E ora le fiamme nel governo gialloverde sul fronte dell’immigrazione

            I francesi, beati loro, ma più in generale tutti quelli che nel mondo ne hanno condiviso lo sgomento e le preghiere di fronte alle fiamme che hanno dilaniato Notre-Dame, possono contare di vedere risorgere l’imponente cattedrale di Parigi entro cinque anni, secondo l’impegno Notre Dame 3 .jpgpreso dal presidente della loro Repubblica, più bella e forte di prima. Così hanno detto anche due uomini che se ne intendono come l’architetto Renzo Piano e lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi, contestando una certa disperazione retorica che sempre si affaccia in queste circostanze, a dispetto dei progressi compiuti e dimostrati dall’umanità anche per riparare alle disgrazie e ai propri errori.

            Con le ceneri provvisorie di Notre-Dame sparirà anche il catttivo gusto, a dir poco, di chi ha voluto fare ironia pure sui sentimenti religiosi, come l’autore della “cattiveria” di giornata sulla primaIl Fatto.jpg pagina del Fatto Quotidiano. Dove si è potuto scrivere, con la pretesa di far ridere, che “le reliquie” custodite nella cattedrale parigina “sono tutte salve” ma “resta da accertare perché non abbiano funzionato” per scongiurare l’incendio scoppiato nel cantiere del restauro in corso da mesi.

            Noi italiani, decisamente meno fortunati, non possiamo purtroppo sapere se e in quanto tempo riusciremo a vedere restaurato o ricostruito -anche qui più forte di prima- il senso dello Stato saltato letteralmente in aria con l’inaudito scontro fra i Ministeri dell’Interno e della Difesa, Corriere.jpgfra le cosiddette autorità civili e militari, di ogni ordine e grado, su come fronteggiare l’aumento del già esponenziale fenomeno dell’immigrazione di fronte all’aggravamento della situazione in Libia. Il cui capo del governo riconosciuto e garantito dall’Onu ha cercato di mobilitare anche l’Italia, che pure lo ha sinora aiutato, contro l’assalto sferrato dal generale Haftar, e da quanti gli stanno dietro, prospettando la fuga di ottocentomila disperati verso l’Europa e le sue prime stazioni marittime, che sono appunto quelle italiane.

            Prima ancora che da Tripoli si levasse questa minaccia, vera o strumentale che fosse, già correva sulle acque del Mediterraneo per prestare soccorsi ai profughi, al comando dell’immancabile e notissimo contestatore Luca Casarini, reduce da una sua visita di ristoro a Montecitorio, la nave…caritatevole Jonio. Che di recente era stata prontamente sequestrata per un’analoga operazione ma altrettanto prontamente dissequestrata a Lampedusa con tutti i bolli necessari.

            Senza trattenersi dalla voglia di indicarla esplicitamente, o esplicativamente, come obiettivo il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno ha emesso una circolare di “intimazione”, destinata anche alle autorità e unità militari dipendenti dal Ministero della Difesa, finalizzata alla sostanziale chiusura, o richiusura, dei porti italiani. Dove la nave Jonio e ogni altro mezzo, compresi quelli militari, non possono contare di sbarcare  quanti hanno soccorso rendendosi di fatto complici di un traffico di clandestini,  fra cui magari anche possibili terroristi, da altri invece consideratimanifesto.jpg e definiti rifugiati perché in fuga dalla guerra.  Ne è nata una rivolta di carta dei generali, con tanto di nota dello Stato Maggiore della Difesa condivisa e rilanciata dalla ministra grillina  Elisabetta Trenta, già altre volte scontratasi con Salvini su versanti diversi. Al manifesto, sempre felicemente immaginifico nei titoli, hanno chiamato sulla prima pagina “battaglia navale” quella che si è aperta con i comunicati, ma si potrebbe chiamare anche scontro o caos istituzionale.

            Il presidente della Repubblica, capo anche delle Forze Armate per dettato costituzionale, almeno sino al momento in cui scrivo, forse per non aggravare la situazione rendendola più esplicita e riconoscibile, ha evitato di convocare il Consiglio Supremo di Difesa e di cercare di mettere ordine in questa Babele scoppiata fra il Viminale e il dicastero quasi limitrofo al Quirinale, che è quello guidato da Elisabetta Trenta. Ma Sergio Mattarella deve averne parlato lo stesso -si spera- col presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da lui convocato per essere sostanzialmenteConte da Mattarella.jpg richiamato all’ordine su un altro aspetto, non meno inquietante e grave, dell’attività di governo: l’abitudine di approvare per finta in Consiglio dei Ministri – com’è accaduto per i provvedimenti sulla crescita e sullo sblocco dei cantieri-  decreti-legge con la formula della “riserva d’intesa”. Che viene poi cercata, e non sempre trovata davvero, fra i ministeri e i ministri interessati, senza un altro passaggio collegiale. Cui invece Sergio Mattarella ha ricordato a Conte che nessuno può sottrarsi senza mettersi sotto i piedi la decenza istituzionale . Le parole, magari, saranno state diverse, ma il contenuto della protesta e del monito del presidente della Repubblica è stato ed è questo.

