opposizione politica, allegramente annunciata impugnando un contenitore pieno di pop corn, come allo stadio o al cinema. Egli ha indebolito, anzi distrutto, con una incredibile autorete l’immagine di garantista che aveva cercato di costruirsi a Palazzo Chigi rivendicando il primato della politica sulla magistratura, abituata dai tempi di Tangentopoli a invadere il campo dei partiti, o -ancor peggio- a lasciarsi strumentalizzare dagli uni contro gli altri.

            Per un garantista a ventiquattro carati come si era proposto contestando, sia pure tra clamorose contraddizioni e incertezze, la pratica delle decapitazioni di ministri, sottosegretari e quant’altri all’annuncio del primo avviso di garanzia, o alla pubblicazione della prima intercettazione sfuggita al solito ufficio giudiziario, dovrebbe bastare e avanzare prevedere la crisi di governo, dai banchi parlamentari di opposizione, per l’ipotesi sempre più probabile che il governo non riesca a far quadrare davvero i conti  nella legge di bilancio o stabilità, ex finanziaria, messa in cantiere tra annunci, minacce, smentite e precisazioni. Persino il sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, incline per natura all’ottimismo e alla bonomia, ha avvertito lo scatenamento degli speculatori nei mercati finanziari contro i titoli del nostro ingente debito pubblico.

            Invece Renzi immagina, e spera, che la Lega finisca schiacciata, materialmente e moralmente, sotto i sequestri dei suoi conti in banca, già disposti o in arrivo dalla magistratura per fare recuperare allo Stato una cinquantina di milioni di euro di finanziamento pubblico presumibilmente abusato da Umberto Bossi e altri. Cui Salvini si sente estraneo, disposto a versare solo qualche centinaia di migliaia di euro.

            I guai giudiziari dei grillini che accendono le speranze di Renzi sono quelli dei loro amministratori locali, a cominciare naturalmente dalla sindaca di Roma, formalizzati in processi in corso, e quelli che potrebbero maturare scavando nelle incursioni digitali di una notte dello scorso mese di maggio contro l’onore e la libertà del presidente della Repubblica. Su queste incursioni sta indagando la Procura di Roma, cui Renzi ha chiesto di  testimoniare, avendo provato sulla sua pelle, prima e dopo l’esperienza a Palazzo Chigi, la dimestichezza dei grillini con le campagne d’assalto telematico.

            Diversamente dall’esperienza  di Renzi, relativa alla gestione sia mediatica sia giudiziaria del cosiddetto affare Consip, che è la centrale d’acquisti della pubblica amministrazione, le incursioni mariane contro Sergio Mattarella hanno l’inconveniente paradossale di una trasparenza politica che francamente disarma gli inquirenti. A meno che a costoro non venga in mente di accusare l’attuale vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio di avere cominciato lui ad attentare all’onore e alla libertà del capo dello Stato la sera del 27 maggio, quando reagì al rifiuto del presidente della Repubblica di nominare Paolo Savona ministro dell’Economia, e alla conseguente rinuncia di Giuseppe Conte all’’incarico di formare il governo, minacciando la procedura parlamentare del cosiddetto impeachment. Una minaccia che mandò in solluchero, anzi scatenò il pubblico telematico delle 5 stelle.

           Chirico su Renzi.jpg L’infortunio più paradossale in cui è comunque incorso Renzi prevedendo una crisi di governo per guai giudiziari è quello contestatogli impietosamente sul Foglio, dove ancora lo ricordano come il “royal baby” dell’”amor nostro” Berlusconi, da Annalisa Chirico. Che lo ha accomunato alla vittima più celebre della incompiuta rottamazione renziana: Massimo D’Alema. Il quale nel 2009 dalla sua terra di elezione politica, la Puglia, annunciò l’arrivo di “scosse” giudiziarie contro l’allora governo di Silvio Berlusconi, caduto dopo due anni, in verità, per una gigantesca crisi finanziaria ma già lesionato dalle indagini sul traffico femminile a Palazzo Grazioli, la residenza romana del presidente del Consiglio.

            Sei anni dopo, nel 2015, sarebbe toccato sempre a D’Alema immaginare il governo proprio di Renzi in affanni giudiziari, che vennero tuttavia  preceduti l’anno dopo dalla crisi per la sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale, cui l’ormai ex deputato di Gallipoli volle dare il suo contributo pubblico facendo propaganda per il no e festeggiando infine il risultato e le dimissioni del suo rottamatore.

            Con questi precedenti, ritrovarsi sul fronte giustizialista come profeta di sventure con D’Alema, sia pure lui in veste di senatore felicemente in carica e l’altro sempre come ex parlamentare, ricandidatosi inutilmente con un altro partito alle elezioni del 4 marzo scorso, per Renzi non è certamente il massimo, al minuscolo.  

La confusione politica che Mattarella, in vacanza sarda, ha lasciato a Roma

            Lo sbarco vacanziero di Sergio Mattarella all’isola della Maddalena, in Sardegna, è in serena controtendenza rispetto alla confusione politica rimasta a Roma. Dove il governo di grillini e leghisti – più subìto che promosso dal presidente della Repubblica al termine di una crisi tanto lunga quanto tortuosa, chiusa in quel modo più per evitare le elezioni in questo mese di agosto che per altro-  è riuscito a farsi opposizione da solo, visto che non ne ha una davvero agguerrita e temibile in Parlamento.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’incontro improvvisato a Palazzo Chigi con i giornalisti anche per festeggiare i suoi 54 anni di età ha simpaticamente ironizzato su questa situazione. Egli infatti ha sollecitato i cronisti abitualmente più critici o dubbiosi a incalzarlo di più, visti appunto i limiti delle opposizioni parlamentari.

