Matteo Renzi fa il cinese con Conte e il Pd “nuovo” di Nicola Zingaretti

            Persino Eugenio Scalfari, che è il quasi decano del giornalismo italiano dopo il più che centenario Sergio Lepri, trova da qualche tempo difficoltà a scegliere per gli  appuntamentiScalfari.jpegdomenicali con i lettori della “sua” Repubblica l’argomento o l’evento di politica interna e persino  internazionale su cui attardarsi, tanto è confusa o sgradita la situazione. Pertanto egli ricorre alla filosofia, alla religione, alla cultura e via dicendo per sollevarsi lo spirito. Lo ha appena confessato  quasi scusandosene col pubblico, prima di approdare stavolta alla musica.

            Marco Travaglio, da giovane e svelto com’è, non ha invece esitato a promuovere ad evento della settimana la resurrezione al terzo Conte risorto.jpeggiorno, come Gesù Cristo, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da lui notoriamente molto apprezzato. Che, sommerso Conte con Sarraj.jpegdalla gaffe unanimemente considerata dello spericolato e mancato incontro a Palazzo Chigi fra i due rivali che si contendono la Libia a suon di armi e di alleanze o pertugi internazionali, è riuscito dopo la visita del solo generale Haftar a far venire a Roma anche al Sarraj, il premier di Tripoli  riconosciuto dall’Onu. Non è stato l’incontro a tre che Conte avrebbe desiderato, e che invece sembra che stia per svolgersi al Cremlino con la più felice o fortunata regìa di Putin, ma non fa niente, almeno nella visione e per i gusti del Fatto Quotidiano.

            Eppure ai fini della salute e della durata del governo italiano la notizia di giornata, o della settimana che si chiude, è un’intervista di Matteo Renzi. Che -non si è ancora capito se ancora dalla Cina, raggiunta nei giorni scorsi come conferenziere, o appena tornato in Patria- ha affidato al Corriere della Sera preoccupazioni, moniti e quant’altro per come procedono gli affari ministeriali e, più in generale, politici. E’ sempre più improcrastinabile, secondo lui, un “cambio di passo” del governo Conte, che pure egli ha così improvvisamente voluto nella scorsa estate interrompendo la dieta di pop-corn scelta per sé, e imposta poi al partito di cui ancora faceva parte, di fronte all’alleanza fra grillini e leghisti realizzatasi all’inizio della legislatura.

            “Adesso -ha detto Renzi dopo Renzi sulle somme.jpegessersi vantato della svolta estiva contro l’altro Matteo, cioè Salvini- va evitato l’immobilismo. Conte si è preso qualche giorno per la verifica: aspettiamo le elezioni in Emilia” del 26 gennaio, in contemporanea con quelle in Calabria, neppure citate dall’ex presidente del Consiglio, “e poi tireremo le somme”. Che, senza voler fare l’uccello del malaugurio, non sembra proprio un modo di dire tranquillizzante. Sa tanto, piuttosto, di quello “stai sereno” dallo stesso Renzi indirizzato nel 2013 come segretario del Pd fresco di elezione all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta. Che, apprestatosi ad una verifica, si ritrovò sfrattato da Palazzo Chigi.  

            Chiamato nell’’intervista a pronunciarsi anche sui cambiamenti propostisi nel e per il proprio partito da Nicola Repubblica sul Pd.jpegZingaretti, incoraggiato da Repubblica con un titolone da rima come “Tanti sì al nuovo Pd”, Renzi si è praticamente fregato le mani per la soddisfazione, pensando ai vantaggi che potrebbero derivare, sulla strada della concorrenza verso il centro o il versante moderato, alla sua Italia Viva.

            “Se pensano -ha detto il senatore di Scandicci parlando di Zingaretti e degli altri ex compagni o Renzi sul Pd .jpegamici di partito- che la soluzione sia davvero aprire alle Sardine, alla società civile recuperandoun rapporto con la Cgil o assorbendo Leu”, cioè la formazione creata contro di lui nel 2017 da Pier Luigi Bersani e Massino D’Alema, in ordine rigorosamente alfabetico, “noi di Italia Viva Renzi sul Pd ".jpegnon saremo in difficoltà. Anzi, ci si apre un’autostrada, Spostandosi sulla piattaforma di Corbyn o di Sanders”, il laburista inglese sconfitto  recentemente nelle elezioni britanniche dai conservatori e il senatore democratico americano in corsa contro Trump, “si perde. Noi siamo un’altra cosa: radicalmente riformisti. In bocca al lupo a ciò che verrà dopo il Pd. Italia Viva sarà una casa accogliente per tutti i riformisti”. Se questa di Renzi non è una sfida, destinata in quanto tale a moltiplicare anche i problemi della comune maggioranza giallorossa di governo, ditemi voi come chiamarla.

