Quando i ribaltoni, anche rispetto ai risultati elettorali, erano una cosa seria

Se alla fine sarà davvero ribaltone, come ha promesso l’alba di questa crisi con le votazioni sul suo calendario al Senato, dove i grillini si sono trovati col Pd contro i leghisti, non si potrà neppure dire che sarà il primo di questa diciottesima legislatura. Che fu aperta l’anno scorso proprio con un ribaltone rispetto alla campagna per il rinnovo delle Camere e ai risultati elettorali del 4 marzo, avendo finito per trovarsi al governo due partiti -il Movimento delle 5 Stelle e la Lega- che se l’erano dette e date nelle piazze mediatiche di santa ragione: l’uno puntando addirittura ad un monocolore in cui Giuseppe Conte avrebbe dovuto fare solo il ministro della funzione pubblica, e l’altra proponendosi -e mancando per poco- l’obiettivo di un esecutivo di centrodestra a trazione non più berlusconiana ma salviniana.

Fu un ribaltone, quello dell’anno scorso, neppure con la scusa, o la ragione, della eccezionalità e provvisorietà, ma con l’ambizione dichiarata sin dal primo momento da entrambi gli attori di far durare la loro esperienza contrattuale per tutta la durata della legislatura. Anche nel 1976, all’epoca della cosiddetta prima Repubblica, con una classe politica ben oleata e, francamente, molto più autorevole di questa della terza Repubblica, fu un ribaltone rispetto alla campagna elettorale e ai risultati del rinnovo delle Camere la maggioranza emergenziale di cosiddetta solidarietà nazionale. Che si formò attorno ad un governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti col contributo decisivo del Pci di Enrico Berlinguer, la cui “alternatività” allo scudo crociato era stata dichiarata anche da Aldo Moro. Che pure fu poi l’artefice o regista dell’intesa parlamentare con i comunisti di fronte all’anomalia di un risultato elettorale con “due vincitori”, nessuno dei quali era in grado di costituire una maggioranza contro l’altro.

Diversamente dagli improvvisati-permettetemi di dirlo- statisti di oggi, quelli di allora fecero le cose così  tanto con la testa sulle spalle che – senza neppure bisogno di stringere un contratto scritto e di mettervelo dentro come una clausola- concordarono da galantuomini non solo il carattere provvisorio della loro convergenza, senza la pretesa di tirarla per le lunghe per cinque anni, ma anche la dissoluzione della legislatura nel momento in cui uno dei due maggiori partiti avesse abbandonato la maggioranza. Per cui, quando Berlinguer annunciò, all’inizio del 1979, il ritorno all’opposizione nessuno fece storie e il presidente della Repubblica Sandro Pertini sciolse le Camere come due caramelle in bocca.

Adesso è tutt’altra storia, con tutt’altri protagonisti, ripeto, e in tutt’altro quadro. In cui spicca, almeno per quanto riguarda le mie personali riflessioni, la eccessiva esposizione alla quale protagonisti e semplici attori della crisi stanno sottoponendo l’incolpevole presidente della Repubblica. Dal quale una nuova e ribaltosa maggioranza fra Movimento 5 Stelle e Pd, con cespugli vari, vorrebbe essere aiutata a nascere, incurante dell’obbligo avvertito dal capo dello Stato -e fatto conoscere attraverso il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- di non sostituirsi ai partiti e di valutare poi, con le sue prerogative costituzionali, il risultato delle loro capacità, se ne avranno, di accordarsi su un serio programma.

Della posizione e del ruolo del capo dello Stato si è avuto poco riguardo anche nel momento in cui dai partiti, o loro correnti, aspiranti al ribaltone, e non certo dalla sola fantasia dei retroscenisti di turno, si è fatto notare, diciamo così, che evitando le elezioni anticipate e portando la legislatura al suo ordinario epilogo, nel 2023, la nuova maggioranza sarebbe in condizione di eleggere l’anno prima il successore di Mattarella, o di confermarlo al Quirinale.

Così il presidente della Repubblica si troverebbe esposto, suo malgrado, al sospetto di muoversi in un potenziale conflitto d’interessi se e quando gli toccherà di giudicare un’intesa fra grillini e piddini: una cosa francamente mai vista nelle tante storie di crisi di governo e di ribaltoni cui mi è capitato di assistere in quasi sessant’anni ormai di mestiere giornalistico.

Pensavo di avere visto il massimo dell’anomalia fra l’estate e l’autunno del 1994, quando l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, non incautamente spinto verso gli intrighi da altri e giustamente infastidito, come adesso Mattarella, ma di sua volontà incoraggiò l’insofferente Umberto Bossi, che lo avrebbe poi raccontato personalmente, a far saltare il primo governo di centrodestra di Silvio Berlusconi. Cui seguì, preparato dai pranzi a Gallipoli fra Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione e gli spuntini con panini e alici fra lo stesso D’Alema e Bossi nella casa di quest’ultimo a Roma, il ribaltone del governo Dini. Che, in verità, Scalfaro cercò ad un certo punto di rendere meno vistoso del possibile, sia mandando a Palazzo Chigi lo stesso Dini, ministro del Tesoro nel governo Berlusconi, sia promettendo al Cavaliere elezioni anticipate entro maggio-giugno del 1995.

Poi le cose presero un po’ la mano a tutti, compreso Berlusconi. Che compromise i rapporti con Dini reclamando la conferma del suo fidato Gianni Letta a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Dini, dal canto suo, si prestò a ritardare le elezioni di un anno e fondò un suo partito contribuendo alla vittoria del centrosinistra ulivista, Nei cui governi avrebbe fatto ininterrottamente il ministro degli Esteri, fra il 1996 e il 2001.

Il ribaltone di Bossi  ancor più di Berlusconi, che poi lo avrebbe recuperato come alleato per non perderlo più sino a quando la Lega sarebbe rimasta nelle sue mani, scandalizzò in modo particolare Gianfranco Fini. Che giurò di non prendere più neppure un caffè col capo del Carroccio. Eppure sarebbe stato proprio Fini nel 2010 a tentare il ribaltone più clamoroso della seconda Repubblica, rompendo con Berlusconi e cercando di rovesciarne il governo con una mozione di sfiducia preparata nel proprio ufficio di presidente della Camera. L’operazione fallì per i tempi imposti a quella mozione dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, deciso a mettere prima in sicurezza i conti dello Stato -già allora- con l’approvazione della legge finanziaria e del bilancio annesso, e per i voti giunti al Cavaliere dalle impreviste sponde dipietriste e di sinistra: i sì alla fiducia, o no alla sfiducia, del famoso Domenico Scilipoti ed altri “responsabili”. Ma il governo rimase ugualmente ammaccato, cadendo meno di un anno dopo.

