Il Giornale di famiglia apre la campagna della candidatura di Berlusconi al Quirinale

Non foss’altro per ragioni di calendario, dovendo il governo rispettare le scadenze comunitarie, le “grandi manovre” in corso sono state indicate dal manifesto in quelle del presidente del Consiglio alle prese con i documenti di bilancio.

Si chiama non a caso proprio “manovra” quella finanziaria di più di 20 miliardi di euro che Mario Draghi e il suo ministro di fiducia dell’Economia, Daniele Franco, hanno impostato, peraltro in un clima politico apparentemente teso, tra le esigenze identitarie, chiamiamole così, dei leghisti  e dei pentastellati, ma in realtà garantito dalle debolezza degli uni e degli altri, confermate dai risultati delle elezioni amministrative. Né Matteo Salvini sul terreno pensionistico né Giuseppe Conte su quello del reddito di cittadinanza cui stringere le maglie, visti tutti i costosi abusi compiuti, sono oggettivamente in grado di rompere e di fare uscite i loro ministri dal governo per soddisfare le attese, rispettivamente, di Giorgia Meloni e di Alessandro Di Battista.

Le chiavi della partita del bilancio sono insomma e per fortuna saldamente nelle mani di Draghi, competente abbastanza in campo finanziario -per ammissione persino di Marco Travaglio- per non compromettere le prospettive di sviluppo apertesi nonostante la pandemia.

L’editoriale del Giornale

Ma altri preferiscono a quelle finanziarie un diverso tipo di grandi manovre. Il Giornale della famiglia Berlusconi -diretto ora da un collega conoscitore come pochi dei palazzi della politica, Augusto Minzolini- ha suonato la sveglia al centrodestra appena uscito da una sconfitta elettorale procuratasi da solo più che inflittagli dagli avversari, richiamandolo alla “prova del nove” costituita dalla partita del Quirinale. Che non è imminente come quella del bilancio ma di certo politicamente più importante per gli effetti che deriveranno dalla successione a Sergio Mattarella, fra meno di tre mesi,

Titolo del Tempo

Minzo, come Augusto è chiamato dagli amici, ha praticamente esortato Matteo Salvini e Giorgia Meloni a non ripetere nella campagna del Quirinale gli errori divisi e i pasticci della campagna elettorale, e a non lasciarsi scappare l’occasione probabilmente irripetibile -per come si sono messe le cose- di disporre nelle attuali Camere, fra parlamentari e delegati regionali, di una massa decisiva di voti per la scelta del nuovo presidente della Repubblica. Senza la cui “fiducia personale”- ha ricordato Minzolini- “l’incarico di formare un governo te le puoi scordare”.

Dall’editoriale del Giornale
Dall’edioriale del Giornale

Come candidato del centrodestra al vertice dello Stato -ha scritto il direttore del Giornale– “Silvio Berlusconi sarebbe l’identikit perfetto” perché “per natura garantirebbe loro” a livello europeo, cioè Matteo Salvini e Giorgia Meloni, entrambi aspiranti a Palazzo Chigi, “ma anche un candidato premier di sinistra”. “Magari può essere considerata un’operazione complicata, di difficile riuscita -ha ammesso Minzolini- ma non provarci, o dissimulare, non dare cioè l’immagine di un centrodestra unito, sarebbe un grave errore. Forse non riusciranno ad eleggere una personalità così (e non è detto), ma sicuramente nell’interno ridaranno vita ad una coalizione”. Che però, a mio modestissimo avviso, non ha bisogno di un candidato “di bandiera”, o su cui scommettere come alla roulette. Essa ha bisogno di un candidato soprattutto a prova -ahimè- di scrutinio segreto, cioè di “franchi tiratori”. Delle cui vittime è piena la storia delle corse al Quirinale.

Se Berlusconi e amici scambiano Enrico Letta per Achille Occhetto

Titolo del Dubbio

Comprendo la tentazione un po’ scaramantica degli sconfitti nei ballottaggi di consolarsi col ricordo -evocato, in verità, anche dall’altra parte come monito prudenziale ai trionfalisti- di quanto accadde nel 1993, nello storico passaggio fra le cosiddette prima e seconda Repubblica.

Allora il Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto vinse una serie di elezioni amministrative, comprensiva del Campidoglio conteso tra Francesco Rutelli e un Gianfranco Fini “sdoganato” da Silvio Berlusconi in un autogrill, senza riuscire tuttavia a fargli vincere la partita. Occhetto, favorito anche dall’approvazione di una nuova legge elettorale che dava al capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro la ragione o il pretesto, come preferite, di considerare ormai superate le Camere elette col vecchio sistema meno di due anni prima, si inebriò a tal punto da reclamare e ottenere le elezioni politiche anticipate. Ma gli andò male, assai male.

La “gioiosa macchina da guerra” vantata dallo stesso Occhetto per portare alla vittoria i “progressisti”, come lui aveva chiamato i suoi alleati, fu soronamente sconfitta nel marzo del 1994 da una coalizione improvvisata da Berlusconi fra l’incredulità anche di suoi strettissimi amici. Essa era composta da Forza Italia, appositamente fondata dal Cavaliere di Arcore, da alcune schegge democristiane organizzate da Pierferdinando Casini e Clemente Mastella e dalla Lega di Umberto Bossi al Nord, solo al Nord. Al Centro e al Sud l’alleato era Fini col suo progetto di Alleanza Nazionale, meta finale della trasformazione del vecchio Movimento Sociale che lo stesso Fini aveva ereditato da Giorgio Almirante.

