Il vergognoso silenzio caduto sulle rivelazioni della vedova Leone su Moro

               Neppure l’autorevolezza di una testimone come ka vedova dell’allora capo dello Stato Giovanni Leone e del giornale -il Corriere della Sera– che ne ha raccolto le rivelazioni sulla drammatica fine del presidente della Dc Aldo Moro nel 1978, che segnò -a  mio avviso- la vera fine della cosiddetta prima Repubblica, ben prima della vicenda giudiziaria di Tangentopoli e dell’uso strumentale fatto delle indagini sul finanziamento illegale della politica, sono riusciti a scaldare le odierne  cronache politiche e giudiziarie. Tutto è passato scandalosamente inosservato, a vantaggio delle solite bassezze e incongruità del dibattito o confronto politico, e qualcosa ancora d’altro, fra le opposizioni e la maggioranza di turno, e all’interno dei loro rispettivi e, del resto, confusi recinti.

             Che tristezza per la politica, per l’informazione ed anche per gli inquirenti che in più parti d’Italia, dalla Sicilia alla Toscana e ancora più sopra, hanno trasformato nell’unica sentina della Repubblica i rapporti veri o presunti del 1992, 1993 e 1994  fra la mafia, la politica e pezzi dello Stato, con o senza la trattativa sancita con una sentenza di primo grado ora sotto appello.

              Ma parlare di tristezza, diciamo la verità, è dir poco. Si dovrebbe più propriamente parlare di vergogna: quella che continuerà a fare spettacolo il 16 marzo e il 9 maggio di ogni anno per celebrare fra corone, divise, volti severi, dichiarazioni retoriche e squilli di tromba gli anni trascorsi dalla strage di via Fani, a Rona, dove con “geometrica potenza di fuoco” -si disse-  fu sterminata la scorta e sequestrato Aldo Moro, ucciso dopo 55 giorni di prigionia nel bagagliaio di un un’auto posteggiata nel box dell’appartamento romano di via Montalcini in cui era stato rinchiuso. Il cadavere venne lasciato con sinistra simbologia a parecchi chilometri di distanza, in una strada a equivalente e modesta distanza fra la sedi della Dc e del Pci. Che non seppero, non vollero e chissà cos’altro gestire le trattative con le brigate rosse in modo da salvare la vita all’ostaggio, dopo che la faccia dello Stato era stata bella che persa con lo stesso assalto in via Fani e con il suo esito.

              Le reazioni della gente comune alle rivelazioni della vedova Leone, sparse navigando in internet, sono state a loro modo persino peggiori, a volte, del silenzio incredibile degli organi e uomini delle istituzioni. Vi è stato addirittura chi, pur conoscendomi da vecchia data, e sapendo quanto sia stato sempre attento alla vicenda Moro, non foss’altro per averne apprezzato in vita l’azione politica, difeso dalle strumentalizzazioni fattene dagli avversare e averlo anche frequentato, mi ha praticamente incluso fra i depistatori delle vicenda del 1978 per avere creduto, al pari della vedova Leone, senza bisogno di ricevere la segnalazione scritta e anonima da lei riferita al Corriere della Sera, che il covo dove Moro fu rinchiuso dopo il sequestro e poi portato alla morte nel bagagliaio di un’auto, fosse quello di via Montalcini. Che pure è stato ammesso e descritto dalla terrorista che lo aveva preso a carico, e dove l’ultima commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda  Moro, presieduta dall’ex ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, ha eseguito sopralluoghi e prove acustiche e militari per verificare le condizioni nelle quali si consumò l’ultimo atto della tragedia. Depistatori pure quei parlamentari, consiglieri, consulenti e quant’altro della commissione d’inchiesta?

              Furono depistatori anche l’informatore e l’allora vice segretario della Dc Remo Gaspari? Che verso la fine di aprile, sul portone di un edificio di viale Giulio Cesare dove il deputato democristiano abitava e teneva studio a Roma, e dove si sarebbe poi rifugiata, scoperta e arrestata, ospite di un referente dei servizi segreti sovietici, la terrorista dissidente Adriana Faranda, contraria all’uccisione di Moro, si scambiarono il nome di Montalcini. Che Gaspari, come poi avrebbe fatto la signora Leone dal Quirinale con la lettera anonima appena ricevuta, trasmise al Ministero dell’Interno per iscritto, dopo averne parlato col segretario del partito Benigno Zaccagnini. Le due segnalazioni ebbero lo stesso, desolante, inquietante, gravissimo epilogo: nessuna azione conseguente, se non la scomparsa di entrambe le lettere dal materiale degli inquirenti. E sarebbero gli altri i depistatori? Ma con quale vergogna- ripeto- si possono ancora dire e pensare simili ignominie. E ancora credere agli aguzzini del povero Moro, abbonando tutte le loro reticenze e contraddizioni, sino al punto di lasciarli invitare a parlare in sedi didattiche, salvo intervenire all’ultimo momento per evitare almeno il compimento anche di queste oscenità?

                Moro riposa in pace -spero, dopo tutto quello che gli è accaduto da vivo e da morte- nella feretro Moro.jpgsua Torrita Tiberina e Leone nella  cappella di famiglia a Napoli dove è scolpita la frase di San Paolo riferita al Corriere da donna Vittoria: “Vita mutatur, non tollitur”. Vi fu sepolto Mattarella da Moro.jpgdopo aver potuto giustamente vantarsi, come ha detto la vedova, di essere stato “l’unico democristiano non maledetto da Moro nelle sue drammatiche lettere” dalla prigione, dove probabilmente l’ostaggio seppe anche della grazia che il presidente della Repubblica stava per concedere di propria autonoma iniziativa per una detenuta, Paola Besuschio, non macchiata di reati di sangue, inclusa nell’elenco dei tredici “prigioniieri” con i quali i brigatisti rossi avevano chiesto di scambiare Moro.

              Fu un’iniziativa, quella di Leone, vanificata dalla tempestività con la quale i terroristi, informati chissà da chi, anticiparono l’esecuzione del prigioniero ma che valse lo stesso a segnare Leone.jpgpoliticamente la fine di Leone, costretto dopo qualche settimana alle dimissioni, sei mesi prima della scadenza del suo mandato, con ridicole motivazioni di facciata: addirittura per ridare vitalità alle istituzioni mortificate dalla conferma stentata della legge sul finanziamento pubblico dei partiti nel referendum abrogativo promosso dai radicali. E per chiudere una campagna scandalistica per traffico di grazie e affari contro il capo dello Stato destinata a risolversi poi nella condanna giudiziaria della sua autrice, Camilla Cederna.

