Si complica al Senato la partita della sfiducia al guardasigilli Bonafede

            Questi sono giorni col fiato sospeso un po’ per tutti, partecipi di una “ripartenza” dall’esito per niente scontato in tempi pericolosi di coronavirus. Ma sul piano politico c’è qualcuno per il quale il fiato è forse più sospeso che per altri. E questi, una volta tanto, non è il presidente Mieli su Contedel Consiglio Giuseppe Conte, per quanto Paolo Mieli sul Corriere della Sera gli abbia appena dato solo una “sufficienza” sofferta. Ora, a parte le vignette Pillinini su Contescaramantiche che si procura, egli ha prudentemente dismesso, o quasi, i pieni poteri assunti proclamando lo stato di emergenza e si è un po’ rimesso ai governatori regionali, pur non riuscendo ad accontentarli tutti. Essi ne risponderanno all’elettorato se le cose andranno male, ha praticamente avvertito Conte. Che d’altronde, diversamente da loro, non è stato eletto neppure deputato o senatore. Egli è’ stato designato a Palazzo Chigi dai grillini, ai quali neppure risponde più del tutto, essendosi ritagliato nel frattempo uno spazio tutto suo, in cui c’è chi sotto le 5 stelle lo considera ormai più vicino al Pd.

            Più di Conte, secondo me, ancora in grado di riferire alle Camere sull’evoluzione dell’epidemia senza il passaggio finale di un voto, e il rischio conseguente che il renziano di turno abbia qualcosa da eccepire nella maggioranza sulla risoluzione conclusiva, ad essere col fiato sospeso è il guardasigilli alfonso bonafedegrillino Alfonso Bonafede, da qualche mese anche capo della delegazione pentastellata al governo. Contro di lui le opposizioni -non più solo quelle di centrodestra ma ora anche quella radical-europea di Emma Bonino, sostenuta da alcuni forzisti decisi a non confondersi con leghisti e fratelli d’Italia, hanno chiesto una sfiducia “individuale” su cui si voterà al Senato mercoledì. E una data che lo stesso Bonafede, appena privatosi del capo di gabinetto per l’affare Palamara,  ha un pò spavaldamente preferito ad una meno ravvicinata consigliata prudentemente da esponenti non di secondo piano del Pd, sospettosi delle intenzioni dei renziani, ora più tentati dalla mozione di Bonino.

            Le cose che si contestano a Bonafede sono notoriamente la gestione -va detto, non dipendente  da lui- delle scarcerazioni per timore di contagio disposte dai magistrati di competenza, costretti adesso da un decreto legge a rioccuparsi a breve di tutte le pratiche passate per le loro mani, e dello scontro a distanza avuto col consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo. Che con una curiosa coincidenza proprio con le scarcerazioni di cui si è detto, e cogliendo l’occasione offertagli da una trasmissione televisiva, ha tenuto a confermare personalmente e a rilanciare le voci diffusesi già due anni fa sull’’offerta del remuneratissimo incarico di capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria fattagli dal guardasigilli appena fresco di nomina ma durata lo spazio di una notte, mentre i detenuti di mafia erano, a dir poco, agitati.

            Sicuro del fatto suo, nonostante la popolarità di Di Matteo fra i grillini, che lo avrebbero voluto a suo tempo ministro dell’Interno per la sua forte esposizione giudiziaria d’accusa sul fronte della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia stragista dei primi anni Novanta, Bonafede Casellati su Bonafedesi è trovato improvvisamente spiazzato addirittura dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che in una intervista a Repubblica, forte anche della sua passata esperienza di consigliere superiore al Palazzo dei Marescialli, ha sottolineato il carattere inedito dello scontro avvenuto fra Di Matteo e Bonafede, ha avvertito una certa “opacità” nella vicenda ed ha sollecitato un pronunciamento dell’organo di autogoverno della magistratura. Se non sospeso, il fiato di Bonafede deve essersi accorciato.

 

 

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Zingaretti ha già dovuto scusarsi con i grillini ricevendone una sfida

            Per quanto sorpreso una volta al Senato in sonno vero, non massonico, il reggente del movimento pentastellato Vito Crimi è stato lesto nella protesta Zingaretticontro il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che da alleato di governo, in una intempestiva “ripartenza”, quasi sulla carrozzella assegnata all’Italia dal vignettista Stefano RolliRollli sul Secolo XIX, si era vantato di avere praticamente strappato “l’agenda” dalle mani dei grillini dopo il passaggio dalla maggioranza gialloverde a quella giallorossa. E di avere anche accorciato le distanze elettorali e sondaggistiche fra il suo Pd e il principale partito di opposizione, che è la Lega di Matteo Salvini.

            Al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e a chi sennò?- Crimi si è affrettato a raccontare la sua sorpresa e amarezza per la spavalderia, chiamiamola così, di Zingaretti attribuendola al bisogno di “distogliere l’attenzione dalle Crimi al Fatto su Zingarettidifficoltà del Pd, con tutte le sue anime diverse”. Che credo tuttavia inferiori a quelle del movimento grillino, specie dopo che Matteo Renzi ha sfoltito la boscaglia piddina uscendone.