Massimo D’Alema e Umberto Bossi

Per quanto in campagna elettorale Bossi avesse disprezzato Fini e sfottuto Berlusconi chiamandolo “Berluscaz”, tanto che Scalfaro al Quirinale sognava l’indisponibilità del leader leghista alla nomina del Cavaliere a presidente del Consiglio in caso di vittoria, quella disarticolata coalizione mise letteralmente in ginocchio la sinistra. Occhetto ci rimise personalmente il posto, estromesso da un Massimo D’Alema inesorabile nella punizione, come nel successivo corteggiamento di Bossi come “costola della sinistra”. Pertanto Berlusconi ballò solo un’estate a Palazzo Chigi, rovesciato appunto dalla Lega. Ma poi vi sarebbe tornato restandovi un bel pò, come si sa, in simbiosi con un Bossi pienamente recuperato.

Ebbene, in questo autunno 2021 la sinistra nel frattempo diventata centrosinistra ha fatto il pieno, o quasi, nelle grandi città ed è attraversata da tentazioni, quanto meno, di elezioni anticipate. “Dobbiamo essere pronti a tutto”, ha appena detto l’infaticabile “guru” del Pd Goffredo Bettini, spesosi con tutto il suo peso anche fisico per la vittoria di Roberto Gualtieri nella corsa al Campidoglio. Il segretario Enrico Letta in persona, nel cantare non una vittoria ma un “trionfo”, pur auspicando la fine ordinaria della legislatura nel 2023, non foss’altro per non disturbare l’azione risanatrice e riformatrice del governo di Mario Draghi, ha detto con calcolata minaccia che, al punto in cui sono arrivate le cose, potrebbero ben convenirgli le elezioni anticipate. A buon intenditor, insomma, poche parole. E il primo intenditore potrebbe essere Giuseppe Conte, promosso al Nazareno da Nicola Zingaretti a “punto di riferimento dei progressisti” e ridotto praticamente adesso ad un alleato minore del partito nel frattempo passato nelle mani di Enrico Letta.

Giuseppe Conte

Se il presidente di un Movimento 5 Stelle che ha salvato nei ballottaggi di domenica e lunedì la guida di soli quattro Comuni, dal piemontese Pinerolo al pugliese Ginosa, per complessivi 102 mila e rotti abitanti, dovesse fare troppe bizze, premuto com’è dalle tensioni interne, il Pd potrebbe accelerarne la fine interrompendo la legislatura. E archiviando definitivamente anche sul piano parlamentare il capitolo del partito grillino “centrale” come una volta la Dc in quanto forza di maggioranza relativa, pur assottigliatasi lungo la strada tra incaute espulsioni e rabbiose dimissioni.

Certo, con un bel po’ di ottimismo, nonostante l’”autorete” confessata su tutta la prima e insospettabile pagina del Giornale della famiglia Berlusconi, nel centrodestra -con o senza il trattino messo prudentemente in mezzo dal Cavaliere- possono pure sperare che l’ebbrezza procuri ad Enrico Letta gli stessi guai occorsi a Occhetto nel 1994. Ma ci vuole, appunto, un bel po’ di ottimismo perché molte sono le cose cambiate nel frattempo.

D’Alema e Pier Luigi Bersani
D’Alema e Matteo Renzi

Intanto al posto del Pds-ex Pci vi è un Pd guidato da un post-democristiano, allievo del democristianissimo e compianto Nino Andreatta, da cui hanno tolto il disturbo, diciamo così, da ormai quattro anni comunisti o post-comunisti come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani. Sarà difficile al centrodestra evocare ancora il fantasma, ormai, del comunismo. Questa almeno dell’uscita di D’Alema e compagni è una cosa di cui Enrico Letta dovrebbe essere grato a Matteo Renzi, che l’aveva provocata. E persino dello scomodissimo e imprevedibilissimo Renzi il segretario del Pd è riuscito a liberarsi senza aver dovuto muovere un dito, standosene tranquillo a Parigi nel 2019. Quello del Nazareno è diventato insomma un partito più magro ma più governabile del o dei genitori.

Enrico Letta tornato ieri alla Camera

Dal canto suo, Berlusconi non è più il 58.enne Cavaliere rampante del 1994 ma un tenace e abilissimo -per carità- professionista ormai della politica, come lo definiva già nel 1998 l’amico Francesco Cossiga, di 85 anni compiuti. E circondato da alleati che, a furia di scambettarsi per raccoglierne l’eredità, si sono un po’ rovinati a vicenda danneggiando la casa comune, se mai è stata comune davvero.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 ottobre 2021

Il centrodestra ha perduto, d’accordo, ma non parliamo di Conte….