 

 

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Il portavoce degli anni d’oro di un Fanfani orgoglioso che lui non votasse Dc

Fino all’estate del 2017, quando morì, ogni volta che scrivevo, di qualsiasi cosa e in qualsiasi posto, avevo letteralmente il terrore di deludere Enzo Bettiza. Che avevo avuto la fortuna di conoscere nei giorni della fondazione e dell’esordio del Giornale di Indro Montanelli, diventandone quasi un fratello, più ancora di un collega, perché condividevamo sempre amicizie e inimicizie, simpatie e antipatie, e giudizi sui fatti.

Non a caso, del resto, insieme rompemmo con Montanelli nel 1983 su quel fenomeno politico e umano che era Bettino Craxi, e andammo a  scrivere altrove fra le doglianze dello stesso Craxi. Che vide giustamente nella nostra partenza, o impazienza, il rischio che il Giornale, al cui pubblico moderato egli teneva nella modernizzazione del Psi e, più in generale, della sinistra che si era proposto,  si allontanasse per reazione persino dal suo anticomunismo così clamorosamente dichiarato. Egli capì che se non c’eravamo riusciti noi a convincere Montanelli della radicalità e autenticità della nuova linea autonomista del Psi, ancor meno ci sarebbe riuscito l’editore Silvio Berlusconi, dalla cui dipendenza o indipendenza, come preferite, Indro era letteralmente ossessionato. Con lui infatti il fondatore del quotidiano finì per rompere rovinosamente una decina d’anni dopo, perdendo addirittura il Giornale creato nel 1974 da una costola del Corriere della Sera sinistreggiante sotto la direzione di Piero Ottone.

Morto Bettiza, mi è rimasto il terrore d deludere con i miei articoli o ogni altro intervento Sergio Lepri, il vero decano del giornalismo italiano con i 100 anni compiuti qualche mese fa e brillantemente portati. Eppure con Lepri non ho mai lavorato. O, meglio, non ho mai avuto l’onore e il piacere di lavorare. Per ammirarlo e farmene un mito professionale mi è bastato e avanzato non la devozione -sarebbe troppo, e troppo ipocrita- ma il terrore che ne avevano come direttore tutti i colleghi dell’Ansa con cui mi è capitato per più di una trentina d’anni- quanto è durata la sua direzione della principale agenzia di stampa italiana- le vicende mai semplici e indolori della politica italiana. Ne avevano, i suoi giornalisti e miei colleghi, il terrore per i loro errori che potevano incorrere nella sua attenzione ed essere contestati. In compenso essi avevano la gratificante certezza che solo quegli inconvenienti avrebbero potuto compromettere il loro lavoro, non la protesta, il capriccio, il malanimo e quant’altro di un politico, di qualsiasi colore e grado.

Lo stesso Lepri, raccontandosi con altri colleghi selezionati da Giuseppe Fedi in un libro su “quelli della lettera 22” sempre “a caccia di notizie”, appena pubblicato da Media&Books, si è giustamente vantato dell’abitudine di presentarsi così ai redattori via via assunti: “Non conosco le sue idee politiche e non le voglio conoscere. Soprattutto non le voglio conoscere dalle notizie che scrive. Quelle notizie devono poter essere pubblicate così come sono dal Popolo democristiano e dall’Unità comunista. Se ci sono notizie delicate, che possono dispiacere a qualche autorità me le venga a mostrare. Glielo firmo io”.

Sempre lui ha raccontato del potente ministro democristiano dell’Interno Paolo Emilio  Taviani respinto nell’attacco ad una notizia non gradita anche quando cercò di metterla, diciamo così, sulAnsa.dpf.jpeg piano economico, ricordando che l’Ansa era finanziata in qualche modo anche dallo Stato, e non solo dai giornali associati. E mi ha stupito un Aldo Moro per me completamemte inedito, per quanto ben conosciuto ed anche frequentato personalmente, che gli chiese una volta, all’avvio dell’esperienza del centrosinistra, di non dare risalto o addirittura ignorare un discorso particolarmente critico di Giovanni Malagodi.

Un’altra volta Moro ci riprovò col suo capo ufficio stampa, Corrado Guerzoni, chiedendo di non fare la notizia della nomina del suo amico e segretario Sereno Freato a consigliere d’amministrazione Ansa.jpegdell’Enel, per quanto contestata da un’interrogazione parlamentare di Oscar Luigi Scalfaro. Al rifiuto di Lepri, e a notizia quindi regolarmemte diffusa dall’Ansa, Guerzoni dovette telefonare personalmente a tutti i giornali perché la ignorassero, riuscendovi con le sole eccezioni de La Nazione e del Secolo d’Italia, il giornale della destra missina. Per la Nazione valse il no opposto dal direttore Enrico Mattei, che a Moro non gliene faceva passare una, ma per il giornale del Movimento Sociale valse solo “la mancanza di voce” confessata dallo stesso Guerzoni a Lepri per spiegare  la rinuncia a fare la sua “cinquantatreesima telefonata”.