            Si dirà che pure questo spettacolo, chiamiamolo così, è il prodotto tossico della campagna in corso per le elezioni europee e amministrative di fine maggio, nella quale i due partiti di governo si combattono fra di loro più di quanto insieme non facciano per attaccare o difendersi dalle opposizioni. Ma questa della campagna elettorale è una ben magra consolazione, anche perché -torno a ricordare, sino alla noia- la lotta intestina da urne continuerà nella maggioranza gialloverde anche dopo, in vista delle elezioni regionali dell’anno prossimo, e con l’ombra sempre più corta delle elezioni politiche anticipate.

 

 

 

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Le fiamme di Notre-Dame bruciano anche la gaffe del ministro italiano dell’Interno

              Fra le “Ceneri di Francia”, come il manifesto ha voluto titolare in sovrimpressione l’incendio della storica cattedrale parigina di Notre-Dame, è finito anche l’infortunio, a dire poco, della fuggevole, sbrigativa “vicinanza”, niente di più, espressa in diretta a chi soffriva una tragedia universale dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro italiano dell’Interno Matteo Salvini.

           Egli era alle prime battute di un lungo, interminabile video trasmesso in contemporanea dal suo alloggio di governo non per partecipare all’evento seguìto da tutto il mondo, ma per proseguire, imperterrito, la sua lunga campagna per le elezioni europee e amministrative di fine maggio. Con le quali il leader del la guglia .jpgCarroccio, o “il capitano”, come lo chiamano i suoi, si propone di sancire una sostanziale primazia leghista nel governo gialloverde pur presieduto dal pentastellato Giuseppe Conte, senza volerne minimamente mettere in discussione la sopravvivenza negli attuali rapporti di forza parlamentare. Che sono notoriamente a vantaggio, invece, del movimento delle cinque stelle capeggiato da Luigi Di Maio, vice presidente del Consiglio pure lui, e superministro del Lavoro e del cosiddetto Sviluppo Economico: cosiddetto, visti i dati recessivi che corrono, per quanto mitigati dalla produzione industriale in febbraio. 

            Proprio mentre Salvini  si esibiva in maniche di camicia dal suo alloggio di servizio sbertucciando, fra l’altro, l’avviso ricevuto dalla Procura di Catania di un altro procedimento avviato presso il cosiddetto tribunale locale dei ministri per sequestro di persona -in ordine stavolta alla vicenda della nave Sea Watch bloccata per alcuni giorni a fine gennaio davanti a Siracusa con 47 migranti a bordo, di cui 15 minorenni-  Di Maio lo prendeva pubblicamente in giro dandogli del Napoleone e ricordandogli di non essere il solo interessato alla nuova iniziativa giudiziaria. Essa ha infatti coinvolto immediatamente anche l’altro vice presidente,  il presidente del Consiglio e il ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dopo che si erano assunti la corresponsabilità pure dell’analoga vicenda della nave Diciotti nella scorsa estate.

            La logica vorrebbe un analogo inoffensivo epilogo, forse questa volta senza neppure l’approdo al Senato, con la rinuncia cioè del “tribunale dei ministri” catanese, come si chiama l’ufficio del giudice delle indagini preliminari per i Salvini.jpgreati ministeriali, appunto, a chiedere al Senato l’autorizzazione negata l’altra volta. Ma di logica n’è rimasta notoriamente ben poca nella situazione politica e giudiziaria d’Italia, per cui potrebbe accadere di tutto: anche un nuovo incaponimento della magistratura ordinaria e un altro passaggio parlamentare, stavolta d’esito diverso per la voglia serpeggiante fra i grillini di fare un dispetto, diciamo così, al sempre più ingombrante Salvini, anche a costo di fare processare pure i loro ministri.

            D’altronde, i pentastellati erano arrivati, in occasione del mancato processo per la nave Diciotti, alla loro decisione a favore di Salvini fra molti mal di pancia, risolti da un referendum elettronico col 60 per cento contro il 40: un risultato peraltro garantito con un sistema poi incorso in una nuova censura dell’Autorità competente, con multa annessa.

            La logica, sempre quella, introdotta dalla gestione della loro partecipazione al governo cui ci hanno abituati da un anno leghisti e grillini, vorrebbe che all’indomani delle elezioni di fine maggio Salvini e Di Maio, o viceversa, finissero di litigare, sopra e sotto il tavolo, rinfacciandosi le reciproche invasioni di campo, e trovassero un’intesa per proseguire la convivenza addirittura per altri quattro anni, come dice con olimpica disinvoltura il presidente del Consiglio. Ma di logica, come dicevo, n’è ormai rimasta ben poca dalle nostre parti, forse anche nella versione perversa della fase gialloverde della politica italiana, per cui da giugno in poi potrebbe accadere davvero di tutto.