Titolo del Giornale
Titolo del Foglio

Non per volere minimizzare l’”autogol del centrodestra” ammesso dal Giornale della famiglia Berlusconi su tutta la prima pagina, o la sua “salvifica batosta”, come l’hanno definita quelli del Foglio, ma significa pur qualcosa che Giuseppe Conte non sia riuscito a saltare su nessuno dei palchi dei vincitori dei ballottaggi comunali conclusisi a vantaggio del centrosinistra federato dal segretario del Pd Enrico Letta. Che sia lui, il presidente del MoVimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio, il vero o il maggiore sconfitto dei ballottaggi e, più in generale, del doppio turno di elezioni amministrative svoltosi in questo mese di ottobre?

Titolo del Fatto Quotidiano

Persino Il Fatto Quotidiano, che rimpiange Conte a Palazzo Chigi di notte e di giorno, considerando Mario Draghi una specie di abusivo mandato lì da Sergio Mattarella a febbraio dando l’ultima pugnalata all’avvocato e professore pugliese, ha dovuto titolare “Il Pd prende le città”. E ha lasciato solo nell’editoriale di Marco Travaglio un accenno ai “voti degli elettori giallorosa”, fra i quali ci sarebbero i più volenterosi o sprovveduti -secondo  i gustidi quello che era una volta il “popolo” o movimento grillino. La cui “storia” sarebbe “finita”, come ha commentato Massimiliano Panarari sulla prima pagina della Stampa, il giornale della Torino riconquistata dal Pd dopo la parentesi grillina di Chiara Appendino.

Titolo di Libero
Giuseppe Conte

Nei ballottaggi di domenica e lunedì i pentastellati sono riusciti a mantenere, o salvare, con loro sindaci i Comuni di Pinerolo, in provincia di Torino, di Castelfidardo, in provincia di Ancona, di Noicattaro, in provincia di Bari, e di Ginosa, in provincia di Taranto, per una popolazione complessiva di 102 mila e rotti abitanti. Gli umori sotto le cinque stelle non sono naturalmente dei migliori. Né lo è quello personale di Conte, che ha cercato di cavarsela, al primo accenno delle difficoltà ulteriori che lo attendono, ammonendo -come nel titolo dedicatogli dal Corriere della Sera- che “c’è poco da dire, tanto da fare”. E ciò soprattutto per dissipare il sospetto o la convinzione di molti che il movimento da lui presieduto sia ormai un alleato minore di un Pd “decontizzato”, come ha titolato Il Riformista. Un Pd che, secondo un titolo non arbitrario di Libero, “si mangia i grillini”: il che -sia detto fra parentesi- dovrebbe consolare il giornale diretto da Alessandro Sallusti e assistito, a suo modo, da Vittorio Feltri. Che invece non sono per niente contenti, preferendo che a “mangiarsi” i grillini avesse continuato Matteo Salvini, come nelle elezioni europee del 2019, o cominciato Giorgia Meloni, in persistente crescita elettorale nonostante la sconfitta nei ballottaggi col suo candidato a Roma Enrico Michetti. Che, ad elininazione avvenuta, si è guadagnato da parte di Paolo Mieli e di Enrico Mentana il riconoscimento di essere “simpatico”, anche con le sue gaffe.

Titolo del Foglio

Per il vincitore da tutti riconosciuto vale tuttavia il monito del Foglio sotto il titoletto “Sbornia democratica”. “Letta ha già la sua gioiosa macchina da guerra”, ha scritto il quotidiano di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa evocando l’armata Brancaleone allestita nel 1994 da Achille Occhetto, segretario del Pds-ex Pci, dopo un turno fortunato di elezioni amministrative, ma sconfitta clamorosamente da Berlusconi nelle elezioni politiche. Era però  un Cavaliere di “soli” 58 anni, contro gli 85 di adesso, con tutte le complicazioni sopraggiunte, politiche e fisiche, e al netto di una persistente e pelosa attenzione giudiziaria.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

Fra le vittime dei ballottaggi il forte richiamo di Mattarella alla magistratura

Titolo del Dubbio

Un po’ per il suo tono abitualmente misurato, un po’ per il volume troppo alto di una campagna elettorale peraltro anomala come quella sui ballottaggi comunali, che non a caso ha provocato un aumento ulteriore dell’astensionismo, cioè di fuga dalle urne, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato penalizzato nell’ultimo intervento compiuto, venerdì scorso, sui magistrati. Di cui si è occupato, in particolare, in una lettera al presidente della loro associazione, Giuseppe Santalucia, di apparente compiacimento per la nuova veste di una rivista che il capo dello Stato ha voluto definire “commentario”.

Scrivo di apparente compiacimento perché Sergio Mattarella ha voluto cogliere l’occasione per richiamare sia l’associazione, comunemente chiamato sindacato, sia le toghe ad una condotta migliore. Egli insomma, pur nel suo stile non certamente paragonabile al piccone della buonanima di Francesco Cossiga, l’amico e collega di partito che lo precedette al Quirinale dal 1985 al 1992, ha voluto mettere o rimettere certe cose al loro posto.

Dall’associazione dei magistrati, per esempio, vista la natura particolare di chi vi partecipa, che non è un comune dipendente dello Stato, il presidente della Repubblica e -non dimentichiamolo- del  Consiglio Superiore della Magistratura, non si aspetta tanto una tradizionale attività sindacale, per sollevare e risolvere vertenze normative e retributive, o la coltivazione di un “corporativismo autoreferenziale”, quanto la promozione e la gestione -ha scritto- di un “dialogo autentico  della Magistratura ordinaria con le istituzioni e con la società”.