            Contemporaneamente, o quasi, nello stesso Palazzo Chigi e dintorni, fisici e metaforici, i ministri di Conte se le dicevano e se le davano di santa ragione sui temi più diversi: dall’immigrazione alle grandi opere, dall’Iva all’Ilva, dalla Tap alla Tav, dalla leva militare ai vaccini. Il cui obbligo per l’accesso dei bambini alle scuole è diventato “flessibile” come lo stesso concetto della democrazia, visti i pochi “lustri” ottimisticamente lasciati a disposizione del Parlamento da Davide Casaleggio e dallo stesso Beppe Grillo. Il quale ultimo condivide e adora il figlio come il padre, il compianto Gianroberto Casaleggio. E, in attesa dell’avvento finale della democrazia digitale, propone di modernizzare quel che resta delle Camere con la pratica non delle elezioni ma del sorteggio. Che lui preferisce alle liste bloccate in qualche modo sopravvissute a tutte le ultime riforme elettorali, ed hanno peraltro consentito agli stessi Grillo e Casaleggio di mandare in Parlamento per il movimento delle 5 stelle chi hanno voluto, tanto da potersene rimanere fuori loro due e dettare la linea dall’esterno.

            I risultati elettorali del 4 marzo scorso, peraltro confermati nei loro effetti dirompenti dai successivi appuntamenti amministrativi e dai sondaggi, non consentivano francamente altra soluzione decente alla crisi, una volta scartata la strada delle elezioni anticipate anche da chi fingeva di chiederle, anzi di reclamarle, a gran voce.

            Grillini e leghisti, premiati dagli elettori sia pure su posizioni alternative assunte prima e durante tutta la campagna elettorale, una volta decisisi a trattare il loro “contratto” di governo, avevano il diritto di essere messi alla prova. Al limite, secondo il mio modestissimo avviso, anche con Paolo Savona al Ministero dell’Economia, rifiutato invece da Mattarella a costo di rischiare il cosiddetto impeachment minacciato dai grillini. E  risoltosi in una notte mariana di tweet degna più di una risata che di tutte le indagini in corso a vari livelli: giudiziari o paragiudiziari che siano. Una notte della quale il primo a dover sorridere -ripeto- dovrebbe essere proprio il presidente della Repubblica ora felicemente in vacanza a poca distanza dalla stanzetta in cui sto scrivendo.

            Messi alla prova, tuttavia, grillini e leghisti hanno dato una prova a dir poco deludente. Che  non consente buone previsioni sul cantiere della legge di bilancio, ex finanziaria, allestito con alcuni vertici, più tra smentite che conferme, ben rappresentati dalla risposta che il presidente del Consiglio ha dato a chi gli chiedeva lumi sulle pietanze che dovrebbero aspettarsi gli italiani in autunno. “Non sono nè carne né pesce”, ha risposto Giuseppe Conte parlando di sé, ma anche del suo governo.   

In pensione il generale Ferragosto.Un pari grado all’Agenzia delle Entrate

            In agosto una volta andava di moda l’omonimo generale d’esercito che garantiva la tregua politica anche nelle circostanze più difficili. Forse per raggiunti limiti di età è stato mandato in pensione dal governo di Giuseppe Conte, che pure avrebbe avuto e avrebbe bisogno dei suoi servizi, con tutti i problemi che ha da risolvere, e li liti che scoppiano anche in pubblico fra i ministri. L’ultima è quella tra i ministri degli Esteri e dell’Interno sulla “lettura”, a tanti anni di distanza, dei 136 emigrati italiani morti 62 anni fa nella miniera belga  di Marcinelle.

            In compenso è arrivato un altro generale, questa volta in carne e ossa, non metaforico. E non per spegnere incendi ma per accenderne sul fronte fiscale.

           Il generale della Guardia di Finanza Antonino Maggiore è stato destinato alla direzione dell’Agenzia delle Entrate, per la prima volta nella storia di questa branca della pubblica amministrazione. Adesso saranno cavoli amari, speriamo solo per gli evasori, come ha promesso l’esponente del governo che più di tutti ha tenuto ad assumersene il merito. E’ il vice presidente grillino del Consiglio, nonché superministro dell’Economia e del Lavoro Luigi Di Maio, non il ministro competente. Che sarebbe quello dell’Economia Giovanni Tria.

            Di Maio si è dichiarato, in particolare, “orgoglioso” di questa decisione, assunta coerentemente col nome  e pure col colore che si è dato il governo in carica. Il nome naturalmente è il “cambiamento”. Il colore è gialloverde, comune alla Guardia di Finanza e alla compagine ministeriale composta dal movimento giallo delle 5 Stelle e dal partito verde della Lega. Anche se Matteo Salvini, a dire il vero, ha cercato di sostituirlo col blu un po’ per chiudere con maggiore nettezza il passato di Umberto Bossi, e relative pendenze giudiziarie,  e un po’ per colorare di più la concorrenza elettorale e d’altro tipo agli azzurri di Forza Italia.