            “Ci siamo sentiti e chiariti”, ha assicurato Crimi parlando di Zingaretti a proposito della sua orgogliosa intervista, col cuore in mano, al direttore della Stampa. Ma chiariti in che senso? Con l’impegno del segretario del Pd -ha raccontato Crimi- di “rendere ancora più solido il rapporto con noi, per il Paese”. Si sarebbe quindi scusato.

            Peccato, tuttavia, che a un impegno del genere non ne corrisponda uno analogo dei grillini, visto che lo stesso Crimi nella medesima occasione dell’intervista al Fatto Quotidiano -che Titolo Fatto su Criminon a caso, e giustamente una volta tanto, vi ha ricavato il titolo- ha praticamenteCrimi al Fatto su Mes sfidato il Pd sul terreno scivolosissimo del Mes, acronimo di quel meccanismo europeo di stabilità da cui il partito di Zingaretti è deciso ad attingere un credito a buon mercato di 36 miliardi di euro da investire nella sanità. Che è l’unica condizione prevista e concordata ormai in sede comunitaria per accedervi. Ma di cui i pentastellati continuano a non fidarsi temendo trappole spaventose.

            Poiché il presidente del Consiglio ha più volte annunciato che su questo punto, non certamente secondario perché coinvolge il tema più generale dei rapporti con l’Unione Europea, lascerà l’ultima parola al Parlamento, Crimi gli ha annunciato papale papale attraverso il giornale di Travaglio che su questa materia “non può esserci un vincolo di maggioranza”. E’ ciò che i grillini, d’altronde, dissero e fecero l’anno scorso anche sulla questione della Tav, cioè della linea ad alta velocità per il trasporto ferroviario delle merci tra la Francia e l’Italia, su cui il Senato diede via libera -contro il parere del movimento delle 5 Stelle- al primo governo Conte. Che non a caso cadde dopo pochi giorni, sia pure per formalità e motivazioni diverse azionate dai leghisti. Non è un precedente rasserenante, diciamo così, per il governo ancora in carica, per quanto l’emergenza virale potrà contenere i danni Scalfari su Contedell’incidente, ma anche moltiplicarli, forse. Si vedrà. Intanto Conte può consolarsi con la promozione concessagli da Eugenio Scalfari, che sulla Repubblica lo ha fatto passare oggi, fra una domenica e l’altra, da una posizione “incerta” a una “decisiva”.

            In previsione del passaggio  parlamentare a dir poco di Morando a Contefuoco, o da cardiopalma,  sul Mes dall’’interno del Pd si è levato già il 12 maggio un consiglio a Conte firmato dall’ex vice ministro dell’Economia Enrico Morando. Che in un articolo sul Riformista gli ha suggerito, in particolare, di aggirare, se non sfidare, i grillini con una mozione per impegnare il governo a elaborare con le regioni un piano di utilissima “ristrutturazione del sistema sanitario italiano” da finanziare appunto col Mes.

 

 

 

 

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Quella sincerità disarmante, e poco da leader, di Nicola Zingaretti

            Nicola Zingaretti, forse noto prima che diventasse segretario del Pd più come fratello di Luca, il commissario Montalbano della fortunata serie televisiva, che come presidente della regione Lazio, e prima ancora presidente della provincia di Roma, è un uomo sicuramente sincero, anche a costo di perdere con questa caratteristica umanamente apprezzabile altre, di astuzia e simili, necessarie ad un leader politico. Lo ha dimostrato in una lunga intervista di ieri alla Stampa, stimolata e raccolta personalmente dal nuovo direttore Massimo Giannini, in cui gli è scappato da fedele di definire “un vero miracolo” il decreto, anzi il decretone varato dal governo con l’intenzione di rilanciare, addirittura, il Paese piegato sotto vari aspetti dalla epidemia virale.

            Della natura di questo “miracolo”, come di un’apparizione della Madonna a Medugorje senza bisogno di andarvi in pellegrinaggio, Zingaretti si sarà reso conto maggiormente Medugorjeleggendo, sullo stesso numero del giornale in cui è stata pubblicata la sua intervista, l’editoriale dall’economista Carlo Cottarelli. Che ha impietosamente contato le 110 mila parole impiegate dagli estensori del decreto, al netto di quelle esplicative della relazione, e le 600 misure adottate, contrapposte peraltro -con la competenza e forse anche la passione Cottarelliper le cose americane- alle 61 mila parole e 100 misure bastate negli Stati Uniti per tutti i provvedimenti -e non per uno solo- emessi in analoghe circostanze. E si tratta -ha ancora più impietosamente avvertito Cottarelli- di un decretone, quello appena varato- ripeto- dal governo italiano, insufficiente o incompleto, come gli altri usciti da Palazzo Chigi dalla proclamazione dell’emergenza. Gli mancherebbe alla fine l’avvertenza del “continua”, come l’editorialista ha ironicamente fatto chiudendo il suo commento.