 

 

 

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Di Maio importa nella maggioranza gialloverde la guerra libica

             Con l’esperienza maturata tra la Farnesina e Palazzo Chigi, e con la maggiore visibilità ottenuta assumendo la presidenza del Pd dopo l’elezione di Nicola Zingaretti a segretario, Paolo Gentiloni ha saputo anticipare di almeno 24 ore il tentativo -si vedrà se politicamente omicida o suicida- del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio di importare nel governo e nella maggioranza gialloverde la guerra scatenata, o peggiorata, in Libia dal generale Khalifa Haftar. Che certamente non è uno sconosciuto a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto con tutti i riguardi possibili il 6 dicembre scorso, poco più di quattro mesi fa, per un colloquio di quasi due ore con Giuseppe Conte.

            “Il governo finirà per cadere proprio sul conflitto libico”, aveva detto ieri Gentiloni in una intervista a La Stampa lamentando gli effetti dell’isolamento procuratosi dall’esecutivo gialloverde in sede Gentiloni alla Stampa.jpgeuropea e mondiale con posizioni contraddittorie o evasive, nonostante l’apparenza di una intensa attività diplomatica rappresentata da viaggi, incontri, telefonate e quant’altro. Il giorno dopo, per niente trattenuto dalla previsione o dal monito di Gentiloni, il capo del movimento delle 5 stelle in persona si è messo a soffiare un po’ troppo libeccio su Roma con una intervista sostanzialmente antisalviniana al Corriere della Sera sui riflessi migratori della situazione aggravatasi nel paese che esporta più disperati di ogni altro dalle spiagge africane.

             “Di Maio, sfida sui porti chiusi”, ha titolato su tutta la prima pagina il più diffuso giornale italiano riferendo della sostanziale offensiva Corriere su Di Maio.jpgaperta dal vice presidente grillino del Consiglio contro l’omologo leghista sul versante degli sbarchi che stanno per riversarsi in Italia con le seimila persone in fuga da Tripoli e le altre diecimila già spinte dai trafficanti sulle coste contando sulla crisi ulteriore della sorveglianza marittima di Tripoli.

            Oltre ad avvertire Salvini di togliersi praticamente dalla testa l’idea di ripetere il clichè delle chiusure consentitegli dai grillini nella scorsa estate con incidenti anche di tipo giudiziario, come quello Di Maio al Corriere.jpgdella nave della Guardia Costiera Italiana “Diciotti” fermata col suo carico di 170 migranti nel porto di Catania, Di Maio è tornato a rinfacciargli i rapporti privilegiati con quei paesi europei, tipo l’Ungheria di Orban, che sono i più intransigenti nel rifiutare una distribuzione dei profughi all’interno dell’Unione. E’ una contraddizione oggettiva, su cui Salvini sorvola disinvoltamente ma che rischia di esplodere come una bomba in mano a lui e a tutto il governo già prima delle elezioni europee di fine maggio. E figuriamoci dopo, se dalle urne dovesse uscire rafforzato quello che lo stesso Salvini chiama “sovranismo”, destinato peraltro a farsi sentire anche sull’applicazione delle regole economiche e finanziarie dell’Unione, e non solo sul fronte migratorio.

            Le contraddizioni della maggioranza gialloverde, e i limiti sempre più stretti del “contratto” di governo stipulato meno di un anno fra i due partiti che la compongono, stanno sempre più arrivando al pettine, e anche crescendo. Lo dimostra, fra l’altro, il conflitto politico scoppiato sul Campidoglio, dove iVrginia Raggi.jpg grillini cercano di proteggere la sindaca Virginia Raggi alleggerendola dei debiti con l’aiuto dello Stato e i leghisti, opponendosi, cercano invece di spingere verso la crisi per anticipare le elezioni di due anni a Roma. Dove Salvini, sempre lui, ormai pentito pubblicamente di avere aiutato con Giorgia Meloni nel 2016 la Raggi a prevalere nel ballottaggio contro il candidato del Pd Roberto Giachetti, ha più di un candidato o di una canditata in testa per tentare l’assalto capitolino. E chiudere quella “marcia” che Gad Lerner gli ha appena rimproverato su Repubblica di avere cominciato il 28 febbraio del 1985 col raduno in Piazza del Popolo “fra gli applausi delle falangi di Casa Pound”. E così Repubblica coglie forse l’occasione anche per riposizionarsi rispetto alla sindaca a cinque stelle in carica, non lasciando più solo Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio a proteggerla.