Già portavoce personale e poi capo ufficio stampa di Fanfani al massimo del suo potere, prima del suo approdo all’Ansa, e pur essendo lui di provenienza e convinzione dichiaratamente liberale, Lepri si sentì girate così dall’allora presidente del Consiglio alcuni giornalisti che gli avevano chiesto notizie su un problema di cui si era appena occupato il governo: “Rivolgetevi a Lepri e fidatevene perché neppure vota per la Dc”.

Chi e cosa voti oggi Lepri non riesco neppure a immaginarlo. E non oso neppure chiederlo a questo mitico, monumentale collega di professione.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

L’inutile tentativo di Di Maio di resistere al fuoco amico sotto le stelle

            Colpito dal fuoco amico del Fatto Quotidiano con la notizia che gli attribuiva la decisione di rinunciare alla guida del Movimento delle 5 Stelle già prima delle elezioni regionali  di fine mese in Calabria e in Emilia-Romagna, giusto per non lasciarsi intestare anche il nuovo fiasco, dopo quelli delle elezioni europee di maggio scorso e successive, Luigi Di Maio ha opposto una smentita così formale e debole che è ormai entrato su tutti i giornali in una camera di rianimazione dalla quale sembra destinato a non uscire più.

            Sullo stesso Fatto Quotidiano campeggiano in prima pagina le foto dei possibili successori Il Fatto.jpege il direttore in persona, Marco Travaglio, gli dedica con un misto di generosità e di orgogliosa furbizia, un editoriale per rendergli “l’onore delle armi”. Che da L'onore delle armi.jpegquelle parti è sempre una cosa apprezzabile per chi la riceve, visto il silenzio che si procurò nei mesi scorsi, per esempio, l’appena detronizzato ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, scaricato come un sacco di rifiuti nel passaggio dal primo al secondo governo di Giuseppe Conte.

            Di Maio -ha assicurato Travaglio salutandone, ripeto, l’ingresso in camera di rianimazione, da dove dovrebbe peraltro continuare ad occuparsi della politica estera italiana come titolare della Farnesina, con tutto quel po’ po’ di roba che esplode nel mondo lontano e vicino a noi- “ha vari difetti, ma non è un cialtrone né un improvvisatore”. E ciò, nonostante il suo esordio come mancato vice presidente del Consiglio, fra la rinuncia e la conferma di Conte nella tormentata crisi di governo di avvio della nuova legislatura, nel 2018, preannunciando un procedimento di denuncia del capo dello Stato Sergio Mattarella davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento. Piuttosto, ha sempre assicurato magnanimamente Travaglio, il giovane astro calante é una vittima dei tanti “miracolati, furbetti, poltronari, approfittatori e scappati di casa” che lo hanno circondato e si contendono adesso le polveri di stelle che stanno cadendo sul loro movimento dopo un anno e mezzo di governo a maggioranze, diciamo così, variabili.

            Sofia Ventura sulla Stampa ha evocato la sinistra immagina delle “idi di marzo” all’annuncio trionfalistico La Stampa.jpege liberatorio, da parte dello stesso Di Maio, degli “Stati Generali” dei pentastellati per quel periodo, che costò la vita a Cesare nell’antica Roma. Ma gli “Stati Generali” richiamano alla mente, o all’immaginazione, anche un’altra tragica fine: quella di Luigi XVI e della moglie Maria Antonietta, che li affrontarono nel 1789 avviandosi inconsapevolmente alla Rivoluzione francese e alla ghigliottina.

            Senza andare tuttavia tanto lontani nel tempo e nello spazio, di fronte alla sostanziale apertura, ormai, della successione a Di Maio, riguadagnatosiRollia.jpeg proprio per questo  la solidarietà di Alessandro Di Battista dopo quella offerta da “Dibba” al senatore Gian Luigi Paragone appena fatto cacciare dal movimento dallo stesso Di Maio e amici, l’immagine che torna alla mente è quella più recente e vicina di Beppe Grilo fattosi riprendere a Capodanno mentre scavava una trincea o una fossa prevedendo un 2020 “magnifico”. E’ lo stesso Grillo che il vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX propone ai lettori con una sostanziale lettera di licenziamento in mano, che azzera il giovanotto inginocchiato davanti a lui.

 

 

 

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La questione libica intossica i rapporti sotto le cinque stelle e nel governo

            Mentre al Fatto Quotidiano –ripeto, Il Fatto Quotidiano, non certo il giornale meno informato delle vicende grilline o il più prevenuto- è stato annunciato “in esclusiva” su tutta la prima Il Fatto.jpegpagina che Luigi Di Maio è “vicino a lasciare la guida dei cinquestelle forse già prima delle regionali” del 26 gennaio in Calabria e in Emilia-Romagna, e si è sLuca de Carolis su Di Maio e Conte.jpegpiegato all’interno, in un articolo di Luca de Carolis, che “il rapporto con Giuseppe Conte gli deve sembrare un Moloch” perché “di certo per lui è una pietra di paragone pesante come una montagna” anche all’interno del suo movimento, dove il presidente del Consiglio sta acquistando una influenza crescente; mentre -dicevo- tutto questo è stato sciorinato dal giornale diretto da Marco Travaglio, lo stesso Di Maio ha rilasciato al Corriere della Sera una intervista a dir poco imbarazzante e imbarazzata. Che al vignettista Emilio Giannelli ha ispirato un ministro degli Esteri quasi sfottente verso il capo del governo.