            Un’altra sincerità umanamente simpatica ma politicamente rischiosa per un leader, che mostra al tempo stesso di tenere alla durata del governo perché convinto della mancanza di una seria alternativa diversa dalle elezioni in mascherina, come ha del resto avvertito lo stesso presidente della Repubblica, è quella mostrata da Zingaretti sui rapporti non proprio idilliaci col  partito maggiore della combinazione ministeriale.

           “Loro pensavano di dettare l’agenda e di svuotare il Pd in pochi mesi”, ha detto Zingaretti parlando dei grillini e confermando implicitamente la paura che ne aveva nella scorsa estate, quando lui, resistendo alla linea e alle pressioni di Dario Franceschini, continuava a preferire il ricorso anticipato alle urne, finchè non fu scavalcato a sorpresa nel Pd da Matteo Renzi e non decise di inseguirlo sulla strada dell’accordo. “Ora -si è vantato Zingaretti lasciandovi immaginare le reazioni dei vari Di Maio, Crimi e amici, emerse e sommerse- sta succedendo l’esatto contrario. Il Movimento si sta dividendo, senza afflato unitario, né slanci di condivisione, e sta perdendo consensi. Noi, che invece temiamo una posizione seria e coesa, stiamo risalendo la china e ormai siamo a un passo dalla Lega”. Che ai suoi tempi di governo con i grillini si guardò bene dal vantarsi di averli doppiati nelle elezioni europee di fine maggio 2019.

             Ricordo ancora il giorno in cui, un mese dopo il barbaro assassinio del suo carissimo amico Aldo Moro, l’allora Morlino e Moroministro democristiano del Bilancio Tommaso Morlino mi commentò riservatamente le perdite subite dai comunisti, partecipi della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, in un turno di elezioni amministrative e i guadagni dello scudocrociato: “Peccato -mi disse- che non possiamo vantarcene. Aldo non lo avrebbe fatto e non ce l’avrebbe permesso”.

 

 

 

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La scelta che Conte rinvia sempre alla prossima volta: Cinque Stelle o Pd ?

Se l’anziano zio frate cappuccino è anche il suo confessore, Giuseppe Conte può ben attendersi una familiare e benevola assoluzione per lo strappo all’evidenza -non dico bugia, per carità- compiuto quando ha detto di non aver impiegato “un minuto più del necessario”, o del dovuto, nel varare tra pause e rinvii il decreto legge dedicato al Rilancio, con la maiuscola, in questi tempi di coronavirus. E’ stato, anzi è un provvedimento eccezionale almeno per le sue dimensioni, coi suoi 256 articoli stesi in quasi 500 pagine. Più che un testo legislativo, è un volume come quelli di programmazione economica che sfornavano i primi governi di centro-sinistra, col trattino. E che Amintore Fanfani, non certo ostile alla formula dell’alleanza della Dc con i socialisti, liquidava come “libri dei sogni”.

Pensate un po’ di che razza di superemendamento, di quante migliaia forse di commi, il decreto avrà bisogno in Parlamento se per convertirlo in legge, superando la boscaglia delle proposte di modifica dei gruppi della maggioranza e delle opposizioni, il governo sarà costretto a ricorrere alla ormai solita questione di fiducia, nonostante le promesse in senso contrario attribuite al ministro Gualtieri dai capigruppo del Pd.  Penso che non vogliano pensarci neppure i presidenti delle Camere, già alle prese con le difficoltà logistiche delle assemblee in cui fare rispettare le distanze fisiche o addirittura “sociali” da emergenza virale.

Di riserve su questo provvedimento a pioggia alluvionale di aiuti e soccorsi mi permetto di coltivarne nella stessa misura del giornale oggi più governativo sulla piazza, che è Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Il quale deve averci messo personalmente le mani su quel titolo di prima pagina in cui si è letto che “ce n’è per tutti” e ora bisogna aspettare prudentemente, ma un po’ anche ansiosamente, “la prova dei fatti”, al plurale.

Con o al di là dei tempi e dei rinvii davvero necessari, e non concessi invece con troppa pazienza o disinvoltura, ho l’impressione che il presidente del Consiglio abbia compiuto non so se l’ultimo, ma sicuramente un altro passo decisivo verso l’appuntamento previsto, o messo nel conto, non da un modestissimo osservatore come l’anziano giornalista che scrive, e non lo ha mai incontrato, ma dal suo Maestro di dottrina e di professione forense. Che è Guido alpanaturalmente  Guido Alpa, lasciatosi andare qualche mese fa con lo sguardo un po’ distaccato ma esperto di un vecchio e credo nostalgico socialista, nei ricordi almeno anche del mio amico Ugo Intini, alla profezia o previsione del momento, o giorno, in cui il suo allievo salito così imprevedibilmente alla politica dovrà “scegliere” fra il partito che l’ha designato a Palazzo Chigi e quello che porta il fardello politicamente più pesante della maggioranza. Parlo, rispettivamente, del Movimento 5 Stelle, comunemente chiamato anche dei grillini, pur se il suo comico fondatore, “garante”, “elevato” e quant’altro è diventato avaro di pubbliche esternazioni o anatemi, e il Pd guidato al Nazareno da Nicola Zingaretti. Che nella compagine governativa ha affidato il ruolo di capo-delegazione al ministro dei beni culturali e del turismo Dario Franceschini, non al superministro dell’Economia Roberto Gualtieri, come forse qualcuno si aspettava per la mole e il peso delle sue competenze di merito.

