Renzi condannato per falso su Consip e dintorni dal tribunale di Travaglio

Prima o dopo doveva accadere. Ed è infine accaduto. Parlo dell’esplosione, per quanto metaforica, del Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che ha chiuso a suo modo, precedendo ancora una volta tutti i concorrenti, il lungo e controverso caso giudiziario e politico della Consip  e dei suoi appalti per le forniture alla pubblica amministrazione sentenziando inappellabilmente la condanna di Renzi per falso.

“Tutto quello che dice Renzi è falso”, ha appunto titolato in rosso  il giornale di Travaglio su tutta la prima pagina. Ma stiamo parlando di Renzi figlio,  Matteo, neppure indagato: non di Tiziano, il padre, indagato invece per il cosiddetto traffico d’influenze sugli allora amministratori della Consip ed altri dopo che un ufficiale di polizia giudiziaria, nel frattempo promosso da capitano a maggiore dell’Arma dei Carabinieri per invalicabili ragioni di anzianità di servizio, ha manipolato -secondo l’accusa della Procura di Roma- un’intercettazione telefonica.

Gli altri quotidiani, fermi alle notizie appunto dell’accusa della Procura romana, dove peraltro è indagato proprio per falso il famosissimo e quasi mitico sostituto procuratore Henry John Voodcock, in servizio a Napoli, sono stati dal canto loro condannati alla gogna mediatica da Travaglio -con tanto di editoriale- per la loro insipienza. Più semplicemente e banalmente essi raccoglierebbero le proteste di Renzi e amici contro gli abusi degli inquirenti, emersi peraltro dalle stesse indagini, solo per nascondere la propria asineria, diciamo così, cioè per avere rimediato una quantità ormai industriale di “buchi” procurati dall’invincibile concorrenza del Fatto Quotidiano. I cui inviati, redattori e telefonisti sanno arrivare nelle procure, nelle caserme e dintorni prima degli altri. E meno male che Travaglio si è fermato all’asineria, non avventurandosi a sostenere che quei buchi i suoi concorrenti li hanno voluti prendere apposta, solo per coprire Renzi e non segargli quel che gli rimane delle gambe sulla strada delle elezioni, prima in Sicilia e poi in tutta Italia.

Piuttosto, in un empito di generosità e colleganza, Travaglio non si dà pace di quanto sia caduto in basso il giornalismo rispetto ad un passato lontano e recente, quando tutti i quotidiani erano pieni di scoop giudiziari contro il potente di turno. In particolare, Travaglio ha citato -e rinfacciato soprattutto a Repubblica- i casi di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi. Cui aggiungerei quello di Clemente Mastella, costretto nel 2008 a dimettersi da ministro della Giustizia, e a trascinarsi appresso il secondo governo di Romano Prodi e l’intera legislatura, per un processo sulle assunzioni  sanitarie in Campania da cui è stato appena assolto con la moglie e altri imputati, ancora in primo grado, dopo più di nove anni dall’incriminazione.

Ma di Mastella e del suo caso Travaglio si è già affrettato a spiegare alla concorrenza insorta contro i tempi troppo lunghi dei nostri tribunali che ancora una  volta essa è incorsa in errori di informazione, cioè in asineria. L’assoluzione dell’ex ministro della Giustizia non solo non è definitiva, impugnabile dall’accusa, che aveva chiesto una condanna superiore ai due anni, tale quindi da farlo decadere  subito da sindaco di Benevento, qual è oggi, ma neppure importante perché è ancora in piedi un altro e più grave processo contro di lui per i fatti di più di dieci anni fa. Di questo secondo procedimento Travaglio naturalmente, a dispetto di noi altri, tutti ciucci, sa abbastanza per ritenere e prevedere una condanna. O una prescrizione, utile a salvare la faccia non si sa se più dei giudici o dell’imputato.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Consip, ecco l’ultima sentenza del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio

Ultimo non solo di nome, o soprannome.

Ciò che sorprende, inquieta e scandalizza di più, dell’affare Consip e dintorni, non è solo il racconto fatto alla prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura dal pubblico ministero di Modena Lucia Musti a proposito dell’esagitazione  antirenziana degli ufficiali di polizia giudiziaria agli ordini della Procura di Napoli, incaricati  a suo tempo di riferirle per competenza su alcuni aspetti delle indagini condotte in quella sede, ma la mancanza di effetti pratici. O la sproporzione, naturalmente in difetto, fra questi effetti e la gravità della situazione emersa dal racconto della magistrata, risalente al 17 luglio sorso.

