Il mondo col fiato sospeso e lui, Trump, con quel pugno infilato nel guantone nero

            Vi giuro che non c’entrano nulla quei “Giuseppi” lanciati come due palle a Conte l’anno scorso, una per la maggioranza con la quale aveva governato sino al giorno prima e l’altra per la nuova su cui stava trattando più o meno dietro le quinte per restare a Palazzo Chigi sino alla fine ordinaria, addirittura, della legislatura cominciata nel 2018. Eppure il maggiore partito uscito dalle urne aveva già perduto per strada metà dei voti nelle occasioni avute dagli italiani per tornare in cabina. Nell’antipatia che sto per esprimere, o ribadire, nei riguardi del presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump c’è dell’altro.

            La diffidenza verso Conte per la disinvoltura con la quale ha svolto sinora il suo ruolo oggettivamente improvvisato di presidente del Consiglio, avendo fatto tutt’altro mestiere prima di arrivare a Palazzo Chigi, limitata nei suoi danni solo dalla crescente e sempre meno silenziosa supplenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, non influisce minimamente su quella che mi ispira Trump. Il quale probabilmente, per come vanno le cose da un certo tempo a questa parte anche otre Atlantico, Uniti, fatto e detto le stesse cose con e per qualsiasi inquilino del lontanissimo palazzo romano di Piazza Colonna.

            Mi basta e avanza per confermare la diffidenza verso Trump quel guantone nerissimo da pugile alzato mentre si contavano i voti degli americani per festeggiare una vittoria materialmente non ancora conquistata e al temo spesso per minacciare di prendere a pugni il concorrente qualora lo avesse davvero sorpassato, e comunque per contestarne l’eventuale successo con pratiche che in Italia definiremmo giudiziarie, tra carte bollate, avvocati, avvocaticchi e magistrati dagli umori non meno variabili di quelli di casa nostra. Ho scritto casa, badate bene, non cosa, e tanto meno con la maiuscola. Per fortuna Trump ha mostrato, fra l’altro, nei suoi quattro anni di regno di non avere grande considerazione delle Nazioni Unite. Avrebbe già chiamato i caschi blu per sorvegliare seggi e poste americane.

            Già sbeffeggiato dal Covid, d’altronde in numerosa compagnia dappertutto, dal terrazzo della sua Casa Bianca Trump con quel guantone, quel pugno, quello stile e quella vigoria tutta studiata, solida come la cartapesta, non potrà andare lontano: non molto più lontano di dove sia già arrivato tenendo tutto il mondo col fiato sospeso: tutto l’opposto dell’America alla quale si era abituata almeno la mia generazione, sia pure chiusa a scopo cautelativa da Giovanni Toti, il governatore della Liguria, in qualcuno degli armadi delle sue residenze.

            Entro in officina per ragioni di cuore scommettendo sulla vignetta di Makkox per Il Foglio, cioè su Joe Biden. Va bene, l’ex vice di Obama finirebbe il suo mandato a  82 anni: quanti ne aveva Sandro Pertini -ho sentito ricordare in qualche trasmissione televisiva con un certo scetticismo- al momento dell’elezione a presidente della Repubblica italiana, nel 1978. Sette anni dopo, se fosse dipeso da lui, avrebbe raddoppiato. Ed è stato, anzi è nella memoria degli italiani il presidente forse più rimpianto fra quelli succedutisi al Quirinale, senza offesa per i morti e per i vivi.  

 

 

 

 

 

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Più di Giuseppe Conte vale la coppia realizzata con Sergio Mattarella

Quando finirà -perché tutto finisce ad un certo punto anche in politica- questa curiosa, anomala e non so cos’altro ancora vicenda di una legislatura a dir poco capricciosa, nata con una maggiorana e proseguita con un’altra di segno opposto, sempre guidata dalla stessa persona arrivata in politica davvero per caso, chi ne vorrà raccontare davvero la storia con dati inoppugnabili, e tentarne anche un’analisi psicologica, oltre che politologica e istituzionale, non potrà davvero fare a meno delle 243 pagine scritte dal mio amico Paolo Armaroli per le edizioni La Vela. Il libro s’intitola “Conte e Mattarella- Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale- Un racconto sulle istituzioni”.

Non so francamente se Paolo sia più un professore, già ordinario di diritto pubblico e comparato e docente di diritto parlamentare nell’Università di Genova, nonché di Storia delle Costituzioni nell’Università di Firenze, prestato al giornalismo per la facilità e brillantezza con cui scrive, facendoti capire anche l’incomprensibile, o un giornalista prestato alla docenza, e per una legislatura persino alla politica, nella tredicesima legislatura. Allora fu capogruppo di Alleanza Nazionale alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, componente della Giunta del regolamento e della famosa Commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema.

Mi consola l’idea che anche il mio maestro Indro Montanelli, esigentissimo con i suoi collaboratori, non seppe mai sciogliere lo stesso mio dubbio sulle qualità preminenti di Armaroli. E -guarda caso- si chiama proprio Il Dubbio il giornale in cui ci siamo alla fine ritrovati insieme a scrivere.

