La leggenda dello… zampino del Colle nell’evoluzione di Luigi Di Maio

Titolo del Dubbio

Ah, come avrei voluto essere ancora  una volta una mosca al Quirinale per godermi  il passaggio informativo del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, salito sul Colle prima di annunciare in un monologo televisivo a poca distanza, in un albergo romano, la scissione del MoVimento 5 Stelle. Che aumenta il numero dei partiti della maggioranza ancòra di governo ma al tempo stesso ne modifica i rapporti di forza in Parlamento. Dovrà tenerne conto anche l’ufficio cerimoniale della Presidenza della Repubblica per l’ordine in cui dovranno sfilare in occasione di una eventuale  crisi le rappresentanze parlamentari. 

I gruppi pentastellati proprio per effetto della sessantina fra deputati e senatori usciti al seguito del ministro degli Esteri non potranno più vantarsi di essere i primi, risultando adesso i secondi dopo quelli della Lega di Matteo Salvini. E non è finita, perché potrebbero retrocedere ancora se la crisi del movimento presieduto da Giuseppe Conte dovesse aggravarsi nella prospettiva “biodegradabile” temuta dallo stesso fondatore, garante e consulente  Beppe Grillo, messosi anche lui alla finestra. Anzi, affidatosi  agli effetti terapeutici della “luce del sole”, in un’estate peraltro particolarmente torrida. 

Ugo Zampetti, Segretario Generale del Quirinale

Non credo di violare un segreto di Stato, magari rischiando la galera pur domiciliare sperimentata nel lontano 1983, e dissoltasi poi in un proscioglimento senza scuse, se raccolgo e rilancio una leggenda secondo la quale Di Maio nel 2013 si conquistò l’interesse e forse anche un pò di simpatia dell’allora segretario generale della Camera Ugo Zampetti, destinato a diventare Segretario Generale della Presidenza della Repubblica con Sergio Mattarella al Quirinale. 

Nel disorientamento generale provocato dall’arrivo dei pentastellati a Montecitorio, e dai loro riti improvvisati di rottura e di provocazione, Zampetti sarebbe rimasto colpito dalla inusuale -per i grillini- eleganza di Luigi Di Maio, approdato di un colpo ad una delle vice presidenze della Camera. Dove “l’ex bibitaro”, come veniva chiamato per i suoi precedenti allo stadio di Napoli, mostrò invece utile volontà di apprendimento. E proprio a Zampetti pare fosse toccato il compito di soddisfare la sua voglia di sapere, diciamo così, doverosamente corrisposta dal più alto funzionario di Montecitorio. 

Non so se più con stupore o con soddisfazione per il lavoro svolto, Zampetti si ritrovò al Quirinale Di Maio nel 2013 come capo del movimento più votato nell’elezione delle Camere e ne accompagnò, sempre doverosamente, l’approccio col capo dello Stato per la formazione del primo governo della nuova legislatura. Che non poteva certamente prescindere dal partito più rappresentato in Parlamento, specie dopo la rinuncia spontanea di Matteo Salvini a provarci come capo del centrodestra che aveva superato i grillini senza tuttavia conquistare la maggioranza assoluta. 

Quando Mattarella conferì a Conte l’incarico di presidente del Consiglio

Dal cappello di Di Maio, e non solo, uscì la proposta a Mattarella di mandare a Palazzo Chigi il praticamente sconosciuto Giuseppe Conte, candidato prima delle elezioni dai grillini al ben più modesto incarico di ministro della Pubblica Amministrazione. Si mormorò nei palazzi romani della politica che fosse stato anche o proprio Zampetti a convincere Mattarella al conferimento dell’incarico, per quanto Conte non avesse alcuna esperienza politica, neppure di consigliere comunale, come lo stesso presidente della Repubblica avrebbe poi pubblicamente fatto notare.

Vi lascio immaginare, con questi precedenti, lo sgomento avvertito al Quirinale quando proprio Di Maio si rivoltò al rifiuto di Mattarella di accettare per intera la lista dei ministri propostagli da Conte, comprensiva di Paolo Savona al Ministero dell’Economia, minacciando di promuoverne la messa in stato di accusa davanti alla Consulta per tradimento della Costituzione: una cosa che fece sobbalzare sulla sedia persino Grillo. 

Mattarella e Zampetti

Ma le sorprese non erano destinate a finire lì. Sanata questa ferita, Di Maio ne aprì un’altra interferendo clamorosamente nella gestione della crisi dopo l’annuncio del conferimento di un nuovo incarico di formare il governo all’economista Carlo Cottarelli, interrotto nel suo mandato dalla decisione di Di Maio e di Matteo Salvini, candidati alla vice presidenza del Consiglio con Conte, di riprendere le trattative di governo rimuovendo l’ostacolo  di Savona, “retrocesso” al Ministero per gli affari europei, come se da euroscettico reale o presunto potesse fare lì meno danni. 

Fu grazie anche ai buoni uffici di Zampetti, contattato telefonicamente e ripetutamente da Di Maio, che secondo radio Montecitorio, diciamo così, Mattarella accettò anche questa forzatura e concesse una o più proroghe per l’esaurimento del negoziato e la formazione del governo gialloverde. 