Ci sono voluti incredibilmente quasi due mesi -dico due- perché dal Consiglio Superiore della Magistratura partisse un rapporto alla Procura di Roma, che si occupa già da tempo di quegli ufficiali di polizia giudiziaria e del sostituto procuratore che si avvaleva della loro collaborazione: naturalmente il noto, anzi notissimo Henry John Voodckok, o come altro si scrive il suo nome, indagato -si è appena appreso- anche per falso.

Non si capisce francamente perché negli uffici del Csm abbiano impiegato tanto tempo per informare gli inquirenti di una deposizione così esplosiva, per quanto la prima commissione davanti alla quale essa è avvenuta sia presieduta da un consigliere laico, cioè di elezione parlamentare, non certamente considerabile ostile al segretario del Pd Matteo Renzi: il suo corregionale, peraltro, Giuseppe Fanfani.

Evidentemente la politica si sente così sotto scacco che ha paura di muoversi con la tempestività cui avrebbe pure diritto, data la posta in gioco, tradotta in “eversione” da una dichiarazione attribuita al presidente del Pd Matteo Orfini. Cui si sono aggiunti molti altri esponenti, fra i quali anche chi frettolosamente era stato iscritto d’ufficio da giornali e da colleghi di militanza politica fra gli insofferenti della leadership del segretario, pronto a sferrargli alla prima occasione, con esponenti della minoranza, il colpo di grazia: il ministro dei beni culturali Dario Franceschini.

Oltre ai tempi del Consiglio Superiore della Magistratura, lasciano molto a desiderare anche quelli dell’Arma dei Carabinieri, già nei guai -e che guai- per la vicenda di Firenze, dove due militari sospesi na non ancora rimossi, accusati di stupro da due studentesse americane, hanno confessato di avere fatto sesso con loro, scambiandole per consenzienti, dopo averle accompagnate a casa, di notte, da una discoteca con la loro macchina di servizio. Ciò sarebbe dovuto bastare e avanzare per cacciarli subito dall’Arma.

Gianpaolo Scafarto, già sotto indagine con l’accusa di avere manipolato una intercettazione provocando o contribuendo a provocare il coinvolgimento del padre di Renzi nelle indagini sulla Consip, è stato nel frattempo promosso da capitano a maggiore. Ne aveva diritto per questioni di automaticità di carriera, hanno spiegato al Comando dell’Arma convincendo, nella migliore delle ipotesi, qualche centinaio di addetti ai lavori, non certamente i milioni di lettori, ascoltatori e telespettatori che hanno avuto modo di apprendere questa precisazione.

Un ufficiale dei Carabinieri ancora più in alto, il colonnello Sergio De Caprio, noto come Ultimo almeno dai tempi della cattura di Totò Riina, ha reagito all’accusa di esagitazione antirenziana, smanioso cioè di vedere la famiglia Renzi travolta dalle indagini cui lui collaborava col suo reparto ambientalista, ha minacciato querele. Temendo le quali probabilmente qualche giornalista si tratterrà dallo scriverne. E’ una minaccia legittima, per carità, per quanto discutibile. Ma non credo proprio che sia legittimo il contenuto politico di un suo mezzo proclama di attacco alla politica e ai politici per il “tozzo di pane” in cambio del quale i Carabinieri – con una discrezione peraltro superiore ad altre forze dell’ordine- farebbero il loro lavoro, finalizzato a moralizzare sul piano legale e sociale questo Paese troppo appesantito da ingiustizie e sperequazioni.

Un mezzo proclama, ho scritto trattenendomi dalla tentazione del proclama intero, come deve essere invece apparso a quell’ascoltatore di Prima Pagina, su Rai 3, che questa mattina ne ha fatto gli elogi contrapponendo a suo modo la purezza e la sensibilità sociale dei Carabinieri, a parte -si spera-  quei due che a Firenze l’hanno fatta grossa come una casa, o un grattacielo, alla corruzione e alla insensibilità della politica.

Ecco quali sono i frutti della reazione di un ufficiale della Benemerita, purtroppo ultimo non solo di nome o di soprannome, quanto meno per questione di tempo: ultimo cioè a fare dichiarazioni sconcertanti.