Più passa il tempo e più si capisce, come si è visto davanti e dietro le quinte nella difficilissima gestazione del decreto legge finalizzato al rilancio, lasciatemelo scrivere questa volta con la minuscola, che fra i due partiti le distanze politiche, culturali, a volte persino antropologiche, si allungano anziché accorciarsi. E si è anche capito come e perché il vecchio e saggio Alpa abbia pensato più ad una scelta del suo allievo e amico fra l’uno e l’altro partito che ad una decisione, del resto più volte esclusa dallo stesso interessato, di fondare un proprio movimento. Così volle Mario montifare invece con pochissima e non casuale fortuna alla vigilia delle elezioni del 2013 un altro arrivato a sorpresa a Palazzo Chigi e non proveniente dalla politica: il professore ed ex commissario europeo Mario Monti. Il quale dalla sua creatura, ad elezioni avvenute, fu il primo a prendere le distanze, pago solo di essere riuscito a fermare sulla soglia della vittoria, in un recupero che sembrò miracoloso, il suo ormai oppositore Silvio Berlusconi, sbarrandogli orgogliosamente -con tanto di dichiarazioni di compiacimento- le porte del Quirinale

Di partiti più o meno improvvisati a Palazzo Chigi ne ho visto uno solo resistere per un po’ anche dopo il passaggio elettorale che lo aveva motivato. Fu quello dell’ora quasi novantenne Lamberto Dini, nato lamberto dinicome una costola dal centrodestra dopo la rottura fra il primo Berlusconi e il primo Umberto Bossi. Il suo fu un governo “tecnico” protetto per un anno abbondante dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro fra l’insofferenza e le proteste anti-ribaltoniste del Cavaliere di Arcore. Che pure si era tenuto Dini nel suo primo governo come ministro del Tesoro, prelevandolo direttamente dalla Banca d’Italia.

Quello di Dini fu tuttavia un partito ad uso esclusivamente personale, non se l’abbia a male l’interessato. Il fondatore per tutta la legislatura successiva alle elezioni politiche anticipate del 1996, grazie al contributo dato alla vittoria della coalizione ulivista di centrosinistra, riuscì a rimanere ministro degli Esteri, mentre a Palazzo Chigi si avvicendarono Romano Prodi, Massimo D’Alema, addirittura per due volte, e Giuliano Amato: un’impresa forse irripetibile ai tempi d’oggi, con gli equilibri politici liquidi o gassosi cui ci hanno condannati le circostanze, virali e non.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

“Anatomia”di un guardasigilli col cognome molto impegnativo, e garantista

            Non ho nulla di personale, credetemi, nei riguardi di Alfonso Bonafede, Fofò -mi dicono- per gli amici, anche se ho avuto con lui nella scorsa legislatura, quando non era ministro, e tanto meno capo della delegazione di governo del suo movimento, allora decisamente all’opposizione, uno scambio un pò teso di opinioni nel cosiddetto Transatlantico di Montecitorio. E Transatlanticodove, sennò, per uno che scrive di politica praticamente da una vita? Gli contestai, in particolare, di avere inserito il giorno prima in un salotto televisivo i giornalisti accreditati in Parlamento fra i “lobbisti” in servizio permanente ed effettivo: impegnati cioè non tanto a raccontare ciò che accade fra aule e  commissioni della Camera e del Senato quanto a raccomandare, perorare e quant’altro ai legislatori di turno modifiche a questo o a quel provvedimento favorevoli a interessi non sempre commendevoli.

             Il nostro scontro si concluse con l’impegno dell’allora deputato semplice pentastellato di ripetere alla prima occasione utile, in televisione o altrove, ciò che aveva detto e mi aveva sorpreso e irritato, giusto per farmi capire di che pasta irriducibile lui fosse.

              Ora forse potrete capire meglio il sollievo che deve avere procurato a certi politici, nonostante le aperture promesse dal presidente della Camera Roberto Fico, anche lui grillino, la notizia della trasformazione del Transatlantico in un’appendice dell’aula. Dove i deputati potranno disporre di più di cento “postazioni”  per partecipare ai lavori parlamentari con le distanze imposte dall’epidemia virale e pretendere -giustamente, lo riconosco- di non trovarsi fra i piedi, almeno durante le sedute, i rompiscatole che riusciamo ad essere noi giornalisti. Che saremo pure lobbisti, ma della nostra professione, a rischio peraltro di querele e denunce più o meno onorevoli, e sempre costose, spesso per le nostre tasche personali, data la solvibilità incerta di certe testate.