Per il rispetto delle istituzioni -mi permetto di interpretare la lettera di Mattarella- l’associazione dei magistrati si sarebbe dovuta tenere rigorosamente estranea alle polemiche che hanno accompagnato il lungo e neppure concluso processo sulla cosiddetta e presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi. E non mettersi a difendere pregiudizialmente, com’è avvenuto più volte in modo  diretto o indiretto, un’accusa tanto ostinata quanto clamorosamente smentita sino alla Cassazione, come nel caso dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino. Che sarebbe stato addirittura il promotore di quella trattativa per salvarsi dalla minaccia mafiosa di morte pendente sulla sua persona.

Per il rispetto della società -mi permetto sempre di interpretare la lettera di Mattarella- l’associazione nazionale dei magistrati avrebbe dovuto essere la prima a insorgere contro un presidente di sezione della Cassazione, e temporaneamente consigliere superiore della magistratura, che si era permesso in uno dei salotti televisivi abitualmente frequentati di liquidare un imputato assolto per uno che l’aveva semplicemente fatta franca. O no? Ora quel magistrato, nel frattempo andato in pensione e decaduto dal Consiglio Superiore, è indagato per violazione del segreto d’ufficio -e perciò innocente, per carità, sino a condanna definitiva- ma avrebbe dovuto già incorrere in una presa di distanza dei suoi colleghi da quella battutaccia televisiva, a dir poco. O no?, ripeto. Per molto meno noi giornalisti rischiamo denunce e querele, che da sole costituiscono un ostacolo all’esercizio della nostra professione.

Dei magistrati il presidente della Repubblica ha giustamente ricordato e difeso “l’indipendenza” -si legge nella sua lettera- come “un elemento cardine della nostra società democratica”, ma che “si fonda -ha ricordato- sull’alto livello di preparazione professionale, accompagnata della trasparenza delle condotte personali e dalla comprensibilità dell’azione giudiziaria”. Mi chiedo, a proposito del processo già ricordato sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, se abbia risposto ai requisiti indicati da Mattarella l’iniziativa della Procura generale che per sostenere in appello la conferma della condanna in primo grado di un grappolo di imputati ha presentato un documento di contestazione di una sentenza contraria e definitiva della Cassazione a favore di un imputato di quegli stessi reati giudicato però col rito abbreviato.

Dolce o amaro in fondo, come preferite, Mattarella ha scritto nella sua lettera diffusa dal Quirinale che “per assicurare la credibilità della Magistratura riconosciuta da tutti i cittadini” occorre “un profondo processo riformatore ed anche una rigenerazione etica e culturale”. Ripeto: una rigenerazione etica e culturale, non bastando evidentemente l’attuale livello né etico né morale anche in riferimento alla vicenda Palamara delle carriere e dintorni.  

Sandro Pertini e Francesco Cossiga

Questo richiamo di Mattarella fa un po’ il paio con quello del compianto Sandro Pertini ad una indipendenza e imparzialità della magistratura chiaramente riconoscibile, perché non basta essere ma bisogna anche apparire indipendenti e imparziali nell’esercizio delle funzioni giudiziarie, disse quello che rimane -credo, al di là del suo leggendario cattivo carattere- il presidente della Repubblica più amato dagli italiani.

Peccato che Pertini sia morto e che Mattarella stia per concludere il suo mandato fra il sollievo di tanti, direi troppi, che non si lasciano scappare occasione per ricordarne con malcelato sollievo l’indisponibilità, sinora, ad una conferma almeno per il tempo necessario a garantire che all’elezione del successore provveda un Parlamento un po’ più legittimato di quello che scadrà nel 2023. E verrà sostituito da Camere ridotte di un terzo abbondante dei seggi, profondamente modificato di certo anche nei rapporti di forza fra i partiti che sono rappresentati in quelle attuali.

Pubblicato sul Dubbio

Il dramma del centrodestra si è compiuto nei ballottaggi di Roma e Torino

Non per essere irriverenti, ma quel “tutto è compiuto” di Gesù Cristo sulla croce può ben essere ripetuto dal centrodestra di fronte ai risultati dei ballottaggi a Roma e a Torino. Dove la coalizione a trazione non più berlusconiana ha raccolto ciò che ha seminato con candidature deboli e ancor più ha rovinato con una campagna elettorale che peggio non poteva essere condotta fra il primo e il secondo turno di queste amministrative del 2021. Quella di di Trieste, dove è stato confermato faticosamente il sindaco uscente di centrodestra, rimane una magra consolazione.

A dispetto della convinzione maturata da Alessandra Ghisleri che i disordini del 9 ottobre a Roma – con l’assalto dei forzanovisti alla sede nazionale della Cgil e tutte le esitazioni e contraddizioni delle reazioni dei leghisti e dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni- non fossero destinati a influire sul ballottaggio capitolino, penso che un peso l’abbiano avuto eccome.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’indifferenza, tradottasi nel record dell’astensionismo, è stata a mio avviso la restituzione della storica piazza romana di San Giovanni alla sinistra. Il centrodestra, che era riuscito a strappargliela negli anni scorsi, avrebbe ben potuto unirsi con convinzione e decoro alla solidarietà che la Cgil meritava. Ma alla quale persino Silvio Berlusconi, dopo avere cominciato a mettere il trattino fra il centro e la destra, ha ritenuto che potesse bastare e avanzare una telefonata.