 

 

 

 

 

Ripreso da www,formiche.net col titolo: Consip, Renzi, Ultimo e le dichiarazioni sconcertanti

Interrotto per fortuna il gemellaggio fra il Giornale e il Fatto

Meno male. Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale della famiglia Berlusconi fondato nell’ormai lontano 1974 da Indro Montanelli, ha interrotto il gemellaggio col Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, consumatosi con analoghi titoli contro il cosiddetto vitalizio appena maturato legittimamente da circa 600 parlamentari di prima elezione: tutti sottoposti dall’inizio della legislatura alle regolari e sostanziose trattenute per i contributi previdenziali. Lo ha interrotto con un lodevole editoriale contro la solita sceneggiata dei grillini, che  credono di salvarsi la coscienza annunciando una rinuncia di là da venire, al compimento cioè dei 65 o dei 60 anni, a seconda dei casi, da parte dei loro attuali deputati e senatori, o portavoce, come preferiscono chiamarsi. Campa cavallo che l’erba cresce, come dice un vecchio e saggio proverbio. Più lineari -ha osservato il direttore del Giornale– sarebbero state le loro tempestive dimissioni dal Parlamento, prima che maturassero la pensione che in silenzio potranno riscuotere a tempo debito.

Il caso ha comunque voluto che, prima ancora di conoscere l’editoriale felicemente correttivo di Sallusti, resosi probabilmente conto dell’enormità della scivolata del giorno precedente, il blog delle  5 stelle aveva sferrato un violentissimo attacco al Giornale reagendo non si è ben capito a quale “falsa notizia” contro i grillini diffusa -presumo- di recente. Il sito pentastellato non aveva evidentemente ritenuto di fare sconti di fronte a quei due titoli galeotti che aveva accomunato lo stesso Giornale e il quotidiano fiancheggiatore di Grillo nella campagna demagogica contro tutto ciò che sa di parlamentarismo, e quindi di democrazia.

Bene, bene. “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente”, diceva Mao tra una fase e l’altra della sua lunga rivoluzione, e relative nefandezze, rosse anche di sangue.

Demagoghi in lutto per i vitalizi dei parlamentari di prima elezione

Incredibile ma vero. Sono gli scherzi della demagogia tossica, nella politica e nel giornalismo. Due quotidiani che più lontani non dovrebbero essere, quello fondato nel 1974 da Indro Montanelli, oggi di proprietà della famiglia Berlusconi, e quello diretto da Marco Travaglio, sono ormai maturi per una fusione, o almeno un gemellaggio.  Che è anticipato dagli stessi titoli dedicati, e lo stesso feroce spirito polemico, al fatto del giorno, diciamo così.

Manca solo il lutto al braccio dei grillini, e degli altri demagoghi di complemento, perché oggi,  venerdì 15 settembre 2017, tutti i deputati e senatori eletti per la prima volta nel 2013 in questa diciassettesima legislatura sopravvissuta miracolosamente a tutti i rischi di elezioni anticipate fra i quali era cominciata, hanno maturato il diritto al cosiddetto vitalizio. Che, al pari di tutti gli altri nelle loro condizioni, cioè di prima elezione o nomina, come si dice in gergo tecnico, potranno riscuotere a 65 anni di età qualcosa come ottocento euro mensili netti, calcolati col sistema contributivo. Che potranno superare i mille euro, sempre netti, ed essere percepiti a 60 anni per quei fortunati che riusciranno ad essere ricandidati e rieletti per un’altra legislatura ancora, la diciottesima, se riuscirà a superare anch’essa la soglia dei quattro anni, sei mesi e un giorno rispetto ai cinque anni della durata ordinaria, com’è accaduto appunto a quella infelicemente in corso. Non a caso, d’altronde, i grillini si sono dati internamente la regola dei due mandati, che è anche un incentivo alla fedeltà, per quanto non riuscito perché non si contano ormai i loro fuoriusciti dai gruppi parlamentari.

Parlo di legislatura infelicemente in corso non perché, come sostengono sempre i grillini e i loro imitatori, fra i quali purtroppo si arruolano di tanto in tanto anche Matteo Renzi e i suoi pretoriani, alcune centinaia di parlamentari – circa seicento- hanno maturato il cosiddetto vitalizio, per quanto inferiore a quelli acquisiti dai meno giovani negli anni passati col sistema retributivo, ma perché questa legislatura è politicamente morta il 4 dicembre dell’anno scorso, con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale. La si sta trascinando a fatica nei marosi inevitabili di una campagna elettorale lunghissima, che solo gli ipocriti si ostinano a ignorare pretendendo che un Parlamento di fatto delegittimato produca ancora leggi, fra le quali ve n’è una, già approvata alla Camera con una maggioranza anomala di grillini, leghisti, sinistra e Pd, al netto dei dissensi interni esplosi al Senato, che vorrebbe tagliare di quasi la metà, dal 40 a più del 50 per cento, i vitalizi liquidati col sistema retributivo e percepiti da circa 2600 ex parlamentari o coniugi odiosamente o scomodamente in vita, secondo i gusti e le opinioni di grillini e simili, accomunati dall’abitudine di vedere “privilegi” in tutto e in tutti e  dal desiderio di tagliarli con la scimitarra.