            “Non provate a metterci l’uno contro l’altro perché non è così. Con Conte ci coordiniamo Di Maio su Conte.jpegcontinuamente”, ha assicurato Di Maio, incalzato dall’intervistatore sulla questione libica dopo il tentativo fallito del presidente del Consiglio di fare incontrare a Roma i due rivali che si contendono il governo di quel Paese, cioè il premier riconosciuto dall’Onu al Sarraj e il generale Haftar, l’unico presentatosi all’appuntamento a Palazzo Chigi.

            Tuttavia, sempre a proposito della Libia e dell’iniziativa assunta da Conte con esito a dir poco deludente, il ministro degli Esteri ha quanto meno mostrato, a torto o a ragione, di prenderne le Di Maio su Conte 2.jpegdistanze dicendo che “il presidente ha la sua agenda, specie se deve ricevere un omologo. Il governo si muove in sintonia”. Ma, andando  al sodo della questione, chi è davvero considerato da Conte il suo omologo in Libia: ancora Sarraj, sostenuto sempre più vigorosamente dal presidente turco Erdogan, o già il generale che gli sta facendo la guerra con l’aiuto anche del presidente russo Putin?

            Questa domanda è molto meno peregrina e provocatoria di quanto non possa sembrare se, in fondo, se l’è posta nella maggioranza di governo, non dall’opposizione, un uomo come il senatore Pier Ferdinando Casini, molto attento ai problemi di politica estera. Intervistato dal Foglio, egli ha infatti condiviso l’immagine dei “binari sbagliati” imboccati da Conte nella “ricerca del colpo mediatico” sullo scenarioRepubblica.jpeg libico ormai sfuggito di mano all’Italia, chissà se destinata a ricevere almeno un invito alla cerimonia che segnerà l’accordo fra turchi e russi sulla testa dell’Europa. “L’Italia ha perso la sua guerra”, ha titolato del resto in prima pagina anche la Repubblica.

            “Non è neppure ipotizzabile -ha detto Casini al Foglio- che Sarraj fosse all’oscuro dell’incontro programmatoCasini al Foglio.jpeg con Haftar. Questi appuntamenti vanno gestiti nell’assoluto riserbo. Haftar andava incontrato presso la caserma di Tor di Quinto, non a Palazzo Chigi. Lo strombazzamento ha irritato Sarraj e la coalizione che lo sostiene. Esiste un’opinione pubblica anche in Libia. E Haftar è l’uomo che, pochi giorni or sono, ha rivendicato l’attacco aereo sull’accademia militare di Tripoli, salvo poi smentire”.

            Un giudizio negativo sulla gestione del problema libico da parte del governo è giunto, in una intervista al Corriere della Sera, anche dall’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi. Che negli anni passati avrebbe ben potuto essere incaricato di occuparsi di questa vicenda come “inviato”, per l’esperienza e i contatti internazionali maturati, se Matteo Renzi a Palazzo Chigi non si fosse messo di traverso. “Certo, se penso al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che incontra Di Maio, mi immagino le difficoltà di quell’incontro”, ha detto Prodi calcando questa volta la mano più su Di Maio che su Conte. Ma invertendo l’ordine dei fattori, si sa, il prodotto non cambia.

 

 

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Quelle tre lunghissime ore di comica tragedia a Palazzo Chigi sulla Libia

            Senza spingersi ai “ceffoni” del premier libico Fayez al Sarraj immaginati con evidenza I ceffoni della Verità.jpegcompiaciuta nel titolo di prima pagina sulle guance del presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte dalla solita e presunta Verità, traduzione italiana di Corriere.su gaffejpeg.jpegquella che nel regime sovietico era chiamata la Pravda, ci si può ben fermare alla “gaffe” e al “pasticcio diplomatico” cui hanno fatto ricorso altri giornali -dal Corriere della Sera al Sole 24 Ore e alla Stampa– per descrivere quanto 24 Ore su gaffe.jpegè successo a Palazzo Chigi. Dove, con una mossa che sembrava una trovata di genio, quasi in concorrenza Stampa su pasticcio.jpegcon l’incontro altrove di Putin e di Erdogan, riusciti a imporre una tregua d’armi da domenica prossima ai due assenti ma da loro dipendenti rivali che si contendono il controllo della Libia, Conte aveva organizzato un incontro diretto fra i combattenti  nel suo ufficio di Palazzo Chigi.