            Il generale Maggiore -generale a dispetto del suo cognome, verrebbe da scherzare se non ne fossi trattenuto dal timore che incutono insieme i suoi gradi e la sua nuova funzione- è stato presentato da Di Maio come “nemico dei grandi evasori, che fino ad oggi l’hanno fatta franca a spese dello Stato e degli imprenditori e cittadini onesti”.

            Giustissimo, per carità. Resta tuttavia un dubbio. Che cosa intende il vice presidente del Consiglio per “grandi evasori”? Qual è il  suo confine fra grande e piccolo. Me lo chiedo perché Di Maio ha un rapporto, diciamo così, difficile con le unità di misure.

            Sulle cosiddette pensioni d’oro, per esempio, che non vede l’ora di tagliare, e su cui sembra riuscito negli ultimi giorni a vincere anche le resistenze o i dubbi dei leghisti, firmatari con i grillini di una proposta di legge appena presentata al Senato, il vice presidente del Consiglio delle 5 stelle ha spostato l’asticella mensile a 4000 euro, dai 5000 indicati dal presidente del Consiglio in persona nel discorso pronunciato in Parlamento per chiedere, e ottenere, la fiducia attenendosi al “contratto” firmato dai due partiti della maggioranza.

            Cambiare una unità di misura “aurea” di mille euro su cinquemila non è una bazzecola. E’ un imbroglio, se non una truffa se si volesse seguire Di Maio nell’abitudine di vedere delinquenti dappertutto, definendo per esempio “furto” un diritto acquisito o “parassiti” quei giornalisti della Rai che avrebbero il torto, secondo lui, di essere stati a loro tempo assunti per raccomandazione. O che nella pratica delle lottizzazioni, cui i grillini, ora al governo, si sono approntati nelle nomine prossime venture in viale Mazzini, si trovano collocati, per scelta o d’ufficio, in aree ostili ai nuovi vincitori.   

A confronto le rivoluzioni repubblicane del 1994 e del 2018

Giovanni Orsina, da par suo, ha proposto e sviluppato sulla Stampa del 4 agosto un confronto fra le due “rivoluzioni” che hanno investito in 24 anni l’Italia: la prima portando il nome di Silvio Berlusconi, nel 1994, e la seconda quello di Beppe Grillo, in questo 2018.

Berlusconi impose al mercato politico, irrompendo nel governo, un simil-partito dal nome preso in prestito dal mondo del calcio in cui eccelleva col suo Milan: Forza Italia. Grillo ha appena portato al governo un simil-partito, pure lui, con un nome preso in prestito addirittura dal cielo ridotto a cinque stelle, e fingendo di elevarsi sui suoi nel ruolo di garante. Che gli conferisce ogni tanto le apparenze della Sibilla Cumana con i suoi oracoli sul destino delle Camere, delle carceri, dell’Ilva di Taranto e degli altri temi che, di diritto o di rovescio, entrano ed escono dal dibattito politico o dall’agenda del governo.

Quella in corso è considerata da Orsina “una replica peggiorata” della rivoluzione berlusconiana del 1994. Ed è difficile dargli torto perché, pur sorprendente e vistosa, la vittoria elettorale del centrodestra di Berlusconi demolì il suo antagonista Achille Occhetto, avventuratosi alla guida di una “giocosa macchina da guerra”, ma non compromise, anzi accelerò la composizione di uno schieramento alternativo di centrosinistra. Che due anni dopo si sarebbe presa la rivincita, replicata nel 2006.

Adesso, francamente, del centrosinistra, per quanti sforzi facciano i suoi cultori di rianimarlo, non è forse esagerato parlare come faceva Metternich liquidando l’Italia come “un’espressione geografica”. Arriverà forse anche il suo Risorgimento,  con la maiuscola, ma chissà quando, viste le condizioni in cui si svolge da quelle parti il dibattito politico. In cui le polemiche interne prevalgono sul ruolo di opposizione assunto forse più per rassegnazione che per convinzione, più subendolo in attesa che qualche incidente della maggioranza riapra chissà quali e quanti giochi che promuovendolo.

Uguale invece, secondo Orsina, sarebbe l’avversione del cosiddetto establishment verso il governo Berlusconi nel 1994 e il governo grilloleghista, o gialloverde, in questo 2018. Ma qui è più difficile convenire con l’editorialista e politologo della Stampa.

            Per fermarci al vertice istituzionale, cioè al presidente della Repubblica, è ancora fresca la memoria della lunga crisi nella quale Sergio Mattarella maturò con disagio per niente nascosto la decisione di nominare il governo in carica. Egli incorse ad un certo punto persino nella minaccia dell’attuale vice presidente grillino del Consiglio, Luigi Di Maio, di promuovere contro di lui in Parlamento lo stato di messa d’accusa per alto tradimento. Fu una minaccia, formulata dopo che Mattarella aveva rifiutato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia e provocato la conseguente rinuncia di Giuseppe Conte all’incarico di presidente del Consiglio, cui sopraggiunse un traffico digitale di critiche, insulti e quant’altro al presidente della Repubblica finito proprio in questi giorni all’esame della magistratura e  persino dell’antiterrorismo.

