Sgambetto di Zingaretti e compagni al governo Draghi prima della fiducia

            Curioso, strano, incredibile, come preferite, ma vero: tre degli almeno sette gruppi che costituiscono la maggioranza al Senato, e proprio oggi accordano la fiducia al governo di Mario Draghi, hanno allestito un “coordinamento” o “intergruppo”. Che ha  mandato in brodo di giuggiole i nostalgici di Giuseppe Conte e si è proposto come il nucleo essenziale, pilota e quant’altro dell’esecutivo di “alto profilo”, di emergenza, di unità nazionale, svincolato da ogni formula politica precedentemente sperimentata in questa legislatura e indicato non da un passante davanti al Quirinale ma dal presidente della Repubblica in persona.

            I tre partiti coordinatisi nell’intergruppo sono -in ordine di consistenza parlamentare- il Movimento 5 Stelle, il Pd e Leu, sigla dei liberi e uguali rappresentati nel governo addirittura dal ministro della prima emergenza, la Salute, che è Roberto Speranza. Ebbene, nessuno di questi tre partiti è al suo interno unito, per cui già si capisce poco come possano unirsi fra di loro. Del Movimento 5 Stelle cronisti e retroscenisti stanno contando da giorni quanti rifiuteranno la fiducia al nuovo governo e quanto potrà mancare ad una scissione, dopo tutte le uscite più o meno solitarie già verificatesi da quelle parti. Del Pd lo stesso capogruppo al Senato Andrea Marcucci, che ha firmato il documento di annuncio del coordinamento, ha recentemente esposto l’opportunità o la necessità di un congresso per chiarirsi le idee. Egli  è inoltre sospettato di giorno e di notte di connivenza con l’odiato Matteo Renzi, che dovrebbe essere, ad occhio e croce, il principale avversario dell’intergruppo: quello che “irresponsabilmente” avrebbe interrotto la  “magnifica” esperienza di Conte a Palazzo Chigi. Dei liberi e uguali, infine, basterà ricordare che Nicola Fratoianni, il segretario della componente “Sinistra italiana”, ha già annunciato il voto contrario al governo Draghi.

            Come possa un coordinamento siffatto funzionare da colla e stimolo al tempo stesso per il governo non si riesce francamente a capire. E non sarà certamente Nicola Zingaretti, che più di tutti ha voluto questo curioso passaggio, a poterlo spiegare, se mai lo avesse capito almeno lui. Non sarà un “governo ombra”, come ha spiegato ottimisticamente Federico Geremicca sulla Stampa, ricordando la partecipazione dei coordinati al governo in carica, ma poco gli mancherà. Sarà quanto meno un’occasione continua di distinzione e di divisione dal resto della maggioranza. Sarà di fatto un boicottaggio al governo rispetto alle finalità assegnategli dal capo dello Stato. O sarà, secondo la funerea immagine del Foglio, il modo per “prendere le misure a Draghi”, come si fa col morto per allestirgli la bara.

            A godere davvero rimane e rimarrà il solito Fatto Quotidiano, felice che ci sia “vita nei giallorosa” e che Conte abbia “una sponda”, in attesa del ritorno per trasformare in realtà il quartetto del fotomontaggio pubblicato sulla prima pagina del giornale di Marco Travaglio, cioè il mancato Conte 3. Che cosa non farei per essere una mosca e ascoltare e vedere le reazioni di Mattarella, costretto almeno in questa fase al silenzio in pubblico, avendo appena chiuso, per quel che lo riguardava, una crisi arrivata sul suo tavolo, peraltro, con un ritardo inaudito. Che gli ha quanto meno complicato il lavoro.  

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Il nuovo governo rimane senza scii sulla neve della Quaresima

              Certo, sarebbe di una gravità inaudita se fosse vero il sostanziale boicottaggio al governo appena nato che Fabrizio Roncone ha attribuito sulla prima pagina del Corriere della Sera a Walter Ricciardi, consulente ormai celebre del ministro della Salute. Che, deluso per la mancata nomina al posto del confermato Roberto Speranza, avrebbe indotto in errore, o a qualcosa che gli assomiglia molto, il titolare del dicastero facendogli ribloccare gli impianti sciistici, col consenso del presidente del Consiglio, come misura di sicurezza sanitaria nell’emergenza pandemica, mentre stavano per riaprirsi. E provocando a Draghi e alla sua “squadra” appena insediata “il grande freddo” su cui ha titolato il manifesto, o quella rovinosa caduta di Super Mario sugli scii immaginata da Makkox sul Foglio, per non parlare della “rissa dei migliori” con la quale il solito Fatto Quotidiano si è affrettato a sfottere il governo di “alto profilo” voluto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

            Per carità di Patria, con la maiuscola, e non solo dell’ex presidente della Banca Centrale Europea appena approdato a Palazzo Chigi dopo due anni e mezzo di governi di Giuseppe Conte, voglio sperare che una volta tanto Roncone abbia raccolto e rilanciato un refolo fasullo nei palazzi romani del potere: palazzi anche delle chiacchiere, delle maldicenze, degli sgambetti e di una specie di Carnevale continuo, anche se quello vero, da calendario, è ormai agli sgoccioli davvero. E proprio per un capriccio di calendario a Draghi sta per capitare di presentarsi al Parlamento per la fiducia nel giorno di mercoledì delle ceneri, dopo l’odierno martedì grasso.