Fu in qualche modo ribaltone anche quello del 1998 compiuto da D’Alema contro Prodi subentrandogli a Palazzo Chigi con l’appoggio dei transfughi del centrodestra arruolati apposta dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che tuttavia se ne sarebbe pentito l’anno dopo, senza tuttavia riuscire a cambiare prima delle elezioni ordinarie del 2001, e della rivincita di Berlusconi, il quadro da lui improvvisato con l’approdo -si era compiaciuto- del “primo comunista”, o post-comunista, e sinora unico, a Palazzo Chigi.

 

 

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Salvini perde sulle date della crisi ma complica gli intrighi contro di lui

            Matteo Salvini, tra le votazioni nell’aula del Senato e la successiva conferenza dei capigruppo alla Camera, ha sicuramente perduto la battaglia voluta  con una certa imprudenza sul calendario della crisi di governo. Che non si aprirà prima del 20 agosto, dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrà riferito a Palazzo Madama e a Montecitorio sulla fine della maggioranza gialloverde che lo ha bene o male sostenuto per 14 mesi. Ma il leader leghista è ugualmente riuscito a complicare gli intrighi dei suoi avversari con una proposta -l’approvazione, prima o durante la crisi, della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari- formulata non tanto per essere davvero realizzata a sostegno di un ricorso immediato alle urne, avendo basi fragili immediatamente denunciate negli ambienti del Quirinale, quanto per aggravare le situazioni interne al Pd e al Movimento delle 5 Stelle, tentati da un accordo sul nuovo governo.

            Approvare la riforma costituzionale per il taglio di 345 seggi parlamentari, fra Camera e Senato, e andare subito a votare rinviandone per forza l’applicazione alle elezioni ancora successive, con il Corriere 1 .jpgcongelamento delle  procedure di verifica referendaria e delle necessarie modifiche ai collegi, è stata subito avvertita dal presidente della Repubblica, fermoCoriere 2 .jpg nel suo rifugio estivo alla Maddalena, in Sardegna, come “un azzardo assoluto, una mossa istituzionalmente scorretta, oltre che sgrammaticata dal punto di vita degli equilibri fra poteri”. Così ha scritto, informato come al solito, il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda in un articolo titolato sullo “stupore” appunto del capo dello Stato.

            In effetti la nuova legislatura nascerebbe già azzoppata. Al completamento delle procedure per rendere applicabile la riforma che ne riduce la consistenza le nuove Camere sarebbero di fatto già delegittimate, come o ancor più di quanto -a dire il vero- lo siano agli occhi degli elettori quelle attuali, elette l’anno scorso, dopo i risultati del voto europeo del 26 maggio scorso. Che ha dimezzato i consensi dei grillini e raddoppiato quelli dei leghisti.

            La proposta di Salvini tuttavia ha spiazzato i pentastellati, che lo avevano accusato di avere scelto la strada della crisi e delle elezioni proprio per impedire l’approvazione definitiva, col quarto e brevissimo passaggio a Montecitorio, della riforma sul numero dei parlamentari. Ma, oltre a spiazzarli, ne ha moltiplicato i dubbi, sia quelli già visibili sia quelli sommersi, e più numerosi, sulla opportunità politica di un cambio di maggioranza pur di evitare le elezioni anticipate, associandosi al Pd. Che potrebbe rivelarsi un alleato ancora più scomodo di quanto non sia stata nei mesi scorsi la Lega, e ancor più penalizzante nei sondaggi e nelle elezioni regionali e locali in programma dall’autunno alla primavera prossima, con tutti gli effetti che potrebbero derivarne sulla tenuta del nuovo governo.

            All’interno del Pd le preoccupazioni o tensioni non sono inferiori rispetto a quelle del Movimento delle 5 Stelle. Salvini nel suo discorso al Senato pronunciato dai banchi leghisti  ha promosso, con un espediente non solo retorico, a suo avversario diretto “l’altro Matteo”, cioè Renzi. Sulle cui orme, una volta proposta a sorpresa un’alleanza temporanea con i grillini per rinviare le elezioni di almeno un anno, ha finito per doversi muovere il segretario del partito distinto e distante Nicola Zingaretti alzando addirittura la posta, e contraddicendosi ancora di più dopo tante polemiche e tanti scontri con i pentastellati. L’obiettivo è diventato adesso quello di un governo di durata e consistenza ancora maggiori, destinato a garantire la fine ordinaria della legislatura, nel 2023, come se la riforma definitiva della riforma costituzionale sul numero dei parlamentari non delegittimasse lo stesso le Camere in carica.

            Per uscire dall’imbarazzo, dalle contraddizioni e da possibili complicazioni interne ed esterne al Pd, Zingaretti ha cercato di coprirsi dietro le indicazioni, le proposte e le scelte che nella gestione della crisi verranno dal Presidente della Repubblica. Che però è stato messo assai scomodamente, se non antipaticamente, in una situazione d’imbarazzo, se non di conflitto d’interessi.

            Un governo, o “governissimo”, di legislatura avrebbe da gestire, fra l’altro, la scadenza del Quirinale del 2022, quando scadrà il mandato di Mattarella. Che grillini e piddini abbastanza imprudentemente hanno mostrato di poter o voler confermare, esponendo il capo dello Stato al rischio di essere sospettato di giudicare la nuova maggioranza non per la validità e la solidità del suo programma, nominandolo e mandandolo alle Camere, ma per la rielezione che potrebbe derivargli.