            Mentre il generale Haftar, in abiti rigorosamente e cortesemente civili è accorso all’appuntamento intrattenendosi per tre ore a Palazzo Chigi, al Sarraj se l’è data, diciamo così. Appreso solo in un secondo momento che la trasferta romana si sarebbe dovuta trasformare in un incontro col rivale, che gli sta bombardando caserme e città e punta da mesi alla conquista di Tripoli, al Sarraj non si è più mosso dal suo rifugio, scordandosi anche di informare i propri collaboratori, per cui si è sparsa ad un certo punto la voce di un suo rapimento.

            Poi è pervenuta  dal Fatto Quotidiano, che da tempo gode di buone e dirette informazioni da Palazzo Chigi, dove Conte trova sempre volentieri, anche nei momenti più difficili, il tempo e il modo di parlare e fare interviste col direttore, la chiave presumibilmente corretta di lettura dell’accaduto. Il premier libico, col quale l’Italia dovrebbe condividere Il Fatto.jpegcon la Francia un rapporto pivilegiato essendo l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, sarebbe stato all’ultimo momento informato dal presidente Emmanuel Macron di quella specie di trappola tesagli a Roma e convinto a sottrarvisi, probabilmente con qualche ragione in più di diffidenza verso gli interlocutori romani.

            Adesso Conte, calatosi nella partita libica “a tutto campo”, come riferito in un compiaciuto titolo rosso di prima pagina dal direttore del Foglio, Il Foglio .jpegreduce da una visita e da un colloquio col presidente del Consiglio proprio mentre La Gazzetta.jpegstava per compiersi lo sfortuntato intervento del governo italiano, potrebbe consolarsi in qualche modo con la vignetta del corregionale Nico Pillinini. Che sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno lo ha immaginato e rappresentato arbitro di un incontro di pugilato vinto da Haftar per avere l’altro pugile al Sarraj “gettato la spugna”.

            Lasciatemi a questo punto immaginare con una certa perfidia il risolino fra i denti del giovane ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio rappresentato da tanti giorni come il classico coccio Gannelli.jpegtra i vasi, e appena preso in giro da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera mentre insegue nel suo abito borghese e la borsa in il manifesto.jpegmano, a piedi, la camionetta di Haftar e altri militari che non se lo filano per niente, non immaginando chi fosse o forse proprio perché al corrente della sua identità. A lui l’impietoso e sempre billante manifesto ha potuto risparmiare il fotomontaggio e il titolo odierno di prima pagina “Conte senza l’oste”.

            Peccato, naturalmente, che da tutta questa vicenda peggio ancora di Conte e Di Maio, e del loro governo, esca l’Italia, per quante attenuanti possano cercare di rivendicare protagonisti e attori di questo infortunio, a dir poco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ Franco Frattini l’asso nella manica di Luigi Di Maio nel ginepraio libico

            E’ passata ormai tant’acqua, troppa, sotto i ponti dai giorni in cui, all’inizio della legislatura uscita dalle urne del 4 marzo 2018, Luigi Di Maio scambiava per un’offesa o una provocazione la richiesta, la cortesia, l’idea che gli suggeriva Matteo Salvini, ormai adottato come alleato di governo, non di telefonare ma almeno di rispondere educatamente ad una chiamata di Silvio Berlusconi. “Neanche a parlarne”, diceva il capo ancora in salute politica del Movimento 5 Stelle, forte di quel 32,7 per cento di voti raccolti nelle elezioni politiche e della posizione “centrale” conquistata in Parlamento come una rediviva Democrazia Cristiana: la tanta odiata Dc della cosiddetta prima Repubblica.

            Che il centrodestra avesse preso ancora di più, il 37 per cento e Berlusconi vi avesse contribuito non poco col suo partito, pur sorpassato di qualche punto dalla Lega, a Di Maio non importava un fico secco. Più Salvini gli suggeriva un contatto diretto col Cavaliere, assicurandogli che non gli sarebbe arrivata alcuna richiesta imbarazzante, anche di un semplice sgabello nel governo per qualche sbiadito parlamentare forzista o finto indipendente, più Di Maio gli opponeva un piccato rifiuto, dicendogli che poteva bastare e avanzare il fatto ch’egli fingesse di ignorare la perdurante alleanza del centrodestra nelle amministrazioni locali. Berlusconi, dal canto suo, autorizzò lo stesso  il “capitano” leghista ad accordarsi con i grillini per il tempo necessario a riprendersi dal colpo del sorpasso e ad evitare un turno anticipato di elezioni che aumentasse e non riducesse le distanze fra il Carroccio e Forza Italia.