Ebbene, dicevo, il cronista o lo storico di domani o dopodomani non potrà fare a meno di questo libro per raccontare, spiegare e prima ancora capire la complessità politica che avvolge Conte e Mattarella, in ordine rigorosamente alfabetico, anche se il secondo prevale istituzionalmente sul primo. Lo ricordò una volta ruvidamente la buonanima di Francesco Cossiga, buon amico anche lui di Armaroli, ricordando da capo dello Stato al presidente del Consiglio allora in carica Giulio Andreotti che a Palazzo Chigi si stava meno stabilmente che al Quirinale. E ciò proprio mentre lo stesso Andreotti, dissentendo dal presidente dell’epoca della Dc Ciriaco De Mita, pensava che si potesse resistere a lungo alla guida del governo limitandosi a tirare a campare. Che era sempre meglio che tirare le cuoia.

Debbo dire che la coppia uscita dal libro di Armaroli è bene assortita, nel senso che l’uno in qualche modo completa l’altro. Tanto improvvisato, a caso, giunto alla guida del governo quasi a sua insaputa è stato ed è Giuseppe Conte, come d’altronde a sua insaputa era capitato anche a Cristoforo Colombo di scoprire l’America dopo essersi proposto di raggiungere le Indie, tanto studiato, preparato, attrezzato si è rivelato Sergio Mattarella. Che pure era l’uomo della sua famiglia non destinato alla politica, spintovi a forza dalla drammatica scomparsa del fratello Piersanti, il presidente della Regione Sicilia ucciso sotto casa dalla mafia  e figlio di Bernardo, già ministro di Alcide De Gasperi e di Aldo Moro, nonché personaggio storico del già Partito Popolare di Luigi Sturzo.

Ha avuto ragione Armaroli a rappresentare Mattarella allo studio permanente di questo presidente del Consiglio da lui nominato -diciamo la verità- più per dovere istituzionale, essendosi rilevato l’unico uomo o punto d’incontro tra forze politiche così diverse sia nella prima che nella seconda maggioranza, che per convinzione. Egli avrebbe preferito -dicendolo anche  pubblicamente, con lodevole franchezza- sentirsi proporre e designare un uomo esperto più di politica e amministrazione che di diritto, quasi avesse avvertito che i tempi già straordinari di quella crisi di apertura della diciottesima legislatura, nel 2018, lo sarebbero diventati ancora di più con la sopravvenienza di una pandemia non esageratamente paragonata o paragonabile ad una guerra, persino più insidiosa di quella tradizionale combattuta col fuoco delle armi.

Sotto tanti aspetti Mattarella ha saputo sorprendere Conte e i suoi alleati più di quanto avesse saputo sorprendere l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che nel 2015 lo aveva fortemente voluto mandare al Quirinale dalla quasi adiacente Corte Costituzionale, preferendolo ad un altro giudice di quella stessa Corte, Giuliano Amato, anche a costo di una rottura con Silvio Berlusconi che gli avrebbe complicato non poco il percorso della riforma costituzionale in cantiere. Bocciata la quale, nel referendum del 4 dicembre 2016, Renzi si aspettava che Mattarella gli concedesse le elezioni anticipate, risparmiandogli il logoramento dell’anno residuo della legislatura, comprensivo di una scissione del Pd. Ma Mattarella gli oppose un garbato ma fermo rifiuto. E sarà la storia, non certo la cronaca, a dire chi dei due sbagliò, o sbagliò di più. Lo stesso Renzi, d’altronde, nella scorsa estate, quando promosse ancora dall’interno del Pd l’accordo di governo con i grillini piuttosto che le elezioni anticipate reclamate dal leader leghista Matteo Salvini, riconobbe che le legislature nascono per “durare cinque anni”, non meno.

Ora, nel consigliare ai lettori di leggere il libro di Armaroli appena pubblicato mi permetto amichevolmente di consigliare all’autore di metterne subito in cantiere un altro, ma stavolta di fantapolitica, in cui immaginare un’altra coppia fra Quirinale e Palazzo Chigi: Giuliano Amato e Giuseppe Conte, anche questa volta in ordine rigorosamente alfabetico. Dai, Paolo, provaci. E, visto che ci troviamo, ti prego di assolvermi dalla tentazione in cui sono una volta caduto, sia pure con le dovute cautele che non mi hai riconosciuto, nella tentazione di paragonare Conte al suo corregionale Aldo Moro, come aveva già fatto d’altronde anche Eugenio Scalfari.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Festa al Fatto Quotidiano: Denis Verdini è finalmente e inattesamente in galera

            A dispetto del Covid, delle eternamente penultime misure disposte dal governo per fronteggiarlo e persino dei risultati elettorali americani in arrivo, la notizia di giornata per me è la volontaria costituzione dell’ex senatore Denis Verdini nel carcere romano di Rebibbia dopo la condanna definitiva a 6 anni e mezzo in Cassazione per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino, da lui presieduto per un ventennio.

            Sono più gli anni nei quali si è sviluppata la vicenda, cominciata nel 2010 con una ispezione della Banca d’Italia, che quelli della condanna infine inflitta all’imputato. E ancor più del tempo che egli, sessantanovenne, è destinato a trascorrere materialmente in carcere, prima che al compimento dei 70 anni potrà cercare di accedere alle misure alternative.