            A questo punto il presidente della Repubblica per sottrarsi alle malevolenze, che di solito contraddistinguono il dibattito politico in simili circostanze, potrebbe reagire facendosi ancora più accorto o esigente, come preferite, nella gestione della crisi. E ciò potrebbe accadere non dico cedendo alle elezioni praticamente immediate messe sul tavolo della crisi da Salvini con tempi e modi che mi risultano avere sorpreso, a dir poco, il Quirinale, ma quanto meno orientandosi verso un ricorso anticipato alle urne tra l’inverno e la primavera dell’anno prossimo, dopo avere cercato di mettere in sicurezza i conti dello Stato con il nuovo bilancio, e manovra finanziaria conseguente, o viceversa, e al tempo stesso rendendo prontamente applicabile la riforma che riduce il numero dei parlamemtari, con gli eventuali passaggi referendari di conferma e la revisione dei collegi elettorali.

            Considerata la situazione Schermata 2019-08-14 alle 06.21.42.jpgin questa prospettiva, la partita pro o contro Salvini diventa un po’ più complessa delle apparenze, che hanno consentito di dare per sconfitto il leader della Lega, nonostante il suo partito sia diventato il 26 maggio quello più votato dagli italiani, e di sfotterlo immergendolo -come ha fatto nella vignetta di prima pagina il Fatto Quotidiano- in uno dei suoi bicchieri estivi di mojto, da spiaggia o da comizio, alternato a qualche rosario, crocifisso e ringraziamento alla Beata Vergine.

 

 

 

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L’inutile enfasi dello scontro sulla data di approdo della crisi nell’aula del Senato

            Dietro l’enfasi della “prima sberla a Salvini”, annunciata dal Fatto Quotidiano accreditando l’ipotesi che la discussione sulla crisi di governo slitti al Senato dal 14 al 20 agosto, c’è la realtà molto meno anti-salviniana ammessa dallo stesso giornale di Marco Travaglio con quel fotomontaggio in prima pagina in cui si contrappongono, nelle prospettive politiche, due squadre delle quali una è reale e l’altra è virtuale.

            Quella reale è la squadra del centrodestra, già ricompattata dopo la rottura fra leghisti e grillini  e pronta a sottoscrivere un accordo “dal notaio”, come è stato annunciato, per riproporsi al governo nella prossima legislatura. Quella virtuale è la squadra dei grillini, del Pd, rappresentato Gli avvoltoi.jpgperò dal segretario Nicola Zingaretti -e non più ilmanifesto.jpgda Matteo Renzi, tornato ad essere trattato da Grillo come un “avvoltoio”, o “il guastatore” definito dal manifesto– e della sinistra più radicale di Loredana De Petris. Del cui gruppo parlamentare a Palazzo Madama fa parte, fra gli altri, l’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

            E’ una squadra, quest’ultima, battezzata da Repubblica  col motto “Insieme per forza contro Salvini” ma, oltre che mutilata Repubblica.jpgdi un Renzi considerato troppo ingombrante, divisa dal modo in cui sottrarsi alle elezioni anticipate: se con un governo o governicchio di massimo un anno, sia pure con l’enfatico nome di “istituzionale”, come vorrebbe l’ex segretario del Pd, o di un governo più lungo e ambizioso, che porti la legislatura alla scadenza ordinaria del 2023, e sia capace di esprimere l’anno prima il successore, o la conferma, di Sergio Mattarella al Quirinale. E’ proprio la problematicità e improbabilità di una simile soluzione che ha forse consentito a Zingaretti di unirsi a questa squadra con un riposizionamento funzionale solo al desiderio, all’interesse, all’obiettivo di ridurre lo spazio conquistato da Renzi nei giorni scorsi sui giornali. E che ha già aggravato la crisi e la confusione fra i grillini, dove si ha poca voglia, e molta paura, di passare dai condizionamenti di Salvini a quelli dell’”ebetino”, come Grillo chiamava Renzi ai tempi di Palazzo Chigi e del referendum sulla riforma costituzionale bocciata nel 2006.

            In questo quadro, e con simili divisioni a sinistra e unità o convergenza d’interessi ritrovata in un centrodestra che anche durante i mesi del governo gialloverde ha continuato a conquistare amministrazioni regionali e comunali, non sembrano francamente destinati a fare la differenza i sei giorni fra il 14 e il 20 agosto per l’approdo della crisi nell’aula del Senato. Dove intanto Conte ha già deciso di annacquare molto la “trasparenza” offerta e al tempo stesso rivendicata orgogliosamente dopo la rottura con Salvini. Egli, pur di rimanere in gioco per qualche soluzione, è disposto adesso a rinunciare alla votazione finale della discussione sulla mozione di sfiducia presentata dai leghisti per dimettersi un attimo prima, secondo i rituali di moda ai tempi della cosiddetta e odiata prima Repubblica. Ai quali volle sottrarsi nella seconda Romano Prodi facendosi battere alla Camera nel 1998 e al Senato nel 2008: la prima volta spianando involontariamente a D’Alema la successione e la seconda liquidando col proprio governo anche la legislatura cominciata due anni prima.  

 

 

 

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I precedenti di questa crisi di governo portano alle elezioni anticipate

Anche se ogni crisi di governo ha una sua storia inconfondibile per circostanze e protagonisti, come soleva ammonire Flaminio Piccoli negli anni in cui di crisi contribuiva a provocarne pure lui come dirigente della Dc e rifiutava di formulare previsioni sul loro esito, questa corsa alle elezioni anticipate innescata da Matteo Salvini e già inciampata in qualche complicazione ricorda almeno quattro precedenti. Dei quali ben tre risalgono alla cosiddetta seconda Repubblica e uno, ma il più clamoroso, alla prima.

Cominciamo dalla coda per risalire alla vicenda più lontana e forse più significativa, per come si stanno mettendo le cose con lo sfratto da Palazzo Chigi intimato dal “capitano” del Carroccio a Giuseppe Conte e, più in generale, ai parlamentari eletti non più tardi dell’anno scorso.

Il 24 gennaio del 2008 Romano Prodi col suo secondo governo di cosiddetto centrosinistra decide, per la stessa “trasparenza” promessa ora da Conte, di farsi battere al Senato con 161voti favorevoli alla sfiducia, provenienti da sinistra e da destra, da Franco Turigliatto a Clemente Mastella, e 156 contrari. Pur rassegnato allo scioglimento delle Camere elette solo due anni prima, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affida al presidente del Senato Franco Marini un incarico “esplorativo”, alla ricerca di una maggioranza che quanto meno ritardi l’approdo alle urne per non arrivarvi con una legge elettorale malfamata, diciamo così, col nome di “Porcellum” affibbiatogli dal suo autore principale: il leghista Roberto Calderoli.