In questa furia demagogica, che gratta la pancia dell’elettorato peggiore inseguendone i voti, con un fanatismo degno di miglior causa, non sono ammesse pause di riflessione o richieste di buon senso, oltre che di umanità. Tali potrebbero essere quelle, per esempio, di escludere dai tagli gli ultraottantenni, giusto per farli morire, come si dice in pace, e di limitare gli interventi ai percettori di più trattamenti pensionistici, o di collegarli ai redditi ricavabili dalle loro denunce fiscali. No, non sono e non debbono essere ammesse deroghe.

I tagli dovranno essere, secondo la logica di questi barbari travestiti da moderni, indiscriminati e rapidi. Ma anche propedeutici, nonostante le deboli smentite degli amici di Renzi, ai progetti da macelleria sociale come quelli da tempi coltivati dal presidente dell’Inps Tito Boeri, che vorrebbe ricalcolate col sistema contributivo, e quindi tagliate di oltre un terzo, tutte le vecchie, ordinarie pensioni liquidate col sistema retributivo e superiori non si è ancora capito bene se ai 2500 o ai 3000 euro lordi mensili.

La confusione, al solito, è massima. E massimo naturalmente è anche l’allarme sociale, del quale i demagoghi se ne strabattono facendo spallucce, come mi è capitato personalmente di vedere, a chi parla di terrorismo sociale, e non solo di allarme.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le demagogie su vitalizi e pensioni

Un coccodrillo alla Consulta, come la mucca al Nazareno

Se sono vere le lacrime, o le preoccupazioni, attribuite agli illustrissimi giudici della Corte Costituzionale in un retroscena del Corriere della Sera raccontato qualche giorno fa dal segugio Francesco Verderami, si deve aggirare nel Palazzo della Consulta, che peraltro si affaccia sulla piazza del Quirinale, un coccodrillo. Che speriamo si fermi lì e non si trasferisca nel palazzo dirimpettaio del presidente della Repubblica eludendo la sorveglianza dei Corazzieri.

Di animali nei palazzi romani della politica e del potere ne ha già visti d’altronde l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani con la metafora della mucca -ricordate?- accasatasi tra l’indifferenza  di Matteo Renzi negli uffici e nei corridoi del Nazareno. Ma già prima lo stesso Bersani aveva avvertito la presenza di un tacchino sui tetti della sede del suo partito. E’ stato anche per sfuggire a questa specie di zoo che il poveretto ha preferito andarsene via con altri compagni, fra i quali Massimo D’Alema, e allestire un altro partito in via Zanardelli, a due passi dal Vaticano, da Castel Sant’Angelo e dal Palazzaccio della Corte di Cassazione, al di là del Tevere. Speriamo che non veda o avverta animali anche nella sede del suo nuovo partito e non ne allestisca un altro ancora.

Le lacrime, o preoccupazioni, della Corte Costituzionale sono di coccodrillo perché gli illustrissimi giudici piangono di ciò che in fondo hanno fatto loro stessi, se a farli soffrire è la prospettiva di elezioni politiche in primavera con le leggi, diverse per il Senato e per la Camera, che  sono in vigore: leggi che proprio loro -ripeto- hanno confezionato lavorando di forbici su quelle approvate dal Parlamento e giunte nella loro sartoria dai tribunali della Repubblica grazie ai ricorsi presentati da chi dubitava della loro costituzionalità.

I giudici della Corte Costituzionale hanno  quindi scoperto all’improvviso che le leggi da loro confezionate con le forbici della dottrina produrrebbero un Parlamento ingovernabile, tanto sono diverse l’una dall’altra. Eppure furono proprio loro, consapevoli della necessità di non lasciare vuoti  in una materia così delicata e vitale come quella elettorale, ad emettere insieme con le loro sentenze il certificato di immediata applicabilità delle norme tagliate e cucite con le proprie forbici, i propri aghi e i propri fili. Ripeto: immediata applicabilità, anche nel caso quindi in cui le Camere non avessero voluto o saputo o potuto intervenire nuovamente per cambiarle, come sta appunto avvenendo.

Adesso che avvertono non dico l’indifferenza ma la paralisi del Parlamento prodotta dai contrasti fra i vari partiti, e anche al loro interno, in un intreccio torbido di convenienze opposte, i giudici costituzionali piangono e soffrono. Ma soffrono anche con l’apostrofo, nel senso che -a leggere altri retroscena o cronache giornalistiche- non si tirerebbero indietro, morirebbero anzi dalla voglia di intervenire daccapo se altri tribunali, o gli stessi che vi hanno proceduto in passato, tornassero a rivolgersi alla sartoria della Consulta accogliendo nuovi ricorsi di cui già pullulano le cancellerie.