             Già questo è un aspetto quanto meno anomalo dell’avventura dell’ex senatore, passato dalle origini repubblicane, intese come partito, quello che fu di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini, alla Forza Italia di Silvio Berlusconi, sino a diventarne il luogotenente, e ad una formazione quasi sua, chiamata Ala e sospettata, a torto o a ragione, di fiancheggiamento di Matteo Renzi degli anni d’oro, diciamo così, o almeno d’argento.

            Ma di anomalie, si sa, è piena, anzi affollata la giustizia italiana. Che quanto più noto, importante, decisivo e politico è l’imputato finito sotto i suoi riflettori tanto più speciale e sorprendente diventa, come se tutto dipendesse più dal contesto che da altro. Sorprendente davvero, se alla vigilia del verdetto finale il giornale più informato dei processi italiani, più ancora di un Casellario, con predilezione per le posizioni dell’accusa, dava per scontato in prima pagina che l’imputato potesse “sfangarla ancora”. Alludo naturalmente al Fatto Quotidiano fondato da Antonio Padellaro uscendo dall’Unità  e diretto da qualche tempo da Marco Travaglio, sconsolato -dal suo punto di vista- per la posizione assunta in Cassazione dall’accusa, cioè dalla Procura Generale, per niente convinta della colpevolezza, almeno per intero, di Verdini. Per il quale aveva pertanto proposto un nuovo processo d’appello, dopo quello che si era chiuso, fra l’altro, con l’imputato in lacrime che giurava di avere dato davvero tutto alla sua banca fallita, per niente gestita come il “bancomat personale” contestatogli sin dal primo momento dall’accusa.

            Per una volta, pensate, Il Fatto è stato spiazzato non solo dalla Procura Generale della Cassazione ma poi anche dai giudici, che in qualche modo ne hanno paradossalmente contestato le richieste prendendone il posto d’accusa. E ha potuto il giorno dopo titolare trionfalmente sulla condanna, aggiungendo “la cattiveria” di giornata del figlio che ha accompagnato il padre in carcere, invece del “preferibile” e potenziale genero, che è Matteo Salvini.

            Tutto legittimo, per carità. Non è la prima volta che ciò è accaduto e non sarà -credo- neppure l’ultima. Ma proprio per questo, nel clima giudiziario arroventato dalla politica, non capisco l’ostinazione con la quale i manettari diffidano a tal punto dei giudici che inorridiscono all’idea che le loro carriere vegano separate da quelle dei pubblici ministeri, ritenendo che ciò toglierebbe forza e autonomia a questi ultimi, a tutto vantaggio degli imputati. Che non a caso sono divisi dall’ormai fortunatamente ex magistrato Pier Camillo Davigo tra quelli che riescono disgraziatamente a farla franca, con l’assoluzione, e quelli che meritatamente non ce le fanno.

 

 

 

 

 

 

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La maledizione di diventare anziani in questo Paese di matti

            Non da ultrasettantenne ma addirittura da ultraottantenne, quasi 82 anni, premetto di essere in cosiddetto conflitto di interessi scrivendo ancora dell’idea partorita dal governatore della Liguria Giovanni Toti di confinare gli anziani in modo cautelativo, come con la detenzione che viene chiamata appunto così in attesa degli sviluppi delle indagini. In questo caso dovremmo aspettare negli armadi di casa -come ha osservato con sarcasmo un  giornale non certo ostile al centrodestra in cui milita Toti, cioè Libero- che passi la seconda e magari anche la terza e chissà quante altre di Covid, senza finire dall’armadio in una bara.

            Non è la prima volta, peraltro, che scrivo in conflitto d’interessi. E potrebbe anche essere l’ultima, visto che sono ricoverato per un intervento di by pass al cuore, avendo una coronaria otturata ed essendosi il chirurgo incaponito a cercare di salvarmi la vita.

              Questa storia degli anziani da guardare a vista, vuoi per prolungarne la vita ma quasi in segregazione, perché non diano fastidi ai nipoti o non ne ricevano, vuoi per accorciargliela e contribuire alla soluzione finale del problema della spesa pensionistica, mi sta sugli zebedei, direbbe l’anziano -pure lui- Vittorio Feltri, meno misurato di me nel linguaggio e anche nelle espressioni facciali.

            E’ da almeno una trentina d’anni -per caso dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica in poi, quando cominciò a crescere la voglia di rottamazione, ben più di quanto non fosse avvenuto negli anni 68 del secolo scorso- che gli anziani danno fastidio. Se continuano a lavorare rubano i posti, anzi l’avvenire, ai giovani. Se hanno smesso di lavorare e sono andati in pensione lla regolare scadenza delle leggi in vigore, alcune delle quali oggettivamente balorde, ma pur sempre modificabili, hanno lo stesso rubato l’avvenire ai giovani percependo trattamenti privilegiati, col sistema retributivo, rispetto  a quello meno  vantaggioso del contributivo. Per cui maggioranze di tutti i colori si sono rincorse nei tentativi di tagliare le pensioni con imposte travestite da contributi di solidarietà, anche a costo di risparmiare nel complesso poche centinaia di milioni di euro l’anno e ridurre di molto di più le entrate fiscali. Non parliamo poi delle riduzioni imposte a quel sistema di assistenza o aiuto sociale che gli anziani con pensioni non da fame hanno potuto per anni garantire ai loro figli e nipoti, supplendo allo Stato sempre a corto di soldi per sprechi e simili.