              “Leone si dimise -ha appena raccontato la vedova ad Aldo Cazzullo- perché la Dc non lo difendeva dagli attacchi interessati del Pci. Proprio quella Dc che qualche mese prima aveva lo aveva implorato di non dimettersi, come lui avrebbe voluto per difendersi meglio. Tutto cambiò con la terribile morte di Moro”. Che era stato proprio quello a dissuaderlo dalle dimissioni, conoscendone l’onestà, fedele alla stima maturata quando gli aveva fatto da assistente universitario, e consapevole della correttezza sperimentata anche in occasione della sua elezione a presidente della Repubblica, avvenuta su designazione dei gruppi parlamentari della Dc pochi giorni prima di Natale del 1971, senza che lui avesse minimamente trafficato per sé, e con soli 8 voti di scarto contro il concorrente. Che era proprio Moro, dopo il naufragio della candidatura di Amintore Fanfani.

              Anche questo ha opportunamente ricordato la vedova Leone nell’intervista alla quale informazione, poliitica e magistratura, almeno sinora, hanno reagito cone gli struzzi, mettendo la testa sotto la sabbia.

 

 

 

 

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La vedova Leone riapre l’affare Moro, che costò anche il Quirinale al marito

Vittoria Leone, la moglie del presidente della Repubblica che nel 1978 fu costretto alle dimissioni Vittoria Leone.jpganche o soprattutto per avere cercato Giovanni Leone.jpgdi salvare Aldo Moro dalla morte comminatagli dalle brigate rosse, ha clamorosamente riaperto il caso in una lunga intervista ad Aldo Cazzullo, per il Corriere della Sera.

            Oltre a confermare che, nonostante la linea della fermezza adottata dal governo allora in carica. condizionato dall’appoggio esterno del Pci di Enrico Berlinguer, il marito aveva predisposto la grazia per la terrorista Paola Besuschio, scegliendola in un elenco di tredici detenuti con i quali i sequestratori del presidente della Dc Vittoria Leone su Moro e prigione.jpgavevano reclamato lo scambio, la moglie dell’allora capo dello Stato ha rivelato di avere ricevuto una segnalazione sul covo brigatista dove Moro era rinchiuso.

            La segnalazione, per lettera anonima, fu trasmessa dalla stessa signora Moro al Ministero dell’Interno, dove poi, a tragedia più che consumata, le rifiutarono la restituzione dello scritto perché smarrito.

             Ricordo ancora con nettezza, da parte mia, la sera in cui Bettino Craxi in un ricevimento cui ero stato invitato commentò, qualche tempo dopo la tragedia, la notizia appena pervenuta per agenzia, e consegnatagli da un collaboratore, della individuazione della prigione di Moro in un appartamento di via Montalcini, a Roma. “Allora aveva ragione Giovanni”, commentò Craxi, in quel momento presidente del Consiglio, riferendosi evidentemente all’informazione pervenuta nei giorni del sequestro alla moglie di Giovanni, appunto, Leone.

            La rivelazione della vedova Leone, Vittoria Micchitto, 92 anni ben portati, fa il paio, dichiamo così, con una notizia emersa dalla lunga vicenda processuale per la strage di via Fani, lo sterminio cioè della scorta di Moro, il suo sequestro e infine la sua morte, dopo 55 giorni di prigionia: una rivelazione dell’allora vice segretario della Dc Remo Gaspari. Che a fine aprile del 1978 fu informato del covo di via Montalcini da un anonimo sul portone dell’edificio in cui abitava e teneva il suo ufficio a Roma, in viale Giulio Cesare. Egli ne riferì a voce al segretario del partito Benigno Zaccagnini e, su richiesta di questi, al Ministero dell’Interno con una lettera, persasi pure questa misteriosamente fra le carte, dopo che il titolare del dicastero del Viminale, Francesco Cossiga, l’aveva passata al capo della Polizia.

            Ma non è finita qui la diabolica sequenza di fatti gravi e inquietanti di quel tragico 1978. Prima ancora che la prigione di Moro fosse segnalata al vice segretario della Dc e -ora sappiamo- alla moglie del presidente della Repubblica, un economista democristiano destinato a fare una grande carriera politica, sino a ricoprire due volte la carica di presidente del Consiglio e una volta persino quella di presidente della Commissione dell’Unione Europea, rasentando nel 2013 l’elezione al vertice dello Stato, aveva raccontato di avere appreso nei pressi della sua Bologna, durante una seduta spiritica, il nome di una località decisiva per venire a capo del sequestro di Moro: Gradoli. Che non era il paesino in provincia di Rieti dove fu sguinzagliata la Polizia, ma il nome di una strada romana nella parte settentrionale della città, una traversa di via Cassia, dove il capo brigatista Mario Moretti dirigeva l’operazione del sequestro di Moro da un appartamento sfuggito, diciamo così, nonostante altre segnalazioni, alle indagini. Poi, e a sequestro ancora in corso, se ne sarebbe scoperta l’esistenza per un allagamento che sarebbe quanto meno ingenuo considerare accidentale.

            Tutto questo che cosa significa ? Che qualcuno dall’interno delle stesse brigate rosse, o ambienti limitrofi, non condividendo evidentemente l’operazione o. quanto meno, l’epilogo cui ad un certo punto si era deciso di indirizzarla  uccidendo anche l’ostaggio, cercò in vari modi di far pervenire a livello politico, diciamo così, notizie utili alle indagini e ad una conclusione di tutt’altro tipo del sequestro. E questo senza parlare delle segnalazioni, documentate dall’ultima commissione parlamentare d’inchiesta, quella presieduta da Giuseppe Fioroni, del Pd, e pervenute ai servizi segreti dal Medio Oriente sull’imminenza del sequestro a Roma.

            In queste condizioni, completate dalla rivelazione alla quale si è decisa donna Vittoria nel contestoVittoria Leone su Moro 2 .jpg di un’intervista rievocatrice della sua vita con Giovanni Leone, si deve avere una bella faccia tosta a negare ancora l’evidenza. Che cioè Moro -come pure Leone per l’interruzione del suo mandato di presidente della Repubblica, assediato politicamente e mediaticamente sino alle dimissioni, colpevole a quel punto solo o soprattutto di avere cercato di salvare la vita al suo amico ed ex assistente universitario, come ha ricordato donna Vittoria nella sua intervista- non fu vittima soltanto del terrorismo. Fu vittima di un complotto, viste le circostanze che aiutarono i terroristi a completare la loro sciagurata impresa -fu detto- contro “il cuore dello Stato” e una “geometrica potenza di fuoco”.