 

 

 

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Che tristezza scannarsi politicamente per una foto dopo un delitto

                Ho trovato a dir poco stravagante la polemica approdata in televisione, in particolare nello spazio di approfondimento serale dell’informazione politica su Rete 4 di Mediaset, contro la decisione del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini di mettere in rete, col suo telefonino, la foto del pregiudicato catturato dopo avere ucciso nella piazza principale di un paese in provincia di Foggia, Cagnano Varano, il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Carlo Di Gennaro, e ferito il carabiniere Pasquale Casertano, che era alla guida di un auto in servizio di pattugliamento.

            “Non si esibisce così un catturato”, è stato rimproverato a Salvini tornando a contestargli tutt’altra vicenda o spettacolo, come preferite: lo sbarco a Ciampino, presenti lo stesso Salvini e il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, del finalmente ex latitante Cesare Battisti. Che fu seguito dalle telecamere sino all’interno dell’aeroporto, e poi all’arrivo e nei corridoi del carcere di destinazione, a Oristano. Quella fu, sì, un’esibizione più che discutibile, per quanto Battisti avesse gestito la sua lunga fuga, fra Europa e America del Sud, dalle sue sanguinose responsabilità di terrorista con una spavalderia semplicemente odiosa. Che poi, catturato e assicurato alla patria galera, ha cercato di far dimenticare confessando i quattro delitti di una quarantina d’anni fa per i quali era stato condannato.

            L’assassino del maresciallo Di Gennaro, il pregiudicato Giuseppe Papantuono, vendicatosi con la sua pistola di un sequestro di droga subìto qualche giorno prima, è stato ripreso fotograficamente in diretta nella cattura, non trattenuto a terra per tutto il tempo necessario ad uno spettacolo Schermata 2019-04-14 alle 06.04.45.jpgda offrire poi al pubblico. Di che cosa stiamo o stanno parlando contestando il tweet di un ministro la cui colpa sembra essere di avere preferito quella foto all’altra emblematica della tragedia, e privilegiata invece da molti giornali: l’auto dei Carabinieri coperta dai commilitoni del morto e del ferito con una bandiera tricolore?

            La polemica mi sembra francamente di una misera pretestuosità politica, quanto quella sollevata dai navigatori internettiani contro il richiamo di Salvini, a commento proprio di quella foto, alla pena di morte ma solo per precisare di essere contrario, bastandogli e avanzandogli la speranza di vedere l’assassino condannato all’ergastolo. Che andrebbe scontato con tutte le garanzie della legge, e non per “marcire in galera”, come altre volte è purtroppo capitato di dire al ministro dell’Interno. Che si è recentemente e lodevolmente impegnato, in un incontro conviviale nel ristorante del carcere di Bollate, a non ripetere più quell’espressione da taverna. Ad un certo pubblico sarebbe forse piaciuto che a Salvini quella frasaccia fosse scappata di nuovo, o che il ministro si fosse convertito alla pena capitale.

            Avrei da ridire, in verità, anche sull’altro fronte polemico aperto contro il ministro dell’Interno dal suo omologo grillino alla vice presidenza del Consiglio, e ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. Che, non avendo evidentemente digerito ancora la riforma della legittima difesa, approvata definitivamente dal Senato con l’assenza significativa dei ministri e sottosegretari pentastellati dai banchi di governo, ha colto l’occasione della tragedia nel Foggiano per lamentare che a non potersi adeguatamente difendere siano in Italia le forze dell’ordine. E per annunciare il proposito di discuterne col collega di partito e guardasigilli Bonafede, prima ancora che col Viminale.

           Si è così percorso un altro gradino, in discesa, sulla scala dei rapporti fra componenti del governo e della maggioranza gialloverde. O, se preferite, abbiamo sentito un’altra stecca in questa interminabile campagna elettorale per le europee di fine maggio, condotta come avversari da quanti invece hanno fatto un contratto per governare insieme, addirittura per l’intera durata quinquennale della legislatura.

 

 

 

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Nicola Zingaretti tradisce il panico di fronte agli arresti nel Pd umbro

               L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, deciso a rimanere sulle prime pagine dei giornali dove lo ha riportato la Corte di Cassazione annullando la condanna per gli scontrini delle cene che contribuirono, quanto meno, all’infelice epilogo della sua esperienza capitolina, si è doluto al telefono col manifesto, dalla sua casa a Philadelphia, che dal Pd lo abbiano chiamato “in tanti ma non tutti”. E ti credo, avrebbe potuto dirgli l’interlocutrice raccontandogli lo stato di agitazione, anzi di panico, creatosi al Nazareno e dintorni per il terremoto politico in Umbria. Dove la Procura di Perugia ha perquisito la stanza della governatrice della Regione Catiuscia Marini, indagata per concorso in abuso d’ufficio, rivelazione di segreto e falso, e ha fatto mandare agli arresti domiciliari l’assessore alla Sanità Luca Barberi, il segretario regionale del Pd, nonché ex sottosegretario all’Interno, Giampiero Bocci e i direttori generale e amministrativo dell’azienda ospedaliera Emilio Duca e Maurizio Valorosi: tutti partecipi, secondo l’accusa, di un gioco di concorsi più o meno truccati per lottizzare le assunzioni nella sanità, dagli infermieri in su, o dai primari in giù, come preferite.