In questo caso i furbetti della politica, a cominciare naturalmente dall’ormai odiatissimo segretario del Pd Matteo Renzi, sospettato di volere lasciare le cose come stanno perché gli farebbero comodo, se la prenderebbero in saccoccia a pochi metri dal traguardo, cioè sulla soglia della fine davvero della legislatura e all’inizio delle procedure per mandare gli italiani alle urne con le regole ancora una volta volute, a quel punto, dalla magistratura. Tale è infatti, sia pur di aulica garanzia, anche quella della Corte Costituzionale, composta per un terzo da giudici eletti dalle Camere, per un altro terzo da giudici nominati dal capo dello Stato e per il resto, come dice l’articolo 135 della Costituzione, da giudici espressi “dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative”.

    D’altronde, questa dell’Italia, da parlamentare come la vollero i cosiddetti padri costituenti è diventata da tempo nei fatti una Repubblica giudiziaria.  Finirà prima o poi per accorgersene, viste le riflessioni autocritiche alle quali si è abbandonato di recente pensando alle sue esperienze di pubblico ministero -e che pubblico ministero- e di politico, anche Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perché quelle della Corte Costituzionale sulla legge elettorale sono lacrime di coccodrillo

I tempi vergognosi dell’assoluzione (neppure definitiva) di Mastella

Mi spiace davvero di non poter partecipare alla festa dell’amico Clemente Mastella per l’assoluzione che ha appena rimediato in primo grado, a distanza di più di nove anni, quasi dieci, dalle accuse che lo travolsero nelle prime settimane del 2008 da ministro della Giustizia -e la moglie da presidente del Consiglio regionale della Campania- per traffici, diciamo così, di nomine nel settore della sanità. Su cui l’allora suo partito -l’Udeur- avrebbe costruito buona parte del suo patrimonio clientelare ed elettorale, per cui comparve agli occhi della gente comune come una mezza associazione a delinquere.

“Sono contento -ha commentato Mastella reindossando per un momento, sia pure metaforicamente, i panni alquanto disinvolti di un  Guardasigilli di questa curiosa Repubblica che è l’Italia- per la giustizia perché questa sentenza conferma che la giustizia, appunto, esiste e bisogna crederci, anche quando i tempi sono lunghi”.

Se lo avessi davanti o al telefono, di primissima mattina, quando scrivo, gli chiederei: “Ma, Clemente, ci fai o ci sei ? Ti permetti di chiamare ancora giustizia, magari anche con la maiuscola che per decenza  ha tolto chi ha raccolto il tuo commento, quella che impiega più di nove anni, quasi dieci, per emettere una sentenza di primo grado, poco importa a questo punto se di assoluzione o di condanna ?”. In entrambi i casi, infatti, ritengo che proprio per i tempi impiegati giustizia, sempre al minuscolo, non è fatta, ma sfatta.

Ci sono voluti quasi dieci anni perché dei giudici si decidessero a credere ciò che l’allora governatore della Campania, l’adesso pensionatissimo Antonio Bassolino, disse e chiarì agli inquirenti, cioè di avere disposto le nomine contestate a Mastella senza averne minimamente subìto pressioni o quant’altro, semplicemente muovendosi nel libero e legittimo esercizio delle sue prerogative istituzionali e politiche.

In questa vicenda che porta il nome di Mastella, ma ha avuto molti altri imputati, tutti assolti con lui, non si è sfatta solo la giustizia. Si è sfatta, o è stata sfatta dalla magistratura, anche la politica perché non dimentichiamo che con le dimissioni dell’allora ministro Mastella cadde anche il secondo governo di Romano Prodi, che a sua volta si trascinò appresso la legislatura cominciata solo due anni prima. Poi altri magistrati ancora hanno permesso  ai soliti manipolatori di ricostruire a loro modo la storia, diciamo così, attribuendo la crisi ad una operazione di compravendita di parlamentari da parte di Silvio Berlusconi, allora alla guida dell’opposizione.

Giustizia è sfatta con la tardiva sentenza di assoluzione di Mastella, felice forse soprattutto per avere evitato con una ingiusta condanna, sia pure solo di primo grado, anche la decadenza dall’attuale carica di sindaco di Benevento, per quanto eletto direttamente dai cittadini, anche alla luce di un articolo della Costituzione che grida vendetta per la sua ingenuità, o ipocrisia, come preferite. E’ esattamente l’articolo 111, faticosamente modificato nel 1999 all’insegna addirittura del garantismo. Esso dice, fra l’altro: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio delle parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”.