Ora il centrodestra dovrà fare i conti con l’obiettivo rafforzamento di una sinistra che tuttavia dovrebbe anch’essa riflettere sulla crescente crisi di rappresentatività. E’ stata una vittoria, certamente, ma non il “trionfo” addirittura vantato dal segretario del Pd Enrico Letta, giù dimentico di essere stato eletto a Siena il 4 ottobre con un’affluenza alle urne ben al di sotto del pur spaventoso 40 per cento o poco più dei romani andati a votare per scegliere il sindaco.

Cessata la sbornia del segretario piddino, la sinistra al governo dovrà subito fare i conti con la realtà alla quale il presidente del Consiglio Mario Draghi, fortunatamente estraneo alla competizione appena conclusasi, la richiamerà con le scadenze finanziarie e il fitto calendario delle riforme collegate al piano della ripresa finanziato dall’Unione Europea. Non parliamo poi dei guai dei grillini destinati a ripercuotersi su chi li insegue come alleati.

Purtroppo non si può dire che, chiuso questo capitolo elettorale, a parte la scadenza istituzionale di febbraio, quando il Parlamento dovrà sciogliere il nodo del Quirinale per la scadenza del mandato di Sergio Mattarella, la politica potrà darsi una tregua. No. Matteo Salvini, risconfitto anche a Varese, si è già prenotato per la campagna elettorale delle amministrative dell’anno prossimo. Ma il 2022, anche se si dovesse evitare lo scioglimento anticipato da molti immaginato dietro l’angolo, sarà pur sempre l’ultimo anno della legislatura: in quanto tale il più difficile di tutti, in cui quello che l’economia e mancato presidente del Consiglio Carlo Cottarelli ha appena definito “l’assalto alla diligenza” della spesa. Ci sarà poco da stare allegri.

Ripreso da http://www.startmag.it  

I ballottaggi comunali disertati da una maggioranza crescente di elettori

Già abituale di suo, l’ulteriore aumento dell’astensionismo fra il primo e il secondo turno delle elezioni comunali era scontato dopo che tutti, proprio tutti i partiti, dell’ampia maggioranza e della ristretta opposizione, hanno contribuito a distogliere l’opinione pubblica dai ballottaggi. L’hanno distratta a tal punto, presumendo di politicizzare ancor più di quanto già non fossero gli appuntamenti con le urne, da provocare la fuga dai seggi e la corsa al mare, dove il tempo lo ha permesso. Era desolante il vuoto, per esempio, che ho trovato nella scuola della zona di Roma dove ho votato. Poco mancava che il presidente della sezione, riconoscente per averne interrotto la contemplazione del soffitto, mi offrisse un pasticcino.

La vignetta del Corriere della Sera

Proprio i romani, specie quelli delle periferie, si sono quanto meno guadagnati il perdono, chiamiamolo così, del vignettista del Corriere della Sera, Emilio Giannelli. Che li ha trovati solo “pochissini”, anziché porci, nel vecchio gioco di tradurre negativamente la sigla della loro città: SPQR, acronimo storico di Senatus Populusque Quiritium Romanorum.

Titolo di Repubblica
Gualtieri e Michetti al seggio

“Il centrodestra trema”, ha titolato la Repubblica scommettendo a suo modo, a dispetto di quella fandonia che è ormai diventato l’obbligo del silenzio elettorale a urne aperte, sulla vittoria a Roma di Roberto Gualtieri, il candidato del centrosinistra presuntivamente allargato alle 5 Stell, sul concorrente del centrodestra Enrico Michetti, che lo aveva superato nel primo turno. Ma sarebbe una ben magra vittoria quella di un sindaco sostanzialmente di minoranza. Lo sarebbe naturalmente anche quella di Michetti, guadagnatosi fra il primo e il secondo turno anche la preferenza dichiarata del marito della sindaca grillina uscente Virginia Raggi, come a Torino l’omologo dal marito della sindaca, sempre grillina, Chiara Appendino. Ma chi se n’è accorto nel bailamme scatenatosi fra il primo e il secondo tempo della partita?     

Federico Geremicca sulla Stampa di ieri
Dalla prima pagina del Corriere della Sera

“L’attenzione dei cittadini -ha scritto giustamente Federico Geremicca sulla Stampa di ieri- è stata calamitata dall’esordio del green pass obbligatorio. E i partiti hanno litigato, piuttosto su fascismo e democrazia, dividendosi quelli di maggioranza su questioni di governo assai delicate, che nulla hanno a che fare col voto di oggi e domani”. Penso, per esempio, alle barricate levate in difesa del sempre più costoso reddito di cittadinanza da ciò che rimane del MoVimento 5 Stelle, che si identifica in questa misura. Eppure, lungi dall’avere “sconfitto la povertà”, secondo l’annuncio fatto dal balcone di Palazzo Chigi dall’allora vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, essa l’ha aumentata distraendo ingenti risorse dal sistema produttivo e dalla creazione di nuovi posti di lavoro. E questo senza parlare degli scontati abusi cui la misura si sapeva dall’inizio potesse prestarsi, rivelatisi superiori alle peggiori previsioni anche per effetto della sopraggiunta pandemia. Sono quindici miliardi in due anni gli euro rubati in frodi da reddito di cittadinanza, invalidità e pensioni, ha appena calcolato la Guardia di Finanza e pubblicato il Corriere della Sera.