 

 

 

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Il governo fra il dito e la luna di Conte, che critica Renzi ma ammonisce i grillini

             Con tutto il rispetto, per carità, dovuto ai giornali, giornaloni e giornalini che arrivano nelle edicole, almeno in quelle che continuano eroicamente a rimanere aperte in un mercato che ne ha fatte chiudere già tante, è proprio vero che quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito, come dice un vecchio proverbio cinese.

            Il dito, in questo caso, è quello levatosi ad Assisi dalla mano del presidente del Consiglio GiuseppeGiornale.jpg Conte rispondendo, nel giorno Messaggero.jpgdella festa di San Francesco, patrono d’Italia, alle domande su una lettera di Matteo Renzi appena pubblicata dal Corriere della Sera, scritta nella presunzione, lamentata appunto dal capo del governo, di essere un “fenomeno”, pronto Il Tempo.jpg“ogni giorno” a criticareGazzetta .jpg l’inquilino di turno di Palazzo Chigi. E ciò, magari, per rovesciarlo e prenderne il posto, come ha ricordato autobiograficamente Enrico Letta commentando anche lui la lettera di Renzi, che gli ha un po’ ricordato ciò che diceva del suo governo l’ancora sindaco di Firenze appena diventato segretario del Pd.

            Peccato, per tutti quelli che si sono sbizzarriti nei titoli contro Renzi, che Conte sia andato ben oltre nel suo sfogo, chiamiamolo così, con i giornalisti che lo assediavano ad Assisi e mostravano soddisfazione per la polemica di giornata che stavano alimentando. Egli ha anche, o soprattutto, indicato la luna rivendicando il merito e il proposito di “non riconoscere primati a nessuno, neppure -ha precisato- alle forze politiche che hanno maggiore consistenza numerica”. Fra le quali è difficile annoverare, francamente, l’ancor modesta Italia Viva appena improvvisata da Renzi, per quanto già provvista al Senato, dove non ci vuole molto a riuscirvi, della cosiddetta azione d’oro della maggioranza, bastando e avanzando i suoi voti a provocare una crisi.

            E’ chiaro che le forze di “maggiore consistenza numerica” cui Conte si riferiva ad Assisi sono il Movimento delle 5 Stelle e il Pd, in ordine appunto di rappresentanza parlamentare. E fra i due penso che il presidente del Consiglio volesse riferirsi, sotto tutti i punti di vista, quanto a problemi procuratigli a Palazzo Chigi, soprattutto al movimento grillino, che pure lo ha voluto confermare al suo posto sconfiggendo le resistenze opposte dal Pd durante la crisi con la necessità di offrire un chiaro segno di “discontinuità”- ricordate?- agli elettori comprensibilmente sorpresi dal repentino cambiamento della maggioranza di governo.

            E’ dalla oggettiva confusione e dalle altrettanto oggettive tensioni fra i grillini che nascono i maggiori problemi del presidente del Consiglio, costretto a mediare fra le anime, o correnti, pentastellate ancor più che tra le forze o partiti della maggioranza. E la mediazione di Conte, anziché ridurre, paradossalmente aumenta le criticità fra i grillini, minando inevitabilmente, e di fatto, la leadership che Luigi Di Maio rivendica un giorno sì e l’altro pure proprio perché la sente sempre più in pericolo e contestata, oltre che compromessa dal nuovo ruolo governativo di ministro degli Esteri, forse troppo più grande della sua esperienza.

            La debolezza di Di Maio è emersa anche dal festeggiamento non di San Francesco ma dei dieci anni blog stelle.jpgdi vita del movimento di cui è ancòra formalmente il capo. Da una maratona elettronica alla quale si è sottratto, forse non a caso, quello che è diventato il maggiore contestatore di Di Maio, cioè l’ex deputato Alessandro Di Battista, è venuto fuori proprio sulla testa del “capo” formale del movimento uno scontro a distanza fra Beppe Grillo in persona e il pentastellato più alto in grado sul piano istituzionale, che è il presidente della Camera Roberto Fico.

            Grillo ha spento metaforicamente le dieci candeline del suo movimento vantandone l’”evoluzione” da forza di opposizione, e demolizione, a forza di governo, Cinque stelle e dieci candeline.jpgdisposta ormai a tutto pur di non perdere questo ruolo, e quindi anche a passare dalla mattina alla sera dall’alleanza con la Lega di Matteo Salvini a quella col Pd di Nicola Zingaretti e ora anche con l’Italia Viva dell’ex “ebetino” -ricordate anche questo?- Matteo Renzi. E pazienza se Di Maio ha resistito e resiste ancora a questa “evoluzione”. Verrà evidentemente il tempo per regolare i conti anche con lui.

            Il presidente della Camera ha spento le candeline  prendendo ancora più di petto Di Maio, e continuandoFico e Di Maio.jpg praticamente a sorridere a Conte come nel momento di riceverlo nel suo ufficio di Montecitorio dopo il reincarico alla guida del governo. Egli ha scritto che “i momenti più difficili” del movimento pentastellato “non sono mai venuti da altri partiti o da una legge che non si riusciva a realizzare, ma dall’interno, da noi stessi, dalle difficoltà di gestire una cosa che è diventata più complessa”. “Le difficoltà più grandi -ha insistito Fico- siamo stati noi stessi”: altro, quindi, che Matteo Salvini ieri e Nicola Zingaretti e Matteo Renzi, separati, in questo faticoso avvio del secondo governo Conte, o Bisconte.

 

 

 

 

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Renata Polverini si sospende da Forza Italia e guarda a Matteo Renzi

                 Pur finita sulla prima pagina del solo manifesto – con un modesto richiamo tuttavia pari il manifesto.jpga quello della “promozione a pieni voti” di Paolo Gentiloni al Parlamento di Strasburgocome commissario agli affari economici dell’Unione Europea- la notizia dell’autosospensione di Renata Polverini dal gruppo di Forza Italia alla Camera è indicativa dell’aggravamento della crisi nel partito di Silvio Berlusconi dopo l’uscita di Matteo Renzi dal Pd e la costituzione dei gruppi parlamentari di Italia Viva.

                E’ proprio in direzione di Renzi e del suo nuovo partito, o movimento, che sembra avviata la Polverini, visto anche il terreno su cui ha deciso Polverini e Berlusconi.jpgdi consumare la sua rottura con Forza Italia, dove era approdata negli anni scorsi, tramite il passaggio all’allora Pdl, dai lidi della destra di Gianfranco Fini, dopo avere guidato il sindacato Ugl-ex Cisnal e il governo della regione Lazio.