Marini cerca di sondare anche l’insondabile, esplorando persino gli umori dei sindacati, francamente estranei alla materia di una nuova legge elettorale, e dopo quattro giorni rinuncia “con rammarico”, consentendo al presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere, cui seguiranno le elezioni vinte per l’ultima volta dal centrodestra guidato da Berlusconi. Che non porterà tuttavia la legislatura alla fine ordinaria, sostituito a Palazzo Chigi nell’autunno del 2011 da Mario Monti, appoggiato per un po’ dallo stesso Cavaliere, prima di cominciare a protestare contro uno dei vari “colpi di Stato” di cui ancora si lamenta nelle ricostruzioni della sua avventura politica.

Nell’autunno del 1998 sempre Prodi, questa volta col suo primo governo, si lascia battere alla Camera in uno scontro col socio/non socio della maggioranza ulivista Fausto Bertinotti. Spalleggiato dal suo vice Walter Veltroni, il presidente del Consiglio dimissionario reclama le elezioni anticipate, sicuro di uscire vincente dalle urne per la frattura provocata con la crisi da Bertinotti anche alla sinistra. Ma Massimo D’Alema, segretario dell’ex Pci, decide di succedere a Prodi con un governo sostenuto, al posto di Bertinotti, dall’immaginifico presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Il quale ha allestito appositamente un partito di transfughi del centrodestra da lui stesso paragonato all’armata francese degli “straccioni” che nel 1792 avevano sconfitto i prussiani a Valmy.

A gennaio del 1996 esaurisce il suo compito il governo simil-tecnico formato l’anno prima dal ministro uscente del Tesoro del primo esecutivo di Berlusconi, rovesciato dalla Lega di Umberto Bossi dopo nove mesi di vita difficile. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, già in ritardo di almeno sei mesi rispetto alla data delle elezioni anticipate promesse al Cavaliere al momento della caduta, decide per scrupolo costituzionale di verificare le condizioni per un governo di cosiddette “larghe intese” per improvvisare una riforma costituzionale resasi necessaria per i cambiamenti intervenuti col passaggio dal sistema elettorale a quello prevalentemente maggioritario. Esso ha lasciato al capo dello Stato la prerogativa di nominare il presidente del Consiglio tuttavia indicato direttamente dagli elettori persino sulla scheda elettorale, votando per la coalizione che lo ha candidato.

L’incarico di formare un simile governo viene conferito ad Antonio Maccanico, già segretario generale della Camera dei Deputati, della Presidenza della Repubblica e ministro. Il quale le tenta tutte, pazientemente, in una quindicina di giorni del mese di febbraio, peraltro fra i borbottii di Prodi. Che, già incoronato da D’Alema capo dell’Ulivo l’anno prima, teme di essere detronizzato da Palazzo Chigi senza neppure arrivarvi. La spuntano le sue preoccupazioni perché alla fine Maccanico, ostacolato più a destra che a sinistra, in particolare da Gianfranco Fini, che forza la mano ad un Berlusconi tentato da un’intesa, rinuncia all’incarico e sblocca il ricorso alle urne.

Tutt’altro scenario politico è quello della primavera del 1987, quando Bettino Craxi è sfrattato da Palazzo Chigi con una crisi impostagli dal segretario della Dc Ciriaco De Mita, che reclama già da un anno la “staffetta” con un democristiano che il leader socialista non ricorda di avergli promesso. O ricorda di avergliela promessa per la parte residua e ordinaria della legislatura cominciata nel 1983. De Mita invece vuole anticipare di un anno le elezioni, che a quel punto Craxi reclama di gestire con il suo governo. E chiede soccorso al presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che, per quanto gli sia amico, glielo nega di fronte alle insistenze di De Mita e conferisce l’incarico di formare il governo elettorale ad Amintore Fanfani scomodandolo dalla Presidenza del Senato, dopo i rifiuti opposti per questa operazione dagli allora ministri degli Esteri e dell’Interno, Giulio Andreotti e Scalfaro. Che preferiscono essere leali con Craxi piuttosto che obbedienti a De Mita.

E’ tanto elettorale il governo di Fanfani, per quanto provvisto di un ministro -Gaetano Gifuni- per i rapporti col Parlamento da sciogliere, che il presidente del Consiglio si presenta alla Camera scordando, diciamo così, di chiedere la fiducia. Che tuttavia i socialisti decidono lo stesso di accordargli per cercare di evitare le elezioni anticipate e difendere il regolare svolgimento dei referendum già indetti sulla responsabilità civile dei magistrati e contro la produzione di energia elettrica nucleare.

Per sventare la fiducia a questo punto possibile, e raggiungere gli obiettivi dello scioglimento anticipato delle Camere e del conseguente rinvio dei referendum invisi a De Mita, il gruppo democristiano della Camera arriva ad astenersi nella votazione, cioè a negare il sì al governo pur composto interamente da personalità, politiche e tecniche, dello scudo crociato. Incredibile, ma vero, certificato dai verbali parlamentari, se non vogliamo dire dalla Storia, persino con la maiuscola.

 

 

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Mattarella prende le distanze da Grillo e Renzi, e Salvini rinverdisce il centrodestra

            Non ci voleva molto a prevederlo, francamente, a conferma che le acrobazie vanno bene nei circhi, non in politica, per quanto malridotta possa essere. L’acrobatica coppia Grillo-Renzi, o viceversa, offertasi all’avanspettacolo della crisi della combinazione gialloverde per evitare le elezioni anticipate con un governo “istituzionale” che garantisca l’approvazione del bilancio e la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, ha aumentato e non contenuto la confusione. Essa ha aggravato le tensioni nel Pd, col segretario del partito deciso a resistere anche a costo di subire una scissione, ha ricompattato il centrodestra, di cui Matteo Salvini era diventato insofferente, ed ha insospettito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

             Quest’ultimo,  consapevole del ruolo propulsivo che Grillo e Renzi si aspettano, o si aspettavano, da lui per mettere sul tavolo della crisi, una volta aperta formalmente, l’ipotesi del governo “istituzionale” Il Corriere sul Colle.jpgcontro le elezioni anticipate, ha fatto sapere dal suo ritiro alla Maddalena, in Sardegna, con una nota del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, che al capo dello Stato non tocca cercare o stimolare una nuova maggioranza, ma solo verificarne l’esistenza, ed anche accertarne la serietà, cioè la reale coesione e consistenza, e capacità di azione e stabilità.