E poi bisogna sentirsi dire da Marco Travaglio sul solito Fatto Quotidiano che è Mario Draghi, l’uomo al presunto servizio della Confindustria, e non il politicamente compianto Giuseppe Conte, che lo ha preceduto a Palazzo Chigi sino a gennaio scorso, ad essere una specie di reincarnazione di Maria Antonietta, convinta nel 1789 di poter evitare la rivoluzione francese facendo distribuire brioches alla popolazione.

Che autorete per il centrodestra quella piazza restituita alla sinistra…

Titolo di Libero

A cose fatte, cioè a manifestazione compiuta nella piazza romana di San Giovanni tornata storica per la sinistra, dopo che Silvio Berlusconi con i suoi alleati di centrodestra riuscì una volta a riempirla come il Pci ai tempi di Enrico Berlinguer, ripeto con maggiore convinzione della vigilia: Dio mio, che errore avere disertato e restituito quella piazza agli avversari politici. Che errore averlo compiuto in nome di una cosa che ormai non rispetta più nessuno, con i cambiamenti intervenuti nella comunicazione: il silenzio elettorale sbandierato sulla prima pagina, per esempio, di Libero. Quasi che a suo modo non l’avesse violato anche il centrodestra accusando di violazione la sinistra, demonizzandone così l’iniziativa e politicizzandola ancor più di quanto non avessero voluto fare forse i suoi promotori.

Conte e Gualtieri in Piazza San Giovanni a Roma
Massimo D’Alema a Piazza San Giovanni

Non credo proprio che la presenza in quella piazza anche di Giorgia Meloni col candidato di centrodestra al ballottaggio capitolino di oggi Enrico Michetti, compensativa di quella di Giuseppe Conte col concorrente Roberto Gualtieri, sarebbe passata inosservata, o quella di Matteo Salvini e Antonio Taiani, visti gli impedimenti ricorrenti di Berlusconi, rispetto a quelle di Enrico Letta e di Massimo D’Alema. Eppure sia Michetti che qualificati parlamentari del partito di Giorgia Meloni erano corsi nella sede della Cgil assaltata e devastata dai forzanovisti per solidarizzare col sindacato rosso, così come Berlusconi si era affrettato a telefonare solidalmente al segretario generale della Confederazione Maurizio Landini.

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Non credo che sul Corriere della Sera il “cronista” Fabrizio Roncone in presenza anche del centrodestra avrebbe potuto cominciare il suo articolo in prima pagina scrivendo, come quelle assenze gli hanno invece consentito avvolgendosi in qualche modo anche lui nelle bandiere rosse: “Striscioni, palloncini, bandiere, pugni chiusi e Bella Ciao”. Qualcosa egli avrebbe dovuto scrivere per dovere professionale anche della presenza, se ci fosse stata, di esponenti del centrodestra. Che sarebbero stati peraltro coerenti con l’obiettivo o la necessità della “pacificazione” indicata nei giorni precedenti da Matteo Salvini uscendo non da una trattoria romana, non dalla sua abitazione, ma da Palazzo Chigi. Dove il leader leghista aveva avuto il secondo incontro in pochi giorni col presidente del Consiglio Mario Draghi. Che occasione migliore poteva offrirsi per una pacificazione, in tempi ancora di pandemia, di una presenza, o di un ritorno del centrodestra in piazza per confermare la solidarietà espressa già al sindacato vilmente aggredto nel suo sacrosanto diritto di esistere?

Titolo di Repubblica
Titolo della Stampa

Dio mio, ripeto, che errore. Al quale per fortuna non si è aggiunto quello, solito invece in occasione delle piazze da riempire, di stare a polemizzare sulle cifre, contrapponendo i duecentomila manifestanti contati e gridati da Repubblica ai centomila della Stampa. Duecentomila o la metà che siano stati, lo spettacolo per chi l’aveva promosso è riuscito.

La prima pagina del manifesto

Non ha avuto torto, obiettivamente, il quotidiano orgogliosamente comunista il manifesto, con la sua abituale arguzia, a riconoscere a Maurizio Landini di avere fatto “un buon lavoro” con la sua iniziativa, prima ancora che col suo discorso abilmente inneggiante alla “piazza di tutti” lasciata masochisticamente dal centrodestra solo all’altra parte.