            Arresti a sinistra, ha titolato e targato in prima pagina la Repubblica, inseguita da quasi tutti gli altri giornali, concordi nel vedere e indicare il Pd impietosamente nei guai proprio mentre Repubblica.jpgsembrava riprendersi mediaticamente ed elettoralmente con l’arrivo del nuovo segretario Nicola Zingaretti. Che ha finito per avvalorare la desolante impressione, anche a costo di rafforzare l’impianto dell’accusa, rimuovendo all’istante il segretario regionale del partito, senza chiederne e aspettarne le dimissioni, e spedendo a Perugia come commissario Walter Verini, deputato umbro di 63 anni nei cui panni, peraltro conoscendolo, non vorrei davvero trovarmi per il clima giustizialista in cui, coi tempi che corrono da parecchio, sarà costretto a muoversi.

            Franco Bechis, giunto  alla direzione del Tempo da quella di alcuni giornali regionali, fra i quali il Corriere dell’Umbria, ha assicurato della piena attendibilità del titolare delle indagini La Stampa.jpge ha previsto che esse “forse picconano definitivamente quel che resta del Pd, già travolto dalla rabbia e dalla delusione degli elettori” anche da quelle parti. E’ una convinzione condivisa, credo, dal leader leghista Matteo Salvini, Messaggero.jpgche -non si sa se più in questa veste o in quella di vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno- si è affrettato a chiedere le dimissioni della governatrice e le elezioni regionali anticipate. Dalle quali il centrodestra, ancora operante a livello locale, potrebbe in effetti guadagnare moltissimo, avendo già rasentato la vittoria nelle elezioni precedenti, in uno scrutinio notturno all’ultimo respiro, con la bandierina rossa della regione già ammainata in qualche plastico di redazione.

            Quegli arresti a sinistra gridati da Repubblica conservano, al di là della serietà e, diciamo pure, gravità Il Fatto.jpgdei fatti contestati col supporto di intercettazioni che sembrano chiodi infissi su una parete di legno, una certa aria poco consolante di lottizzazione non solo dei posti messi fintamente a concorso, ma degli arresti. Che cominciano anch’essi ad essere classificati nei titoli dei giornali a sinistra, a destra, al centro e in tutte le altre possibili o immaginabili collocazioni politiche.

Non è, francamente, un bel vedere e leggere, al pari di quella foto che ho visto pubblicata sul Corriere della Sera, sia pure La coppia di Perugia.jpgall’interno e non in prima pagina, della governatrice uscente, diciamo così, dell’Umbria e del segretario regionale del Pd uscito: ripresi insieme come una coppia felice, inconsapevole della capsula dell’infortunio incorporata.

 

 

 

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Giallo al Salone del Mobile nei rapporti fra Luigi Di Maio e Vincenzo Boccia

            Per quanto svelto nell’apprendimento e nella fantasia, Alessandro Di Battista non ce l’ha fatta a imparare nel Viterbese il mestiere del falegname in tempo per produrre mobili da esporre all’omonimo Salone di Rho-Fiera. Dove pertanto si può escludere che sia stata la sua mercanzia, chiamiamola così, a   far cambiare umore e altro ancora all’amico e compagno di partito, e concorrente un po’ in disparte in questi tempi, Luigi Di Maio. Che, ospite anche del Consiglio Generale della Confindustria, alla  cui riunione è stato invitato con tanto di discorso, ha lasciato la Fiera fra gli elogi di Vincenzo Boccia, presidente della stessa Confindustria. Che ne ha commentato così la partenza: “Sembrava uno di noi”.

            La notizia ha colpito, fra gli altri, Dario Di Vico. Che ne ha scritto, sorpreso, sul Corriere della Sera conservando tutto il suo stupore anche di fronte ad una puntualizzazioneCorriere.jpg sopraggiunta di Boccia sulla “sensibilità”, non di più, all’origine di quel commento. Una sensibilità da non confondere evidentemente col sarcastico richiamo dell’editorialista del Corriere ad una “folgorazione” del presidente di Confindustria in qualche modo paragonabile alla conversione di Paolo di Tarsio “sulla via di Damasco”.

            In realtà, Boccia e Di Maio non si erano mai presi, diciamo così, prima di questo benedetto Salone del Mobile.  Che così non sarà più ricordato politicamente solo per la visita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte o, forse ancora di più, per quella fuggevole del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini mano nella mano con la nuova fidanzata Francesca Verdini, magari alla ricerca anche di qualche idea per arredare il loro prevedibile, anzi augurabile nido d’amore.