Di Maio e Di Battista nel 2019 fra i gilet gialli anti-Macron

Ancora Di Maio, da vice presidente del Consiglio e pluriministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, avrebbe sorpreso il Quirinale andando a Parigi con l’amico Alessandro Di Battista a fiancheggiare la rivolta dei gilet gialli contro Macron. Col quale Mattarella dovette sudare le proverbiali sette camicie, forse qualcuna in meno ma anche qualcuna in più, per scusarsi e chiudere l’incidente. 

Draghi ieri al Quirinale per il Consiglio Europeo

Vederselo proporre al Ministero degli Esteri nel secondo governo Conte, con il Pd subentrato ai leghisti, non deve essere stato privo di qualche preoccupazione al Quirinale. Dove però hanno avuto il tempo e la possibilità di tirare un sospiro di sollievo. E che sospiro, vedendolo arrivare martedì sera per annunciare di stare uscendo dal Movimento 5 Stelle per sostenere meglio il presidente atlantista del Consiglio Mario Draghi dagli ondeggiamenti, quanto meno, di Conte in piena guerra russa all’Ucraina. La scommessa di Zampetti, se ve ne fu davvero una quattro anni fa, è andata davvero a buon fine.  Per fortuna anche di Mattarella, vedremo se anche dell’Italia tornata  forse alla normalità dell’”uno che non vale l’altro”, come lo stesso Di Maio ha ammesso.  

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 giugno

La scissione di Luigi Di Maio spingerà Conte all’opposizione

Titolo di Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

Evidentemente ostinato nelle sue convinzioni, intuizioni, fantasie, il direttore Luciano Fontana ha fatto o lasciato rappresentare andreottianamente sulla prima pagina del Corriere della Sera la scissione del movimento grillino compiuta dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che il vignettista Emilio Giannelli ha lasciato calare dalle cinque stelle con un lenzuolo arrotolato pronunciando il famoso motto di Giulio Andreotti secondo cui “il potere logora chi non ce l’ha”. O non ce l’avrà, nel nostro caso, perché Giuseppe Conte, il presidente di quel ch’è rimasto del movimento da lui rappresentato alla guida di due governi fra il 2018 e il 2021, non ancora se n’è reso ben conto ma è stato praticamente spinto fuori dalla maggioranza con l’abbandono di quel rompiscatole, o “zavorra”, come l’ha chiamata, che era diventato per lui Luigi Di Maio. 

Vignetta del Foglio
Titolo di Libero

Non so quante settimane o mesi Conte impiegherà per sganciare quel che rimane -ripeto- del suo movimento dal governo e forse anche dalla maggioranza per cercare di ridurre le scontate perdite elettorali dell’anno prossimo, quando dovranno essere rinnovate le Camere, ma quel passaggio è ormai scritto nella sua storia personale e politica. Egli si troverà per forza risucchiato nel radicalismo d’opposizione dell’ex grillino ma da lui sempre vezzeggiato Alessandro Di Battista, che ha dato dell’”ignobile” all’ ex fraterno amico Di Maio. Ma quando compirà lo strappo che non ha avuto il coraggio di consumare già ieri al Senato, dove ha solo allungato i tempi della trattativa per una risoluzione comune della maggioranza sulla guerra all’Ucraina e dintorni, Conte non riuscirà forse neppure ad ottenere il passaggio formale di una crisi di governo. O se vi sarà, si tratterà appunto di una formalità avendo Mario Draghi  perduto solo una componente della sua maggioranza, e neppure più la prima, più consistente.  I sessanta e forse più parlamentari di Di Maio avranno fatto sorpassare i grillini dai leghisti. I quali -guarda caso- da quando hanno avuto cognizione del blitz atlantista di Di Maio hanno smesso, o quasi, di minacciare crisi, disimpegno o altro ancora. 

D’altronde, è proprio del fatto che da oggi in Parlamento i gruppi 5 Stelle non sono più quelli di maggioranza relativa che Di Maio ha tenuto a vantarsi presentando ieri sera, dopo un doveroso passaggio informativo al Quirinale, il “progetto” che si è proposto di realizzare chiamandolo “Insieme per il futuro”. Che sarà di se stesso, come gli ha subito rimproverato tra gli improperi il già ricordato Di Battista, ma difficilmente sarà quello del più titolato professore di diritto, avvocato del popolo e di clienti anche abbienti, ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo della Verità

Quello di Di Maio sarà pure un “partitino”- come gli hanno rimproverato in sintonia non nuova Marco Travaglio da sinistra, evocando sul Fatto Quotidiano l’Udeur di Clemente Mastella, e Maurizio Belpietro da destra sulla Verità- ma ha già provocato il “terremoto” non a torto gridato dal Corriere della Sera. Ed altre scosse è destinato a produrre: per esempio nel Pd. Dove il segretario Enrico Letta, a dispetto della tranquillità ostentata sino a ieri, si troverà negli stessi panni della Dc quando nelle edizioni del centro-sinistra, col trattino, non sapeva se inseguire di più, o fidarsi di meno, fra socialisti e socialdemocratici. Anche quello, nelle intenzioni sia di Aldo Moro sia di Amintore Fanfani, i due cavalli di razza della scuderia scudocrociata, doveva essere un campo largo, diciamo così. 