            Ora è arrivato anche il Covid di prima, seconda ed altra ondata o edizione per sentirsi dire da un poco più che cinquantenne portato in politica da un generoso suo datore di lavoro che se si è anziani, e per giunta “non produttivi”, bisogna sparire dalla circolazione.

            Personalmente accetto lezioni di altruismo e simili da una sociologa -anziana pure lei- come Chiara Saraceno, della quale ho letto due volte un’intervista a Repubblica condividendone gli argomenti, anche quelli adoperati contro Toti. Ne accetto da un sociologo e statistico ancora più anziano come Giuseppe De Rita. E tento magari di convincere il chirurgo a risparmiarsi la fatica e a farmi morire in anestesia, senza farmene accorgere. Ma da Toti, da questo presunto politico e persino “governatore” di una regione importante come la Liguria, no. Non accetto lezioni, consigli, proposte e quant’altro. Gli chiedo solo di abbassare la cresta e chiedere scusa, ma chiaramente, non con frasi ambigue come ha fatto, a tutti gli anziani che ha offeso, sorpassando persino la recente  proposta di Beppe Grillo di privarli del diritto di voto.

 

 

 

 

 

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Tutte le colpe della sinistra nei conflitti fra lo Stato e le Regioni

Fra gli effetti di questa maledetta pandemia virale c’è il fallimento che più clamoroso non poteva rivelarsi della riforma del titolo quinto della Costituzione voluto nel 1999, in vista delle elezioni ordinarie del 2001, dal centrosinistra d’edizione ulivista. Che aveva avuto in quella legislatura ben quattro edizioni, in barba alla semplificazione, maggiore governabilità e altre meraviglie ancora promesse al popolo con l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica. Il cui esordio tuttavia non era spettato al centrosinistra ma, a sorpresa, al centrodestra improvvisato da Silvio Berlusconi, con la sua Forza Italia, alleandosi al Nord con la Lega di Umberto Bossi e al Centro-Sud col Movimento Sociale di Gianfranco Fini. in evoluzione verso Alleanza Nazionale.

Rottosi subito il rapporto fra Berlusconi e Bossi, basatosi sull’idea di trasformare in senso federale la Repubblica aumentandone le autonomie locali come antidoto alla secessione padana, quei geni della sinistra trascorsero il loro tempo, mentre Lamberto Dini guidava un governo simil-tecnico per portare avanti il più possibile una legislatura azzoppata, a studiare il modo in cui rendere la rottura nel centrodestra la più profonda e meno recuperabile possibile. Come? Facile: inseguendo Bossi sulla strada del federalismo, ciò promettendogli più di quanto Berlusconi avesse potuto e voluto fare.

Vinte le elezioni politiche anticipate del 1996 grazie alla rottura del centrodestra, provò la svolta federalista per primo Romano Prodi da Palazzo Chigi, ma “quell’altro geniaccio di Fausto Bertinotti lo fece cadere a metà legislatura. Ci provò allora non con uno ma con due governi Massimo D’Alemain persona, che era considerato il più abile, il più furbo, il più tutto della coalizione ulivista. Ma non ci riuscì neppure lui perché commise l’imprudenza di scommettere su un turno elettorale regionale che perse, dimettendosi con un sentimento di orgoglio di cui va ancora fiero. E passò la mano a Giuliano Amato, sfidando a suo modo quella parte dell’ex Pci e, più in generale, della sinistra che non perdonava allo stesso Amato di essere stato il braccio destro, il “dottor Sottile”, il grande consigliere dell’odiatissimo Bettino Craxi, nel frattempo liquidato giudiziariamente dalla scena politica e costretto alla fuga, o addirittura latitanza, o all’esilio, secondo le preferenze, nella sua casa delle vacanze in Tunisia, finendo lì i suoi giorni amari.

Toccò dunque al povero, sventurato Amato improvvisare una riforma costituzionale del titolo V per aumentare le competenze regionali, trattenere Bossi sulla strada che aveva già intrapreso di ritorno all’alleanza con Berlusconi, a dispetto delle resistenze di Fini, e rivincere le elezioni ordinarie del 2001, come quelle anticipate del 1996. L’operazione fu di tale spregiudicatezza politica e parlamentare che lo stesso Amato dopo qualche anno se ne sarebbe pubblicamente pentito, soffrendo soprattutto dei pochi voti di scarto con cui la legge passò soprattutto al Senato, alla faccia delle larghe convergenze auspicate a parole quando si mettono le mani sulla Costituzione.