            Persino la solita ricerca d’archivio fotografico cui si ricorre per trovare insieme i personaggi di cui ci si occupa è risultata laboriosa. Per quanto accomunati non solo dall’incontro a Rho-Fiera ma anche, o soprattutto, dalle funzioni che svolgono, l’uno di ministro dello Sviluppo Economico, almeno così si chiamaBoccia e Di Maio.jpg il suo principale dicastero, e di ministro del Lavoro e l’altro di presidente degli industriali, interessatissimi a entrambi i temi, Di Maio e Boccia insieme sono stati fotografati assai di rado. Personalmente, ho trovato solo la foto di un loro “confronto”, che fu in realtà uno scontro, mediato da Enrico Mentana, su la 7 per il suo Bersaglio mobile, in occasione del varo dell’ormai lontano e cosiddetto Decreto Dignità. Erano ancora i tempi in cui Di Maio non sapeva ancora con chi prendersela di più fra i “parassiti” assunti per raccomandazione alla Rai, i pensionati d’oro, o di platino, immeritevoli di ogni presunto diritto acquisito, i vitaliziati, intesi come titolari dei vitalizi degli ex parlamentari e simili, e i “prenditori”, come spicciativamente il capo del movimento delle 5 stelle chiamava gli imprenditori. Ora sembra addirittura uno di loro, a sentire Boccia.

            Sono gli scherzi che riescono a fare le campagne elettorali, come suggerisce “il paradosso” prospettato da Di Vico, a conclusione del suo commento sul Corriere, immaginando quanto potrebbe aversene a male l’alleato-concorrente di Di Maio, cioè Matteo Salvini, “a lungo corteggiato e poi rimosso” dagli imprenditori, o ex prenditori, o prenditori camuffati da imprenditori, come preferite.

            Nelle campagne elettorali può notoriamente accadere di tutto. Il guaio è che, almeno da un po’ di tempo a questa parte, in Italia può continuare ad accadere di tutto pure dopo. E ciò anche perché le campagne elettorali -diciamo la verità- non finiscono mai, essendo una la prosecuzione dell’altra, tanti sono e così frequenti i nostri appuntamenti con le urne: nostri, naturalmente, per chi vi accorre, al netto di quanti, a volte persino più numerosi, preferiscono andare al mare o in montagna, o restarsene semplicemente a casa.

Ignazio Marino chiude da solo il suo caso politico dopo l’assoluzione

Tornato sulle prime pagine dei giornali italiani per l’innocenza riconosciutagli dalla Cassazione bocciando la condanna in appello per peculato e falso rimediata a causa di 56 cene contestategli dalle opposizioni, e poi dalla magistratura, per un ammontare di 20 mila euro pagati con la carta di credito dell’amministrazione capitolina, come ha ricordato Marco Travaglio sfogliando il suo archivio, l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino ha disatteso per prudenza, una volta tanto, i suoi interessatissimi sostenitori. Che lo vorrebbero scomodare dagli impegni professionali in America, a Philadelphia, per trapiantarlo di nuovo -lui, che di trapianti è davvero uno specialista, ma in senso chirurgico- nella politica italiana, non necessariamente limitata a Roma. “Si può fare molto”, presumo per gli altri e non solo per sé, “anche stando fuori dalla politica”, ha detto Marino.

            Esclusa una richiamata alle armi per i grillini e per la destra, salviniana o d’altro tipo, da cui si sente lontano quanto il buco appena fotografato nello spazio a 55 milioni di anni luce dalla Terra, la voglia di Marino levatasi politicamente in Italia dopo la conclusione della sua vicenda giudiziaria è tutta a sinistra. E principalmente mirata verso quella parte del Pd che vorrebbe recuperare la scissione di due anni fa ed ha salutato come liberatoria l’elezione alla segreteria del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, non a caso affrettatosi a mandare all’ex sindaco messaggi di felicitazioni e simili.

            Ma anche su questo punto, o versante, Marino è stato spiazzante. Oltre a prendersela, per le pene dei due anni e poco più trascorsi in Campidoglio, con i due Mattei che governavano allora il partito, Renzi da Palazzo Chigi e Orfini dal Nazareno, Marino se l’è presa anche con Zingaretti. Che, già allora governatore della regione, è stato accusato da Marino di non avere fatto nulla, ma proprio nulla per lui, neppure per distinguersi dai colleghi di partito che preferirono lo studio di un notaio, per firmarne la sostanziale decadenza da sindaco, all’aula Giulio Cesare del Consiglio Comunale per difenderlo dall’assalto delle opposizioni.