            Ebbene, tutto questo, ripeto, è acqua passata. E Di Maio, ora al governo con la sinistra e non più con la Lega, non inorridisce più all’idea di parlare non dico con Berlusconi -perché bisogna pur dare il tempo al tempo per certe svolte- ma almeno con qualcuno che gli sia stato vicino, affine e quant’altro. Nella sua nuova veste di ministro degli Esteri, forse imbeccato -chissà- da qualcuno esperto della Farnesina, Di Maio ha scoperto le qualità dell’ultimo ministro degli Esteri di Berlusconi, Franco Frattini, ormai tornato alla sua carriera di magistrato amministrativo al Consiglio di Stato. E gli ha chiesto consigli su come muoversi anche a Bruxelles, dove Frattini ha fatto parte per un certo tempo della Commissione Europea per conto dell’Italia.

            Una conferma dei rapporti con Di Maio l’ha data lo stesso Frattini in una intervista il 7 gennaio Frattini ieri alla Stampa.jpegalla Stampa passata ingiustamente inosservata, in cui l’ex ministro degli Esteri è sLa Stampa di ieri.jpegtato indicato peraltro come un possibile “inviato dell’Italia in Libia”: cosa peraltro tentata ai tempi di Matteo Renzi a Palazzo Chigi da Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea, e non riuscita.

           Grazie anche ai consigli di Frattini il titolare della Farnesina sta cercando di coinvolgere l’”alto commissario” per gli affari internazionali di Bruxelles Josep Borrel per cercare di sfilare Putin dagli affari libici facendola finita con le sanzioni contro la Russia per la questione Luigi Di Maio.jpegucraina e dintorni. E’ proprio con Borrel che Di Maio ha pranzato a Roma, in un ristorante sulla via Appia nuova, prima di volare con lui ad un minivertice europeo con i ministri degli Esteri della Germania, della Francia e della Gran Bretagna sui temi caldi, anzi roventi di questi giorni: dall’Iran, per far capire agli americani che sono amici ma non possono fare tutto quello che vogliono, alla Libia. Dove gli interessi italiani sono insidiati in pari misura dai turchi. che sostengono il premier al Sarraj, riconosciuto dall’Onu e inizialmente molto sostenuto dall’Italia, e dai russi corteggiati, a dir poco, dal generare Haftar.

            Quella di lavorare su Putin per allontanarlo dallo scenario libico in cambio della rinuncia europea alle sanzioni contro la Russia è ,in verità, una vecchia idea di Berlusconi in persona, condivisa e portata avanti poi da Salvini nel governo gialloverde fino a quando polemiche e inchieste giudiziarie sui rubli attribuiti ai sogni della Lega non lo hanno un po’ frenato, diciamo così, spostandolo di più vero gli Stati Uniti, sino a compiacersi pubblicamente della eliminazione del generale iraniano Soleimani disposta personalmente da Trump. E ora è addirittura Di Maio a seguirne le tracce originarie, e comuni a un Frattini diventato un mezzo asso nella manica del ministro grillino degli Esteri. Curioso, no?

 

 

 

 

Le arti poco marziali di Conte alle prese con le complicazioni internazionali

            All’indomani del quasi marziale, anche se più implicito che esplicito annuncio della decisione di Giuseppe Conte Repubblica ieri.jpeg di lasciare i militari italiani in Iraq al loro posto, anche dopo il peggioramento, Il Secolo XIX.jpega dir poco, delle condizioni di sicurezza a causa del raid americano contro il generale iraniano Soleimani, delle  ritorsioni minacciate da Teheran e del pronunciamento La Stampa.jpegdel Parlamento iracheno contro la permanenza dei contingenti statunitensi e loro alleati in quella terra, la realtà si è presa la sua rivincita. E’ arrivato cioè l’annuncio che i Carabinieri italiani di stanza nella base americana di Baghdad sono stati prudenzialmente allontanati.

            Contemporaneamente il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è una volta tanto discostato dai problemi interni al suo movimento, che l’opprimono da quando ne ha più che dimezzato la consistenza elettorale in tutte le sedi dove si è votato dopo l’8 marzo del 2018, e si è pronunciato sulle questioni di governo alle quali è stato preposto con la formazione del Gabinetto Conte 2 o Bisconte. Di Maio al Fatto.jpegIn particolare, intervistato dall’ospitalissimo Fatto Quotidiano, oltre alle solite professioni di fede nel dialogo, nelle soluzioni diplomatiche delle crisi internazionali e tutto il resto, il titolare della Farnesina ha posto il problema di “rimodulare le nostre missioni militari all’estero”. Non sembra, francamente, una questione da poco, di amministrazione ordinaria, diciamo così.

            Sarebbe forse il caso, visto lo slittamento delle riunioni interpartitiche annunciate a vali livelli di maggioranza sul tema spinosissimo della prescrizione e addirittura sul rilancio dell’azione di governo, la cosiddetta fase 2, peraltro rivelatasi fatale per tante altre compagini ministeriali che hanno preceduto quella in carica; sarebbe forse il caso, dicevo, che il presidente del Consiglio promuovesse con l’urgenza imposta dai convulsi sviluppi della situazione internazionale, anche di fronte alle nostre coste, come in Libia, con tutto ciò che ne potrebbe derivare, un vertice giallorosso per definire bene la linea da seguire.