               Non sto qui a discutere, neppure per scherzo, come è accaduto ad un suo estimatore come Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, sulla qualità buona o cattiva, anagrafica e non, del guardasigilli con quel cognome che porta. Voglio solo rilevare, a semplice titolo di cronaca, che Bonafede- già messo in oggettivo imbarazzo da un magistrato pur amatissimo e stimatissimo sotto le 5 stelle, Nino Di Matteo, oggi consigliere superiore al Palazzo celledei Marescialli, per la vicenda di una mancata  nomina a capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria due anni fa, fra il sollievo del tutto casuale, per carità, dei detenuti di mafia che si erano allertati contro quell’evenienza- ha condiviso pienamente come capo della delegazione grillina al governo, insieme col “reggente” del movimento Vito Crimi, la tormentatissima gestazione del decreto legge di 256 articoli e quasi 500 pagine chiamato “Rilancio”.

              A proposito di quest’ultimo condivido non la pur divertente vignetta di Nico Pillinini sulla PillininiGazzetta del Mezzogiorno, in cui il presidente del Consiglio viene immaginato a un tavolo da gioco con tutti i “suoi” 55 miliardi, ma il più sobrio e forse pertinente Cottarelligiudizio dell’economista Carlo Cottarelli. Che è tanto stimato al Quirinale da avere ricevuto una volta da Sergio Mattarella l’incarico di presidente del Consiglio. Egli ha appena scritto per La Stampa un editoriale titolato: “Tanta spesa ma pochi investimenti”. Investimenti, temo, anche nel buon senso, come “i fatti” temuti persino dal Fatto, al singolare, di Travaglio potrebbero dimostrare.

 

 

 

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La lotteria della Befana piovuta fuori stagione dal governo sull’Italia

            Tanto tuonò che piovve, anzi diluviò, si potrebbe dire del Consiglio dei Ministri rinviato un’infinità di volte per i contrasti nella maggioranza, sfociati in una “tregua da 55 miliardi”, come Repubblical’ha definita Repubblica nel titolone di prima pagina: miliardi che sono diventati Le 24 Ore generoseaddirittura 155 nel generoso titolo delle 24 Ore della solitamente sparagnina Confindustria. Dove i morsi della crisi da coronavirus si sentono non meno che nelle parti più deboli, diciamo così, della società.

            Temo, per tornare all’inizio del discorso, che il buon Emilio Giannelli sia stato sin troppo ottimista nella sua vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera definendo pioggia quella rovesciata sull’Italia dal Consiglio dei Ministri, e non un’alluvione di “mancette”, secondoLe mancette del Giornale l’opposizione pur orgogliosamente costruttiva o responsabile del Giornale della I cerotti del Tempofamiglia Berlusconi, o di “cerotti”, secondo Il Tempo della famiglia Angelucci, sempre di centrodestra. Più festosa è stata invece l’immaginazione della Gazzetta del Mezzogiorno, che Cascata della Gzzettacon la sua “cascata di miliardi”, distribuita in ben 256 articoli di un decreto legge di tante pagine da poterne fare un libro, ha praticamente offerto ai lettori pugliesi una lotteria della Befana fuori stagione.

            La pioggia, si sa, può fare bene alle terre su cui cade nel tempo, con la minuscola, giusto e nella misura appropriata. L’alluvione notoriamente non fa bene. Se ne sono resti conto forse persino al Il FattoFatto Quotidiano, il giornale per il momento più governativo del Paese, che ha accompagnato quel “ce n’è per tutti” da venditore al mercato con la riserva di attendere i fatti, plurale della testata diretta da Marco Travaglio. E traStampa con numeri i fatti bisogna naturalmente mettere anche le sorprese possibili nel cammino parlamentare del decreto legge, potendo saltare fra Camera e Senato, pur con le distanze fisiche o addirittura “sociali” imposte dall’emergenza  virale, la tregua già ricordata che il presidente del Consiglio è riuscito a fare ingoiare alle componenti della sua sempre più variegata e contraddittoria maggioranza giallorossa: “sempre più”, perché col passare non dei giorni ma delle ore aumentano le fazioni del principale partito della coalizione. Che è naturalmente il movimento delle 5 Stelle.

            Pur di indorare a quella parte della base ormai sempre più nostalgica della maggioranza gialloverde la pillola della regolarizzazione dei migranti, chiesta e ottenuta dalla ministra renziana Teresa Bellanova per garantire i raccolti agricoli, ma anche l’assistenza domestica in tante famiglie, i grillini si sono letteralmente inventati la partita compensativa del no alla “sanatoria del caporalato”. Come se la Bellanova, col suo passato di sindacalista contro i “caporali” della sua e di altre terre, avesse mai proposto o voluta una cosa del genere.