Dal blog di Beppe Grillo

In questa situazione, che fa peraltro decadere ad evento minore il dibattito odierno alla Camera fotocopia di quello avvenuto ieri al Senato sulla guerra in Ucraina e dintorni, assume un carattere profetico e drammatico insieme l’ultimo messaggio di Beppe Grillo dal suo blog, in veste sia di garante sia di consulente del MoVimento 5 Stelle ormai “biodegradabile” per sua stessa ammissione o preoccupazione: “La luce del sole è il miglior disinfettante”. E che sole, col caldo che fa. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La maggioranza si ricompatta al Senato sull’Ucraina ma si consuma lo stesso la scissione dei grillini

Dietro le quinte, dove non essendo parlamentare ha seguito le trattative fra i gruppi della maggioranza per la risoluzione conclusiva del dibattito sulle informazioni del presidente del Consiglio al Senato in vista del Consiglio Europeo di questa settimana, Giuseppe Conte è riuscito ad imporre l’aggettivo “ampio” al coinvolgimento delle Camere accettato dal governo nella gestione della crisi internazionale provocata dalla guerra della Russia all’Ucraina. Un coinvolgimento comunque nella cornice del mandato già conferito allo stesso governo nello scorso mese di marzo, quindici giorni dopo lo scoppio del conflitto, che consente la fornitura di aiuti militari all’Ucraina sino a dicembre di quest’anno, nella speranza che nel frattempo maturino le condizioni per l’apertura di trattative di pace per le quali sino ad ora Putin ha dichiarato di non ritenere ancora maturo “il momento”. 

La capogruppo grillina del Senato nella dichiarazione di voto a favore della risoluzione ha voluto sottolineare quell’aggettivo “ampio”, mentre il presidente del Consiglio non riusciva a trattenere un sorriso apparso a più di un parlamentare, a torto o a ragione, abbastanza sarcastico. Ermetica invece è stata l’espressione del volto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che gli sedeva accanto dall’apertura della seduta. Accanto a Di Maio, a sua volta, sedeva il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, del Partito Democratico. 

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio

In attesa di vedere concretamente il significato e gli effetti del coinvolgimento “ampio” delle Camere nella cornice del decreto legge sull’Ucraina che ne consente -ripeto- il sostegno anche armato fino alla fine dell’anno, si deve registrare un’accelerazione del processo di scissione del MoVimento 5 Stelle promossa proprio dal ministro degli Esteri con la costituzione di gruppi autonomi tanto al Senato quanto alla Camera. 

Salvo ripensamenti, le indiscrezioni sulla consistenza dei nuovi gruppi consentono di prevedere che ciò che rimarrà dei gruppi parlamentari del MoVimento 5 Stelle potrebbe risultare inferiore alla consistenza della Lega di Matteo Salvini. Starebbe insomma per finire anche formalmente la famosa “centralità” conquistata dai grillini nelle elezioni del 2018, quando il loro movimento uscì dalle urne come il partito di maggioranza relativa, analogo addirittura alla Dc dei tantissimi anni della cosiddetta prima Repubblica. 

A spingere definitivamente Di Maio all’abbandono del movimento, peraltro da lui capeggiato nelle elezioni politiche di quattro anni fa, sembra che abba molto contribuito l’attacco ricevuto, peraltro senza neppure essere nominato, dalla capogruppo pentastellata del Senato Maria Domenica Castellone nella dichiarazione di voto sulla risoluzione della maggioranza. Il ministro degli Esteri era chiaramente individuabile in chi -secondo la capogruppo- aveva distorto l’immagine del MoVimento lamentando, denunciando e quant’altro tentazioni di disallineamento dalla posizione atlantista ed europeista del governo. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Quel soccorso forse inutile di Fico a Conte nel marasma grillino

Giuseppe Conte

A dispetto delle apparenze, sfavorevoli a Luigi Di Maio nel marasma riesploso sotto le cinque stelle per il passaggio parlamentare -oggi al Senato e domani a Montecitorio- sugli aiuti militari all’Ucraina aggredita e invasa dai russi, la situazione di Giuseppe Conte non dev’essere molto forte se l’ex presidente del Consiglio ha avuto bisogno di un soccorso come quello del presidente della Camera Roberto Fico. Che ha partecipato a suo modo alla Giornata del rifugiato, nella sua Napoli, esprimendo addirittura “rabbia”, oltre che “delusione”, per i dubbi, timori e quant’altro espressi dal suo collega di parte e ministro degli Esteri sulla tenuta atlantista ed europeista del Movimento 5Stelle, contrario o quanto meno renitente alla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina. 

Titolo di Repubblica

Eppure -Dio Santissimo- persino un giornale di casa da quelle parti come Il Fatto Quotidiano ha rappresentato il passaggio  in atto su questo problema in Parlamento, in vista del Consiglio Europeo di questa settimana e delle decisioni che dovranno essere prese, come uno scontro non fra Di Maio e Conte ma fra Conte e Draghi. Non sarà la “roulette russa” del governo gridata in prima pagina da Repubblica, visti anche gli ultimi spifferi sulle abituali indecisioni dell’ex presidente del Consiglio, ma è sicuramente, a questo punto, la roulette russa del movimento attorno al quale sono pur ruotati tutti gli equilibri di questa legislatura. Che potrebbe riservarci nell’ultimo anno della sua durata altre sorprese ancora proprio a causa dell’instabilità del maggiore partito che vi è rappresentato, purtroppo in un contesto internazionale alquanto delicato, diciamo così.