Eppure Sansonetti ha tirato le orecchie a Mattarella sul Riformista

Titolo del Riformista

Questa volta dissento dal mio amico Piero Sansonetti. Che sul Riformista da lui diretto con la solita grinta ha scambiato per una specie di spolverino inutile,  se non addirittura nocivo, quella che a me è parsa invece una frustata alle toghe e al loro sindacato, che è notoriamente l’Associazione Nazionale dei Magistrati. Della cui rivista che ha appena cambiato veste il capo dello Stato si aspetta -in una lettera mandata al presidente della stessa Associazione, Giuseppe Santalucia- il contributo ad “un dialogo autentico della Magistratura ordinaria con le istituzioni e con la società”: dialogo che, a mio avviso, e presumo anche nelle convinzioni maturate in Mattarella, è spesso mancato, o si è rovesciato nell’opposto, cioè in un’azione di contrasto quasi pregiudiziale.

Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella

Cito una vicenda per tutte: il processo sulla cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia, in cui si è cercato negli anni scorsi di coinvolgere anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e sono stati appena assolti in appello – fra le critiche e le proteste di un bel po’ di magistrati-  eccellenti ufficiali  in uniforme  e rispettabili personaggi politici scambiati dalla  Procura di Palermo e dai giudici di primo grado per complici, praticamente, della mafia in un attentato allo Stato e al suo funzionamento.

Formalmente il processo non è ancora concluso potendo avere, su iniziativa dell’accusa, una coda in Cassazione. Dove però l’ostinata posizione della Procura palermitana, e dei suoi corifei mediatici, è stata già bocciata in un altro processo svoltosi col rito abbreviato, per scelta dell’imputato: l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, promotore secondo l’accusa della presunta trattativa finalizzata non alla cattura dei boss responsabili delle stragi mafiose, come avvenuto, ma al soddisfacimento delle pretese dei criminali. Bel tipo di “dialogo” con le istituzioni attraverso processi così chiaramente, direi sfacciatamente arbitrari, nei quali l’accusa si è messa a contestare con tanto di documenti decisioni e valutazioni inappellabili della Cassazione.

Oltre alla denuncia di questo mancato o perverso dialogo, pur senza addentrarsi in questi particolari per evidenti motivi di opportunità istituzionale, avendo per fortuna gli stessi processi  provveduto a smascherarne i responsabili, Mattarella nella sua lettera ha sottolineato la necessità di una “rigenerazione etica e culturale” dei magistrati. Ma con ciò egli avrebbe compiuto quanto meno l’ingenuità -par di capire dalla “critica” formulata da Sansonetti- di scommettere sull’autoriforma di una magistratura mancante di morale e di cultura. Ci sarebbe bisogno non di un’autoriforma ma di una riforma, finalmente imposta ad una magistratura recalcitrante e “corporativa”, lamentata dallo stesso Mattarella nella sua lettera al presidente del sindacato delle toghe

Sergio Mattarella e Francesco Cossiga in una foto d’archivio

Ma la riforma spetta al Parlamento, su iniziativa propria o del governo. Se la prenda dunque, il mio amico Sansonetti, con l’uno e con l’altro, con i loro ritardi, con le loro contraddizioni, con i loro errori, non col presidente della Repubblica, almeno in questa circostanza.: un presidente, peraltro, in scadenza di mandato e dalle abitudini assai diverse di un predecessore, amico e collega di partito come Francesco Cossiga. Che neppure col suo interventismo e le sue picconate, di giorno e di notte, riuscì peraltro ad ottenere risultati diversi.

La frusta di Mattarella, finalmente, sulle toghe e la loro associazione

Titolo del Messaggero
Titolo di Libero

Peccato che le circostanze politiche abbiano fatto passare quasi inosservata sulle prime pagine dei giornali la frusta sia pure metaforica usata dal presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura, Sergio Mattarella, con le toghe e il loro sindacato denunciandone, rispettivamente, le carenze etiche e il corporativismo. Delle venti testate abitualmente selezionate dalla meritoria rassegna stampa del Senato, solo due –Il Messaggero e Libero– hanno ritenuto di trovare uno spazio sia pur modesto alla clamorosa iniziativa del capo dello Stato, assunta con una lettera al presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, Giuseppe Santalucia, in occasione della pubblicazione della sua rivista in una nuova veste, utile almeno negli auspici del Quirinale a “stimolare la riflessione e il confronto su temi di costante attualità, sia sul piano giuridico che istituzionale”.

Il comunicato del Quirinale

Il sindacato delle toghe, secondo Mattarella, “lungi dal coltivare corporativismo autoreferenziale, è chiamato a promuovere e sostenere il dialogo autentico della magistratura ordinaria con le istituzioni e la società”. Che spesso -mi permetto di chiosare- escono malconce dalle iniziative giudiziarie e da prese di posizione di singoli magistrati abitualmente coperti dalla loro associazione per il diritto di dire qualsiasi cosa, anche che gli assolti -per esempio- sono solo gli imputati riusciti a “farla franca”.

“Occorre impegnarsi -ha scritto il presidente della Repubblica nel passaggio più urticante della lettera- per assicurare la credibilità della Magistratura che, per essere riconosciuta da tutti i cittadini, ha bisogno di un profondo processo riformatore ed anche di una rigenerazione etica e culturale”. Rigenerazione significa che le attuali condizioni non sono proprio al massimo, diciamo così. Il capo dello Stato non poteva essere più esplicito e, al tempo stesso, dettagliato. Peccato, ripeto, che i giornali abbiano generalmente relegato questo intervento nelle pagine interne: persino una testata come Il Foglio, tre le minori per diffusione ma di solito tra le maggiori nel reclamare ciò che ha appena scritto con la sua autorità il presidente della Repubblica e, ripeto, del Consiglio Superiore della Magistratura.