               La Polverini si è autosospesa da Forza Italia denunciando, in particolare, la tattica sostanzialmente ostruzionistica praticata dai forzisti nella Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio anche contro la sua proposta di legge sulla cittadinanza ai figli di immigrati nati e andati a scuola in Italia: il cosiddetto ius culturae, variante dello ius soli ancora più contrastato dalla destra e dintorni. E’ un terreno di impegno politico molto praticato proprio da Renzi, che all’interno del Pd aveva contestato l’anno scorso al suo successore a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni, di non avere avuto abbastanza coraggio a sfidare gli allora alleati ex forzisti di Angelino Alfano.

            Ancora qualche giorno fa, pensando probabilmente anche a questo problema, l’ex governatrice del Lazio si doleva in una intervista al Foglio del “trucismo”, rimproverato dallo stesso giornale di Giuliano Ferrara a Matteo Salvini, al centrodestra a trazione leghista e dintorni. E prendeva le distanze dalla “tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra”. Sempre al Foglio, la Polverini avvertiva i problemi destinati ad aumentare all’interno di Forza Italia con l’iniziativa politica appena assunta da Renzi lasciando il Pd e creando la sua Italia Viva.

             Di fronte al dissenso che così chiaramente e clamorosamente ha voluto esprimere e rappresentare l’ex governatrice del Lazio sarebbe molto difficile a Berlusconi e, più in generale, ai dirigenti Daniela Conzatti.jpgdi partito che lo affiancano liquidare un suo passaggio a Italia Viva con la sufficienza e, diciamo pure, il disprezzo usato nei riguardi della senatrice Daniela Conzatti, di Rovereto, affrettatasi a aderire al nuovo movimento renziano.

            Tutto ormai si muove abbastanza rapidamente e clamorosamente in quella che ci siamo abituati a lungo a considerare  politicamente, a torto o a ragione, l’area moderata o di centro, non necessariamente assimilabile a quella che elettoralmente occupa il partito che si trova a prendere più voti e seggi parlamentari conquistando quella che i grillini, per esempio, definiscono la loro “centralità”. E la rivendicano con più forza specie dopo che sono riusciti, con la crisi di governo provocata da Salvini, ad evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, non a caso reclamato dallo stesso Salvini nel tentativo di tradurre in termini parlamentari il dimezzamento dei voti procurato al movimento delle 5 stelle, a vantaggio della Lega, nelle elezioni europee del 26 maggio scorso.  

 

 

 

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La troppo allegra difesa delle esportazioni italiane garantita da Di Maio

               Di fronte alle foto allegre, a dir poco, del segretario di Stato americano Mike Pompeo e del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, che brindano a birra nell’incontro a Villa Madama, c’è francamente da chiedersi di che cosa abbiano avuto tanto da ridere, e da compiacersi, i due Corsera.jpgmentre le cronache, senza scomodare la Storia con la maiuscola, li contrapponevano e li contrappongono in quella che i giornali chiamano “la guerra”, sia pure commerciale, fra gli Stati Uniti e l’Europa. In cui l’Italia è pienamente e dannatamente coinvolta. E’, in particolare, la guerra dei dazi, che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è riuscito a farsi autorizzare dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio contro i prodotti europei per rifarsi dei danni che avrebbe subito il suo Paese a causa degli aiuti comunitari al consorzio franco-tedesco Airbus, concorrente dell’americana Boeing.

            “Difenderemo le nostre esportazioni”, ha detto Di Maio, non credo parlandone con l’ospite di origini peraltro italiane, viste le grandi risate riprese dal fotografo impertinente di Villa Madama. Dove hanno riso di cuore anche le loro donne, riprese a parte.

            Sarà, almeno per l’Italia, una strana, curiosissima “guerra”, condotta -ripeto- a suon di risate. Non si può neppure pensare o sperare in una correzione di rotta a Palazzo Chigi con l’animo e l’azioneQN.jpg del presidente del Avvenire.jpgConsiglio Giuseppe Conte. Ce lo impedisce lo scrupolo col quale il professore ha fatto allontanare quella povera ed allegra, pure lei, “yena” televisiva che aveva osato tentare il goloso ospite americano porgendogli una piccola confezione di grana padano, minacciato con i vini e altro ancora dai dazi americani in arrivo.

             Intanto, sul piano più generale e immediato, si è già registrata dappertutto la solita caduta delle borse, immagino con quanto divertimento alla Casa Bianca, dove il presidente americano tratta le questioni che gli arrivano tra i piedi e le mani come palle da rugby, per non prendere sul serio le intenzioni attribuitegli di alternare i muri contro gli immigrati con allevamenti di coccodrilli.

           Ha gusti decisamente pesanti questo presidente americano per fortuna arrivato dov’è nel secolo corrente, e non in quello passato, perché temo che, se ci fosse stato lui, in Europa ci avrebbe lasciati soli Schermata 2019-10-03 alle 07.29.39.jpga fare i conti, cioè a soccombere, con Hitler. E poi con Stalin. Lui avrebbe trattenuto ben bene gli americani a casa loro, a difendere i confini già allora minacciati dagli “assalti” di quei Gazzetta.jpgmorti di fame dei messicani e simili, come vengono considerati da gran parte dei suoi elettori. Che peraltro non sono abbastanza per superare nelle urne quelli del partito avversario ma sufficienti, con le leggi americane, a mandarlo e mantenerlo lo stesso dov’è. E dove potrà permettersi di gustarsi lo stesso i formaggi e i vini italiani, francesi e altro ancora, pur con tutti i dazi di cui li avrà gravati perché, tanto, non li pagherà di tasca propria.

            A noi, elettori e lettori italiani ed europei, restano solo i titoli, le vignette e le foto sui giornali con cui divertirci o indignarci, secondo i gusti e le occasioni.

 

 

 

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Enrico De Nicola, l’avvocato monarchico che tenne a battesimo la Repubblica

A 60 anni dalla morte di Enrico De Nicola, spirato a Torre del Greco il 1° ottobre del 1959, mi sono chiesto che tipo di rapporti avrebbe avuto con la politica dei nostri giorni. Pessimo, direi. Attaccato com’era alla forma, poco o per niente incline al compromesso, permaloso sino Firma De Nicola.jpgalla esasperazione, e per giunta anche superstizioso, tanto da rifiutare la firma ad atti importanti se gli arrivavano sulla scrivania di venerdì, come avvenne per la controfirma del trattato di pace, che peraltro non aveva condiviso del tutto come capo provvisorio dello Stato ma che l’Assemblea Costituente aveva ratificato, De Nicola non avrebbe resistito un istante alle abitudini un po’ troppo rissaiole e scomposte -diciamo la verità- della politica di oggi.