           Sarà Quaresima anche per il governo appena insediato quella che sta per cominciare, e di cui non basta consolarsi dicendo evangelicamente, come faceva la buonanima di Amintore Fanfani con gli amici che metteva in castigo o con gli avversari che piegava, che “dopo arriverà la Resurrezione”?  Disse così, per esempio, al suo ancora “delfino” Arnaldo Forlani detronizzandolo personalmente dalla segreteria della Democrazia Cristiana nel 1973, dopo avere svuotato il congresso alle porte in una riunione di capicorrente del partito disinvoltamente convocata nella sua residenza istituzionale di presidente del Senato, a Palazzo Giustiniani. La Quaresima di Forlani, pur intramezzata da incarichi di governo di prestigio, compreso un breve passaggio a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio e uno più lungo come vice presidente con Bettino Craxi, durò ben 16 anni. Forlani infatti “risorse” come segretario del partito, ormai in rotta con Fanfani, solo nel 1989.

            Chi scommette sulla Quaresima di Draghi, nel senso che gliela augura piena di difficoltà insormontabili e rovinose, e gioca al lotto i numeri che possono rappresentare le polemiche scoppiate sull’affare delle nevi tra leghisti e Ministero della Salute, e dintorni, scherza comunque col fuoco nelle condizioni di emergenza in cui si trova il Paese. E si illude, a dir poco, di potere accorciare un’altra Quaresima: quella di Giuseppe Conte, che è alle prese anche in veste di “federatore” e non so cos’altro col problema ormai cronico dei suoi amici o referenti grillini. E’ il problema della loro identità perduta, se mai ne hanno avuta una davvero.

Tutti i colori usati per verniciare il Mario Draghi di comodo

Ma di quanti colori deve lasciarsi dipingere Mario Draghi per piacere o dispiacere, secondo i gusti e le circostanze, a chi l’osserva nella sua nuova veste di presidente del Consiglio e ha fretta di giudicarlo?

Il verde è notoriamente il colore che gli ha rovesciato addosso a secchiate Beppe Grillo per farlo piacere agli ormai eternamente divisi e inquieti militanti, portavoce e quant’altro del MoVimento 5 Stelle. A molti dei quali il “garante” ed “elevato” fondatore non riesce a far dimenticare gli insulti da lui stesso rovesciatigli addosso negli anni scorsi, quando forse l’allora presidente della Banca Centrale Europea era secondo, nella scala del disprezzo grillino, solo a quei giornalisti di cui il comico diceva che voleva mangiarli per provare poi “il gusto di vomitarli”.

Il bianco è il colore applicatogli sul Fatto Quotidiano da Fabrizio D’Esposito evocando la quasi premonitrice partecipazione all’ultima edizione del meeting di Comunione e Liberazione: quella in cui Draghi scaldò il cuore dei giovani proteggendoli dalla rovina cui sarebbero stati destinati con la pratica del debito “cattivo”. Cui si era sino ad allora abbondantemente ricorsi per impiegarlo in mance ed assistenza, anziché in investimenti produttivi.

Il bianco è anche il colore della tonaca di Papa Francesco, il più lesto nel cogliere l’occasione della temporanea disoccupazione, diciamo così, di Draghi chiamandolo a far parte della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Ma non dimentichiamo che sotto o prima della tonaca pontificia di Jorge Mario Bergoglio c’è stata, e metaforicamente c’è ancora, la tonaca nera del gesuita. Che qualcuno si è affrettato a immaginare decisiva anche per la formazione di Draghi, che ha studiato appunto dai gesuiti. Glielo ha appena ricordato il debenedettiano Domani dandogli del “tecnocrate ignaziano” -naturalmente da Ignazio de Loyola, non da Piero Ignazi, il politologo cui il giornale di Carlo De Benedetti ha affidato l’analisi di Draghi- e spiegando in un titolo tutto nero di prima pagina che il nuovo presidente del Consiglio “dai gesuiti e dalla Dc ha imparato che un vero leader orienta la storia senza la pretesa di guidarla”.

La prosa di Domani è tuttavia arte pura di fronte a quella del già citato Fatto Quotidiano, dove Massimo Fini si è improvvisato teologo ed ha arruolato Draghi fra i “cattolici” alla Matteo Renzi, mobilitatisi dopo la destinazione all’Italia dei 209 miliardi di euro dei fondi comunitari della ripresa per toglierli dalla disponibilità di Giuseppe Conte e passarli all’ex presidente della Banca Centrale Europea. “Quei miliardi -ha scritto Fini- facevano gola” sin dal primo momento “a molti, banchieri, finanzieri, persone irreprensibili perché vestono in giacca e cravatta e pranzano all’ora di pranzo e cenano all’ora di cena”: mica quel disordinato ma “non moralmente corruttibile” Conte, abituato all’ora di cena non a mangiare ma a diffondere conferenze stampa e altri messaggi al popolo pendente dalle sue labbra.