Oltre alla proposta di nominare Paolo Savona ministro dell’Economia, Mattarella aveva in qualche modo contestato la stessa designazione di Conte a Palazzo Chigi, precisando di averla accolta con qualche riserva, avendo preferito una persona eletta alle Camere e con maggiore esperienza politica.

Superato poi lo scoglio di Savona e sbloccata la formazione del governo con Giovanni Tria al Ministero dell’Economia, Mattarella non è rimasto inoperoso. Egli ha esercitato, all’ombra dell’opera di persuasione abitualmente svolta dal capo dello Stato, una vigilanza stretta su un governo di dichiarato, anzi vantato cambiamento, ma anche atipico nella storia degli esecutivi italiani. Atipico, perché composto da due partiti presentatisi alternativi l’uno all’altro agli elettori del 4 marzo e raccoltisi non attorno ad un programma ristretto e di emergenza, com’era capitato nella cosiddetta prima Repubblica di fare ai democristiani e comunisti nella parentesi della maggioranza di solidarietà nazionale, fra il 1976 e il 1978, ma attorno ad un “contratto” studiato per durare l’intera legislatura. Addirittura, secondo Salvini, l’anticipo di un trentennio.

Proprio Salvini, peraltro, alla guida del Ministero dell’Interno ha già impensierito Mattarella. Prima egli ha cercato di coinvolgerlo in una vertenza giudiziaria del proprio partito fatta anche di sequestri alla ricerca, da parte dello Stato, di una cinquantina di milioni di euro contestati. Poi lo ha praticamente obbligato a intervenire sul presidente del Consiglio per sbloccare una nave di profughi ferma per disposizioni del Viminale al largo visibile delle coste italiane, in attesa che la magistratura competente si decidesse ad ordinare l’arresto, reclamato dallo stesso Salvini, di alcuni di essi sospettati di avere sostanzialmente dirottato i primi soccorritori che stavano trasportandoli verso i porti libici di provenienza.

Ormai non c’è esternazione di Mattarella al Quirinale o fuori, in Italia o all’estero, in cui non si possa cogliere, volendo, un monito o una puntualizzazione rispetto alle posizioni del governo o di qualcuno dei suoi ministri, che dal canto loro mostrano di non tenerne molto conto. Emblematico, a questo riguardo, può essere considerato il no che ripete in ogni occasione all’approdo pugliese del gasdotto Tap la ministra grillina al Mezzogiorno, Barbara Lezzi. E ciò anche dopo che Mattarella il 18 luglio scorso, in visita ufficiale in Azerbaigian ha testualmente dichiarato alla presenza del presidente ospitante Ilhan Aliyev: “La scelta strategica del corridoio sud del gas è condivisa dall’Italia e la Tap, parte del corridoio, è il naturale completamento”.

Fra gli ultimi interventi critici del presidente della Repubblica può essere annoverato anche l’auspicio che non si ricorra a “forzature” nel ricambio ai vertici della Rai. Dove Marcello Foa, bocciato come presidente dalla commissione parlamentare di vigilanza, è stato esplicitamente invitato dal vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Salvini, che ne aveva sostenuto la candidatura, a rimanere al suo posto, al settimo piano dell’edificio di viale Mazzini, come esponente più anziano del nuovo Consiglio di Amministrazione. E a convocare questo Consiglio persino per procedere alle nomine interne più o meno urgenti, anche a costo di provocare contenziosi che i grillini vorrebbero risparmiare all’azienda, al pari questa volta delle opposizioni.

Diversamente da Orsina, che -come dicevo- ha messo le due “rivoluzioni” sullo stesso piano a livello di partenza, direi che a Berlusconi nel 1994 andò peggio di quanto sia accaduto, pur con tutte le difficoltà appena ricordate, a Giuseppe Conte col governo in carica.

Per quanto eletto, anzi stra-eletto, e capo di una coalizione uscita dalle urne con una maggioranza autosufficiente alla Camera sin dall’inizio, e subito dopo diventata tale anche al Senato con passaggi dall’allora Partito Popolare-ex Democrazia Cristiana, Berlusconi dovette penare per ottenere l’incarico di presidente del Consiglio dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Che nelle consultazioni per la formazione del primo governo della nuova legislatura, fece un interrogatorio quasi di terzo grado al leader della Lega Umberto Bossi sulla reale volontà di mandare il suo alleato elettorale a Palazzo Chigi, dopo tutti i “Berluscaz” che gli aveva gridato durante la campagna elettorale non gradendo il suo rapporto con Gianfranco Fini, formalizzato solo nelle liste elettorali del centro-sud.

Quando gli fu chiara l’impossibilità di puntare già in quel momento alla rottura del centrodestra, Scalfaro si decise a incaricare Berlusconi di formare il nuovo governo consegnandogli inusualmente una lettera d’indirizzo politico: quasi un programma. Che il Cavaliere, sentendosi forte della vittoria elettorale, fu tentato di rifiutare, convinto infine ad accettare da Gianni Letta, che da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e con la conoscenza e frequentazione che aveva del vecchio mondo democristiano, si riprometteva di gestire personalmente, e al meglio, gli incipienti e già difficili rapporti col Quirinale.