Dalla prima pagina di Repubblica

Non so se sia costato un sacrificio personale al presidente della Camera esporsi così inusualmente in una vicenda tutta interna al suo movimento. E rischiare commenti tipo quello di Francesco Merlo, di Repubblica, sull”amore finito” coll’amico una volta fraterno Di Maio, o racconti di misere ritorsioni, come quello propostoci da certe cronache locali sul primo turno delle elezioni amministrative. Che il 12 giugno scorso a Portici avrebbe visto Di Maio lavorare pancia a terra per la conferma del sindaco uscente del Pd stracciando la corsa del grillino locale sostenuto appunto da Fico. Si stenta a credere che davvero a certi livelli istituzionali la lotta politica abbia potuto raggiungere simili livelli. 

Non mancano comunque precedenti nella storia della Camera ad una esposizione anomala del presidente di turno. Parliamone pure al singolare ricordando Gianfranco Fini in rotta di collisione con Silvio Berlusconi, il cui governo sopravvisse per circa un anno, fra il 2010 e il 2011, ad una mozione di sfiducia sponsorizzata dall’allora presidente della Camera, appunto. Ma è un precedente a dir poco infausto considerando la fine fatta dall’interessato. 

Ripreso da http://www.policymakrmag.it

Infortunio al Fatto Quotidiano: tutta la verità contro Conte

Titolo del Dubbio

A vedere e sentire un bel po’ di parlamentari grillini alle prese con microfoni e telecamere in questi giorni di grande tensione sotto le cinque stelle, Luigi Di Maio avrebbe infangato il MoVimento presieduto da Giuseppe Conte attribuendogli dalla postazione addirittura di ministro degli Esteri un “disallineamento” dalla Nato e dall’Unione Europea. Questo sarebbe in effetti il tentativo di bloccare gli aiuti militari all’Ucraina aggredita e invasa dai russi. O di condizionare altri aiuti ad apposite autorizzazioni del Parlamento, non valendo più la sostanziale carta bianca ottenuto dalle Camere dal governo per tutto l’anno in corso all’inizio del conflitto. 

Proprio come denigratore il titolare della Farnesina si sarebbe meritato già l’avvio della procedura di espulsione se Conte, non si sa se di sua spontanea volontà o su consiglio di Beppe Grillo nella doppia veste di garante e di consulente per l’immagine del movimento e la comunicazione, non avesse un pò frenato sulla strada della rottura. 

Di Maio, accusato peraltro di avere diffuso o fatto diffondere le bozze di un documento riservato di senatori pentastellati decisi a presentarlo comunque a Palazzo Madama, per cautelarsi da testi non sufficientemente chiari contro altre armi all’Ucraina concordati dai capigruppo della maggioranza in vista delle comunicazioni del presidente del Consiglio e del voto conclusivo del dibattito, ha trovato il trattamento riservatogli da critici ed avversari interni un arretramento del movimento verso derive di “odio”. Egli ha dovuto parlare fuori dai denti, e spifferare anche cose sgradite, non esistendo ormai una democrazia dalle sue parti. 

Marco Travaglio e Luigi Di Maio

Non ci crederete, ma una mano nella sua difesa il ministro degli Esteri l’ha avuta a sorpresa dall’insospettabile Marco Travaglio, che pure gli aveva cambiato il cognome -come nelle sue abitudini di polemista- chiamandolo nel titolo di un editoriale “Di Mario”. Cioè, una prolunga, un affiliato e simili di Mario Draghi, l’odiato presidente del Consiglio di cui il direttore del Fatto Quotidiano contesta da qualche tempo anche le competenze economiche e finanziarie riconosciutegli all’inizio della sua esperienza a Palazzo Chigi. O all’atto del famoso “Conticidio” per mano addirittura del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un Conticidio che griderebbe ancora vendetta dopo tutti i servizi resi all’Italia dall’ex presidente del Consiglio durante la pandemia, quando si rivelò -non sto esagerando- “il migliore capo del governo” capitatoci forse nell’intera storia unitaria del Paese, persino rispetto all’altro conte Camillo Benso di Cavour. 

Come capita anche ai polemisti più agguerriti, cedendo a un momento di distrazione a Travaglio è sfuggito ieri di dire, anzi gridare ad alta voce la verità opposta a quella d’ufficio di un Di Maio cinico e baro. Che pur di fregarlo si inventa un Conte smanioso di mettere nel classico angolo il suo successore, magari costringendolo alle dimissioni e alla formazione di un altro governo al quale opporsi in modo ancora più evidente e forse promettente sul piano elettorale, anche se gli analisti stentano un pò tutti a immaginare un MoVimento 5 Stelle a due cifre nelle prossime elezioni politiche. 

Il titolo galeotto del Fatto Quotidiano di ieri

Con un titolo di prima pagina che ormai non può più né modificare né interpretare chissà in quale modo fantasioso perché dannatamente “scripta manent”, come si diceva in latino, Il Fatto Quotidiano ha rappresentato quello in programma fra oggi al Senato e domani alla Camera come uno “scontro Draghi-Conte” sulle armi. Di Maio è solo un personaggio di seconda fila, “sempre più solo” sotto le cinque stelle, “per ora” risparmiato alla pratica dell’espulsione. 