           E’ certamente importante che il presidente del Consiglio parli al telefono, come ogni tanto vieneConte al telefono .jpeg annunciato,  con i suoi omologhi europei, e anche oltre, auspicabilmente anche con quel presidente americano che è in tali buoni rapporti con lui da chiamarlo Giuseppi, al plurale, ma ancor più importante è che egli abbia alle spalle nel proprio Paese una maggioranza davvero coesa sui temi di politica estera. Che è cosa della quale è quanto meno lecito dubitare. E pare che ne dubitino anche taluni, almeno, degli interlocutori internazionali dell’inquilino di Palazzo Chigi.

 

 

 

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Le curiose modalità dell’annuncio che i soldati italiani “restano” in Irak

             Mentre dall’Irak in mano ormai agli iraniani si è levata la richiesta del Parlamento ai paesi occidentali, compresa l’Italia, di Schermata 2020-01-06 alle 06.31.07.jpegritirare le loro truppe, e il quotidiano abitualmente più vicino da noi al partito grillino di maggioranza relativa – Il Fatto- sollecitava l’accoglimento dell’istanza di Baghdad, a Roma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha opposto un vistoso ma curiosissimo rifiuto.

            “I nostri soldati restano” ha annunciato in prima pagina il giornale La Repubblica raccogliendo un’intervista Repubblica.jpegal capo del governo, apparso così ad un tempo preoccupato dei pericoli che corrono i nostri militari nel clima di paura per le ritorsioni annunciate dall’Iran contro l’azione ordinata in Irak personalmente dal presidente americano Donald Trump di eliminare il potente generale iraniano Soleimani e alcuni dei suoi più stretti collaboratori e alleati, ma anche convinto della necessità, opportunità e quant’altro di lasciare coraggiosamente sul posto il nostro contingente, mandato a suo tempo per concorrere alla sicurezza di quella regione.

            Grande pertanto è la sorpresa avvertita quando,  leggendo e rileggendo scrupolosamente l’intervista raccolta da Stefano Cappellini, si scopre che il virgolettato della titolazione in prima pagina non corrisponde letteralmente ad alcuno dei passaggi contenuti pubblicati all’interno. Dove c’è di tutto, anche la conferma dell’annuncio recentemente affidato alla stessa Repubblica che Conte continuerà a fare politica anche dopo che non guiderà più l’attuale governo, si vedrà in quale modo inedito, visto che non intende creare un suo partito né aderire, almeno sino ad ora, a qualcuno dei tanti che formano la sua maggioranza giallorossa; c’è tutto, dicevo, anche la ormai solita, irrinunciabile polemica con l’ex alleato leghista Matteo Salvini, ma non la pur coraggiosa ed esplicite decisione di di confermare la permanenza dei militari italiani sul rischiosissimo  territorio dell’Irak. Di conferme ci sono quelle dei motivi che portarono a quella missione e della partecipazione del ministro della Difesa italiana alle riunioni, consultazioni e quant’altro nell’ambito dell’Alleanza Atlantica.

            Il meno che si possa dire di questo mancato, interrotto, cloroformizzato scoop affidato da Conte al giornale la Repubblica –con cui sembra creatosi dopo la scoperta personale, da parte del fondatore Eugenio Scalfari, della matrice morotea del presidente del Consiglio, un filo di comunicazione particolare, così diverso dalle polemiche e dalle cautele dei primi tempi dello stesso Conte a Palazzo Chigi- è che esso riflette un certo vuoto, o ritardo, e non so cos’altro, della Farnesina e del suo titolare: il ministro degli affari esteri e della cooperazione Luigi Di Maio, nonché capo della delegazione del Pd al governo e dello stesso movimento. Che è appena ricomparso sulle prima pagine dei quotidiani per un incontro di 45 ministri a Palazzo Chigi  col segretario del Pd Nicola Zingaretti dedicato ai preparativi della verifica o di come si preferisce e si preferirà chiamare la ricerca di un chiarimento, se non di un rilancio, della già affannosa maggioranza di governo improvvisata a fine agosto. E lo dico nonostanta la buona parola, o qualcosa di simile, per il titolare della Farnesina che ha cercato di spendere Pier Ferdinando Casini  in una intervista liquidando come “ipocrita” l’impressione che “il problema della politica estera italiana si chiami Di Maio”, dato che essa zoppicherebbe o mancherebbe già da tempo.

            Un’altra triste realtà emersa dall’intervento di Conte a mezzo stampa, al posto di Di Maio, sulla questione irachena, e più in generale sulla politica estera italiana, è il sostanziale declassamento dei passaggi una volta puntuali ed obbligati, su questi temi, per il Parlamento. Dove d’altronde si è appena approvata per la seconda volta un bilancio dello Stato con la museruola imposta con le procedure della fiducia ad uno dei suoi due rami.