Pensate un po’, eletto il 28 giugno 1946 con “soli”, secondo lui, 396 sì su 591 votanti dell’Assemblea Costituente al vertice -ripeto- provvisorio della Repubblica appena istituita, si tenne lontano da Roma a riflettere se accettare o no.

Alcide De Gasperi, che aveva già tribolato a sostenerne l’elezione dopo una contrapposizione, dietro le quinte, fra le candidature di Vittorio Emanuele Orlando, sostenuto dalla sua Dc e dalle destre, e di Benedetto Croce, sostenuto dai laici e dalle sinistre, stette come sui carboni ardenti.

Pensava, lo statista democristiano, facendo eleggere un monarchico dichiarato al vertice della Repubblica, di avere trovato la soluzione ideale, quale in effetti era, per conciliare continuità e novità, riconciliazione e scontro aspro, come quello avvenuto in un referendum dai risultati contestati, e con le iniziali resistenze dell’ultimo Re d’Italia, Umberto di Savoia, ad accettare l’esito non ancora definitivo. E si trovò all’improvviso di fronte al rischio di un rifiuto di De Nicola. Che alla fine accettò, ma a suo modo, mandando all’Assemblea che lo aveva eletto un messaggio di ringraziamento letto da chi la presiedeva: Giuseppe Saragat. I “vivissimi, prolungati, ripetuti applausi” dei costituenti registrati nel verbale della seduta, cominciata peraltro con una comunicazione di De Gasperi come capo del governo facente funzione anche di capo dello Stato dopo la partenza di Umberto di Savoia per l’esilio, non convinsero per niente Pietro Nenni. Che scrisse nei suoi diari: “Non è stato un debutto esaltante. E come poteva essere se la Repubblica è tenuta in fasce dai monarchici?”. D’altronde, Benedetto Croce, che le sinistre avrebbero votato più volentieri, si era volontariamente ritirato dalla corsa perché già divideva a stento la sua attività di studioso con l’impegno politico del dopoguerra.

Tornato finalmente a Roma e insediatosi non al Quirinale, dove i superstiziosi sostenevano che fossero cadute le maledizioni dell’ultimo Papa costretto a sloggiare nel secolo precedente, ma a Palazzo Giustiniani, dove si era fatto sistemare il letto su cui era abituato a riposare, De Nicola continuò a tenere in ansia De Gasperi, incoraggiato alla pazienza dal giovane sottosegretario Giulio Andreotti. Che cominciò a fare la spola tra il Viminale, dove lavorava il presidente del Consiglio, e il Palazzo che De Nicola aveva preferito al Quirinale, prevenendo e componendo, secondo le circostanze, incomprensioni, equivoci e quant’altro.  Fra cui ci fu anche la nomina di Guido Gonella a ministro della Pubblica Istruzione, per un po’ osteggiata dal capo provvisorio dello Stato, che avrebbe preferito a quel posto non un democristiano ma un laico.

L’anno dopo, quando De Gasperi, di ritorno da uno storico viaggio negli Stati Uniti, decise di troncare la serie dei governi di unità nazionale  e ruppe con comunisti e socialisti, De Nicola cercò di resistere tentando soluzioni di compromesso, ma alla fine si piegò. Tuttavia, avendo l’Assemblea Costituente nell’estate del 1947 deciso di prendersi altri sei mesi di tempo per approvare la Costituzione, De Nicola non sentì ragioni. Si dimise per formali ragioni di salute, alle quali il presidente dell’Assemblea, affrettatasi nel frattempo a rieleggere De Nicola con 405 voti, contro i 396 della volta precedente, rispose con questo telegramma: “Presidente, il Paese vi chiede di compiere un duplice dovere: restare e curare la vostra salute”. La firma era del comunista Umberto Terracini, subentrato al vertice della Costituente a Saragat qualche mese prima per la sopraggiunta scissione socialista di Palazzo Barberini.

Con questi precedenti, chiamiamoli così, non deve stupire se De Gasperi nel 1948, quando le Camere elette il 18 aprile furono chiamate ad eleggere a loro volta il primo vero e proprio presidente della Repubblica, non provvisorio, come era stato De Nicola , non si spese per lui, che pure non avrebbe disdegnato la conferma. Lo lasciò pensare o sospettare, a torto o a ragione, il segretario del presidente uscente trasferendone nelle ultime settimane del mandato il letto -quasi una branda militare- da Palazzo Giustiniani al Quirinale.

Rigorosamente lontano da Roma, De Nicola si godette solo lo spettacolo di sorpassare il 10 maggio nella prima votazione, con 396 voti contro 353, il candidato della Dc Carlo Sforza. ministro degli Esteri di De Gasperi. Nella seconda votazione, lo stesso giorno, De Nicola scese a 336 voti e Sforza salì a 405, che precipitarono però a 9 nel terzo scrutinio, col quale debuttò la nuova candidatura degasperiana, che fu quella di Luigi Einaudi, liberale come De Nicola, e pure lui monarchico dichiarato nel referendum del 1946.  L’elezione avvenne al quarto scrutinio, l’11 maggio del 1948, con 518 voti.

De Nicola, già senatore e prima ancora presidente della Camera nell’Italia monarchica, anche nel giorno dell’esordio di Mussolini nell’aula di Montecitorio definita “sorda e grigia” e potenziale “bivacco dei miei manipoli” dal capo del fascismo, divenne il primo senatore a vita di diritto della Repubblica come ex capo dello Stato. Se ne sarebbe ritirato solo nel 1955 per diventare giudice e poi presidente della Corte Costituzionale. Furono gli anni in cui egli onorò la sua antica, notissima e apprezzata professione di avvocato nel Consiglio Nazionale Forense.

Guido Alpa, presidente del Consiglio  Nazionale Forense dal 2004 al 2015, commemorando De Nicola il 5 gennaio del 2010 nella Sala dei Busti di Castel Capuano, a Napoli, presente l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, di nome e di appartenenza, si ispirò proprio all’azione svolta dal capo provvisorio dello Stato nella fase più difficile e carica di pericoli com’era quella di avvio della Repubblica per sottolineare giustamente e orgogliosamente “il ruolo dell’Avvocatura” nella storia istituzionale del Paese. L’esperienza di avvocato e, più in generale, di giurista aveva aiutato non poco De Nicola a far percorrere alla Repubblica i suoi primi e decisivi passi.