Beh, una volta tanto si può pure ringraziare Travaglio per il contributo dato -temo involontariamente- alla rappresentazione della realtà. Forse non gliene saranno molto grati lo stesso Conte e il laboriosissimo portavoce Rocco Casalino. 

Pubblicato sul Dubbio

La fine di un mito: il sistema politico ed elettorale dei cugini francesi

Abbiamo finito, credo, di invidiare i francesi per il loro sistema elettorale a doppio turno combinato col presidenzialismo. Ora, dopo il secondo turno, appunto, delle elezioni legislative il presidente Emmanuel Macron, ancora fresco di conferma, si trova ad essere un’anatra zoppa, senza maggioranza in Parlamento, dove temo che dovrà cercarsene una volta per volta. 

Titolo della Stampa

“Francia ingovernabile”, ha titolato La Stampa, che ha una consolidata autorità nelle analisi internazionali, finendo non a caso nel mirino di Putin e del suo ambasciatore a Roma, Razov, che l’ha denunciata praticamente di falso e  istigazione al complotto per le cronache sulla guerra in Ucraina, senza tuttavia convincere né i magistrati scelti per quest’avventura ben poco diplomatica, quelli della Capitale, né quelli competenti. Che sono di Torino, la città appunto della Stampa, affrettatisi ad archiviare  le carte di Roma risparmiandosi qualche missile di ritorsione, almeno sinora, visto che forse al Cremlino non tutti hanno perduto la testa come Putin e il suo imitatore, concorrente e quant’altro Medvedev. 

Marine Le Pen
Jean-Luc Melanchon

La Francia, col presidente Macron stretto, a una quarantina di seggi mancanti alla maggioranza, fra la sinistra di Melenchon e una destra passata in un colpo solo da 8 a 89 seggi parlamentari, è ingovernabile forse ancor più dell’Italia. Che pure si permette il lusso proprio in questi giorni di avere un ministro degli Esteri -non dei Trasporti o come diavolo si chiama ora questo dicastero- processato dal proprio partito, il NoVimento 5 Stelle, perché troppo atlantista e praticamente guerrafondaio: un Di Maio che il detrattore Marco Travaglio può chiamare sprezzantemente Di Mario per asservirlo a Mario, appunto, Draghi. Col quale si starebbe in effetti consumando il vero scontro coltivato e voluto nei palazzi romani del potere dal predecessore Giuseppe Conte, mai rassegnatosi all’abbandono di Palazzo Chigi, e gridato con tanto di titolo sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Ormai non si hanno più remore nei fiancheggiamenti giornalistici. Il gioco avviene a carte scoperte. E questo in fondo non è un male. E’ un contributo tanto involontario quanto meritevole alla trasparenza che di solito non si coniuga facilmente con la politica. 

Conte e Di Maio
Il titolo sfuggito al Fatto Quotidiano

Le difficoltà uscite dalle urne francesi accostano ulteriormente, sul piano umano e politico, Macron e Draghi: due personalità che hanno stretto rapporti di cordialità e convergenza politica  come se avessero avvertito per primi ciò che li univa e ancor più li avrebbe uniti in futuro. Draghi già governa nei fatti quotidiani -e non solo al plurale del giornale che gli è più ostile- senza una maggioranza vera in Parlamento, per quanto larga essa sia nata più di un anno fa per esigenze di forza maggiore, non potendosi allora ricorrere alle elezioni anticipate per uscire dalla crisi in cui era caduta la legislatura cominciata nel 2018. Il presidente del Consiglio italiano potrebbe diventare un modello per Macron. Che diversamente da lui, però, è all’inizio del mandato politico, non verso la pur lunga fine come quella di Draghi, praticamente condannato a restare a Palazzo Chigi sino alla primavera dell’anno prossimo. Salvo che quel genio del suo vero e principale avversario -Conte, parola del suo estimatore Travaglio- non riesca a darsi la zappa sui piedi sino ad obbligare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad anticipare il rinnovo di Camere d’altronde più che bollite. 

In questo lungo -ripeto- e confuso finale di legislatura in Italia, con gli inconvenienti peraltro di una guerra in Europa e di un’emergenza  mondiale sotto tanti aspetti,  formulare previsioni, auspici e quant’altro non è solo azzardato. E’  semplicemente inutile, specie col caldo che fa.   

Ripreso da http://www.startmag.,it e http://www.policymakermag.it

L’inglorioso epilogo dell’avventura politica delle cinque stelle

La vignetta del Corriere della Sera

Questa volta per farci un’idea delle condizioni in cui si trova quello che ancora si chiama MoVimento 5 Stelle, a meno di un anno dalla fine di una legislatura aperta all’insegna della sua “centralità”, come accadeva in Parlamento ai tempi della Dc, non abbiamo bisogno di inseguire o rifarci ad alcuna vignetta. Neppure a quella impietosa di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera in cui le cinque stelle sono ridotte a quattro gatti: due a destra, due a sinistra e uno al centro. Basta e avanza una qualsiasi foto dell’Ucraina bombardata, oltre che invasa, dalla Russia di Putin per vedervi rappresentato anche il Movimento 5 Stelle, appunto, colpito dai missili    davanti agli occhi soddisfatti dell’ambasciatore di Mosca a Roma. l’ormai incontinente Razov. Di cui si sprecano le vittime politiche nella maggioranza di governo: da Matteo Salvini a Giuseppe Conte, insieme anche in questa avventura di sapore pacifista, oltre che nel primo governo di questa legislatura, di cui erano l’uno presidente del Consiglio designato dai grillini e l’altro vice presidente per conto della Lega, ma col permesso di Silvio Berlusconi. Col quale Salvini   aveva quasi vinto le elezioni del 2018 sorpassandolo nella coalizione di centrodestra. Tutta acqua passata, persino con un cero rimpianto, vista la drammatica siccità di questi tempi anche in Italia.