 

 

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Nella calza della Befana impertinente destinata a Matteo Salvini

              Non conosco Matteo Salvini. E non mi è mai capitato di incontrarlo neppure occasionalmente, o di unirmi ai cortei improvvisati dei mei colleghi giornalisti che lo inseguono negli attraversamenti dei corridoi parlamentari per strappargli una dichiarazione, una battuta e magari anche una stretta di mano, utile a quanti lavorano in Rai e dintorni anche a ricollocarsi in quella infinita girandola lottizzatoria denunciata con rigore quasi scientifico a suo tempo da Alberto Ronchey. E in cui -lo confesso- mi trovai convolto anch’io una volta, con qualche polemichetta sul manifesto e altri quotidiani, su iniziativa del mio amico ed estimatore Massimo Pini, consigliere d’amministrazione della Rai per conto dei socialisti ai tempi di Bettino Craxi, contro il cui parere -confesso anche questo, per dirvi quanto curiosa possa a volte essere un’amicizia vera- accettai una collaborazione che cercai di onorare al meglio. Fu mia, fra l’altro, l’ultima intervista televisiva al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, poche settimane prima che venisse ammazzato da Cosa Nostra, in cui l’allora prefetto di Palermo incitò la politica ad applicare nella lotta alla mafia il ricorso ai pentiti sperimentato efficacemente da lui stesso nella lotta al terrorismo.

            Non conosco Salvini, dicevo. E ho sinora resistito alla tentazione di votarlo che mi fanno venire certi modi di combatterlo, mettendogli addosso gli stivaloni come si faceva negli anni Ottanta contro Craxi, o scommettendo sulla magistratura per liberarsene, sempre secondo il modello Craxi. Ma se fossi lcalza 1 .jpega Befana gli lascerei sul davanzale, o appesa alla porta di casa, o di dov’altro si sveglierà domani mattina, una calza piena di rosari, crocifissi e medagliette di ogni ordine e grado della Madonna con un biglietto di accompagnamento per diffidarlo dall’usarli in pubblico, neppure per scherzo. E ciò non foss’altro per togliere al suo ormai odiato e odiatore Giuseppe Conte uno dei pochi argomenti buoni, se non l’unico, che il presidente del Consiglio ha adoperato contro di lui al Senato, nel “processo” del 20 agosto scorso, e cerca di rinverdire ogni volta che l’ex ministro dell’Interno gliene offre l’occasione.

            Iddio, il Signore e la Madonna secondo me hanno troppo da fare, osservando questo nostro tormentatissimo mondo, per occuparsi anche del leader leghista e dargli una mano nella scalata Salvini e coroncina.jpega Palazzo Chigi. Ma, per sua fortuna,  neppure per dare una mano ai suoi nemici, come ha dimostrato la figuraccia rimediata dai frati francescani d’Assisi contrastandone le recente campagna elettorale non vinta, ma stravinta in Umbria.

            Non si può francamente sfidare la pazienza e la distrazione di “Dio e del cuore immacolato di Maria”, da lui invocati la sera di San Silvestro per riproporsi alla “guida del Paese” ed  esultare dopo qualche giorno al modo scelto dagli americani per liberarsi in territorio iracheno del generale iraniano Soleimani e dei suoi accompagnatori. Che non saranno stati, per carità, degli stinchi di Santi ma della cui morte, in quel modo, non possono essere compiaciuti “Dio -ripeto- e il cuore immacolato di Maria”, anche se la storia del Cristianesimo è fatta anche di crociate e altre guerre, che sono sempre tali, funeste anche a dispetto degli ideali invocati per condurle.

            No, non sono una mammoletta sciocca. Mi ritengo solo un po’ più avveduto di Salvini, e forse meno opportunista della  sua alleata Giorgia Meloni, che si è premurata a prenderne le distanze. Anche se il leader leghista lascia allegramente chiamare “Bestia” l’equipe dei suoi consiglieri o com’altro vanno chiamati quelli che l’informano 24 ore su 24 e gli suggeriscono le cose da dire e da fare, la politica non ha bisogno di diventare bestiale per essere La cattiveria a Salvini.jpegcredibile ed efficace. Debbo ancora riconoscermi -e comincio a preoccuparmene- in una felice “cattiveria” di Marco Travaglio sul Fatto, che ha appena immaginato Salvini lanciare “una bomba carta dal balcone” finendo per incendiare anche la sua auto come bilancio del 2019. E’ stata una “cattiveria” felice come quella che ha chiesto cosa mettano in Vaticano nell’incenso che adopera il Papa nelle messe per renderlo quasi manesco com le infedeli che Schermata 2020-01-03 alle 06.19.51.jpeglo strattonano in piazza. Peccato però che alle prese col Vaticano Travaglio non si sia fermato qui ed abbia il giorno dopo esagerato attribuendo all’impazienza di un altro Papa, nel frattempo diventato Santo Giovanni II, l’impiccagione a Londra del banchiere Roberto Calvi.

 

 

 

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