Da quella legge, che superò lo scoglio referendario tra l’indifferenza generale, e col centrodestra nel frattempo tornato al governo, fece le spese a tal punto lo Stato che l’attività della Corte Costituzionale s’intasò con un’infinità di ricorsi, o di inseguimenti fra le regioni che volevano sempre di più e il governo di turno che voleva dare sempre di meno, pur con i leghisti e il loro federalismo dentro. Fu insomma un pasticcio, dal qale peraltro il povero Amato non era riuscito a ricavare nel 2000 neppure l’investitura a candidato, per l’anno dopo, a Palazzo Chigi. La sempre troppo composita coalizione di cosiddetto centrosinistra gli aveva preferito Francesco Rutelli. Che avrebbe poi avuto l’onore, orgogliosamente rivendicato, di perdere onorevolmente col Cavaliere, tanto preoccupato  in effetti della concorrenza del giovane “Cicciobello” da negargli alla fine della campagna elettorale un confronto diretto.

Ai guasti creati da quella sciagurata riforma voluta solo per motivi di concorrenza o inseguimento politico, non certo per definire con la necessaria chiarezza i nuovi, maggiori poteri delle Regioni e la sopravvivenza dello Stato, il centrosinistra cercò nel 2005-2006 di rimediare con una nuova riforma. Che ebbe la sola sfortuna, o il solo inconveniente di portare il nome di Matteo Renzi.Il quale  di suo aggiunse quel tantino di esuberanza e impazienza, volontà di sfida e quant’altro, da perdere il referendum confermativo. E così, oltre alla salvezza della già fallita riforma del titolo V si aggiunse quella dell’ormai quasi defunto Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. E fu perduta anche l’occasione di una riduzione dei parlamentari abbinata ragionevolmente ad una modifica del cosiddetto, paralizzante e ripetitivo bicameralismo perfetto, come lo definiscono i costituzionalisti.

Ora che con la pandemia i conflitti di ogni giorno, di ogni notte, di ogni ora e di ogni minuto fra il governo e le Regioni, sempre al plurale per carità, si sono rivelati rovinosi come più chiaramente non poteva apparire e avvenire, c’è anche chi vorrebbe addirittura non riformare davvero e finalmente il titolo V ma tornare ancora più indietro e chiudere l’istituto regionale, di cui tutti hanno peraltro scoperto i costi cresciuti a dismisura, assieme alle spartizioni partitiche, correntizie e quan’altro di ogni angolo di potere e sottopotere.

Speriamo che a pandemia sconfitta, chissà a quale prezzo, si capisca anche l’opportunità di rinunciare a Regioni e relativi governatori, ha titolato in prima pagina uno dei giornali più filogovernativi e filogrillini del mercato editoriale profittando del gigantesco errore -va riconosciuto- compiuto da Giovanni Toti in Liguria, Che è stato quello di proporre, pur a titolo “protettivo”, gli anziani anche perché “non produttivi” Un giornale di centrodestra come Libero, non di sinistra, ha tradotto l’idea nella rovinosa, drammatica immagine dei vecchi chiusi negli armadi, non si sa se più per allontanarli o avvicinarli alla destinazione finale delle bare.

 

 

 

 

Pubblicato sul Subbio, 3 novembre

 

Con molte scuse ai Santi, ai morti e ai sopravvissuti a questa guerra virale

            Come non sono stati risparmiati ieri i Santi, così non lo sono stati oggi i Defunti nel giorno della loro ricorrenza, guadagnandosi sulla prima pagina del Corriere della Sera una vgnetta, una volta tanto poco felice di Emilio Giannelli, attualizzata ai problemi della pandemia, fra morti veri e propri e attività trincate dalle misure di restrizione prese, e ancora in arrivo, per cercare di contenere i contagi. E combattere il Covid 19 tra accerchiamenti e atttacchi frontali, secondo un linguaggio di guerra evocato su Repubblica dall’ex direttore Ezio Mauro.

            Più sobrio e costruttivo è stato il riferimento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ai cimiteri andandone a visitare uno nel Bresciano, dove era stata rubata una croce dalla tomba di uno dei caduti in questa maledetta guerra del Covid, chiamiamola così. Il ruolo di supplenza del capo dello Stato si fa sempre più evidente in questo passaggio della politica contrassegnato dalla oggettiva debolezza del governo, dalla confusione di ruoli fra Stato e Regioni e dalla inadeguatezza anche dell’opposizione del centroodestra. Dal cui fronte è arrivata la figuraccia peggiore delle ultime 24 ore con la sortita del governatore ligure Giovanni Toti per il confinamento degli anziani,, anche perché “non produttivi”. Essi sarebbero da chiudere negli armadi, a casa, come ha titolato beffardamente un giornale di quella stessa parte politica, Libero, non si sia se per allontanarli o avvicinarli alla destinazione finale di una bara.

            Toti ha cercato di scusarsi come peggio francamente non poteva, prima scaricando su un collaboratore la responsabilità delle parole attribuitegli e poi confermandone il senso. Una volta tanto non ha forse sbagliato Il Fatto Quotidiano ad usare l’infortunio di Toti, pur candidatosi in qualche modo ad essere l’uomo nuovo, o uno dei più nuovi, dello schieramento fondato a suo tempo da Silvio Berlusconi, per rimettere in discussione e possibilmente abolire le Regioni, una volta usciti dalla guerra del Covid, augurabilmente vincenti.