Tra le rovine dell’Ucraina invasa e bombardata dai russi e quelle del MoVimento 5 Stelle c’è tuttavia una differenza. Le prime hanno concrete possibilità, nonostante il pesante bilancio dei morti, feriti e dispersi, o deportati, di essere risanate con una ricostruzione finanziata dall’Europa grazie a un presidente ucraino -Zelensky- ex comico. Le altre rimarranno rovine per l’ostinazione con la quale Beppe Grillo continua a fare il comico nel ruolo di garante e quant’altro del suo movimento, in contatto dichiarato col “Supremo” dal quale riceve le istruzioni per il trattamento dei malcapitati. Fra i quali sempre lui, Grillo, si è divertito prima a demolire e poi a ricostruire la leadership formale di un professore, addirittura, avvocato ed aspirante statista come il già ricordato Conte. E’ una storia francamente surreale, alla quale è francamente un miracolo che, nonostante la pandemia peraltro, l’Italia sia sopravvissuta. O almeno così sembra, e si spera. 

Di Maio e Draghi

Non so cosa saprà o vorrà o comunque capiterà di fare da grande all’attuale giovane ministro degli Esteri luigi Di Maio, o Di Mario, come lo sfotte Marco Travaglio iscrivendolo d’ufficio allo stato di famiglia di Mario- appunto- Draghi. Ma è un miracolo anche il fatto che egli sia destinato forse ad essere l’unico sopravvissuto all’avventura grillina, poco importa a questo punto se uscendo spontaneamente dal MoVimento da lui guidato nelle elezioni del 2018 o venendone espulso, come sembra che Conte voglia prendersi la soddisfazione di fare, regalandogli anche l’aureola del martire sul fronte parlamentare degli aiuti militari all’Ucraina. Di certo, il giovanotto è stato più  svelto e furbo di tutti sotto le cinque stelle, avvolgendosi alla fine nelle bandiere della Nato, dell’Unione Europea, dell’atlantismo e di tutte le altre scambiate per castronerie da Grillo. E si è presa una rivincita anche su questo vecchio cronista politico come me che inorridì qualche anno fa ad un saggio di Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, che ne aveva scorto somiglianze addirittura con Giulio Andreotti: fortunatamente già morto e quindi incapace di morirne daccapo. 

Fu per me, quella visione di D Maio emulo di Andreotti, uno shock pari solo a quello procuratomi più o meno nello stesso periodo da Conte paragonandosi in qualche modo al suo corregionale Aldo Moro, anche lui già morto – e di che morte- e incapace quindi di rimorirne. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

La blasfemia di Beppe Grillo travestito da Mosè nella tonnara del suo movimento

Si stenta ormai a trovare anche l’incipit per un articolo su Beppe Grillo, tanto buffo e irreale è diventato il suo ruolo in questa legislatura che avrebbe dovuto segnarne addirittura la “centralità”  all’insorgenza di una terza o quarta Repubblica. Si è perso anche il conto delle sue edizioni dopo la fine della prima contrassegnata dalle elezioni politiche del 1994: quelle vinta, a sorpresa dei “giocosi” candidati al successo sotto la guida di Achille Occhetto, da Silvio Berlusconi. Che è un altro per il quale si stenta tuttavia a trovare l’incipit di un articolo dedicato alla sua avventura politica dopo tutte le situazioni alle quali ha dovuto adattarsi per rimanere sulla scena: sino a scambiare per un “vero” leader Matteo Salvini, fregato addirittura da uno come Alessandro Di Battista nella pratica di acquisto di un biglietto aereo per Mosca, senza dover passare per l’ambasciata russa. 

Dal blog di Beppe Grillo

Il fisico per immaginarsi Mosè, chiamato dal “Supremo”, come si è appena proposto sul suo blog, per sciogliere i nodi aggrovigliatisi nel MoVimento 5 Stelle dopo il fiasco elettorale di domenica scorsa, lo si può pure riconoscere al comico genovese, anche a costo della blasfemia. Ma temo, per lui, che ormai al capezzale della sua creatura ci sia ben poco da fare. Che fortuna invece per Enrico Letta, più furbo del suo predecessore Nicola Zingaretti al Nazareno, avendo saputo lessare meglio Giuseppe Conte nel pentolone della maggioranza. 