Ma neppure Letta riuscì nelle ultime, convulse ore della preparazione della lista dei ministri ad evitare il fermo no opposto da Scalfaro alla proposta di Berlusconi di affidare il Ministero della Giustizia ad uno dei suoi avvocati, il più pratico degli ambienti romani: Cesare Previti. Che fu invece dirottato al Ministero della Difesa, lasciando il dicastero di via Arenula al liberale Alfredo Biondi, avvocato pure lui, ma senza avere mai avuto come cliente il nuovo presidente del Consiglio.

Al comparire dei primi contrasti nella maggioranza fra Berlusconi e Bossi, che in canottiera frequentava le spiagge sarde, limitrofe a quelle del presidente del Consiglio, con stile e parole non proprio d’idillio, Scalfaro alzò le antenne tra il Quirinale, Castel Porziano e la sua abitazione privata di Santa Severa.

Lo stesso Bossi raccontò in seguito di essere stato contattato di frequente e personalmente dal presidente della Repubblica per ricevere informazioni di prima mano. E di essere alla fine ricevuto al Quirinale, quando i contrasti esplosero sulla già allora annosa riforma delle pensioni, come un “liberatore”. Al quale, una volta scoppiata la crisi, Scalfaro mantenne la promessa di risparmiargli le elezioni anticipate, reclamate invece da Berlusconi nella convinzione di uscirne daccapo vincitore senza più il bisogno dell’alleanza con i leghisti.

A dire il vero, i pur rilevanti contrasti sulla riforma delle pensioni, considerati i loro riflessi elettorali, alla fine divennero solo la copertura di una partita ben diversa che si era aperta, all’interno del centrodestra, fra Berlusconi e Bossi. In particolare, il primo fu sospettato e accusato dall’altro di voler fare incetta di parlamentari leghisti, preoccupati per i rischi di una crisi di governo e tentati dal mettersi in sicurezza in Forza Italia e nelle sue liste, quando si sarebbe andati alle urne.

A ventiquattro anni di distanza quella situazione torna ad affacciarsi, ma a parti rovesciate e in condizioni diversissime. Oggi è la Lega di Matteo Salvini ad essere la tentazione di tanti forzisti, che il successore di Bossi sino a qualche giorno fa si era proposto di non accogliere per non compromettere i rapporti con Berlusconi. Di cui egli è rimasto alleato, in un centrodestra a trazione leghista dopo il sorpasso elettorale del 4 marzo scorso, anche stipulando un contratto di governo con i grillini con la paradossale autorizzazione del Cavaliere. Il quale da una parte spera che l’avventura governativa gialloverde duri poco e dall’altra non vuole compromettere con una rottura anche le numerose e importanti amministrazioni regionali e di altri gradi locali gestite insieme con la Lega.

Ma questo, appunto, valeva sino a qualche giorno fa, quando è scoppiato tra i piedi di Berlusconi e di Salvini l’esplosivo della presidenza della Rai a Marcello Foa, fatto o lasciato bocciare da Berlusconi dai suoi nella commissione parlamentare di vigilanza. Allora, per reazione -si vedrà se istintiva, e perciò reversibile, o calcolata- Salvini ha rimosso l’ostacolo frapposto ai possibili passaggi da Forza Italia alla Lega.

Su questo terreno i rapporti fra Berlusconi e Salvini potrebbero davvero rompersi, come si ruppero 24 anni fa quelli fra Bossi e Berlusconi. E con conseguenze che paradossalmente potrebbero ripercuotersi anche sul governo di cui Berlusconi è oppositore. Un governo dove Salvini ha un alto potere contrattuale, ben superiore alla consistenza dei suoi gruppi parlamentari, proprio per il suo rapporto anomalo col Cavaliere, configurabile in una sua uscita di sicurezza in caso di crisi. Se le cose cambiassero, per Salvini potrebbero essere guai.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

L’imbarazzo che Giuseppe Conte non ha a cavallo della Rai

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrà avuto i suoi buoni motivi, forse rintracciabili nella comune missione a Foggia contro il caporalato, per fare smentire dagli uffici di Palazzo Chigi le voci, raccolte in particolare da Repubblica, su una sua “irritazione” col vice presidente leghista per la nuova gestione della Rai. Dove Matteo Salvini si è irrigidito nella difesa di Marcello Foa alla presidenza, nonostante la bocciatura rimediata nella commissione parlamentare di vigilanza per il rifiuto dei berlusconiani e della sinistra di votarlo e garantirgli il parere favorevole dei due terzi prescritto dalla legge. E nonostante i grillini, pur riconoscendogli nella maggioranza una specie di diritto di prelazione sulla proposta per la presidenza, si siano rifiutati di seguirlo sulla strada della “forzatura” tempestivamente avvertita e denunciata anche dalle parti del Quirinale. ”Servono un nuovo voto e un presidente a tutti gli effetti”, ha appena detto perentoriamente, sempre a Repubblica e parlando della Rai, il presidente grillino della Camera Roberto Fico.