            Ad una maggioranza non chiara e davvero coesa, capace di realizzare un programma e non di tenere aperta una interminabile campagna elettorale, che già prevede il rinnovo di importanti amministrazioni regionali, il presidente della Repubblica potrebbe preferire responsabilmente un governo di garanzia per una breve e risolutiva campagna elettorale di rinnovo anticipato delle Camere.

            Senza nulla togliere all’importanza di questi umori di Mattarella, il segnale più importante per gli sviluppi della crisi, che ha probabilmente inciso anche sulle riflessioni del presidente della Repubblica, è forse Il Giornale 2 .jpgquello lanciato da Salvini con una lunga intervista, guarda caso, al Giornale della famiglia Berlusconi. Che, allarmato dalla tendenza alla “solitudine” e all’autosufficienza emersa da alcuni comizi del ministro dell’Interno, gli aveva sollecitato di chiarire lo schieramento col quale intende andare alle urne. Ebbene, anche per evitare che a sua volta, per reazione, il Cavaliere si lasci tentare da manovre altrui per sabotare le elezioni reclamate dalla Lega, Salvini ha annunciato la decisione di incontrare Berlusconi, e Giorgia Meloni, per rinverdire e allargare il centrodestra. Che lo stesso Berlusconi peraltro sarebbe disposto ad alleggerire di una propria candidatura al Parlamento, bastandogli ed avanzandogli il seggio  conquistato il 26 maggio a Strasburgo.

            Le frasi Salvini a Sallusti.jpgpronunciate dal “capitano” del Carroccio nell’intervista al direttore del Giornale sono di una chiarezza estrema, e di una franchezza brutale nei riguardi di Renzi,  accusato di voler salvare con Grillo non il Paese ma semplicemente il suo “culo”, per il rischio che corre, con le elezioni anticipate, di vedere decimata nelle nuove Camere la sua corrente, o area, e persino di non essere personalmente confermato senatore nella sua Firenze.

            Per quanto riguarda poi Grillo, insorto contro i “nuovi barbari” intravisti nei leghisti, lui che di barbari un po’ s’intende con lo stile del suo eloquio, e con la selezione che ha saputo fare della classe dirigente del movimento pentastellare, Salvini gli ha lanciato un segnale forse Salvini a Sallusti 1 .jpgnascostogli dai vari Di Maio e Casaleggio. “So per certo -ha detto il ministro uscente dell’Interno- che molti deputati e senatori grillini sono assolutamente contrari all’ipotesi di un’alleanza con Renzi e al momento giusto lo dimostreranno”.

 

 

 

 

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Giochi acrobatici di Beppe Grillo e Matteo Renzi sulla crisi di governo

            In una intervista al Corriere della Sera concessa, forse non a caso, mentre Beppe Grillo lanciava dalla sua foresta elettronica un appello contro le elezioni anticipate per evitare la vittoria dei “barbari” di turno, Intervista Renzi.jpgche sarebbero naturalmente i leghisti di Matteo Salvini dopo avere assunto l’iniziativa della crisi di governo, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha lanciato la proposta di un esecutivo “istituzionale” per evitare, appunto, il ricorso al voto in ottobre.

            Le elezioni in autunno -va detto subito- offrirebbero al segretario attuale del Pd Nicola Zingaretti, non a caso favorevole, l’occasione di fare lui le liste e cambiare i gruppi parlamentari piddini, dove la presenza dei renziani è oggi ancora consistente per le candidature gestite la volta scorsa proprio dall’ex segretario.

            Renzi nella sua sortita mediatica – peraltro affidata ad una brava e puntuta giornalista del Corriere, Maria Teresa Meli, che non ha mai nascosto onestamente le sue simpatie politiche per l’ex segretario del Pd- non ha nascosto il timore, l’impressione e quant’altro di una epurazione dei suoi amici. Egli ha infatti sottolineato le polemiche subite ricorrentemente ad opera della nuova dirigenza del partito, ma ha cercato di dare spiegazioni più nobili e istituzionali alla oggettiva sponda che ha fornito a Grillo.

            In particolare, Renzi ha reclamato come urgente un governo “istituzionale”, da affidare -bontà sua- non al presidente uscente del Consiglio Giuseppe Conte, per quanto forse questi possa pensarci, allo scopo di garantire con la manovra finanziaria collegata al bilancio lo scatto automatico dell’aumento dell’Iva e  di permettere alla Camera l’approvazione definitiva, con l’ultimo passaggio parlamentare, della  riforma che riduce di molto il numero dei deputati e dei senatori: da 630 a 400, rispettivamente, e da 315 a 200.

            Questa riforma, che i grillini avvertono come molto popolare,  accusando Salvini di averla voluta boicottare con la crisi, è considerata “demagogica” anche da Renzi, che si vanta di avere Renzi al Corriere 1.jpgproposto ai suoi tempi una revisione costituzionale di ben più vasta portata ed efficacia, con competenze differenziate fra i due rami del Parlamento, e il diritto di fiduciare e sfiduciare il governo riconosciuto solo alla Camera. Ma egli riconosce che i pentastellati, avendo Aalvini al Corriere 2 .jpgvinto le elezioni politiche l’anno scorso e disponendo nelle attuali aule parlamentari dei gruppi più consistenti, hanno ora il diritto di reclamare, con l’approvazione definitiva della loro riforma, votata peraltro anche dai leghisti nei passaggi già avvenuti fra Camera e Senato, il rispetto della volontà popolare espressa nelle urne del 4 marzo del 2018. Dove il Pd proprio di Renzi subì una cocente sconfitta.

            Fra gli effetti politici di questa riforma – di cui i pentastellati hanno già chiesto di anticipare l’ultimo approdo nell’aula della Camera, prima che venga formalizzata la crisi innescata da Salvini con la discussione al Senato della mozione leghista di sfiducia a Conte- c’è il forte allungamento dei tempi per nuove e anticipate elezioni. Esso deriva dalle procedure referendarie e legislative, comprensive addirittura della revisione dei collegi, necessarie all’applicazione concreta della nuova, ridotta consistenza del Parlamento.