Sì, avete letto proprio bene. La Costituzione reclama e assicura al tempo spesso una “ragionevole durata” del processo. Vi sembrano “ragionevoli” i quasi dieci anni impiegati per arrivare alla sentenza di primo grado su Mastella? Direi, piuttosto, irragionevoli. Come irragionevole è la legge che consentirebbe adesso alla pubblica accusa di appellarsi e non rendere così definitivo il verdetto di assoluzione emesso dopo tanto tempo. Irragionevole e scandalosa.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto l’ingiusto processo contro Clemente Mastella

Quella missione speciale e sospetta di Sgarbi in Sicilia

“Corro per vincere”, aveva simpaticamente esagerato il solito Vittorio Sgarbi annunciando la propria candidatura a governatore della Sicilia nelle elezioni del 5 novembre. E poi designando a titolo lodevolmente risarcitorio, dopo le note peripezie giudiziarie, per l’assessorato alla legalità Bruno Contrada e alla sicurezza il generale Mario Mori. Che ha però rifiutato preferendo dare una mano al centrodestra nel movimento di Stefano Parisi: una mano che evidentemente Sgarbi, correndo in proprio, ha voluto negare in campagna elettorale, sino a procurarsi una telefonata apparentemente preoccupata di Silvio Berlusconi. Che sembra averlo compiaciuto ma non convinto, sinora, a ripensarci.

E’ sempre bizzarro, come si sa, il mio amico Vittorio. Bizzarro, ma per niente sprovveduto, perché politicamente egli è astuto come una volpe, almeno fino a quando il suo carattere non gli prende la mano e non gli fa fare lo scorpione in groppa alla rana.

Ci sarà stata pure una ragione per la quale l’ex parlamentare già sottosegretario di Berlusconi con la sua candidatura ha voluto sfidare in Sicilia anche, o soprattutto, il post-missino Nello Musumeci. Che corre per la terza volta, affiancato questa volta come vice dall’”indignato” Gaetano Armao, ormai di casa ad Arcore.

Se dovessero risultare confermati i sondaggi che attribuiscono generosamente a Sgarbi dal 3 al 5 per cento dei voti, specie ora che gli ha confermato l’appoggio l’ex governatore votatissimo Totò Cuffaro, e al centrodestra dovessero mancarne altrettanti per prevalere sul candidato grillino Giancarlo Cancellieri, o su quello concordato fra Matteo Renzi, Leoluca Orlando e Angelino Alfano, cioè il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari, nei panni di guastafeste Sgarbi dovrebbe tenersi a lungo lontano dai vari Renato Brunetta. Che in Forza Italia già cantano vittoria e scommettono sulla replica nazionale del centrodestra dopo qualche mese. Non parlo poi della prevedibile reazione furente di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, per i quali una vittoria sarebbe doppia avendo imposto il loro candidato ad un Berlusconi forse più scettico che entusiasta, visti i due tentativi già falliti di Musumeci di vincere in Sicilia.

Sgarbi sarebbe speculare a Claudio Fava, che a sinistra, sempre in Sicilia, si è spavaldamente proposto di far perdere la partita a Micari, e a Matteo Renzi, a causa dell’apparentamento con gli uomini dell’odiato Angelino Alfano.

 

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Ma il problema è che con uno Sgarbi guastafeste non è per niente detto che Berlusconi –telefonate di questi giorni a parte- si strapperebbe le vesti come il suo capogruppo alla Camera. In fondo -sussurrano i soliti retroscenisti- un infortunio al centrodestra in Sicilia non dispiacerebbe più di tanto all’ex presidente del Consiglio per l’uso che Salvini un giorno sì e l’altro pure mostra di voler fare di un successo, in funzione cioè di un centrodestra nazionale a trazione finalmente leghista e non più forzista, come nelle precedenti edizioni.

E’ una prospettiva, quest’ultima, che Berlusconi, anche lui un giorno sì e l’altro pure, mostra di non gradire per niente. E quanto più lo mostra, più Salvini lo incalza, per non dire peggio, mosso dall’eterna e per niente nascosta preoccupazione che Berlusconi dopo le elezioni politiche nazionali, ormai destinate a svolgersi con un sistema sostanzialmente proporzionale, abbia in mente e nel cuore altre coalizioni, altre maggioranze, altri alleati, cioè l’altro Matteo: Renzi. Che sa bene, a sua volta, di non poter contare per varie ragioni, politiche e personali, sull’aiuto di Berlusconi per tornare a Palazzo Chigi, ma ha anche imparato nel frattempo, grazie al successo dell’operazione Gentiloni da lui stesso voluta dopo la batosta referendaria del 4 dicembre scorso, che le carte si possono dare più facilmente da segretario del partito che da presidente del Consiglio. Lo dimostrano d’altronde i 50 anni e più di potere della Democrazia Cristiana, che diede la carte sia quando riuscì a guidare direttamente i governi sia quando lasciò che a guidarli fossero i propri alleati, piccoli o grandi che fossero, paciosi o baldanzosi, come le buonanime, rispettivamente, di Giovanni Spadolini e di Bettino Craxi.