Ma dove il “teologo” Fini ha dato il massimo, al minuscolo, di sé è il passaggio dell’articolo in cui, prendendosela anche con la fede dichiarata e praticata dal suo amico e direttore Marco Travaglio, pur con la premessa che sono letteralmente “cazzi tuoi”, ha scritto che “il cattolicesimo” nella “potenza assunta negli ultimi decenni in Italia non ha nulla a che vedere col cristianesimo, cioè coll’affascinante borderline di Nazareth”. E così Draghi è stato avvisato di continuare pure ad andare a messa nei giorni comandati, ma di togliersi dalla testa di essere perciò un buon cristiano.

Con queste premesse teologiche e di costume il corsivista del Fatto Quotidiano è riuscito a spiegarsi addirittura “la storia -sentite- di quel golpe di Stato mascherato che ha portato al governo Draghi”. Di cui -sentite anche questo- si capisce a questo punto come “pantografi sostanzialmente quello precedente e tenga insieme tutti, il diavolo e l’acqua santa, però con la decisiva esclusione di Conte (oltre che, per ovvi interessi berlusconiani, di Bonafede)”. Nessuna parola di comprensione o condivisione è stata spesa purtroppo per le lacrime sfuggite all’uscita da Palazzo Chigi al portavoce Rocco Casalino.

Per giustificare il suo processo a un Draghi in fondo anche golpista, o comunque “fruitore finale” di un colpo di Stato, come di Silvio Berlusconi un suo difensore disse a proposito delle escort, vere o presunte, che riceveva a casa, Fini si è richiamato alla famosa convinzione della buonanima di Giulio Andreotti che “a pensar male si faccia peccato, ma ci si azzecchi quasi sempre”. Eppure del “divo Giulio” il pur esigente Fini ha dovuto riconoscere, testualmente, che “per competenza, conoscenza dell’Italia, sia in senso storico che amministrativo, intelligenza, arguzia e stile sta cinque spanne sopra i nani di oggi e in qualsiasi altro paese europeo sarebbe stato un grande uomo di Stato, ma in Italia ha dovuto essere una sorta di ircocervo, metà uomo di Stato e metà, forse, delinquente”.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Anche Mario Draghi finisce sulla giostra continua dei golpisti

              Se il golpismo, come si legge sui dizionari della lingua italiana, è “la tendenza a risolvere con un colpo di Stato contraddizioni e controversie politiche”, la golpemania – termine ignorato dai dizionari- può essere intesa come la tendenza, anch’essa, a immaginare e denunciare un golpe, appunto, dietro a qualsiasi evento politico sgradito o soltanto non condiviso. E’ una giostra sempre in azione nella politica italiana, dove scende e sale anche in corsa, come in un circo, la gente più disparata.

            Non appena se n’è delineata la sagoma nella lunga crisi appena chiusa con la formazione del governo di Mario Draghi, e aperta solo formalmente il mese scorso, essendo di fatto strisciante già dall’autunno del 2020, sono cominciati i mormorii sui soliti “poteri forti” smaniosi di impadronirsi dei fondi comunitari della ripresa. Che sarebbero stati destinati all’Italia non da una Unione Europea finalmente tornata, sotto la spinta della tragedia pandemica, all’originario spirito solidaristico dei suoi fondatori, ma dall’abilità negoziatrice e altre virtù ancora di Conte. Cui anche per questo, e non solo per i premi e gli aumenti ricevuti, il personale avrebbe rivolto applausi di ammirazione e di ringraziamento all’uscita da Palazzo Chigi.

            E’ dall’emissione di quel metaforico assegno di 209 miliardi di euro firmato o garantito dalla cancelliera tedesca Angela Merkel che “il catto boyscout Matteo Renzi -ha scritto Massimo Fini sul Fatto Quotidiano, e dove sennò? – comincia a tirare la corda e fare il suo sordido lavorio per abbattere Conte”, facendo “gola quei miliardi a molti banchieri, finanzieri, persone irreprensibili perché vestono in giacca e cravatta, pranzano all’ora di pranzo e cenano all’ora di cena”. E vanno spesso a messa da buoni cattolici, come fa pure il direttore del Fatto Marco Travaglio, al quale l’irriverente collaboratore ha rimproverato di non avere mai avuto dubbi sulla sua “fede”, di non avere mai riflettuto “sulla potenza” assunta “negli ultimi decenni in Italia” da un “cattolicesimo che non ha nulla a che vedere col cristianesimo, cioè coll’affascinante borderline di Nazareth”. “Adesso -ha concluso Fini- abbiamo uno Stato prigioniero dell’ipocrisia cattolica, dei catto-boy scout, dei catto-banchieri, l’unica vera e sola Santissima trinità”. Gli sono subito andati dietro sullo stesso Fatto il buon Fabrizio d’Esposito dando a Draghi del “chierico vagante” e il giornale debenedettiano Domani del “gesuita” e del “tecnico ignaziano”, da Ignazio di Loyola, naturalmente.

            Eppure, all’inizio del suo articolo, volendosi richiamare alla famosa convinzione di Giulio Andreotti che “a pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre”, Fini aveva scritto del compianto esponente del cattolicesimo italiano come dell’uomo “che per competenza, conoscenza dell’Italia, sia in senso storico che amministrativo, intelligenza, arguzia e stile sta cinque spanne sopra i nani di oggi e in qualsiasi altro Paese sarebbe stato un grande uomo di Stato, ma in Italia ha dovuto essere una sorta di ircocervo, metà uomo di Stato e metà, forse, delinquente”.