            Le sortite quasi simultanee di Renzi e di Grillo, o viceversa, oltre e più ancora che a Zingaretti all’interno di un Pd ufficialmente già schieratosi per un rapido approccio alle urne, hanno naturalmente creato problemi mediatici e politici a Salvini.

            L’aspetto mediatico, e d’immagine, delle difficoltà del leader leghista è, fra l’altro, nella prima pagina del Fatto Quotidiano, che Il Fatto.jpgrappresenta Salvini come chi “l’ha fatta grossa” con la presunta autorete della crisi, visto che le elezioni anticipate non sarebbero per niente scontate.

            Il linguaggio peraltro usato dal leader leghista nei suoi comizi già elettorali, certo di vincere anche “da solo” e spintosi a puntare ai “pieni poteri”, ha alimentato una campagna politica e di stampa sul pericolo di una svolta autoritaria. In questo clima dì paura, anticipato dall’ex presidente del Senato ed ex magistrato Pietro Grasso con l’immagine dell’atttuale aula di Palazzo Madama già “sorda e grigia” come quella della Camera sprezzantemente definita a suo tempo da Benito Mussolini, si è tuffato con giovanile energia, nonostante i suoi 95 anni di età, il fondatore della Repubblica di carta Eugenio Scalfari. Che ha indicato il rischio che esca dalle urne un “dittatore” sotto le spoglie di un “Presidente d’Italia”, capace peraltro nel nuovo Parlamento di scegliersi nel 2022 il nuovo capo dello Stato, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella.

            L’aspetto più strettamente politico delle difficoltà in cui si trova Salvini dopo l’incrocio acrobatico fra Grillo e Renzi è nel monito rivolto al leader leghista dal Giornale della famiglia Berlusconi. Che, dopo avere messo insieme Grillo e Renzi in un vistoso fotomontaggio di prima pagina, ha avvertito Salvini, in un editoriale del direttore Alessandro Sallusti, che il Cavaliere potrebbe anche fornire una sponda ai due acrobati del no alle elezioni come ritorsione dopo la tentazione espressa chiaramente dal leader della Lega di correre al voto anticipato da solo, liquidando il centrodestra pur operante in sede locale. “Non si capisce perché Berlusconi e la Meloni -ha scritto Sallusti parlando un po’ troppo arbitrariamente anche della sorella dei Fratelli Sallusti.jpgd’Italia, alla quale Salvini un’alleanza forse sarebbe disposto a offrirla anche prima del voto- dovrebbero prestarsi gratuitamente a togliere le castagne dal fuoco” di elezioni in pericolo al vice presidente del Consiglio e  ministro dell’Interno uscente. Che intanto, oltre a dover forse rivedere gli scomodi e sofferti  rapporti col Cavaliere, è tentato adesso anche dall’idea di rinunciare spontaneamente al Viminale per l’ingombro che la sua presenza, come protagonista della campagna elettorale, potrebbe costituire agli occhi e alla mente del presidente della Repubblica. E’ infatti a Mattarella che  spetta l’ultima parola sul ricorso anticipato delle urne: se e su come, non solo quando, arrivarvi.

 

 

 

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La pantomima della crisi fra Parlamento, partiti e Mattarella al mare

            Emilio Giannelli ci ha scherzato sopra, con quella vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera che propone Matteo Salvini divertito romanticamente e politicamente, con la fidanzata Francesca Verdini, davanti allo spettacolo celeste delle cinque stelle e del governo cadenti nella notte di San Lorenzo, il diacono romano martirizzato sulla graticola e festeggiato oggi. Ma qualcuno, in questa estate del grande caldo e delle grandissime sorprese, avrà davvero pensato che il leader il manifesto.jpgleghista, che già si guadagna di suo nei comizi le peggiori polemiche, chiedendo per esempio agli elettori “pieni poteri” per governare da solo alla sua maniera, abbia scelto apposta questi giorni per mettere sulla graticola Giuseppe Conte e far cadere rovinosamente nelle urne anticipate d’autunno, come già in quelle europee del 26 maggio, le stelle grilline.

            Dalla grande confusione seguita alla decisione di Salvini di staccare la spina al governo gialloverde dopo 14 mesi di vita alquanto avventurosa, e alla resistenza oppostagli da Conte con la sfida a sfiduciarlo in Parlamento, immaginando a torto di metterlo chissà in quale e quanto imbarazzo, il presidente della Repubblica ha voluto prendere le distanze quasi igieniche andandosene lo stesso in vacanza in Sardegna. Egli è pronto a rientrare a Roma quando i signori della politica, fra Parlamento e partiti, si saranno decisi a formalizzare la crisi e affidarla alle sue mani per fargliela risolvere esercitando le sue prerogative costituzionali. Fra le quali c’è naturalmente quella dello scioglimento anticipato delle Camere e, in tal caso, della scelta del governo al quale far gestire le elezioni, o altre scadenze istituzionali da lui considerate prioritarie.

            Sulle scelte pur di esclusiva competenza del capo dello Stato si stanno esercitando le fantasie dei politici e dei soliti retroscenisti che spesso non riescono a distinguere fra i loro interessi o desideri e le reali prospettive, che così finiscono per tradursi in immaginarie trame o complotti per accelerare o ritardare o addirittura vanificare l’obiettivo elettorale propostosi con la crisi da Salvini. Che, a sentire certe rappresentazioni giornalistiche, sarebbe adesso legato da una specie di patto di ferro improvvisato col segretario del Pd Nicola Zingaretti per andare alle urne al più presto. Matteo Renzi dall’interno del Pd trescherebbe invece con Luigi Di Maio,  o viceversa, dopo tutti gli insulti che si sono scambiati prima e dopo la campagna elettorale dell’anno scorso per il rinnovo delle Camere, uniti adesso dall’interesse ad evitare le elezioni, dando magari la precedenza all’approvazione finale della riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari. Essa non a caso richiederebbe poi dai sei mesi ad un anno di tempo per rendere praticabili le elezioni, tra adempimenti legislativi e tecnici.