La vignetta del Foglio
Titolo del Fatto Quotidiano

Ora si deve per forza riconoscere che non c’è più partita di credibilità fra lo stesso Conte e il giovane Luigi Di Maio, di fatto propostosi o di scalzarlo, per quanto protetto da Grillo travestito da Mosè, o di andarsene via per scomporre ulteriormente un movimento diventato ormai una tonnara. In cui i tonni, appunto, si dibattono nella disperazione, inutilmente renitenti alla decimazione  procuratasi con la riduzione dei seggi parlamentari e col cappio del non più dei due mandati possibili. Un cappio che Grillo ha deciso di stringere, nell’esercizio delle sue funzioni di garante e quant’altro, per ragioni addirittura chimiche, par di capire. Non vi sarebbe infatti condizione umana possibile per non fare di un deputato o senatore eletto per tre volte un professionista della politica. Cui Grillo preferisce notoriamente i dilettanti: gli unici, in effetti, in grado di subirne il fascino.

Le cose nel movimento grillino si erano già messe di brutto di loro nella prima maggioranza improvvisata nella legislatura uscita dalle urne del 2018. Ma poi sono sopraggiunte la pandemia da Covid e la guerra in Ucraina a mettere a nudo i limiti di un’avventura cominciata con propositi sfacciatamente avventuristici. L’unica fortuna che il sistema politico ha avuto in questa tragedia è di avere avuto al Quirinale un presidente della Repubblica che ha saputo cogliere l’occasione della pandemia, non immaginando neppure l’emergenza bellica che sarebbe sopraggiunta, per mandare a Palazzo Chigi Mario Draghi. Immagino Conte al suo posto, su quel treno diretto a Kiev con Macron e Sholz, per tessere la tela di protezione dell’Ucraina e, più in generale, dell’Europa  dall’aggressione della Russia di Putin, e mi vengono semplicemente i brividi. Certo, l’abbiamo scampata bella. 

Ripreso da http://www.statmag.it e http://www.policymakermag.it

L’ormai e fortunatamente incontenibile Draghi dopo la missione europea in Ucraina

Il vertice europeo prima dell’arrivoa Kiev

Già in crescenti difficoltà a casa loro per le perdite di domenica all’interno dei rispettivi schieramenti nel primo turno di elezioni amministrative, Giuseppe Conte e Matteo Salvini hanno ormai ben poco da giocare contro Mario Draghi nella prossima settimana in Parlamento sul terreno scivoloso della guerra in Ucraina. Dove il presidente del Consiglio ha un pò fatto la parte del leone nell’incontro di ieri a Kiev, conducendo praticamente il gioco dell’Unione Europea con Zelensky. Che reclama e otterrà ancora altre armi dagli occidentali per difendersi dall’aggressione russa ma nella prospettiva di una trattativa finale con le spalle coperte appunto dall’Europa, perdendo magari anche pezzi di territorio, in cambio però di una maggiore sicurezza garantita dalle procedure di adesione dell’Ucraina all’Unione di Bruxelles. 

E’ questa la tela che Draghi è andato a tessere a Kiev coi colleghi o omologhi francese, tedesco e rumeno stando astutamente attento a non far sembrare la prospettiva dell’accordo come imposta, ma come scelta autonoma e ragionata di Zelensky. Che in passato sarà pure stato un comico ma non si è certamente rivelato il Grillo dell’Ucraina. 

In questa prospettiva, con tutti i guai -ripeto- che hanno già a casa loro, ormai scaricati, rispettivamente, da Luigi Di Maio e da Silvio Berlusconi, hanno ben poco da giocare Conte e Salvini contro Draghi sul fronte pacifista obbligandolo in Parlamento a chissà quale correzione di linea al prossimo Consiglio Europeo. 

L’editoriale di Libero
L’editoriale del Fatto Quotidiano

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano potrà pure divertirsi, alla sua maniera, a storpiare il nome del ministro degli Esteri chiamandolo “Di Mario” per appiattirlo sarcasticamente sul presidente del Consiglio, ma ormai la crisi delle 5 Stelle è di una evidenza solare. Può darsi che Alessandro Sallusti abbia anticipato troppo su Libero la fine di Conte come quella del tacchino a Natale, senza neppure aspettare le elezioni politiche dell’anno prossimo, ma ormai la resa dei conti nel MoVimento 5 Stelle è  esplosa con la contestazione, da parte del ministro degli Esteri, di una sconfitta senza precedenti nelle pur abituali difficoltà a livello locale. Conte lo sfida alla scissione per sottrarsi al divieto di più di due mandati parlamentari, ma Di Maio ormai può avere ben messo nel conto l’abbandono: del Momento tuttavia, non del governo.

Salvini sembrava stare un pò meglio ma  solo sino a ieri, quando ha dovuto a distanza di poche ore rinunciare alle velleitarie resistenze al Senato alla riforma della giustizia che porta il nome della ministra Marta Cartabia, approvata invece in via definitiva, e assistere a distanza all’approdo di un ex leghista storico come Flavio Tosi a Forza Italia, accolto personalmente da Silvio Berlusconi. E chissà che altro potranno riservare le prossime settimane, dopo i ballottaggi comunali del 26 giugno e le novità ulteriori che dovessero emergere anche in riferimento alle trame, per ora sotterranee, di una nuova legge elettorale, forse proporzionale, con cui mandare gli italiani alle urne per il rinnovo delle Camere della ormai defunta “centralità” grillina. 

Tutto insomma è in movimento, fra quadro internazionale e rapporti di forza fra i partiti di casa. Nessuno può sentirsi tranquillo, forse neppure Draghi, ma ancor meno quanti pensano di poterne fare a meno. O solo di spingerlo altrove. Chissà poi dove…..