            Ma, oltre che con la buonanima di Andreotti, il povero Fini si è inconsapevolmente ritrovato nel suo ragionamento, o nella sua golpemania, come dicevo all’inizio, col super-odiato Silvio Berlusconi, convinto di essere stato defenestrato da Palazzo Chigi nel 2011, pure lui come Conte in questo 2021, con un colpo di Stato.

 

 

 

 

 

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Dietro la campanella d’argento di Palazzo Chigi passata da Conte a Draghi

            Abituati almeno nell’ultimo decennio al festoso Silvio Berlusconi, che nel 2011 passò la campanella del Consiglio dei Ministri a Mario Monti come se fosse un giocattolo, o all’imbronciato Enrico Letta, che gliela passò frettolosamente a Matteo Renzi volendo manifestare il più chiaramente possibile il fastidio, quanto meno, procuratogli da quel canzonatorio invito alla “serenità” formulatogli nei giorni precedenti da chi stava lavorando per succedergli, è stato un po’ di conforto il ritorno alla normalità col passaggio emblematico delle consegne a Palazzo Chigi fra l’ormai ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il nuovo, Mario Draghi.

            Normale, come segno di buona educazione e anche di riconoscenza per molti di essi, che avranno magari ricevuto dall’interessato promozioni, aumenti di stipendio e altre umanissime cortesie, mi è sembrato pure l’applauso di commiato dei dipendenti di Palazzo Chigi, dalle finestre delle loro stanze o corridoi, al Conte in uscita con la fidanzata Olivia, rigorosamente ed elegantemente avvolta in un cappotto nero.

            Come al solito, a macchiare metaforicamente l’abito dell’ex presidente del Consiglio sono stati i suoi sostenitori più solerti o accaniti come quelli del Fatto Quotidiano. Che gli hanno dedicato un titolo…napoleonico, rappresentandolo già impegnato a “preparare il ritorno”, come Napoleone dall’isola d’Elba, ma si spera -per Conte- con esito diverso dalla lontanissima e fatale isola di Sant’Elena. La solerzia gioca sempre brutti scherzi. Infatti Marco Travaglio in persona ha sognato il governo Draghi- ribattezzato Draganella non so se fargli fare rima più con la maschera goldoniana dell’astuto Brighella o con la mafiosità dei Bagarella siciliani- come quello post-napoleonico della “restaurazione” a Vienna, con tanto di indumenti e maschere d’epoca.

            Il vignettista Riccardo Mannelli, sempre sul Fatto Quotidiano, in una gara di spiritosaggine col suo direttore, ha scherzato sulle dimensioni fisiche del ministro forzista Renato Brunetta, cui Draghi ha restituito la riforma della pubblica amministrazione nella speranza che questa volta riesca a farla davvero. Ne è venuto fuori un quadro in bianco così titolato: “Aveva un così alto profilo che nessuno riusciva a inquadrarlo”. Ma va detto che, una volta tanto smarronando pure lui, cioè facendo prevalere il dileggio sulla satira o sullo scherzo, Emilio Giannelli sul Corriere della Sera è stato ancora più pesante e specifico sistemando nella sua vignetta il ministro veneziano in prima fila e facendolo sfottere, sempre sul tasto dell’”alto profilo”, personalmente da un Draghi a colloquio col presidente della Repubblica.

            Anche questa ormai è diventata la serietà del dibattito politico in Italia, del resto all’altezza solo della comicità, vera o presunta, del “garante”, “responsabile”, “elevato” e non so cos’altro del quasi partito ancora più rappresentato nel Parlamento eletto quasi tre anni fa, e che ha prodotto altrettanti governi. Dall’ultimo dei quali naturalmente, al contrario dei “ribelli” grillini, ma forse anche di  quelli che più realisticamente hanno preferito il potere all’opposizione, abbiamo il diritto -stavo per dire il dovere- di aspettarci qualcosa di assai diverso. E ciò a cominciare dall’esordio parlamentare per la fiducia, fra qualche giorno.

 

 

 

 

 

 

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Il governo Draghi finalmente è fatto. E pazienza per chi è rimasto deluso

            “Tutto qui?”, si sono chiesti al Fatto Quotidiano di fronte alla lista dei ministri del governo di Mario Draghi facendone un titolo in prima pagina che equivale naturalmente ad una bocciatura. Sì, tutto qui, cari signori del Fatto, che avevate puntato sin dai primi tuoni della crisi su un modesto rimpasto del secondo governo di Giuseppe Conte, e infine su un terzo governo Conte in cui le due ministre renziane che avevano osato dimettersi dal precedente fossero sostituite da due transfughi o transfughe dell’opposizione in rappresentanza dei mitici “volenterosi”. Che il presidente dimissionario del Consiglio si era proposto di arruolare nella maggioranza per “rompere le reni” a Matteo Renzi, come lo sventurato Benito Mussolini si propose di fare con la Grecia.