Sulla debolezza del governo un’ammissione è arrivata su Repubblica dall’immancabile Goffredo Bettini, una specie ormai di Sibilla del Pd. Cui manca solo l’esperienza del virologo per completare il giro delle sue competenze. “Errori sì, ma Conte si ò battuto, adesso dia il senso di una guida unita”, è il titolo dell’intervista che riassume il pensiero di Bettini, alla fine quindi convinto pure lui che una “guida unita” manchi al governo e alla maggioranza. Il che non mi pare francamente poco. Né mi sembra bastare, per rimediarvi, l’invito alla solita riunione attorno a “un tavolo politico”, peratro già chiesto inutilmente da Matteo Renzi, per decidere addirittura “un cronoprogramma” da realizzare da soli, par di capire.

            Il “crooprogramma” è quello chiesto in vista di una verifica anche da Luigi Di Maio per i grillini, dove si deve registrare una dichiarazione della sindaca di Roma Virginia Raggi polemica con lo stesso Di Maio per il futuro del Campidoglio da scrivere con Zingaretti. “Noi pensiamo al virus”, ha reagito parlando al plurale la sindaca uscente della Capitale. Ci mancherebbe solo questo: che le sorti della guerra virale siano affidate a lei, come quelle delle immondizie romane.

 

 

 

 

 

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Sotto le cinque stelle non c’è davvero niente, a dispetto di tutte le apparenze

              In questa “Ondata e riorno” drammatica rappresentaci con la sola bravura e immaginazione giornalistica dal manfesto dedicando giustamente la prima pagina al dramma della pandemia e dei suoi dati, che contribuscono a dare l’idea dello “Stato confusionale” -altro indovinato titolo di giornata offertoci dal Quotidiano del Sud- ciò che trovo sempre meno sopportabile è la pretesa dei grillini di occupare o di proporsi sulla scena con le loro sempre più piccole vicende interne di movimento. Che si chiamerà pure 5 Stelle ma sono esse sì sideralmente lontane dai problemi veri del Paese, per somma sventura finito in queste circostanze da più di due anni sotto un governo condizionato proprio dalle vicende interne di un quasi partito che vorrebbe paradossalmente diventarlo, viste le responsabilità capitategli addosso, ma non ci riesce senza frantumarsi.

            A sentire chi prende ancora sul serio questi signori, dovremmo scaldarci per un senso di responsabilità e di realismo di ritorno che avrebbe dimostrato il solito, immancabile Luigi Di Maio, parlando persino ai “foglianti” di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa nella loro festa annuale, con la storia del dovere che hanno i suoi compagni di andare d’accordo con gli altri partiti di governo anche in periferia. L’obbiettivo è naturalmente quello delle elezioni comunali della primavera prossima, se il Covid ci permetterà di andare alle urne.

            Il Messaggero, giornalissimo -diciamo così- di Roma, particolarmente interessato anche editorialmente alle sue fortune o sfortune, ha tradotto in “un siluro alla Raggi”, cioè alla sindaca uscente, quello lanciato – o rlanciato, perché non è la prima volta-  da Di Maio proponendo “una coalizione”, come a Milano, Torino, Napoli e altrove, che non potrebbe prescindere dal Pd. Che pure sta alla Raggi, peraltro incaponitasi nella ricandidatura, come il diavolo all’acqua santa.

            Probabilmente si riaprirà nel movimento grillino, sotto e dietro i palchi dello spettacolo, la solita gazzarra che costringerà Di Maio a ripetere, come d’altronde ha già fatto col suo presunto “siluro” elogiandone l’azione svolta in Campidoglio, che il suo sostegno alla collega di movimento e amica è non sicuro, ma sicurissimo. Ciò significherebbe che, volente o nolente, sotto sotto, il segretario del Pd Nicola Zingaretti sta lasciando credere a Di Maio che alla fine potrebbe convincersi a darle una mano, magari se dovesse riuscire ad arrivare di nuovo al ballottaggio, come l’altra volta alla signora riuscì con la destra. E ciò spiegherebbe, d’altronde, tutti gli ostacoli che Zingaretti sta opponendo alla candidatura davvero forte al Campidoglio dell’ex ministro Carlo Calenda.

            A questo punto, visti i maggiori problemi che premono su tutti noi italiani, fra i quali mi permetto di mettere al primo posto chi costituzionalmente li rappresenta nella loro unità, cioè il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sembra non opportuno ma doveroso pregare i grilliini e quanti vanno loro appresso nella difesa dei posti di potere conquistati e da assegnare nei prossimi mesi nell’immensa area del cosiddetto sottogoverno di smetterla di tenere appeso il Paese ai loro problemucci. Sotto le loro stelle non c’è davvero niente.

Sergio Mattarella alla finestra e Giuseppe Conte sulla graticola

            “Tesi fondate sul nulla” sono considerate al Quirinale, secondo quanto ha riferito ieri l’informatissimo Marzio Breda sul Corriere della Sera, voci e vocine sull’interesse del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma anche sul “pressing” che verrebbe esercitato su di lui da varie parti a liberarsi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che peraltro anche dagli ultimi sondaggi pubblicati oggi proprio dal Corriere risulta in calo di consensi, oltre che indebolito da tensioni nella maggioranza.