            Foa.jpg La forzatura temuta al Quirinale consisterebbe nelle nomine interne all’azienda radiotelevisiva di Stato, tra direzioni di reti e testate giornalistiche, da parte di un Consiglio di Amministrazione convocato e presieduto da Foa come esponente più anziano, per quanto abbia solo 55 anni di età: una circostanza anagrafica forse sopravvalutata da Salvini, nella presunzione di strappare prima o poi un contrordine dell’amico Berlusconi ai suoi commissari di vigilanza proprio per evitare la prosecuzione di una imbarazzante condizione di stallo. “Un pentimento”, ha auspicato “cristianamente” il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti moltiplicando però le difficoltà del Cavaliere nei rapporti con gli amici di partito che non vogliono sentirne parlare, anche se procura loro un certo disagio politico l’accusa di Salvini di avere scelto nella commissione parlamentare di vigilanza la convergenza col Pd sul fronte dell’opposizione. I voti dei forzisti sarebbero bastati a salvare Foa, già dipendente del Giornale della famiglia Berlusconi.

            Escluso che sia “irritato”, e preso atto dell’apprezzamento che il presidente del Consiglio  in una conferenza stampa ha voluto ribadire per Foa “sul piano curriculare”, resta tuttavia da capire se e sino a che punto ci sia da parte di Conte, metaforicamente a cavallo del monumento equestre di viale Mazzini 14, a Roma, la comprensione verso Salvini per l’uso un po’ troppo disinvolto -bisogna riconoscerlo- che sta facendo della legge di riforma della Rai. Che secondo il leader leghista richiede sì la partecipazione di almeno una parte dell’opposizione alla procedura di elezione del presidente dell’azienda ma conferirebbe alla maggioranza, anzi al governo, la titolarità della sua designazione.

            E’ una convinzione, quest’ultima, diffusasi tanto negli ambienti politici e nei giornali da aver fatto scrivere, per esempio, a Ilario Lombardo sulla Stampa che “è il ministro dell’Economia per legge a indicare il presidente”. E Salvini deve averlo detto con tanta forza e sicurezza a Marcello Foa, e forse anche al figlio che lavora nel suo staff al Viminale, che il presidente mancato ha reagito alla bocciatura parlamentare rimettendosi alle valutazioni del ministro Giovanni Tria. Che, pur rimasto pubblicamente silenzioso, sa benissimo come stiano le cose: assai diversamente dalle convinzioni di Salvini, Foa e quant’altri.

            La legge sulla riforma della Rai, promulgata dal presidente della Repubblica il 28 dicembre 2015 col numero progressivo 220 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 15 gennaio 2016, conferisce al governo nel decimo comma dell’articolo 2, tramite l’assemblea dei soci dell’azienda, solo il diritto di designare l’amministratore delegato dell’azienda al Consiglio di Amministrazione, che procede all’elezione.

           Per il resto, diritto del governo, con deliberazione del Consiglio dei Ministri e su proposta del ministro dell’Economia, è solo quello di nominare due dei sette consiglieri di amministrazione della Rai. Se, ai tempi peraltro dell’odiato Matteo Renzi al Palazzo Chigi, partiti e gruppi parlamentari della maggioranza tra Camera e Senato vollero davvero riservarsi -come sostiene ora Salvini senza alcun imbarazzo- il diritto di designare anche il presidente della Rai, e non solo l’amministratore delegato, si dimenticarono di scriverlo nella legge. E misero invece, con un rispetto delle opposizioni che ora Salvini mostra di non avere, o di vivere con disappunto, il vincolo del parere favorevole dei due terzi della commissione bicamerale di vigilanza  per dare efficacia all’elezione del presidente dell’azienda avvenuta in seno  al Consiglio di Amministrazione.

           Anche alla luce di queste considerazioni di diritto e di buon senso, che dovrebbero apparire persino banali a un presidente del Consiglio avvocato e professore universitario di materie giuridiche, appare assai strana l’indifferenza di Conte in groppa al cavallo di viale Mazzini. Egli dovrebbe avere, al contrario, una grandissima voglia di scendervi e di prendere le distanze dal suo vice presidente leghista a Palazzo Chigi, ora che missione comune a Foggia è terminata.

    

Mattarella non ha bisogno dell’elmetto per accedere al suo computer….

            Quell’elmetto messo in testa da Emilio Giannelli a un Sergio Mattarella in tuta militare che compulsa, nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, il suo computer per difendersi dagli attacchi digitali -o tweet storm, come li chiama Fiorenza Sarzanini nel suo articolo di cronaca giudiziaria sullo stesso giornale- mi fa sorridere ma anche preoccupare. E non per la sorte fisica del presidente della Repubblica, ben protetto dai suoi Corazzieri, e non solo, nel Quirinale e ovunque si sposti o riposi, ma per lo svarione che temo stiano commettendo gli inquirenti che a vario livello si occupano della notte digitale fra il 27 e il 28 maggio scorso. 

           Si crearono allora 400 “profili” per raccogliere e rilanciare un duro attacco politico del capo delle 5 stelle Luigi Di Maio al capo dello Stato. Che, avendo negato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, e costretto Giuseppe Conte a rinunciare all’incarico di formare il governo gialloverde negoziato con i leghisti, secondo Di Maio si meritava il procedimento parlamentare della messa in stato di accusa per tradimento davanti alla Corte Costituzionale.

            Nella mobilitazione digitale seguita all’annuncio o minaccia politica dell’attuale vice presidente grillino del Consiglio, spentasi nella stessa nottata perché il giorno dopo Di Maio aveva già cominciato a ripensarci anche per una sfuriata telefonica fattagli da Beppe Grillo in persona, la Procura della Repubblica di Roma ha visto gli estremi di un’offesa all’onore e di un attentato alla libertà del capo dello Stato, per indurlo alla nomina che aveva rifiutato.