            Al posto di quello striminzito terzo governo Conte, che avrebbe dovuto continuare a barcamenarsi al Senato con numeri ballerini, e rimanere appeso alle bizze e alle risse interne del MoVimento 5 Stelle, è nato dalla crisi -credo- più lunga e tortuosa della storia della Repubblica, più ancora di quella dell’estate del 1964, quando l’allora vice presidente del Consiglio Pietro Nenni annotò sui suoi diari “rumori di sciabole”, un governo di ampia maggioranza e sostanziale unità nazionale. Dalla quale si è autoesclusa solo Giorgia Meloni con i suoi “fratelli d’Italia”. E’ nato grazie alla lungimiranza del capo dello Stato Sergio Mattarella e del presidente del Consiglio Mario Draghi. Che solo Conte aveva scambiato e rappresentato al pubblico come un uomo “stanco” degli otto anni trascorsi alla presidenza della Banca Centrale Europea, e magari ulteriormente sfinito dall’incarico nella Pontificia Accademia delle Scienze Sociali datogli da Papa Francesco.

            Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera, ha raccontato che, accomiatandolo dopo l’udienza di chiusura della crisi, Mattarella ha fatto gli auguri a Draghi scusandosi per “l’impegno molto gravoso” chiestogli con l’incarico e la nomina a presidente del Consiglio. E ciò, ricordiamolo, nel pieno di tre emergenze -sanitaria, sociale ed economica- che non potevano certo essere gestite da un governo paralizzato come si era ridotto il secondo di Conte, o da una lunga e rischiosa campagna elettorale in tempi di pandemia. “Grazie, di auguri ho bisogno”, ha risposto Draghi. “Crepi il lupo”, ha poi detto lo stesso Draghi ai fotografi che, sotto la pioggia, gli avevano gridato: “In bocca al lupo, presidente”. Per fortuna al Fatto Quotidiano non li hanno subissati di insulti per il loro presunto “lecchismo”. Né avevano più il tempo di inchiodarli a qualche corsivo.

            Può darsi, per carità, che Tullio Altan su Repubblica abbia esagerato nel mettere ai piedi di Draghi gli scii, peraltro in questi giorni di Olimpiadi invernali a Cortina d’Ampezzo, e a immaginarlo tutto in discesa, sia pure con i brividi. Sulla stessa Repubblica, d’altronde, pur con spirito opposto allo stupore critico del Fatto Quotidiano, di equilibrio e non di dileggio, Stefano Folli ha dedotto dalla lista dei ministri mista di tecnici e politici, ma di prevalenza politici sul piano numerico, che quello formato da Draghi “non è un governo esplosivo e rivoluzionario. Non è un governo che abbaglia. O che soddisfa -ha scritto sempre Folli- tutte le attese, davvero troppe, che si erano create” col “desiderio diffuso di assistere a un totale rivolgimento di persone e di attitudini, come se stessimo per entrare in una nuova era”. Ma qualcosa, via, è cambiato. E davvero.

 

 

 

 

 

 

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Quando anche la politica riesce a diventare prigioniera dell’odio

La bravura riconosciuta sulla Stampa dal mio amico Marcello Sorgi a Beppe Grillo per avere saputo rovesciare gli umori del suo popolo a favore del governo di Mario Draghi, pur ricorrendo ad un quesito referendario un po’ farlocco, e a costo di chissà quali conseguenze in futuro per la stessa sopravvivenza del suo MoVimento, mi ha fatto riflettere -non me ne voglia Marcello- sulla stranezza del nostro Bel Paese. In cui Grillo rischia di pagare la sua bravura con una dose suppletiva di animosità, o di odio, nei suoi riguardi. Ora gli dà addosso persino Marco Travaglio che, già sorpreso dalle sue precedenti aperture all’ex presidente della Banca Centrale Europea, non gli perdonerà mai di essersi alla fine ritrovato anche col “pregiudicato”, “amico dei mafiosi”, “psiconano” e quant’altro Silvio Berlusconi.

A quest’ultimo, diciamo la verità sino in fondo, gli avversari più accaniti, gli integralisti dell’odio, non perdonano tanto le vicende giudiziarie, suscettibili di errori come tutte le vicende umane, comprese quelle sentimentali o solo di sesso, quanto la bravura che ne ha determinato i successi imprenditoriali e politici. Si, anche politici, perché, pur considerando le sconfitte, le battute d’arresto e persino le emorragie della sua Forza Italia, un uomo che a 84 anni compiuti, con non so quante cicatrici addosso per gli interventi chirurgici subiti, i continui ricoveri per controlli e infortuni, riesce a rimanere o a tornare protagonista della scena, e a scaldare -unico- il cuore dell’algido presidente del Consiglio incaricato durante le consultazioni a Montecitorio; quest’uomo, dicevo, non può essere scambiato per una comparsa, un abusivo, un improvvisato, un pregiudicato qualsiasi. Via, diciamo la verità. L’odio è un po’ l’invidia travestita da conflitto avvolto in altre bandiere, come quelle dell’onestà, della purezza, dell’incensurabilità, della continenza e di altre categorie ancora dello spirito e dintorni.