            Eppure Mattarella avrebbe avuto e avrebbe motivo di essere deluso e di lamentarsi di Conte, e ancor più dei suoi più accaniti sostenitori. Senza risalire al cosiddetto “impeachment” minacciato a gran voce dai grillini nel 2018 – quando Mattarella costrinse Conte alla rinuncia rifiutando di sottoscrivere a scatola chiusa la lista dei ministri da lui concordata con i candidati e poi vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini- basterà ricordare tutti gli appelli di Mattarella lasciati cadere nel vuoto da Conte negli ultimi tempi per tenere rapporti più costruttivi con l’opposizione di centrodestra, considerate l’emergenza virale e quelle annesse e connesse. Anche oggi Lina Palmerini sul Sole-24 Ore riferisce della “spinta del Colle affinchè il premier faccia una sintesi e apra una fase di dialogo”

            L’opposizione ci avrà messo pure del suo, specie nelle componenti di Salvini e di Giorgia Meloni, per rendere difficile una cooperazione, o qualcosa che le assomigli, ma francamente del suo ce l’ha messa pure Conte. Che ha dato l’impressione di volere più spaccare l’opposizione che coinvolgerla nella gestione delle varie emergenze, scommettendo soprattutto sulla Forza Italia di Silvio Berlusconi. Che però ai grillini è ancora più indigesto del pur “traditore” Salvini  per la storia fattane di “psiconano” sopra e sotto i palchi dei suoi spettacoli dal comico fondatore, garante e quant’altro del MoVimento 5 Stelle.

            Ancora qualche giorno fa il più contiano dei giornali sulla piazza -naturalmente Il Fatto Quotidiano– inseriva il Quirinale tra le fonti di disturbo del lavoro a Palazzo Chigi per la produzione dei decreti del presidente del Consiglio dei Ministri per il contenimento dei contagi virali. Poi, a dire la verità, il presidente Mattarella è stato “graziato” per avere ricordato anche ai critici e agli avversari di Conte che il nemico da cui guardarsi è solo o soprattutto il Covid.

            Qualora al Covid nei rapporti con Conte si aggiungessero davvero settori della maggioranza ora inquieti solo a parole, sino a sfiduciarlo o a costringerlo alle dimissioni, persino a costo di rinverdire della cosiddetta e odiata Prima Repubblica anche l’abitudine delle crisi “extraparlamentari”, Mattarella sarebbe costretto a pensare sì -ma solo allora- se e come sostituirlo, in uno scenario comunque da brividi, ha fatto capire il quirinalista del Corriere, pur non usando questa parole. Più esplicitamente e chiaramente invece Marzio Breda ha fatto capire le criticità -chiamiamole così- avvertite al Quirinale nell’azione di governo lamentandone “sottovalutazioni, ritardi, inerzie” e persino “fragilità”. E’ un po’ quello che ha anche scritto su Repubblica Stefano Folli ricordando a Conte che una cosa è la popolarità da sondaggi, pur ormai datati, altra è “l’autorevolezza” necessaria a un presidente del Consiglio in tempi di crisi e di emergenze come questi.

 

 

 

 

 

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Le “distrazioni” di Roma di fronte alla nuova, orribile strage di Nizza

            Per fortuna, sia fa per dire, siamo distratti in Italia, diciamo così, dalle incursioni del Covid e dalle liti, tensioni, scaramucce e quant’altro nella troppo composita maggiorana di governo.  Dove la confusione appena esplosa nel Pd, come vedremo, ha fatto il miracolo di superare quella fra i grillini, tornati in prima pagina con  l’idea di applicare i preservativi ai cinghiali per proteggere dalla loro proliferazione le immondizie di Roma e delle altre città dove non si riesce a smaltirle, e tanto meno a custodirle.

            Per fortuna, dicevo, siamo distratti da tutto questo, e anche dal conteggio che qualcuno fa, come al Riformista, delle “ore” che mancano alla resa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che “resiste nel bunker” all’assedio più degli alleati che degli avversari. Ma che forse -potrebbe avere ragione Il Foglio- può contare sulla “immunità di governo” derivante da questa concisa, quasi tacitiana “cronaca di una crisi impossibile”: “Renzi ammicca a Salvini, Marcucci chiede il rimpasto, ma il Covid vince su tutto”. Irrilevante, a questo punto, per il giornale di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa è anche la difesa del governo opposta a sorpresa a Marcucci dal segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che almeno per un giorno ha smesso di chiedere anche lui a Conte “cambio di passo”, “apertura all’opposizione” e quant’altro.

          Così Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano ha potuto finalmente prendersi la rivincita disprezzando “il nanismo” del capogruppo piddino al Senato, Marcucci appunto, permessosi di invitare o sfidare il presidente del Consiglio ad una realistica valutazione critica dei suoi ministri, e impartendo una lezioncina di saggezza a tutti i “politicanti” perché “nei ritagli di tempo, tra un assalto e un agguato al loro governo, si ricordino del virus”.