Erano altri tempi, d’accordo: quelli della cosiddetta Prima Repubblica, che non erano poi così male, visto che si è appena deciso a rimpiangerli, e rivalutarli, persino uno come Antonio Di Pietro. Sì, proprio lui, Tonino per gli amici, che di quella Prima Repubblica è generalmente considerato, e non a torto, il becchino con i suoi metodi spicci di pubblico ministero e poi anche di politico, partecipe di entrambi i governi di Romano Prodi.

 

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La rappresentazione dietrologica di un Berlusconi intimamente e furbescamente sollevato da una sconfitta del suo centrodestra in Sicilia mi fa tornare alla mente l’arrabbiatura che feci prendere nel 1997 al compianto don Gianni Baget Bozzo, a cena col comune amico Gaetano Rebecchini, quando gli diedi la mia versione “a naso” della bocciatura di Giuliano Ferrara nel collegio senatoriale del Mugello. Dove fu eletto proprio Antonio Di Pietro, candidato in pratica da Massimo D’Alema in un posto blindatissimo della sinistra.

Lo spauracchio della vittoria di Ferrara, orgogliosamente passato negli anni precedenti dal Pci all’odiatissimo Psi di Craxi, fece convergere su Di Pietro molti voti di sinistra controvoglia, che diversamente sarebbero andati ad Alessandro Curzi, il mitico direttore di “Telekabul”- come gli avversari definivano il suo Tg 3- candidato linearmente da Fausto Bertinotti.

Berlusconi -perfidamente se apposta e fortunatamente se a caso- si tolse dallo stomaco in senso politico Di Pietro, collocatosi finalmente e stabilmente a sinistra dopo essere stato corteggiato allo spasimo, all’interno del centrodestra, dai post missini: tanto allo spasimo che Berlusconi nel 1994, formando il suo primo governo, aveva dovuto offrirgli, col consenso entusiastico dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, l’incarico di ministro dell’Interno. Ma Di Pietro aveva ringraziato rifiutando: anche allora -credo- col sollievo di Berlusconi.

 

 

 

 

 

Ripreso da wwww.formiche.net col titolo: Che cosa sta escogitando Silvio Berlusconi in Sicilia ?

Pubblicato su Il Dubbio del 13 settembre 2017 col titolo: Sgarbi candidato in Sicilia. Così potrebbe favorire Berlusconi

 

 

 

 

 

        

Da Livorno a Roma vaffa dei grillini contro la natura

Nel decimo anniversario dei primi vaffa gridati dal comico Beppe Grillo in versione politica, appena festeggiati pur con la sobrietà imposta dalla svolta moderata impersonata a Cernobbio dal solito Luigi Di Maio, il “borghese” vice presidente grillino  della Camera elogiato con compiaciuta ironia da Mario Monti, si sprecano fra i pentastellati le imprecazioni contro la natura, irrispettosa delle loro ambizioni di governo. Ma anche contro i soliti organi governativi non ancora nelle loro mani, che con sadismo non avrebbero saputo, o voluto, allertare a dovere i sindaci a 5 stelle di Livorno e di Roma: le due città che adesso si scambiano il maltempo, con relativi inconvenienti, e non soltanto gli assessori.

Se non ci fossero i morti di Livorno a trattenerci, potremmo fare ironie feroci quanto la natura contro le proteste del sindaco di quella città, Filippo Nogarin,  per via dei colori dell’allerta  regionale ai quali si è aggrappato non dico per lavarsi le mani nel fango, ma almeno per alleggerirsi delle responsabilità che in certe circostanze hanno quasi inevitabilmente anche gli amministratori comunali.

Invece per Roma, senza straripamenti di fiumi e torrenti colpevolmente interrati dalle precedenti e odiate amministrazioni, quelle tre ore soltanto di pioggia a rovescio che sono bastate a mettere in ginocchio e sott’acqua l’intera Capitale, dove neppure i tombini riescono ad essere mantenuti a dovere, non consentono attenuanti.