Lo stesso discorso vale per l’odio che circonda di questi tempi Matteo Renzi, di cui ormai si contesta quasi l’esistenza stessa, negandone anche il successo evidente com’è stato quello di avere creato l’occasione adatta perché il capo dello Stato tirasse fuori dalla scuderia della Repubblica un cavallo di razza -si sarebbe detto nella Dc-  quale Draghi. Come anche l’odio che circonda l’altro Matteo, Salvini, dal quale si può dissentire per molte ragioni, per carità, dalle felpe ai rosari, dai porti chiusi alle citofonate, ma cui non si può negare il successo costituito dall’avere raccolto la guida della Lega a meno del 4 per cento dei voti e di averla portata a sei volte tanto in modo costante, senza contare le quasi dieci volte raggiunte nelle elezioni europee del 2019. Che magari gli diedero talmente alla testa da fargli sbagliare tempi e modi di una crisi di governo studiata per interrompere una legislatura che gli stava troppo stretta. Ma un po’, diciamolo, stava stretta anche ad altri, larga forse solo ai grillini con tutti quei voti e seggi parlamentari conquistati l’anno prima.

Debbo dire che anche nella cosiddetta prima Repubblica, che preferisco per tante ragioni alla seconda, alla terza e persino alla quarta in cui qualcuno crede di essere entrato non so quando, titolandole anche fior di trasmissioni televisive, la bravura era rischiosa, e dura da riconoscere o ingurgitare.  Lo provarono sulla loro pelle, vittime di rancori irrefrenabili e persino di congiure, due leader che pure più diversi non potevano essere come Aldo Moro e Bettino Craxi: l’uno finendo ucciso dalle brigate rosse nell’anno in cui avrebbe potuto diventare presidente della Repubblica, alla fine della scadenza ordinaria del mandato del collega di partito Giovanni Leone, e l’altro scampando alla galera, per il pur diffusissimo fenomeno del finanziamento irregolare della politica, con l’esilio nella sua casa tunisina. O con la “latitanza”, a rigor di legge o di come la interpretano tuttora i suoi irriducibili nemici.

L’astuto Giulio Andreotti, pace all’anima sua, da buon amico di Alberto Sordi, che lo stimava e secondo me votava sistematicamente, insieme ad altre centinaia di migliaia di persone abituate ancora alla pratica delle preferenze, aveva ben capito umori, difetti, manie degli italiani evitando sempre di esibire i suoi successi. Egli prendeva in giro quelli che si esaltavano alla prima vittoria conseguita o che reclamavano -disse una volta- la puntualità dei treni italiani come se fossero svizzeri, dando loro sornionamente degli emuli di Napoleone. Gli bastava e avanzava quella che una volta definì “aurea mediocrità”, e lo condusse un’altra volta, scontrandosi con Ciriaco De Mita che lo aveva accusato di troppa prudenza nella gestione dei rapporti con gli alleati di turno, che anche in politica “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.  Ciò lo mise a lungo al riparo proprio dall’odio, perché -gratta gratta- anche i suoi avversari politici, non certo quelli giudiziari, di lui e della sua ironia alla fine sorridevano.

Pubblicato sul Dubbio

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Draghi prepara la lista dei ministri fra la polvere di stelle prodotta dai grillini

              Davide Casaleggio, pur avendo tenuto ad annunciare di persona i risultati del referendum svoltosi sul nascente governo Draghi attraverso la piattaforma Rousseau di cui solo lui ha le chiavi, si è dimenticato di metterli ben visibili nella copertina del blog ufficiale delle Stelle. Dove per leggerli bisogna scorrere in basso la pagina e trovarli fra le righe senza un particolare risalto.

            Sbaglierò, ma temo -per lui- che il dato più sgradito a Casaleggio sia stato quello non della spaccatura del movimento, diviso fra il quasi 60 per cento dei sì e il quasi 40 dei no a Draghi in versione verde, come il vignettista Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno si è divertito a definire il presidente del Consiglio scoperto e raccomandato da Beppe Grillo, ma del calo degli iscritti alla sua piattaforma. Che dai 160 mila e più vantati nei tempi non dico d’oro ma quasi sono scesi esattamente a 119.544. Di cui hanno partecipato alla “consultazione” digitale 74 mila e rotti. Né mi pare che Casaleggio, pur godendosi lo spettacolo di un “governo complicato”, come lo ha definito in una intervista al Corriere della Sera, possa sperare in una ripresa della sua piattaforma mentre Alessandro Di Battista, da lui peraltro già rimpianto, si sfila dalla lista per non partecipare alla festa di Grillo. Che Makkox sul Foglio ha imperdibilmente rappresentato col comico felice di avere “battuto i grillini in casa”. Formidabile battuta, quasi quanto “la cattiveria” di giornata dello sconsolatissimo, indignatissimo e quant’altro  Fatto Quotidiano, secondo cui “ormai l’unico quesito al quale i 5Stelle risponderebbero no è: “Faresti un governo con il M5S?”.