            D’altronde, Renzi o non Renzi, Orfini o non Orfini, Zingaretti o non Zingaretti, e persino Bersani o non Bersani, che l’altra sera in televisione si è vantato di averlo scoperto politicamente, prima ancora di Massino D’Alema, l’allora sindaco di Roma stava al Pd come un cavolo a merenda. Lo ha detto onestamente lo stesso sindaco a Philadelphia vantandosi a sua volta di avere “sconfitto” il Pd nel momento in cui fu “scelto come sindaco da due elettori su tre”. Il partito del Nazareno quindi era all’opposizione senza neppure accorgersene.

            Infine, quasi a confermare le ragioni tutte politiche, e per niente giudiziarie o moralistiche, vantate dall’allora Schermata 2019-04-11 alle 08.51.44.jpgpresidente del Pd e commissario dello stesso partito a Roma Matteo Orfini per la decisione di chiudere l’esperienza capitolina di Marino, quest’ultimo si è onestamente rammaricato dalla sua Philapdelphia, parlando peraltro al plurale, di “non essere riusciti a spiegare bene il nostro progetto per cambiare Roma”.

            Ciò dovrebbe bastare e avanzare per chiudere davvero il caso Marino anche sul piano politico, e non solo giudiziario. Del caso d’oltre Tevere neppure a parlarne, naturalmente, dopo le distanze prese dall’ancora sindaco personalmente dal Papa rivelandone la partecipazione spontanea ad alcune cerimonie, senza l’invito di alcuna autorità religiosa.

           

Il buco nero dell’informazione, secondo il presidente del Consiglio

            Mentre le agenzie rilanciavano in tutto il mondo la prima foto di un buco nero diffusa dalla rivista Astrophisical Journal e scattata dai telescopi Eht puntati sul centro della Galassia Virgo A, a 55 milioni -pensate un po’- di anni luce di distanza dalla nostra terra, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha denunciato con l’aria più normale possibile, en passant, un buco nero dell’informazione italiana, di ogni tipo e ordine.

            “Come al solito, ci fate sempre litigare. E’ stata invece una tranquillissima riunione sul quadro di finanza pubblica”, ha detto il professore Conte smentendo liti, battibecchi, insofferenze e ogni altro tipo di difficoltà discorsive, diciamo così, nella “riunione” peraltro assai breve del Consiglio dei Ministri in cui è stato approvato il Def, acronimo del documento di economia e finanza: 35 minuti in tutto.

            In verità, prima e anche dopo la seduta del Consiglio dei Ministri, sempre sullo stesso documento e problemi annessi e connessi, soprattutto la “rivoluzione storica” della tassa piatta che Matteo Salvini continua a promettereRolli.jpg entro l’anno, si sono svolte varie riunioni politiche, tecniche e di entrambi i tipi insieme, in cui possono essersi verificate le liti smentite da Conte parlando solo del Consiglio, appunto. Ma la tirata d’orecchie all’informazione resta lo stesso con quel richiamo al “solito” modo in cui giornali, telegiornali, talk show, agenzie e quant’altro riferirebbero del lavoro del governo. Eppure ogni tanto capita anche a Conte di lamentarsene, come ha fatto di recente chiedendo “più generosità” e meno polemiche.

            Per fortuna, blindato nei suoi uffici di Palazzo Chigi, Conte non si è avventurato a parlare entusiasticamente del lavoro della sua maggioranza nelle aule parlamentari, nelle commissioni e nelle fluviali dichiarazioni che leghisti e grillini si scambiano fra di loro sui giornali e via etere, con messaggi a volte criptici. Il più clamoroso dei quali è stato forse quello sfuggito a un sottosegretario grillino precisando, o assicurando, che un attacco appena subìto, e neppure ancora cessato, dal ministro del Tesoro, collaboratori e familiari non fosse addebitabile alla “intelligence” del movimento delle cinque stelle.

           Il lavoro della maggioranza gialloverde per fortuna è pubblico. Esso si svolge praticamente all’aperto, come in una scatola di tonno ben aperta, per rimanere nelle promesse di trasparenza fatte proprio dai grillini arrivando nel 2013 in Parlamento. Dove proprio quell’anno una senatrice pentastellata destinata nella legislatura successiva a diventare addirittura vice presidente dell’assemblea non si trattenne dal manifestare la voglia, per fortuna repressa, di sputare addosso a Silvio Berlusconi nell’aula di Palazzo Madama. Dalla quale l’ex presidente del Consiglio, già allontanatosi di suo per fortuna nella vicina residenza di via del Plebiscito, stava per essere espulso per sostanziale indegnità a votazione palese. E in applicazione retroattiva, come spiegherò, di una legge perché condannato in via definitiva per frode fiscale neppure compiuta direttamente ma permessa o consigliata agli amministratori di una sua azienda neppure processati, se non ricordo male.