            In questo clima ciascuno pensa naturalmente ai propri interessi, ripeto, e nessuno a quelli generali che saranno individuati e definiti dal presidente della Repubblica. Che intanto, cedendo anche io alla tentazione della fantasia, immagino sollevato davanti alle acque della Maddalena, nell’appartamento messogli a disposizione dall’Ammiragliato, proprio dalla crisi di governo finalmente sopravvenuta.

          La maggioranza gialloverde ha prodotto leggi ch’egli ha dovuto spesso promulgare così controvoglia, giusto per non complicare ulteriormente la situazione politica, da comunicare per iscritto le sue preoccupazioni e riserve ai presidenti del Consiglio e delle Camere. E ciò anche a costo di fornire indicazioni utili agli avvocati o ai magistrati interessati a dirottare le nuove norme alla prima occasione verso la Corte Costituzionale, peraltro dirimpettaia del Quirinale. E’ appena accaduto con la legge di conversione del secondo decreto legge sulla sicurezza, approvata al Senato col ricorso paradossale ad una fiducia solo apparente, vista la crisi che stava sopraggiungendo.  

 

 

 

 

Il solipsismo rivendicato da Salvini su quel palco di Pescara

Si è fatto prendere forse un po’ troppo la mano Matteo Salvini nel suo comizio a Pescara, per quanto comprensibilmente indispettito dalla decisione di Giuseppe Conte, che forse già conosceva, di rovesciargli addosso tutta intera la responsabilità della crisi con un monologo a Palazzo Chigi in cui avrebbe opposto la laboriosità del governo da lui presieduto alle “spiagge” preferite dal suo vice leghista e ministro dell’Interno. Eppure i grillini avevano da poco messo il presidente del Consiglio, non a caso tenutosi lontano dall’aula del Senato, in una situazione incredibile contestando di fatto con una mozione il suo sì alla Tav.

Con gli occhi, la mente, il cuore e chissà cos’altro rivolti agli elettori da lui già immaginati alle urne in autunno, senza aspettare neppure per cortesia lo scioglimento delle Camere spettante solo al capo dello Stato Sergio Mattarella, prudente ma gelosissimo, come tutti i predecessori, di questa prerogativa conferitagli dall’articolo 88 della Costituzione, col solo vincolo di sentirne prima i presidenti, Salvini ha detto, fra l’altro: “Se devo mettermi in gioco, lo faccio sereno, da solo e a testa alta. Poi potremo scegliere i compagni di viaggio, purchè non mi si venga a parlare di un governo sostenuto da Scilipoti vari”, cioè da transfughi e avventizi.

Sfrattato Conte da Palazzo Chigi prima ancora di presentare al Senato la mozione che lo sfiducerà, Salvini sembra avere sfrattato, con quelle parole a Pescara,  Silvio Berlusconi dalla postazione di alleato del centrodestra pur operante in tante amministrazioni locali. In teoria, se i sondaggi non gli suggeriranno altre scelte alla luce della legge elettorale in vigore, dovrebbe considerarsi sfrattata dalla postazione di alleata anche Giorgia Meloni con i suoi “fratelli d’Italia”, sovranisti come il “capitano” leghista.

Salvini evidentemente sente il vento in poppa con quel 38 per cento attribuitogli dagli aruspici elettronici anche dopo le polemiche a dir poco fastidiose cavalcate dalle opposizioni politiche e mediatiche sui presunti finanziamenti cercati per la Lega in Russia da persone indagate a Milano.

Mentre molti si sono confrontati e si confrontano sui personaggi della storia repubblicana italiana cui paragonare Conte, chi indicando Giulio Andreotti, chi Aldo Moro e chi Mario Monti, il leader leghista ha giocato davvero d’azzardo paragonandosi, forse senza neppure rendersene conto, addirittura ad Alcide De Gasperi. Che nelle storiche elezioni politiche del 18 aprile 1948, De Gasperi.jpgcon un’affluenza alle urne del 92,19 per cento, impensabile nei giorni e anni nostri, portò da sola la Dc al 48,51 per cento dei voti. E ciò nonostante, peraltro, pur disponendo di 305 deputati e 131 senatori, grazie ai quali avrebbe potuto tentare la formazione di esecutivi monocolori democristiani, egli preferì  fare governi di coalizione con i liberali, i repubblicani e i socialdemocratici.

L’aggettivo “solo” terrorizzava quel pur coraggioso statista che fu l’artefice politico della ricostruzione dell’Italia e delle sue scelte internazionali. Esse furono così lungimiranti da indurre dopo tanti anni un segretario comunista come Enrico Berlinguer a sentire l’autonomia del suo Pci più sicura e protetta, rispetto ai condizionamenti di Mosca,  sotto l’ombrello dell’alleanza atlantica.

Fa una certa impressione, via, affiancare Salvini, e la sua Lega, a De Gasperi e alla sua Dc, anche se riconosco che la Lega di Umberto Bossi agli inizi degli anni Novanta decollò al Nord in zone di forte radicamento democristiano. Dove però non era stata gradita la meridionalizzazione dello scudo crociato avvenuta durante la lunga e vigorosa segreteria del partito di Ciriaco De Mita.

Le vocazioni maggioritarie, chiamiamole così, per non chiamarle addirittura solitarie, non hanno del resto portato fortuna a nessuno che le abbia coltivate. Non la coltivò d’altronde neppure De Gasperi, che non avendo perseguito la maggioranza assoluta, per fare “da solo”, commentò i risultati delle elezioni del 1948 con la celebre battuta: “Credevo che piovesse, non che grandinasse”.

Bettino Craxi, che non scherzava certo per ambizioni e temperamento, volle sfidare nel 1991 tutti i partiti più radicati nella politica italiana, esclusa quindi la Lega fresca di esordio, contrastando con una campagna astensionistica –“andate al mare”- il referendum contro il sistema elettorale delle preferenze plurime. E perse rovinosamente.

Nel 2016 l’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi volle affrontare da solo il referendum sulla sua riforma costituzionale, perdendolo altrettanto rovinosamente, sia pure col 40 per cento dei consensi, pari alla percentuale dei voti raggiunti nelle elezioni europee di due anni prima. Pertanto egli chiese a Mattarella un ricorso anticipato al rinnovo delle Camere che gli fu però negato.