             Il quesito, si sa, è tutto in un referendum. E da quello sfacciatamente filo-Draghi su cui si sono misurati i grillini, intestato da Casaleggio al “reggente” ma di fatto steso di pugno o comunque dettato da Grillo in persona al sottoposto Vito Crimi, hanno dissentito per primi i partecipanti alla consultazione. Uno dei quali, firmatosi Giuseppe Grillonr, non so cosa intendendo per r, ha scritto fra i cinquecento e più commenti che ho scorso: “Ora raccogliete i cocci, voi che avete detto sì, e cercate di farne un vaso di ferro. Ne avete bisogno in una palude tossica popolata da draghi, caimani e cazzari vivi e padani”. Ne sarà orgoglioso Marco Travaglio, vedendo quanto riesca bene a trasmettere ai suoi lettori concetti e parolacce, come un piromane con la benzina in una foresta da bruciare.

            Davide Casaleggio, come d’altronde Nicola Zingaretti nel Pd pensando alla partecipazione di Matteo Salvini alla maggioranza di unità o salvezza nazionale voluta personalmente dal presidente della Repubblica, o Silvio Berlusconi pensando alla partecipazione dei grillini, non ha forse torto a pensare, come dicevo, ad un governo “complicato”. Credo però che abbia torto a scommettere che uno come Draghi se ne lascerà travolgere, come è invece accaduto a Giuseppe Conte col suo secondo e anch’esso complicato governo, fatto di partiti impegnati sino al giorno prima a dirsene e darsene di tutti i colori. Eppure ancora oggi Marco Travaglio ha sentito il bisogno insopprimibile di tessergli l’elogio scrivendone come di quello “più sociale e lontano dalle lobby mai visto in Italia”. Manca la prece d’obbligo, politicamente parlando, s’intende.

 

 

 

 

 

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Silenzio, si vota…ma solo sotto le 5 Stelle, e in piena sicurezza sanitaria

            Dunque, si vota. No, Giorgia e fratelli, non montatevi la testa e non correte in piazza ad esultare per il fallimento del tentativo di Mario Draghi di formare il governo e per la resa di Sergio Mattarella alla richiesta della Destra di mandare gli italiani alle urne, rinnovando finalmente le Camere affollate di grillini dal 2018 e perciò paralizzate.

            Draghi sta preparando tranquillamente la lista dei ministri da portare al Quirinale per il suo “Ecogoverno”, come lo ha già battezzato Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. Il logo potrebbe essere quello creato da Beppe Grillo in persona sul suo blog personale, con l’Italia tutta verde infiocchettata dal tricolore. Altro che l’”ammucchiata” proposta con dileggio, e con tanto di fotomontaggio, da Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano, e con quel Draghi truccato da grillo, al minuscolo, dal fantasioso Vauro Senesi, sullo stesso giornale.

            Si vota, cara Giorgia e fratelli, solo sotto le 5 Stelle, dalle 10 alle 18 della giornata di oggi, in piena sicurezza sanitaria, senza bisogno di spostarsi da casa. Si vota al computer, purché iscritti alla “piattaforma Rousseau” di Davide Casaleggio, e su un quesito scritto di suo pugno da Grillo per farsi rispondere sì. “Sei d’accordo -ha chiesto il comico ai suoi spettatori a distanza- che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal Movimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi”. Punti, virgole, minuscole e maiuscole sono tutte, anche nella loro precarietà, del fondatore e garante del MoVimento. E pazienza se, una volta tanto, non può riconoscervisi Travaglio, che come “vero quesito” avrebbe preferito un bel sì o no all’”Ammucchiata” di cui sopra.

            Massimiliano Panarari si è chiesto con una certa preoccupazione se l’Italia, più ancora di Draghi che prepara la lista dei ministri e Mattarella che lo aspetta al Quirinale, può rimanere “appesa” ad una consultazione digitale sotto le 5 Stelle. Beh, una volta tanto mi sento non dico di difendere, ma di comprendere sì Grillo e la sua compagnia di giro. Che hanno i loro riti da rispettare, peraltro in modo abbastanza elastico e accomodante quando si tratta di conquistare o di conservare poltrone, potere e quant’altro.

             Per quanto Travaglio -sempre lui- e tutti gli altri malpancisti del MoVimento e dintorni siano in subbuglio e mobilitati nell’antimobilitazione, perseguendo un’affluenza digitale alle urne minima, da rinfacciare poi a Grillo e a tutti gli adoratori di quello che al manifesto  hanno chiamato oggi “il drago verde”, penso che né Draghi, al maiuscolo e al plurale, né Mattarella abbiano motivi di attendere con preoccupazione i risultati del referendum digitale pentastellato. Via, l’uno e l’altro hanno avuto ben altre occasioni di ansia nella loro vita.

            Ma a proposito di ansia lasciatemi manifestare un certo stupore per quella espressa dal presidente uscente del Consiglio Giuseppe Conte sulla maggioranza troppo larga delineatasi attorno a Draghi, che potrebbe “frenare l’esecutivo”. Lo ha detto lui, Conte, che ha guidato due governi entrambi caduti per l’immobilismo rimproveratogli da alleati che lo consideravano troppo condizionato dai veti dei grillini: Salvini nel 2019 e Renzi nel 2021, entrambi di nome Matteo, con una coincidenza anche d’analisi a dir poco diabolica.