            Naturalmente anche sulla consistenza della regolarizzazione dei migranti, peraltro a termine, calcoli e pareri sono diversissimi. Si passa dai duecentomila interessati nelle stime o previsioni del Ministero dell’Interno ai cinquecentomila sparati sulla prima pagina dalla Verità di Il condono della VeritàMaurizio Belpietro, forse sperati dal leader leghista ed ex titolare del Viminale Matteo Salvini nella speranza di rimobilitare paure, avversioni e quant’altro del suo elettorato: peraltro in un momento in cui i sondaggi gli procurano qualche preoccupazione, a dir poco. E fanno perdere la testa a qualche deputato del Carroccio, come è capitato a quello che prima, nell’aula di Montecitorio, ha dato della “terrorista” alla volontaria Silvia Romano, tornata a casa in abito mussulmano dopo 18 mesi di sequestro, e poi si è in qualche modo scusato. 

 

 

 

 

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Giuseppe Conte è passato dal frecciarossa all’omnibus, con fermata a richiesta

            Più vedo la foto ormai d’archivio del presidente del Consiglio che attraversa in mascherina i corridoi di Palazzo Chigi per raggiungere il suo ufficio, o magari quello del potente portavoce, più mi chiedo sinceramente, non per ridere, chi e cosa lo spinga a tollerare ciò che gli accade intorno, nel governo e dintorni. Neppure l’ambizione più sfrenata, ammesso e non concesso che ne abbia, come sostengono a bassa e alta voce i suoi critici o avversari, può spiegare tanta tolleranza. Che forse definirebbe indifferenza la buonanima di Antonio Gramsci, uso a disprezzare  questo vizio più di ogni altro.

            Farebbe forse invidia anche a Giobbe la pazienza del professore e avvocato catapultato quasi due anni fa alla guida del governo dagli amici grillini, ma un po’ anche dai leghisti di Matteo Salvini. Che allora, per come sono andate le cose, avrebbero forse fatto meglio ad accontentarsi subito e direttamente di Luigi Di Maio, senza attendere l’estate dell’anno dopo per offrirgli inutilmente la presidenza del Consiglio.

            Il decreto legge dei 55 miliardi per il presunto rilancio o l’altrettanto presunta ripartenza -una volta tanto non un decreto amministrativo come i dpcm sfornati in abbondanza da quando è scoppiata l’emergenza virale- doveva essere una frecciarossa, senza fermata fra la stanza di Conte e le Camere, salvo la deviazione del Quirinale. Poi è diventato un rapido anomalo, con troppe fermate durante il trasferimento dal deposito alla stazione di partenza. Poi ancora un direttissimo, quindi un diretto, quindi ancora un omnibus, come si chiamavano una volta i treni che si fermavano ad ogni stazione, anche la più modesta. Siamo alla fine arrivati ad un convoglio obbligato a fermarsi ad ogni richiesta di sosta o passaggio lungo i binari.

            Gli annunci dei rinvii hanno dato la misura della precarietà di una situazione politica che, per quanto “necessitata”, come si sforzano di spiegare tutti i cultori del patriottismo, del senso di responsabilità, della saggezza e quant’altro, è forse ancora più pericolosa del covid 19.

            “La danza attorno a Conte” annunciata in prima pagina dal Foglio, con un titolo turchese, fa venire alla mente quelle dei Il Fogliocannibali attorno al pentolone in cui bolle la vittima di turno.

            “Il decreto del domani” annunciato dal giornale dei vescovi italiani con la minuscola per non confonderlo con l’omonimo quotidiano in Avvenirepreparazione a Milano su iniziativa di Carlo De Benedetti, orfano di Repubblica, mi sembra una Messaggerodefinizione quanto meno appropriata. Ma ancor più il titolo dato dal Messaggero all’editoriale del professore Alessandro Campi, che ha racconto di un Paese “appeso all’anarchia dei grillini”. Le cui lotte interne tra fazioni, sottofazioni, donne, uomini, reggenti e aspiranti, più precari dei migranti che si rifiutano di regolarizzare nella stagione dei raccolti agricoli, hanno trasformato la maggioranza in una palude.

            E’ ormai dalle elezioni europee di fine maggio dell’anno scorso, quando il movimento di Beppe Grillo precipitò dal 33 per cento dei voti delle politiche del 2018 al 17 per cento, che il presidente del Consiglio mostra e chiede comprensione per il “travaglio”, al minuscolo, dei pentastellati. Cui il Travaglio Il Fattoal maiuscolo cerca invece dalle colonne del Fatto Quotidiano, che dirige, di dare consigli o  ordini. Oggi è stata la volta degli ordini, con un titolo su tutta la prima pagina che intima di “piantarla”. Ma come? Questo è il problema.

 

 

 

 

 

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A rischio le crociere dei giornalisti sul Transatlantico di Montecitorio

Sono davvero ansioso di vedere se e come il presidente della Camera Roberto Fico vorrà davvero o riuscirà a Ficomantenere la promessa appena formulata di “non limitare l’attività dei giornalisti” con la decisione appena presa di trasformare in un’appendice dell’aula il famosissimo e adiacente Transatlantico di Montecitorio. Che è chiamato così per l’ispirazione che ebbe più di un secolo fa l’architetto Ernesto Basile progettandolo in stile liberty.