Berlusconi negli anni del suo centrodestra, quando cominciò ad avvertire difficoltà nella gestione degli alleati, prese l’abitudine di rimproverare e persino insultare gli elettori per non avergli dato i numeri per governare da solo. Ma quelli gli risposero non aumentando, bensì riducendogli progressivamente i voti, sino a farlo sorpassare da Salvini l’anno scorso e ora, nei sondaggi, persino dalla Meloni.

Fu sfortunata la vocazione maggioritaria rivendicata alla nascita del Pd, nel 2007, dal suo fondatore e primo segretario Walter Veltroni, letteralmente sfibrato dai cespugli di sinistra e di destra, da Fausto Bertinotti a Clemente Mastella, che avevano strozzato quasi nella culla entrambi i governi di Romano Prodi.

Consapevole dell’obiettivo troppo ambizioso che si era proposto nelle elezioni anticipate del 2008, dopo la caduta del secondo governo Prodi, il povero Veltroni chiese aiuto ad Antonio Di Pietro e alla sua Italia dei Valori, apparentandoli col Pd.  Ma ciò non solo non gli consentì di evitare l’ultima vittoria elettorale del centrodestra di Berlusconi, e relativo governo, ma alla fine gli rese così problematica la gestione dell’opposizione, su posizioni anche di oltranzismo giustizialista, da fargli perdere la segreteria del partito.

A questa storia poco fortunata, e parziale, dei solitari, dei quali potrei scrivere ancora più a lungo, appartiene anche il monito che una volta Aldo Moro rivolse al pur amico, molto amico Carlo Donat-Cattin, perplesso sul passaggio della “solidarietà nazionale” col Pci  fra il 1976 e il 1978, l’anno peraltro in cui il presidente della Dc fu assassinato dalle brigate rosse. “E’ meglio sbagliare in compagnia che avere ragione da soli”, gli disse Moro.

Il generale Agosto in ritirata. Prevale la crisi del governo gialloverde

            Il generale Agosto, solitamente vincente, questa volta è in ritirata, incalzato da una crisi di governo chiesta dal leader legista, dopo molte incertezze, per andare il più presto possibile alle elezioni e subita dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con un pesante attacco al suo vice presidente e ministro dell’Interno in una curiosa conferenza stampa. Alla quale i giornalisti sono stati chiamati a tardissima ora senza il diritto di porre domande, in attesa della parlamentarizzazione delle dimissioni e della stessa crisi con un discorso alle Camere. Che tuttavia Conte ha  anticipato accusando Salvini di avergli chiesto di “capitalizzare” col ricorso anticipato alle urne il successo elettorale conseguito dalla Lega nelle elezioni europee del 26 maggio rovesciando i rapporti di forza con gli alleati grillini, di avere interrotto su questa strada una intensa e proficua azione di governo, a dispetto delle spiagge preferite dal ministro dell’Interno, e pretendendo di sostituirsi ai presidenti delle Camere nel momento in cui ne ha sollecitato la convocazione, senza rendersi conto -ha detto Conte- che prima del 20 agosto non sarà possibile fare rientrare deputati e senatori dalle ferie alle quali sono stati appena mandati.

            In verità, l’articolo 62 della Costituzione si limita a stabilire che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente, o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti”. E aggiunge che “quando si riunisce in via straordinaria una Camera, è convocata di diritto anche l’altra”, per cui non sembrano francamente arbitrari, sul piano costituzionale,  i tempi stretti chiesti da Salvini in un comizio a Pescara.

            L’aspetto tuttavia più singolare delle comunicazioni del presidente del Consiglio a Palazzo Chigi è il silenzio totale opposto alla scintilla che ha provocato, in fondo, la svolta di Salvini e la crisi: la mozione dei grillini al Senato contro la realizzazione della linea ferroviaria per il trasporto ad alta velocità delle merci fra la Francia e l’Italia (Tav), sbloccata dallo stesso Conte con l’annuncio che la rinuncia sarebbe stata e sarebbe più onerosa del completamento, peraltro possibile con costi ulteriormente ridotti dopo le sue interlocuzioni europee.

            E’ a quella mozione, respinta dal Senato con 181 voti contro 110 e di fatto lesiva delle decisioni e delle prerogative del presidente del Consiglio, non a caso tenutosi lontano dall’aula, che è seguita la decisione di Salvini di interrompere l’esperienza di governo col partito ch’egli ha chiamato “dei no”.

            Alla fine, anziché prendersela con i grillini, non foss’altro per l’imbarazzante posizione in cui l’avevano messo in Parlamento, Conte ha deciso di prendersela solo con i leghisti, supportato Il Fatto.jpgin questo da quel titolo –“Salvini: Dimettiti- Conte: No, sfiduciami”- sparato in prima pagina dal Fatto Quotidiano. Che tuttavia, pur dando a Salvini del “coniglio”, non bastandogli evidentemente il “cazzaro verde” autorizzatogliMannelli.jpg in un processo dal tribunale di Milano, ha dedicato a Conte nella stessa prima pagina una vignetta a dir poco sfottente. In cui gli viene contestata la frequenza delle rivendicazioni “a tutto il personale medico e paramedico” d’Italia e del mondo  della sua qualifica di “premier”.

            Più caustico forse è stato il titolo – “Torta in faccia”- cui è ricorso il manifesto per rappresentare l’approccio o l’approdo il manifesto.jpgalla crisi, di fronte alla quale Luigi Di Maio nella sua qualità di capo ancora del movimento delle 5 stelle si è giustamente stropicciato gli occhi, consapevole che il suo è il partito che rischia Di Maio.jpgdi più nelle urne dopo il capitombolo elettorale del 26 maggio. Esso rischia di più nonostante l’accusa che lo stesso Di Maio ha deciso di muovere ai leghisti di avere cercato e voluto la crisi solo per bloccare all’ultima curva elettorale la riforma per il popolare e decisivo dimezzamento, secondo lui, del numero dei parlamentari. A tutela di questa riforma il vice presidente grillino ormai uscente del Consiglio chiede o immagina il soccorso di chissà quale nuova maggioranza a sostegno di un governo che eviti le elezioni anticipate. Sogni di mezza estate, verrebbe voglia di dire.

 

 

 

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