Titolo di Repubblica
Titolo di Domani

Le circostanze che hanno provocato questa specie di corto circuito informativo sono essenzialmente due, che hanno infatti dominato sulle prime pagine dei quotidiani. La prima è naturalmente la riuscita, per fortuna, dell’operazione green pass voluta dal governo e contrastata da tutti quelli che si erano mobilitati con scioperi, boicottaggi, minacce e quant’altro. “La forza tranquilla del premier”, ha giustamente commentato Repubblica in un titolo. “La linea della fermezza paga molto più dei compromessi”, ha osservato Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti.

Travaglio sul Fatto

Marco Travaglio ha preferito invece tornare a lamentarsi sul suo Fatto Quotidiano del governo “presieduto da un ex banchiere mai votato né indicato da nessuno”. E a temere che Mattarella accettando una conferma tenga “in caldo la poltrona” del Quirinale a Mario Draghi “per un paio d’anni”. E’ proprio un’ossessione a questo punto.

L’altra circostanza è il sostegno illuminante del Pd in Consiglio dei Ministri e dintorni alle resistenze delle 5 Stelle ad una stretta del cosiddetto reddito di cittadinanza, cui sono stati invece predisposti maggiori finanziamenti, nonostante gli abusi e gli sprechi cui sinora si è prestato.

Il giorno più lungo di Draghi, alle prese con l’obbligo operativo del green-pass

Titolo di Repubblica
Titolo del Riformista

Ancora una volta la satira soccorre la politica e persino l’informazione. Accade nel “giorno della verità”, come l’ha definito nel titolo di prima pagina la Repubblica, in cui Mario Draghi – come ha titolato il Riformista– si gioca tutto” -aggiungo io- con “la madre di tutte le battaglie”. Che non è, caro il mio Goffredo Bettini, del Pd, il ballottaggio elettorale di domenica per il Campidoglio, ma l’applicazione dell’obbligo del cosiddetto green-pass per l’accesso al posto di lavoro: obbligo contestato dal “popolo no vax”, come ci siano un po’ tutti abituati a chiamarlo sia quando scende in piazza sia quando sciopera nei porti e nei trasporti su strada minacciando di paralizzare il Paese. Tutti insieme, non volendosi vaccinare, accusano il governo di volerli cacciare fuori dal mondo del lavoro garantito, se hanno la fortuna di averlo. Che è, fra l’altro, una menzogna perché il non vaccinato ha delle penalizzazioni, a cominciare dal tampone non gratuito, ma conserva il diritto al posto. La mancata vaccinazione non può essere giusta causa di licenziamento.

Il problema è che ancor più grave del presunto rischio di uscire dal mondo del lavoro è il pericolo di non uscire dalla pandemia virale, nella quale l’economia non avrà mai la possibilità di sviluppare tutte le sue potenzialità e di garantire finalmente un lavoro a chi non ce l’ha mai avuto o l’ha perso, spesso a causa dei danni procurati dal covid al sistema produttivo e sociale. Giustamente Emilio Giannelli nella sua vignetta di prima pagina del Corriere della Sera fa dire ad un disoccupato sulla solita panchina che “avere il green pass è facile, ma il difficile è avere il lavoro”, in risposta al signore che aveva tradotto così notizie e titoli di un giornale: “Da oggi niente lavoro se non hai il green pass”.

Sì, è vero, Draghi rischia grosso in questo che potrebbe essere per lui anche il giorno più lungo, dal titolo dello storico film del 1962 sull’ancora più storico sbarco in Normandia degli americani e alleati, il 4 giugno 1944, per accelerare la sconfitta di Hitler e la fine della carneficina della seconda guerra mondiale. Ma, ancor più grosso di Draghi e del suo governo, rischiano sulla strada del suicidio-omicidio il già citato “popolo no vax” e chi in qualsiasi modo lo coccola, lo giustifica, lo comprende, come preferite, magari solo per togliersi la ben magra soddisfazione di vedere l’odiato Draghi in difficoltà, e addirittura di vedere vendicato il predecessore Giuseppe Conte.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di ieri
Travaglio sul Fatto Quotidiano

Sentite cosa non più tardi di ieri sul Fatto Quotidiano ha scritto nel suo editoriale, o direttoriale, il solito Marco Travaglio: “Sarebbe assurdo uscire dalla pandemia in assetto di guerra dopo esserci entrati e averla affrontata tutti insieme con la calma e la persuasione di Conte”. E ancora, risalendo sino a Mosè attraverso la rivoluzione francese del 1789, giusto per non farsi mancare niente: “Ora abbiamo SuperMario che, con quell’arietta da Maria Antonietta, si crede ancora alla Bce e detta le tavole della legge dal Sinai senza degnarsi di spiegarle alla plebe né preoccuparsi delle conseguenze, anche quando sono note a tutti”.  Le famose brioches di Maria Antonietta, finita notoriamente sul patibolo, come gli sconti sui tamponi o gli incontri del presidente del Consiglio con i sindacati…

Blog su WordPress.com.

Su ↑