            Tutto ciò -permessi, consigli, sollecitazioni e quant’altro a sottrarre allo Stato una parte peraltro infinitesimale delle tasse pagate dal suo gruppo – era accaduto, diciamolo pure senza il condizionale opposto ancora dal Cavaliere criticando la condanna rimediata anche in Cassazione, molti anni, non mesi, prima che quella legge, nota col nome dell’ex ministra della Giustizia Paola Severino, costatagli il seggio parlamentare fosse stata non dico approvata, né discussa, ma neppure pensata.

            Perché rivangare tutto questo ?, potrebbe chiedere qualcuno. Perché la logica di quella legge, varata dal governo tecnico di Mario Monti e distrattamente approvata in Parlamento anche da Berlusconi o dai suoi, è stata talmente condivisa dal governo in carica, a cominciare dal presidente del Consiglio, professore di diritto e avvocato civilista, da essere trasferita nella legge cosiddetta spazzacorrotti, promulgata tre mesi fa dal capo dello Stato nonostante i dubbi espressi dal Consiglio Superiore della Magistratura da lui stesso presieduto, e applicata anch’essa retroattivamente.

 

 

 

 

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L’ottimismo del ministro Tria smentito sul campo di Palazzo Chigi

            Giovanni Tria, non un omonimo ma proprio lui, il professore dell’Università romana di Tor Vergata prestato al governo come superministro dell’Economia, visto che accorpa i vecchi dicasteri del Tesoro, delle Finanze e del Bilancio, aveva appena smentito in una intervista a Repubblica la rappresentazione giornalistica dei suoi scontri, a Palazzo Chigi, con i vice presidenti del Consiglio e quant’altri quando è stato smentito, diciamo così, sul campo.

            Tra vertici preparatori, riunioni più o meno tecniche e la seduta vera e propria del Consiglio dei Ministri, svoltasi in  notevole ma non imbarazzato ritardo per approvare l’obbligatorio Def, cioèIl Fatto.jpg il documento di economia e finanza, il professore ha dovuto scontrarsi con i suoi colleghi di governo, a cominciare dai vice presidenti che rappresentano i  due partiti della maggioranza: il grillino Luigi Di Maio e ancor più il leghista Matteo Salvini. Così almeno hanno raccontato un po’ tutti i giornali, di varia tendenza.

            Se non siamo di fronte ad un altro spettacolo di allucinazione collettiva dell’informazione scritta e parlata, e Tria non viene generosamente soccorso da smentite, comunicati e quant’altro, si può quanto meno manifesto.jpgsospettare, stando sempre all’intervista del tutto va bene, signora la marchesa, rilasciata al sorpresissimo Francesco Manacorda di Repubblica, già scettico di suo dello scoop regalatogli dal professore; si può quanto meno sospettare, dicevo, che il ministro dell’Economia sia non so se più distratto o votato al sacrificio nel ruolo che ha voluto darsi di pompiere nel condominio gialloverde.

            Il tipo di imposta dal nome inglese – flat tax- tanto reclamata da Salvini a favore dei contribuenti, o delle famiglie, o del ceto medio, come preferisce precisare Di Maio per escluderne “i ricchi” – che egli vede dappertutto senza tuttavia precisare criteri precisi con i quali identificarli, e bollare magari la loro fronte per renderli riconoscibili anche ai passanti-  è diventata tanto piatta da finire “in una parentesi” alquanto generica del documento approvato dal governo, come ha riferito, per esempio, il Corriere della Sera.

             A Salvini, già nervoso di suo per l’affronto fattogli dai ladri che avevano rubato nella villa fiorentina di cui era stato ospite come fidanzato della figlia del proprietario, Tria ha detto che per togliere Repubblica.jpgquella parentesi, o allungarla tanto da renderla visibile, bisognerebbe decidersi a quell’aumento dell’Iva già contemplato peraltro dagli impegni assunti con l’Unione Europea. Cui però tanto Salvini quanto Di Maio, stavolta uniti, almeno su questo, sono decisamente contrari temendone l’impopolarità, cioè i negativi effetti elettorali, prima ancora di quelli economici nelle tasche degli italiani. E di questi tempi, a poco più di un mese e mezzo dagli appuntamenti degli italiani con le urne per il rinnovo del Parlamento europeo, del Consiglio regionale del Piemonte e di oltre tremila amministrazioni comunali, gli effetti elettorali viaggiano naturalmente con la precedenza assoluta.

              Deve passare la nottata, si potrebbe dire con la buonanima di Eduardo De Filippo pensando anche a quel misero 0,2 per cento di crescita  del pil messo nel Def senza tanta convinzione, se non se ne intravvedesse già un’altra: la campagna elettorale per le regionali dell’anno prossimo. O addirittura per il rinnovato anticipato delle Camere elette l’anno scorso.

 

 

 

 

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