           Rolli.jpg Con tutto il rispetto dovuto alla magistratura, per carità, pur al netto dei non pochi errori che commette e cui è in grado per fortuna di rimediare da sola, torno ancor più a dubitare della congruità di questa operazione giudiziaria. E di altre iniziative, comprese quelle dei servizi segreti su cui ha appena riferito il loro capo al comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Continuo a pensare che il primo a doversene sentire a dir poco imbarazzato debba essere il capo dello Stato per l’immagine che involontariamente rischia di uscirne, cioè di un presidente che rischia di perdere la sua autonomia e sicurezza per le critiche mossegli via internet da 400 “profili”.  Dai quali è già stato rimosso peraltro il sospetto che quella notte fossero di una manina o manona russa, come si era pensato in un primo momento.

            Ho personalmente troppo stima del capo dello Stato per ritenere ch’egli possa spaventarsi e rinunciare a tutte le prerogative conferitegli dalla Costituzionale davanti a un tweet storm, per ripetere le parole della giornalista giudiziaria del principale quotidiano italiano.

            Se fosse vera la logica degli inquirenti, dovrei sentirmi un po’ in colpa anch’io perché non quella notte, ma già prima della sortita di Di Maio avevo espresso dubbi -nel mio piccolo, anzi piccolissimo- sula congruità del rifiuto di Mattarella, avendo personalmente di Paolo Savona e delle sue idee sull’euro, connessi e annessi un giudizio difforme da quello del capo dello Stato. Che d’altronde non a caso ritenne poi di poterlo nominare ministro degli affari europei, quando al Ministero dell’Economia il recuperato presidente del Consiglio incaricato gli propose il nome di Giovanni Tria.

           Travaglio.jpg Per una volta -miracolo degli inquirenti e di quella notte fra il 27 e il 28 maggio scorso- mi riconosco nel ragionamento sviluppato da Marco Travaglio nell’editoriale del Fatto Quotidiano col titolo polemico di  “Lesa Mattarellità”. Che nasce tuttavia dalla presunzione, spero sbagliata, che il presidente condivida il tipo di  difesa che della sua figura stanno facendo alla Procura di Roma e dintorni. Da cui mi rendo anche conto che, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, egli non possa neppure prendere pubblicamente le distanze.

            Continuo a pensare che più grave del tweet storm di maggio sia il vulnus procurato in questi giorni al presidente della Repubblica da tutti quei grillini, a cominciare dalla ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi per finire all’ex parlamentare Alessandro Di Battista felicemente in vacanza culturale nel Messico, che bombardano a modo loro il terminale pugliese del gasdotto Tap garantito il 18 luglio scorso da Mattarella nella sua visita ufficiale in Azerbaigian, il Paese di partenza del “corridoio sud” dell’importante approvvigionamento energetico.

            Da questo bombardamento politico sembra avere preso le distanze nelle ultime ore il vice presidente grillino del Consiglio Di Maio, in attesa -spero- di una sortita più impegnativa del presidente del Consiglio e di conseguenti interventi sull’ancora ministra Lezzi.

 

 

 

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La ministra Barbara Lezzi smentisce allegramente il capo dello Stato

            Altro che tweet e simili in una notte di maggio all’attacco del Quirinale per il rifiuto opposto dal presidente della Repubblica alla proposta di nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. E per la conseguente rinuncia di Giuseppe Conte all’incarico di presidente del Consiglio, poi riconferitogli con l’inedito quasi rimpasto di un governo non ancora formato. Dove il consenziente Savona venne dirottato al Ministero degli affari europei e e Giovanni Tria mandato felicemente al suo posto al superdicastero di via XX Settembre.

            Il vero attacco, la vera sfida a Sergio Mattarella, su cui non è necessaria alcuna indagine giudiziaria o parlamentare, come sta accadendo invece al Copasir per i messaggi digitali di fine maggio, si è appena levata da un ministro della Repubblica: la grillina Barbara Lezzi. Che occupandosi del Sud, ritenendo compromessa l’integrità ambientale e quant’altro delle coste pugliesi e raccogliendo un appello lanciatole dal lontano Porto Escondido, in Messico, dal compagno di partito Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici e gli ex elettori di Trastevere, si è messa di traverso al completamento del gasdotto noto come Tap.

            LEZZI.jpgBarbara Lezzi ha forse pensato di polemizzare solo col suo collega non di partito, certo, ma di governo Matteo Salvini, appena espostosi a favore della Tap e di altre grandi opere contestate culturalmente e politicamente dal Movimento delle 5 Stelle nella logica della decrescita felice predicata da anni dal comico Beppe Grillo in persona nei teatri e nelle piazze italiane. In realtà, la signora ministra, oltre a smentire anche il presidente del Consiglio Conte, impegnatosi a favore della Tap solo qualche giorno fa con Donald Trump in persona alla Casa Bianca, essendo anche gli americani interessati a quell’opera, ha fatto carta straccia pure del capo dello Stato italiano.