La Storia, con la maiuscola, ha voluto che fosse poi un altro avvocato, Giovanni Leone, formatosi peraltro Leone e De Nicola.jpgprofessionalmente nello studio legale di Enrico De Nicola, a gestire da presidente della Repubblica la fase più drammatica della sua storia: i 55 giorni trascorsi, dal 16 marzo al 9 maggio del 1978, fra il sequestro, la prigionia e infine l’uccisione di Aldo Moro. Al cui posto, peraltro, era capitato proprio a Leone di essere eletto al Quirinale nel dicembre 1971, dopo una lunga e sfortunata corsa di Amintore Fanfani e una tormentata votazione nei gruppi parlamentari della Dc, chiamati a scegliere fra la candidatura, appunto, di Leone e quella di Moro, battuta per cinque voti soltanto.

Memore anche di quel drammatico passaggio politico, nel quale peraltro egli aveva sperimentato la lealtà di Moro, intervenuto personalmente sugli amici di corrente o di area, tentati dalla dissidenza, a votare per il candidato legittimamente designato dal partito, Leone non esitò in quel tragico 1978 a spendersi con tutte le sue forze per sottrarre l’amico alla morte decretata dal “tribunale del popolo” delle brigate rosse.  Che il 9 maggio dovettero accelerare l’uccisione dell’ostaggio per evitare che Leone fermasse in tempo la loro mano concedendo la grazia a Paola Besuschio, compresa nell’elenco dei tredici detenuti per reati di terrorismo con i quali i brigatisti avevano preteso di scambiare il presidente della Dc.  “L’avevo scelta -mi spiegò poi Leone- con lo spirito dell’avvocato, studiando una per una le posizioni di quelli che i terroristi avevano definiti prigionieri per conciliare l’umanità, che non deve mai abbandonare il politico, con la fermezza nella difesa dello Stato”. In effetti, la Besuschio, pur condannata per terrorismo, non si era macchiata di alcun fatto di sangue.

 

 

 

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Crescono i guai e il nervosismo di Conte, a Palazzo Chigi e dintorni

             Qualcosa sta forse cambiando nelle viscere grilline nei riguardi del presidente del Consiglio, pur così fortemente voluto ancora da Beppe Grillo in persona durante la crisi agostana di governo, tanto da farlo ingoiare al Pd mossosi invece all’inizio con la richiesta di un forte e chiaro segnale di “discontinuità” a Palazzo Chigi. Qualcosa, dicevo, sta cambiando nelle viscere grilline se sulla prima pagina di un giornale non certo neutrale come Il Fatto Quotidiano hannoIl Fatto .jpg dedicato a Giuseppe Conte una caricatura che lo mette in concorrenza con Matteo Renzi. Che è un personaggio non molto popolare nella redazione e fra i lettori del giornale diretto da Marco Travaglio. Gli stanno ancora facendo i conti -tanto per farsene un’idea- su quanto sia costato alle malferme casse dello Stato il presunto o reale capriccio di quell’aereo presidenziale rimasto più a terra che per aria.

            Se Renzi, stanco di subire il cosiddetto fuoco amico, è appena uscito dal Pd e fondato Italia Viva per condizionare di più, e in proprio, il governo giallorosso nato proprio da una sua improvvisa svolta nei rapporti con i grillini, dopo una massa industriale di pop-corn consumati all’opposizione e imposti ai compagni all’indomani della sconfitta elettorale del 4 marzo dell’anno corso, il vignettista Riccardo Mannelli sul Fatto Quotidiano, appunto, ha immaginato Conte a capo di un partito chiamato Italia vivacchia. Che è una versione forse aggiornata della risposta che la buonanima di Giulio Andreotti diede agli inizi degli anni Novanta all’amico e presidente della Dc Ciriaco De Mita, convinto che egli  stesse tirando a campare e non governando:“Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

            Non deve essere piaciuto, dalle parti del giornale di Travaglio molto seguito sotto le cinque stalle, non a caso scelto da Beppe Grillo quando decide di uscire fuori dai confini del suo blog personale per mandare in altro modo i messaggi al suo pubblico con articoli al peperoncino, diciamo così, il modo in cui Giuseppe Conte ha ceduto all’offensiva del nuovo partito di Renzi contro l’aumento pur “selettivo” dell’Iva in cantiere nel Ministero dell’Economia guidato dal piddino Roberto Gualtieri.

            Va bene che Renzi ha condotto il blitz d’assaggio della potenza di fuoco del suo partito trovandosi subito affiancato dal capo formale, ancòra, del movimento grillino Luigi Di Maio, ma al Fatto -che ogni tanto sfotte con le vignette anche il nuovo ministro degli Esteri, come fa del resto lo stesso Grillo quando ne ha voglia- avrebbero preferito una resistenza di Conte più lunga e convinta, un cedimento meno repentino a quella che curiosamente Travaglio ha definito “salvinite”, cioè il male di temere troppo Matteo Salvini, anche ora che è tornato all’opposizione, poco importa se da solo, con un’autorete, o cacciatovi con una certa abilità dai nemici. E’ infatti per paura dichiarata di Salvini, per non offrirgli cioè un argomento di lotta, che Renzi, “l’altro Matteo”, e Di Maio hanno reclamato e ottenuto quella che Conte ha definito “la sterilizzazione” dell’Iva.

            Che il presidente del Consiglio, del resto, con lo zampino o non del Fatto, sia diventato un po’ troppo nervoso in questi giorni, premuto tra spinte e controspinte della sua variegata, forse Jena da Pompeo.jpgtroppo variegata squadra e maggioranza di governo, si è visto a Palazzo Chigi quando si è messo a polemizzare persino con le “ Jene” televisive che hanno improvvisato una protesta, tutto sommato divertente ed anche efficace, contro l’ospite Segretario di Stato americano Mike Pompeo. Al quale, decisamente più spiritoso del padrone di casa perché vi ha riso sopra, è stata offerta una piccola confezione di grana padano per protesta contro i pesanti dazi con i quali il presidente degli Stati Uniti vorrebbe praticamente toglierlo via dal mercato a stelle e strisce.

            “Non si difende così il made in Italy”, ha pontificato Conte rivendicando le sue prerogative di premier mentre il personale di Palazzo Chigi strattonava e allontanava la povera “jena” Alice Martinelli, che rivendicavajena a Palazzo Chigi 2.jpg il merito di avere difeso gli interessi nazionali meglio del presidente del Consiglio, “col cuore” più che con “la diplomazia” dettata evidentemente dal riguardo verso chi, da oltre Oceano, lo chiama per none, pur storpiandoglielo con quel “Giuseppi”.