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Berlusconi comincia a mollare Salvini con l’adozione di Tosi in Forza Italia

Titolo del Dubbio

Ancora domenica scorsa, a due passi dal Cenacolo di Santa Maria delle Grazie e dalla sezione elettorale milanese in cui aveva votato, parlandone in un bar alla maniera sua, cioè a ruota libera, di quelle che ai tempi di Palazzo Chigi procuravano un mezzo infarto al compianto portavoce e parlamentare Paolo Bonaiuti; domenica scorsa, dicevo, Silvio Berlusconi sembrava convinto che Matteo Salvini fosse il “vero” e “unico” leader italiano, non solo del centrodestra. Così l’ex presidente del Consiglio  aveva incoronato qualche mese prima il capo leghista in una festa quasi matrimoniale  affollata di amici ma disertata dal figlio Pier Silvio. 

Sempre domenica scorsa, Berlusconi aveva difeso Salvini anche sul fronte più delicato e rischioso, quello internazionale, sul quale l’amico si era esposto col progetto di un viaggio a Mosca con l’assistenza dell’ambasciata russa a Roma, per costruire la pace di Putin addirittura con l’Ucraina  rasa praticamente al suolo nella parte forse destinata al Cremlino. Un viaggio che forse lo stesso Berlusconi avrebbe tentato personalmente ben prima se solo l’amico Putin gli avesse risposto al telefono e si fosse risparmiata l’avventura ucraina, come tanti anni prima si era risparmiato, grazie ai consigli telefonici di Berlusconi, un’avventura analoga in Georgia.

Peccato che di quella chiacchierata domenicale con alcuni amici i furbacchioni del Corriere della Sera  avrebbero poi fatto un uso un pò spericolato lusingando sotto sotto la vanità di Berlusconi, contrapponendolo cioè al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che a Putin non si era neppure sognato di rivolgersi telefonicamente per cercare di trattenerlo, senza neppure lo scudo di un’amicizia personale, sulla strada dell’aggressione -e che aggressione- all’Ucraina.

Una foto di Berlusconi con Salvini forse un pò scaduta

Ebbene, prima ancora della conclusione di questa settimana post-elettorale, e tanto più dei ballottaggi comunali del 26 giugno, Berlusconi ha fatto all’amico Salvini uno di quegli scherzi che di solito si chiamano “da preti”, senza riguardo per questi ultimi. Dopo averlo generosamente sostenuto nella candidatura pur improbabile a sindaco della sua Verona, egli ha perfezionato l’operazione con l’affiliazione di Flavio Tosi a Forza Italia. Che non deve essere stato il massimo del godimento per Salvini, data la rottura clamorosa consumatasi a suo tempo fra i due nella Lega, che ne è stata penalizzata come peggio non poteva accadere in Veneto.  

Nè deve avere contribuito a indorare la pillola a Salvini ciò che il neo-forzista Tosi ha appena detto alla Stampa  seppellendo ciò che ancora poteva essere rimasto dell’ambizione del leader leghista a Palazzo Chigi nel caso di una vittoria elettorale del centrodestra, nonostante il sorpasso ormai inarrestabile di Giorgia Meloni. 

Flavio Tosi alla Stampa di ieri

“Statura internazionale, autorevolezza in Europa, atlantismo” sono -ha detto Tosi- “i requisiti” che fanno di Berlusconi il “solo” leader del centrodestra. E la Meloni? “Da  un punto di vista tattico -ha risposto l’ex sindaco di Verona- è stata perfetta, coerente e lineare. Per diventare il capo del centrodestra però ci sono questioni sovranazionali di cui tener conto. Quel vestito lì ce l’ha solo Berlusconi”, pur avendo o proprio per avere 85 anni sulle spalle. E Salvini?, ha insistito impietosamente l’intervistatore. E lui, ancora più impietosamente ha risposto: “Ha fatto il primo errore col Papeete, poi tanti altri, una serie di mosse scomposte: A me dispiace per la Lega”. Per lui personalmente niente: tutto meritato. 

Guido Crosetto alla Stampa su Giorgia Meloni

Dalla Stampa intesa come giornale sono arrivate cattive notizie anche a Giorgia Meloni, invitata in una intervista dal suo amico, sponsorizzatore, consigliere e quant’altro Guido Crosetto a “non urlare troppo” e a cominciare a pensare anche lei ai problemi che prima o dopo potrebbe procurarle la magistratura, per quanto nei referendum di domenica scorsa non l’ex ministra di Berlusconi si sia impegnata per niente contro di essa, cercando anzi di darle una mano contro due dei cinque quesiti abrogativi. 

Il quadro delle novità nel centrodestra dopo il primo turno elettorale amministrativo, con particolare riguardo ai rapporti una volta privilegiati fra Berlusconi e Salvini, all’origine peraltro di grandi ed ora anche visibili sofferenze in Forza Italia, si completa con quanto è appena accaduto al Senato. Dove i forzisti, appunto, non hanno spalleggiato l’assalto o l’azione di disturbo condotta dai leghisti, dopo il flop referendario, contro la riforma della giustizia targata Cartabia, già approvata dalla Camera. L’aria insomma per Salvini sembra cambiata anche ad Arcore: una buona notizia, forse, pure per Mario Draghi fra una missione e l’altra all’estero. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

                 

Blog su WordPress.com.

Su ↑