Si rischia obiettivamente in questi maledetti tempi di coronavirus di fare realizzare il sogno ricorrentemente coltivato da più parti politiche -ultima, quella proprio dei colleghi di movimento di Fico, i grillini- di allontanare da un ambiente così vasto e ormai familiare quei rompiscatole che per fortuna riescono ad essere spesso cronisti, retroscenisti, notisti e quant’altri. Che si intromettono come supposte -diceva il compianto Alfredo Covelli prendendosela, in particolare, col rimpianto, pure lui, Guido Quaranta- fra gli “onorevoli” rappresentanti del popolo sovrano santificato, almeno a parole, dal primo articolo della Costituzione della Repubblica.

Sarà difficile conciliare la promessa del presidente della Camera, spero estensibile anche all’appendice, a sua volta, del Transatlantico che è la buvette, con le 130 “postazioni” progettate per consentire ad altrettanti deputati di seguire i lavori parlamentari e di votare fuori dall’aula, evitando gli assembramenti o distanze ravvicinate vietate per ragioni di sicurezza sanitaria. L’invadenza del covid 19 è ben superiore a quella di noi poveri giornalisti alle prese con la politica.

Riconosco obiettivamente il pericolo per noi  “iene dattilografe”, come una volta ci chiamò Massimo D’Alema, D'Alemanonostante l’era già dei computer e dei telefonini, di intrometterci nelle votazioni, come se potessimo finalmente entrare anche in aula, dopo che siamo riusciti qualche volta a penetrare nei comitati centrali o consigli nazionali dei vari partiti, persino contribuendo con un’alzata di mano a qualche deliberazione. Ciò capitò proprio al Guido Quarantamio amico Guido Quaranta all’Eur, nell’unico monolite della Dc che era la sua sede di cemento armato. Dove Guido fece quell’abuso proprio per mescolarsi meglio ai consiglieri nazionali dello scudo crociato e passare inosservato -pensate un po’- persino agli occhi di una volpe come Amintore Fanfani.

Il Transatlantico, con la maiuscola per favore, colpevolmente ignorato e disertato in questi tempi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal segretario del Pd Nicola Zingaretti, che pure hanno il diritto di passarvi pur non essendo deputati, è stato per molti politici e giornalisti il luogo o l’occasione dello svezzamento. O, peggio, della perdita dell’innocenza, sia per chi si lasciava scappare un segreto, una notizia, una malizia, sia per chi sapeva guadagnarsela e meritarsi l’elogio e la gratitudine, pur mai eterna, del direttore di turno del giornale.

In Transatlantico hanno consumato suole di scarpe fior di giornalisti e di politici, fra i quali ultimi è doveroso ricordare quello che forse ne ha consumato di più: l’ora ultranovantenne Ciriaco De Mita, che Ciriaco De Mitasoleva prendere sottobraccio l’interlocutore del momento per non mollarlo prima di averne conquistato, non importa se per stanchezza o convinzione, la resa ai suoi progetti politici prevalentemente arabeschi, in cui tutto entrava e usciva contemporaneamente, da sinistra e da destra. Ah, Ciriaco, quanto mi colpì quel tuo desiderio di segretario della Dc, lasciatomi avvertire a torto o a ragione, seduto su un divano del Transatlantico appunto, di vedere bocciato nel 1985 il governo di Bettino Craxi, pur affollato di ministri democristiani, nello storico referendum sui tagli alla scala mobile dei salari, tenacemente voluto dal Pci per liberarsi precocemente dello scomodissimo leader socialista. Che invece quel referendum lo vinse abbastanza alla grande, salvo che a Nusco, il paese campano di De Mita, dove i sì all’abrogazione della legge prevalsero nettamente sui no.

Fu in Transatlantico che, quasi fresco di giornalismo parlamentare, scoprii l’abitudine del mio ex professore universitario Francesco De Martino, già allora uomo eminente del Psi, di indossare calzini cortissimi. Che gli lasciavano De Martinoscoperte, seduto sui divani, gambe bianchissime e poco pelose. Descrissi la scena in un articolo di cosiddetto colore in modo tale da procurarmi la simpatia e l’amicizia di un sarcastico SandroPertini Pertini. Il quale era un maniaco dell’eleganza: a tal punto che in carcere, durante il fascismo, metteva a stirare i suoi pantaloni sotto il giaciglio, e al Quirinale, da presidente della Repubblica, pipa in mano, chiese inorridito al segretario generale Tonino Maccanico dove acquistasse quelle giacche che scollavano così tanto.

Fu in Transatlantico che qualche anno dopo, mentre De Martino da segretario del Psi gestiva non ricordo più quale vertenza politica con la Dc nella gestione del centro-sinistra, il suo compagno di partito e sindacalista indimenticabile Fernando Santi mi disse: “Quello resiste sino a un momento prima di cedere”. Invece resistette sino a provocare nel 1976 le elezioni anticipate.