            Altre grane -non da grana padano- stanno comunque per arrivare su Conte e sulla sua maggioranza giallorossa sul terreno scivoloso della giustizia, dopo che Renzi, sempre lui, ha avvertito, fra l’altro, che la prescrizione non potrà essere bloccata dal 1°’ gennaio prossimo con la sentenza di primo grado se non si procederà in tempo a riformare davvero il processo penale garantendone tempi brevi e certi.

          “Del garantismo di Renzi mi fido”, ha annunciato dalla sponda di Forza Italia l’ex capogruppo e poi anche ex presidente del Senato Renato Schifani, non dimentico certamente della difesa di Silvio Berlusconi appena fatta dall’ex segretario del Pd dopo i rilanci mediatici delle inchieste  giudiziarie su di lui per le stragi mafiose del 1992-93. Brutto annuncio, credo, alle orecchie di Conte, del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, rimasto fermo al suo posto nel cambio di governo e di maggioranza, e naturalmente del già citato Fatto Quotidiano. Dove vivono la prescrizione come una maledizione, specie quando a usufruirne sono i nemici, berlusconiani e non, perché qualche volta essa ha fatto comodo anche al suo direttore, alle prese come tutti i colleghi con le cause da mestiere, diciamo così.

 

 

 

 

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Il colpaccio di Matteo Renzi nella partita sull’Iva. E non è finita.

              A parte l’ironia di Emilio Giannelli, che sulla prima pagina del Corriere della Sera lo ha napoleonizzato facendogli cavalcare il grillo Luigi Di Maio, e salvo sorprese quando verrà varata davvero la cosiddetta legge di stabilità, fra qualche settimana, e non solo la “nota di aggiornamento” appena il manifesto.jpgapprovata dal Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi può ben dire di avere vinto la prima partita giocata dietro e davanti alle quinte con la sua Italia Viva. E’ stata la partita dell’Iva, secondo il gioco di parole che ha ispirato il solito, felice titolo di copertina del manifesto.

              Insorto un attimo prima di Di Maio contro l’aumento pur “selettivo” studiato, predisposto e quant’altro negli uffici del Ministero dell’Economia guidato ora dal piddino Roberto Gualtieri, e sostenuto naturalmente da Dario Franceschini, il capo della delegazione del Pd al governo, Renzi ha portato a casa l’annuncio, fatto personalmente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, della “sterilizzazione” dell’imposta, credo, fra le più impopolari. E ciò grazie al ritrovamento di 23 miliardi di euro fra le pieghe non si è ancora ben capito di quale degli abiti del bilancio.

            Non poteva, d’altronde, finire diversamente per un governo proposto a sorpresa nel Pd, quando ancora ne faceva parte, proprio da Renzi per evitare che la crisi agostana provocata dal leader leghista Matteo Salvini si concludesse con lo scioglimento anticipato delle Camere e con l’aumento quasi automatico dell’Iva, appunto, per lo scatto delle cosiddette clausole di salvaguardia lasciate in eredità ai successori dal primo e unico governo di Paolo Gentiloni. E’ una circostanza, quest’ultima, che il leghista Roberto Calderoli, tra un’intervista e l’altra sul referendum elettorale da lui fatto mettere in cantiere da otto regioni governate dal centrodestra contro ciò che resta ancora del sistema proporzionale, ha voluto polemicamente ricordare al ministro Gualtieri contestandogli “il conto di Papeete” rimproverato a Salvini per aver fatto cadere il primo governo di Conte. Al quale d’altronde il partito dello stesso Gualtieri si opponeva duramente.

            Nel richiamo in prima pagina di un retroscena di Marco Conti sul Messaggero c’è forse la sintesi più efficace di ciò che è accaduto nella partita sull’Iva. Si riferisce di un Conte che, pur Messaggero.jpgpreso alla sprovvista dall’iniziativa di uno dei suoi ultimi predecessori a Palazzo Chigi, si propone realisticamente di “sentire Renzi ogni volta che sarà necessario”, e di un Franceschini che, di rimando, commenta: “Così salta tutto”. E che, secondo altre ricostruzioni, aveva fronteggiato nel vertice notturno di maggioranza l’offensiva dei renziani, rappresentati soprattutto dalla ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, accusandoli di collusione, o qualcosa del genere, con gli evasori dell’Iva.

            Un altro scontro fra renziani e Pd sta maturando nella maggioranza sul tema caldissimo della giustizia, specie dopo che ne hanno discusso recentemente a Palazzo Chigi il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede e il suo predecessore Andrea Orlando, ora vice segretario del Pd, senza la presenza di un esponente di Italia Viva, e neppure, in verità, dei liberi e uguali di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, forse perché consideratisi ben rappresentati da Orlando.

            “Poi vi faremo conoscere le nostre proposte”, si era limitato a reagire Renzi. E una proposta appunto, spiazzante un po’ per tutti, anche per i grillini, sta maturando sullo spinosissimo problema della prescrizione, il cui blocco con l’emissione della sentenza di primo grado scatterà il primo gennaio prossimo, in applicazione di una norma introdotta nella cosiddetta legge spazzacorrotti.

            Secondo anticipazioni del quotidiano Il Dubbio, edito peraltro dagli avvocati, in agitazione proprio per il blocco della prescrizione destinato, senza correttivi, ad allungare e non certo ad accelerare i processi, Renzi proporrebbe di escludere dal blocco, cioè dalla fine della prescrizione, le sentenze di assoluzione in primo grado. Ciò eviterebbe il processo all’infinito in caso di ricorso dell’accusa all’appello.

             Sembrerebbe, a prima vista, il classico uovo di Colombo, pur restando sul tappeto il problema dei condannati, ai quali bisognerà pur garantire un termine davvero “ragionevole”, come prescrive l’articolo 111 della Costituzione, per ottenere giustizia negli altri gradi di giudizio, considerando che le assoluzioni in secondo o terzo grado non sono certamente eccezioni.

            Non meno scabrosa è la riforma in cantiere del Consiglio Superiore della Magistratura e del suo metodo di elezione per fronteggiare i mali del correntismo così drammaticamente emersi, anzi scoppiati negli ultimi mesi, ma di ben lunga provenienza. Su questo terreno le distanze di Renzi dal Pd sono diventate vistose da quando l’ex segretario ha mostrato interesse o condivisione per il metodo del sorteggio proposto dai grillini perché le correnti in magistratura gli piacciono ancor meno di quelle da lui sperimentate politicamente col cosiddetto ”fuoco amico”  nel partito alla fine abbandonato.