            Non più tardi del 18 luglio scorso Sergio Mattarella era in visita ufficiale in Azerbaigian, al cui presidente Ilhan Aliyev diceva, testualmente parlando del gasdotto in partenza da quella terra: “La scelta strategica del corridoio sud del gas è condivisa dall’Italia e la Tap, parte di questo corridoio di approvvigionamento energetico, è il naturale completamento”.

            Il  povero, improvvido presidente della Repubblica italiana si era dimenticato, prima di partire da Roma con i suoi collaboratori ed anche rappresentanti del governo, come sempre accade nei suoi viaggi ufficiali, di consultare la ministra che ritiene di avere le chiavi del tratto terminale della Tap in Puglia. O, più realisticamente e gravemente, la ministra è andata fuori dal seminato e contestato competenze e ruolo del capo dello Stato. Che avrebbe ben il diritto, a questo punto, di reclamarne le dimissioni con una telefonata di cosiddetta persuasione al presidente del Consiglio. Ma dubito, francamente, che accadrà. Penso invece che si continuerà a scrivere e a parlare dell’attacco o complotto digitale contro Mattarella nella notte fra il 27 e il 28 maggio scorso.

 

 

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La fregnaccia del complotto internazionale, col clic, contro Mattarella

            Dagli articoli che vi ha dedicato anche il quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda, che ha maggiore esperienza e accesso agli umori del presidente di turno, debbo desumere che purtroppo Sergio Mattarella abbia preso sul serio le notizie secondo le quali egli sarebbe stato raggiunto nella scorsa primavera da una specie di complotto mediatico internazionale. Cui avrebbe contribuito in Italia il capo ufficiale del movimento delle 5 Stelle, ed ora vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio. Che la sera del 27 maggio reagì al rifiuto del capo dello Stato di nominare ministro dell’Economia Paolo Savona, e alla conseguente rinuncia di Giuseppe Conte all’incarico di presidente del Consiglio, con la minaccia di promuovere in Parlamento il procedimento di stato d’accusa contro Mattarella per alto tradimento.

            Volente o nolente, con quell’annuncio Di Maio partecipò ad una “grande” operazione -si è detto e scritto-  di interferenza digitale nella politica italiana, espressasi in almeno 400 messaggi contro il presidente della Repubblica: messaggi di provenienza prevalentemente russa, si è pensato in un primo momento. Poi la polizia postale avrebbe già accertato che essi, pur partendo forse dalla stessa, potrebbero essere stati rilanciati prevalentemente dall’Estonia e da Israele.

            Forse anche spaventato da quella coincidenza digitale, oltre che da una telefonata di protesta di Beppe Grillo in persona, che è un comico ma non un fesso, Di Maio fece rapidamemte marcia indietro. Vi contribuì  anche Matteo Salvini, che pure aveva lanciato la candidatura di Savona a ministro dell’Economia con la stessa determinazione con la quale ha più recentemente imposto al governo quella non meno accidentata, come vedremo, di Marcello Foa a presidente della Rai.

            Da possibile traditore della Costituzione Mattarella tornò ad essere un affidabilissimo presidente della Repubblica anche agli occhi dei grillini e dei leghisti per avere accettato lo spostamento di Savona al Ministero degli affari europei, dove peraltro l’illustre economista può servirsi meglio dell’esperienza, delle idee e delle preoccupazioni che ha sull’euro e quant’altro, e la nomina a ministro dell’Economia Giovanni Tria, segnalato a Di Maio e a Salvini dallo stesso Savona.

            D’incanto cessò anche l’offensiva digitale contro l’inquilino del Quirinale, che per essere stata condotta con circa quattrocento messaggi, non proprio una valanga per gli internauti, già non meriterebbe l’aggettivo “grande”. E neppure l’attenzione del presidente, in difesa del quale si sono mobilitati addirittura inquirenti e quant’altro dell’antiterrorismo.

           Spurgata anche della provenienza russa sospettata all’inizio, visto che ai russi già si rimprovera da tempo di avere aiutato, sempre digitalmente, Donald Trump a vincere due anni fa le elezioni americane sconfiggendo Hillary Clinton, questa storia del complotto, o qualcosa di simile, contro Mattarella assomiglia più ad una fregnaccia che a uno scoop, come l’ha liquidata -una volta tanto, forse, senza esagerare- il vice presidente del consiglio, ministro dell’Interno e segretario legista Matteo Salvini. Che non per questo, tuttavia, fa bene ad arroccarsi ancora nella difesa della candidatura di Marcello Foa a presidente della Rai, anche dopo la bocciatura rimediata nella commissione parlamentare di vigiianza con le procedure previste dalla legge, non inventate dalle opposizioni.

            Personalmente non lo conosco, essendo lui arrivato peraltro al Giornale di Indro Montanelli sei anni dopo che ne ero uscito. Ma, già indebolito da quell’”indecente” sfuggito digitalmente anche a lui contro Mattarella nella notte del presunto complotto per internet della scorsa primavera, e dalla presenza del pur incolpevole figliolo nello staff di Salvini, non credo che al collega Foa giovi l’immagine, che gli sta procurando il ministro dell’Interno, di un giornalista barricato al settimo piano di viale Mazzini 14, a Rona, tra casse di fotocopie del suo certificato di nascita. Che ne attestano lo stato anagrafico di esponente più anziano, sia pure a soli 55 anni, del nuovo Consiglio di Amministrazione dell’ente radiotelevisivo di Stato.

 

 

 

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