          Per fortuna -scusatemi l’insistenza-  inseguiamo sui giornali tutto questo po’ po’ di dibattito politico e sorvoliamo sulla imbarazzante parte, a dir poco, che l’Italia ha avuto nel nuovo, atroce attacco jadista -si dice così per evitare di scomodare l’islamismo e dintorni?- con la strage nel Duomo di Nizza. Il cui autore è un tunisino sbarcato a Lampedusa in settembre, trasferito a Bari e  poi fuggito  in Francia.

          Di questa assai grave e inquietante vicenda tutti si sono affrettati a deplorare la “strumentalizzazione” tentata dal solito Matteo Salvini con la richiesta delle dimissioni di chi l’ha sostituito nell’estate scorsa al Viminale come ministra dell’Interno. Che invece, proprio per essere subentrata al “capitano” leghista, interrompendogli forniture e collezioni di felpe, maglioni e berretti della Polizia e simili per lasciargli solo crocifissi, rosari e medagliette delle Madonne più disparate sui palchi dei comizi, gode della incondizionata solidarietà, comprensione e quant’altro dei cultori dell’accoglienza, della solidarietà, della democrazia e di tutti gli altri valori tutelati dalla Costituzione.

           Ora, pur dopo la nuova strage di Nizza e la provenienza italiana, e non solo tunisina, del sanguinario fanatico di turno dobbiamo accontentarci della notizia prontamente fornita dall’Ansa che se ne occuperà, “sentendo” Luciana Lamorgese e  Franco Grabrielli, cioè la ministra dell’Interno e il capo della Polizia, il Copasir. Che è l’acronimo del riservatissimo Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Nell’aula della Camera o del Senato, o in entrambe, no. Non è il caso di parlane, neppure con le distanze e le mascherine del caso.

 

 

 

 

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Arriva con lo sconto in Italia la paura dell’Europa per la pandemia

            “La paura dell’Europa” strillata nel titolo realistico, per niente esagerato, di prima pagina della Repubblica per l’avanzata della pandemia virale si  scorge bene anche sui volti che lo sovrastano: quelli della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, del presidente francese Emmanuel Macron e della cancelliera tedesca Angela Merkel: di quest’ultima, debbo dire, in modo particolare. E non certo per il gossip che la vorrebbe contrariata anche per il tradimento del marito, innamoratosi di una ex allieva, peraltro in questi tempi così pericolosi per le distanze, diciamo così, non convenzionali. Il solito Libero non ha saputo resistere alla tentazione di portare ruvidamente “le corna” della cancelliera in prima pagina e di attribuire loro anche i “tremori” della Merkel non proprio recenti ripresi da fotografi e teleoperatori in circostanze pubbliche.

            Se la paura dell’Europa è tanta, quella dell’Italia governata da Giuseppe Conte, nonostante o proprio a causa delle piazze e dintorni affollate di gente contraria alle misure restritive appena adottate dall’ennesimo pdcm di Palazzo Chigi, sembra avere ottenuto lo sconto non ho capito bene da chi. Proprio la Repubblica, sempre quella di carta, ha attribuito al presidente del Consiglio ben “tre piani di riserva” per cercare di evitare un nuovo lockdown. Peccato che, se veramente esistono questi piani e li ha esposti prima ancora che alla Camera, dove Conte parla spesso in imbarazzante solitudine dai banchi del governo,ai capigruppo della maggioranza, essendo stati quelli di opposizione probabilmente esclusi per sottrarli a rischi di contagio, la discussione si è risolta in un processo, o quasi, a lui.

            Ne ha riferito con dovizia di particolari e di virgolettati in un retroscena sul Corriere della Sera la solitamente informatissima Maria Teresa Meli. Che ha attribuito, fra l’altro, al capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio, già sottosegretario, ministro e quant’altro, queste parole rivolte al presidente del Consiglio: “Se pensate veramente che le cose vadano bene, sono ancora più preoccupato perché significa che non avete la percezione della realtà”. D’altronde è nota, anzi arcinota, l’insofferenza del Pd per il mancato “cambio di passo” più volte chiesto al governo dal segretario in persona Nicola Zingaretti, forte anche dei risultati elettorali di settembre e ottobre, fra regioni e comuni, che gli hanno quanto meno risparmiato una buona parte dei danni temuti.

            Ma ancor più impaziente del Pd, sino a procurarsene proteste e critiche  da rischio, diciamo così, di fastidioso scavalcamento nell’assedio o quant’altro a Conte, è l’Italia Viva di Matteo Renzi. La cui capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi ad un certo punto, sempre secondo il retroscena del Corriere della Sera, ha chiesto di verbalizzare le sue riserve e preoccupazioni sulle misure adottate dal governo, e pure su altre che sembrano in arrivo, in modo che il presidente del Consiglio direttamente o indirettamente non possa tornare a lamentare che nelle riunioni di vertice, e simili, tutto fili liscio, o quasi, e poi i renziani sparino sulla sua diligenza.  

           Conte pertanto, se non è stato “abbandonato da tutti” e non è “un uomo solo allo sbando”, come lo hanno rappresentato soddisfatti quelli di Libero nei titoli a caratteri di scatola di prima pagina, un bel po’ di problemi nella sua maggioranza, e nello stesso governo, li ha davvero, oltre a quelli straordinari da Covid.

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