            “Noi stacchiamo le correnti, non la corrente al governo”, ha detto Renzi parlandone al Foglio per rispondere a chi sospetta che lui non veda l’ora di far cadere il governo giallorosso pur dopo avere contribuito Gazzetta.jpgin modo decisivo a farlo nascere. E’ un po’ quello, paradossalmente, che il su un altro versante il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno Nico Pillinini fa sarcasticamente dire ai sedicenni che apprendono dalla televisione il proposito quasi unanime dei partiti di farli votare modificando in tutta i vincoli costituzionali dei 18 e 25 anni, rispettivamente, per la Camera e il Senato: “Vogliono essere mandati a quel paese anche da noi?”.

 

 

 

 

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Perché Conte l’ha fatta…franca con l’apertura al Mattarella bis

Nella volenterosa ricerca della verità sulla testata omonima di Maurizio Belpietro temo che Carlo Cambi si sia fatto prendere la mano non so se più falla fantasia o dalla malizia vedendo un diabolico piano nella inusuale apertura di un presidente del Consiglio alla rielezione del presidente della Repubblica in carica. Ciò “se mai fosse disponibile”, ha detto Giuseppe Conte di Sergio Mattarella in una intervista di qualche giorno fa, elogiandone le doti di saggezza, di equilibrio e anche di semplicità, da lui sperimentata evidentemente in un anno e mezzo di assidua frequentazione.

Data la scadenza né imminente né vicina del mandato di Mattarella, al cui compimento mancano ancora due anni e mezzo, la rielezione auspicata da Conte è apparsa a Cambi una sostanziale conferma dell’ipotesi che il presidente della Repubblica possa dimettersi anzitempo di fronte a un brusco deterioramento della situazione politica, e ad una crisi che l’obbligherebbe questa volta a sciogliere le Camere.

Piuttosto che lasciare alle nuove assemblee parlamentari, ancora sospettabili di risultare a schiacciante maggioranza di centrodestra, il compito di eleggere il suo successore, Mattarella investirebbe del problema le Camere uscenti. Che potrebbero confermare lui, appunto, o mandare al Quirinale un’altra personalità di sinistra: per esempio Romano Prodi, guarda caso espostosi durante la crisi agostana di governo a perorare la causa della maggioranza giallorossa, di cui ha anche proposto il nome italianizzando con  “Orsola” quello della tedesca Ursula von der Leyen, eletta dal Parlamento europeo alla presidenza della nuova commissione di Bruxelles con una convergenza di voti dei popolari, compresi i forzisti di Silvio Berlusconi, rimasti però all’opposizione in Italia, della sinistra e dei grillini.

Va detto, per onestà di cronaca, anche se il ricercatore della Verità di Belpietro ha omesso di farlo, che Prodi già nel 2013, per quanto fermato la prima volta da cento e più “franchi tiratori” del Pd, avrebbe potuto andare al Quirinale con una convergenza di voti piddini e pentastellati se Beppe Grillo in persona fosse riuscito nel tentativo compiuto all’ultimo momento di far recedere Stefano Rodotà dalla candidatura  frettolosamente proposta proprio dal movimento del comico genovese.

Poco importa se fatta per se stesso, ai fini della conferma, o per altri, come Prodi e affini, l’operazione attribuita Cambi su Mattarella.jpgalle intenzioni di Mattarella di anticipare la scadenza istituzionale del 2022 per cautelare il Paese dal rischio di un presidente della Repubblica di centrodestra, da Silvio Berlusconi in su o in giù, o di lato, mi sembra francamente azzardata, a dir poco. Essa presupporrebbe una concezione troppo ingiustamente luciferina e disinvolta del presidente in carica, di cui non si può distorcere sino a questo punto il silenzio di cortesia e prudenza opposto alla sortita inusuale -ripeto-del presidente del Consiglio in carica per una sua rielezione, ordinaria o anticipata che possa essere o rivelarsi.

Già a Mattarella, secondo me, è stato fatto il torto di attribuire durante la crisi agostana un specie di conflitto d’interessi quando si è detto e scritto che i sostenitori del cambio di maggioranza gli avrebbero adombrato la rielezione per ingraziarselo e scongiurare il rischio che egli cedesse alla richiesta leghista e del centro destra, ma inizialmente sostenuta anche dal segretario del Pd Nicola Zingaretti, di sciogliere le Camere in anticipo e lasciare che la scadenza istituzionale del Quirinale avvenisse durante la nuova legislatura a prevedibile trazione salviniana. Potrò sbagliare, ma penso che nessuno abbia osato prospettare la situazione in questi termini personali a Mattarella, neppure per allusioni, semplicemente per non sentirsi cacciare dal suo ufficio, o sbattere il telefono in faccia.

E’ tuttavia indubitabile che, a parte la stecca -secondo me- della lettura riservata da Cambi all’auspicio della rielezione di Mattarella espresso da Conte, sia passata sui giornali tra la sostanziale indifferenza questa sortita del presidente del Consiglio.

Durante la cosiddetta prima Repubblica, quando pure la lotta politica e, più in generale, il dibattito o confronto tra partiti, correnti, leader e leaderini era di una certa sobrietà rispetto ai tempi odierni, mancando peraltro quel micidiale propellente che è la comunicazione digitale, bastava che un segretario di partito o capo di governo si lasciasse scappare un sospiro, non di più, sulla scadenza istituzionale della Presidenza della Repubblica, vicina o lontana, perché scoppiassero incendi mediatici, se non politici. E si aprisse o si scatenasse, spesso più a torto che a ragione, con un anticipo comunque compromettente la corsa al Quirinale. Che aveva come regola la stessa del Conclave, per cui chi parte in testa, o entra da Papa, come si dice oltre Tevere, non ne esce eletto. L’eccezione sarebbe forse avvenuta nel 1978 con Aldo Moro, ma la situazione era così anomala che finì tragicamente, col sequestro e l’assassinio del candidato sicuramente più autorevole e meglio piazzato alla successione al collega di partito Giovanni Leone.

Questa volta, con la stecca -ripeto- della Verità di Belpietro, dopo la sortita di Conte è filato tutto liscio. Ognuno è rimasto al suo posto, nonostante la facilità di accesso a quella fogna a cielo aperto che diventa spesso la navigazione in internet. Se si sia trattato solo di distrazione o, finalmente, di una svolta comunicativa, e di costume, è troppo presto per dirlo.

“Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”, scrisse Moro alla moglie Noretta nell’ultima drammatica e incompiuta lettera prima di essere ucciso parlando di quello che l’aspettava oltre la morte nei rapporti con i suoi cari. Sarebbe bellissima anche una comunicazione politica finalmente svelenita.

 

 

 

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