La sindaca Virginia Raggi e i suoi colleghi di partito meritano di subire gli stessi sberleffi da loro riservati non più tardi di due o tre anni fa, quando coprirono di insulti l’allora sindaco Ignazio Marino, già pericolante di suo in Campidoglio. “SottoMarino#dimissioni”, tuittò da Montecitorio il deputato Alessandro Di Battista unendo l’acqua piovana della Capitale e quella marina dove il sindaco andava ad immergersi per tenersi lontano dagli agguati, veri o presunti, dei suoi amici o compagni di partito. Che alla fine dovettero detronizzarlo ricorrendo a un notaio. “Gonfiare i gommoni”, tuittò invece proprio la Raggi, allora consigliere comunale d’opposizione, a un annuncio di previsioni di pioggia sulla città.

In effetti, ce ne volevano di gommoni ieri, domenica 10 settembre, per muoversi a Roma dopo solo tre ore- ripeto- di pioggia a rovescio. Che peraltro è caduta anche sulla città giudiziaria, dove pare che stia maturando il rinvio a giudizio della sindaca per falso, che non è il solito e quasi professionale reato di abuso d’ufficio per un amministratore locale, in ordine alla vicenda dei fratelli Marra: uno capo del personale, poi arrestato per altre faccende, e l’altro promosso da vice comandante dei vigili urbani a capo del dipartimento del turismo.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Da Livorno a Roma: tutti i vaffa a 5 stelle di Nogarin e Raggi 

Di male in peggio la vicenda fiorentina degli stupri in divisa

Uno dei due Carabinieri indagati dalla magistratura per stupro a Firenze e sospesi dall’Arma, rigorosamente bianchi e in divisa, si è dunque presentato in Procura per confessare di avere fatto sesso con la studentessa americana diciannovenne che l’ha denunciato, ma sostenendo di non averne abusato perché lei era consenziente, anzi “più che consenziente”. Insomma, sarebbe stata lei a prendere l’iniziativa. “Chiamatemi cretino, ma non stupratore”, avrebbe detto il militare al magistrato. Lo sventurato, come la monaca di Monza a genere rovesciato, si sarebbe limitato a rispondere, cioè a cadere in tentazione.

Già un cretino in divisa, nonostante le tante barzellette da sempre  in circolazione proprio sui Carabinieri, è obiettivamente un problema, e non solo per il corpo militare di appartenenza, anche se il comandante generale Tullio Del Sette si è doluto dell”’imperdonabile gravo danno procurato all’Arma” dai due indagati, come se fosse stata e fosse solo quella  -l’Arma Benemerita- ad uscire con le ossa rotte dalla vicenda. E non anche, e più in generale, lo Stato. Che è l’ultima cosa, non la prima, alla quale siamo in troppi a pensare in questo Paese, dove ognuno generalmente pensa per sé e nessuno o pochi agli altri.

Ma qui il carabiniere confesso non è purtroppo solo un cretino. Egli ha mostrato una concezione criminale della legge, per la cui applicazione a suo tempo chiese e ottenne l’arruolamento. Definire consenziente al sesso, anzi più che consenziente, ripeto, una ragazza  sicuramente ubriaca e forse anche drogata non è solo da cretino.

Delle due studentesse conosciute e avvicinate al bar di una discoteca, e poi caricate sull’auto di servizio per essere accompagnate a casa, credo in deroga ad ogni regolamento perché se provate a chiedere un passaggio ad una “gazzella” dei Carabinieri vi chiedono quanto meno se non siete fuori di testa; delle due studentesse, dicevo, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti una era tanto ubriaca da un reggersi sulle gambe e l’altra era in stato confusionale. Non so francamente -e neppure mi interessa più di tanto sapere- a quale delle due sia capitato il sesso col carabiniere confesso, ma sono esterrefatto all’idea che un uomo, per giunta in divisa, possa averla ritenuta consenziente, e non capirne quello che l’avvocato della poveretta, codice alla mano, ha giustamente definito stato di inferiorità psichica o fisica.

L’unica cosa che mi consola, di fronte agli sviluppi delle indagini sulla brutta vicenda fiorentina, secondo il mio modestissimo avviso molto più grave e inquietante degli stupri recentemente consumati a Rimini da immigrati ubriachi e drogati, è che si sia astenuto dallo  scriverne di nuovo sul Giornale della famiglia Berlusconi il direttore Alessandro Sallusti dopo avere contestato la possibilità o l’opportunità, o entrambe, di paragonare i due fatti.

Rinnovo pertanto i ringraziamenti al vignettista Vauro Senesi per avere restituito, pur sul faziosissimo Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, un po’ di decenza al giornalismo italiano facendo dire ad un negro che non tutti i Carabinieri sono stupratori.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Firenze, le ragazze americane, i Carabinieri e la doppia vergogna

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