 

 

 

 

 

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Matteo Renzi tra chi lo ringrazia per Draghi e chi lo maledice

Premetto che sarò ancora un po’ controcorrente tornando ad occuparmi di Matteo Renzi dopo quello che se n’è scritto anche qui, sul nostro Dubbio. E ora che la sicura formazione del governo di Mario Draghi appare a molti destinata ad oscurare chi pure, come Renzi appunto, ha quanto meno contribuito a spingere verso Palazzo Chigi l’ex presidente della Banca Centrale Europea. Di cui nei mesi scorsi, sempre da Palazzo Chigi, Giuseppe Conte aveva rivelato la “stanchezza” dopo tanta fatica a Francoforte, e il sostanziale disinteresse alla presidenza del Consiglio.

In una maggioranza così larga come quella delineatasi  da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, da Matteo Salvini a Nicola Zingaretti passando per tutte le sfumature di centro che abbiamo visto sfilare davanti a Draghi nelle consultazioni a Montecitorio, Renzi è ridotto a poco più di qualche briciola. I suoi starnuti non faranno più notizia. Draghi, pur dovendogli in qualche modo l’incarico, è riuscito insomma dove ha fallito Conte: a neutralizzare il fondatore di Italia Viva. Che potrebbe a questo punto essere definita dal solito Marco Travaglio, con l’abitudine che ha di storpiare i nomi che non gli piacciono, Italia morta, o sepolta, o morta e sepolta.

Beh, questa rappresentazione non mi convince, pur avendo appena avuto un’altra occasione per dolermi di Renzi: la scomparsa dell’ex presidente del Senato Franco Marini. Della cui candidatura a presidente della Repubblica, nel non lontano 2013, per quanto avanzata dal comune partito -il Pd- e sorretta anche dal centrodestra, che  ricordava e apprezzava la provenienza  dell’interessato dalla sinistra sindacale e anticomunista della Dc guidata dal compianto Carlo Donat-Cattin, proprio Renzi definì in un salotto televisivo “un dispetto al Paese”. E, assecondato nel Pd a sorpresa dall’allora segretario in persona Pier Luigi Bersani, volle che la prima, sfortunata votazione svoltasi nell’aula di Montecitorio su Marini, cui mancarono nel segreto dell’urna 157 dei 672 consensi necessari, fosse anche l’ultima. E si passò, dopo le schede bianche della seconda e terza, alla quarta votazione con un altro candidato, sempre del Pd, cui mancarono 109 dei 504 consensi necessari a quel punto della corsa al Quirinale: Romano Prodi. Anche in quel secondo fiasco o incidente, come preferite, molti avvertirono lo zampino del solito, disinvolto, spregiudicato Renzi.

Grazie a Dio, l’anagrafe gli aveva permesso, essendo nato solo nel 1975, di non concorrere nel 1971 all’affondamento della candidatura di Amintore Fanfani al Quirinale. E di quella successiva, all’interno dei gruppi parlamentari democristiani, di Aldo Moro.

Mi chiedo tuttavia se in politica si possono applicare a quanti la praticano gli stessi criteri di giudizio di un’amicizia, di una relazione sentimentale, della partecipazione ad un torneo di canasta o burraco.

Sergio Staino, un militante storico della sinistra e vignettista di grande valore e calore, che non perdona a Renzi la morte dell’Unità dopo avergliene affidato la direzione da segretario del Pd e insieme presidente del Consiglio, ha appena scritto sulla Stampa -in polemica con l’amico e compagno Massimo Recalcati, intervenuto da psicanalista sulla stessa Stampa in difesa di Renzi- che “ogni strada deve avere un cuore, se non lo ha è una strada sbagliata”. Parola di Carlos Castaneda, ha precisato Staino.

Ho una certa difficoltà, da vecchio cronista politico, a seguire il ragionamento di Staino, e Castaneda. Cuore e politica stanno come carattere e politica. E di un cattivo carattere sento di condividere quello che diceva Sandro Pertini, convinto che basta averne uno davvero perché risulti appunto cattivo. La politica è dura, si sa. Non è un pranzo di gala, come il mio amico Marini sperimentò di persona otto anni fa limitandosi tuttavia a dire, con la saggezza e il realismo di un vecchio combattente, soltanto questo: “Se me lo avessero detto che non piacevo, non mi sarei lasciato candidare”. Me lo ripetette nell’ultimo incontro che avemmo, alla vigilia del compimento dei suoi 87 anni. Di cui lui era fiero anche perché gli servivano -mi disse- a far capire a chi ne aveva contrastato la candidatura per la sua età che, se eletto, avrebbe portato a termine regolarmente “e sano di mente” il suo mandato di sette anni. Grandissimo e indimenticabile Franco.

Per quanto riguarda infine le sventure profetizzate a Renzi per la consistenza dannatamente modesta del suo nuovo partito, permettetemi di ricordare che anche la buonanima di Ugo La Malfa guidava una forza generalmente al di sotto persino del 2 per cento dei voti , eppure sempre decisiva negli snodi politici di gran parte della cosiddetta Prima Repubblica. Renzi certamente non è La Malfa, convengo, ma neppure Nicola Zingaretti è Enrico Berlinguer, o Aldo Moro, o Fanfani. E non parlo dei grillini. Ogni epoca ha i suoi uomini. Ed è consolante che di questi tempi ci sia uno come Mario Draghi, cui Sergio Mattarella ha potuto rivolgersi nell’intreccio di tante emergenze.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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