Fu in Transatlantico che il successore di De Martino alla guida del partito socialista, Bettino Craxi, si divertivaCraxi a camminare di corsa, con quelle gambe già lunghe che aveva, per togliersi il gusto di vedere i giornalisti arrancare nell’inseguirlo e nel raccoglierne il solito malumore verso i comunisti. Che per troppo tempo avevano tenuto al guinzaglio, o quasi, secondo lui, i suoi compagni di partito.

Fu in Transatlantico che nel dicembre del 1971, mentre i suoi colleghi della Dc sfilavano inutilmente davanti alle urne dell’aula per l’elezione del successore di Giuseppe Saragat al Quirinale, obbligati dal partito a non votare dopo il fallimento della corsa di Fanfani, e in attesa di un accordo su un nuovoCarlo Donat-Cattin candidato, Carlo Donat-Cattin imprecò contro l’amico assente Aldo Moro perché non voleva farsi votare senza attendere, peraltro inutilmente, l’investitura dei gruppi parlamentari scudocrociati. “Per fare i figli bisogna fottere”, gridò il leader della sinistra sociale della Dc, mentre quelli della sinistra politica, chiamata “Base”, capeggiata da “Albertino” Marcora al Nord e da De Mita al Sud, si davano da fare per spianare la strada a Giovanni Leone.

Quando i gruppi parlamentari furono finalmente chiamati a votare dall’allora segretario del partito Arnaldo Forlani proprio fra Leone e Moro, facendo peraltro capire, a sorpresa dei suoi amici fanfaniani, di Aldo Moropropendere per il secondo, Donat-Cattin supplicò l’allora ministro degli Esteri di farsi vedere in Transatlantico perGiovanni Leone un minimo di campagna elettorale fra i colleghi di partito. Ma Moro, pur presente a Montecitorio, preferì starsene chiuso nell’ufficio dell’amico funzionario Tullio Ancora ad attendere i risultati della partita interna al partito. Quella scelta di “superbia” -la definì il suo e mio amico Carlo- gli sarebbe costata la candidatura per soli tre o quattro voti di scarto.

Fu in Transatlantico che, appena appresa la notizia del sequestro di Moro, la mattina del 16 marzo 1978, volle irrompere Ugo La Malfa, che pure sette anni prima ne aveva contrastato la candidatura al Quirinale, per gridare che quei “miserabbili” delle brigate rosse, nelle cui mani insanguinate era finito il presidente della Dc, meritavano il ripristino della pena di morte.

Fu in Transatlantico che nel periodo della cosiddetta solidarietà nazionale tessuta da Moro dopo le elezioni anticipate del 1976, vidi per un anno e mezzo quasi ogni mattina, di buon’ora, contrattare la giornata politica Franco EvangelistiFranco Evangelisti per conto del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, a capo di un governo interamente democristiano, e Fernando Di Giulio per conto del capogruppo comunista Alessandro Natta, che aveva cominciato a sostenere il monocolore dall’esterno con l’astensione. Nessuno osava avvicinarsi a loro per disturbarli: neppure il vecchio giornalista Emilio Frattarelli, amico di Andreotti più dell’allora sottosegretario Evangelisti.

Fu in Transatlantico che proprio Di Giulio, chiusa una crisi di governo voluta dal segretario del Pci Enrico Berlinguer per passare dall’astensione alla fiducia su un programma vincolante e regolarmente negoziato, pochissimi giorni prima del sequestro di Moro avvisò Evangelisti che i voti comunisti non dovevano essere considerati più sicuri perché nella compagine ministeriale erano stati confermati, peraltro per volontà dello stesso Moro, due uomini contro i quali Berlinguer aveva posto il veto perché troppo dichiaratamente ostili al cosiddetto “compromesso storico”: Donat-Cattin, sempre lui, e Antonio Bisaglia. La tragedia della strage della scorta e del rapimento in via Fani spazzò via ogni resistenza.

Fu in Transatlantico che nel 1998, vent’anni dopo la morte di Moro e le dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica, imposte alla Dc dal Pci anche o soprattutto per Giovanni Galloniessersi messo di traverso sulla strada della linea della fermezza adottata dalla maggioranza per gestire il sequestro, anche a costo della morte dell’ostaggio, Giovanni Galloni mi confidò “l’unica vergogna” che ancora provava nella sua vita. Era quella di avere comunicato a Leone come vice segretario della Dc la richiesta del partito di lasciare il Quirinale con sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza del mandato.

Fu in Transatlantico che in quell’orribile 1978, dovendosi votare per la successione a Leone, il buon Pertini mi telefonò per chiedermi, nella redazione romana del Giornale diretto da Indro Montanelli, la disponibilità a fargli da portavoce al Quirinale, dove stava per essere eletto. Ma poi Maccanico lo convinse a scegliere il comune amico Antonio Ghirelli, rimosso per strada successivamente da Pertini per un equivoco di comunicazione scoppiato con la Dc nei giorni in cui l’allora presidente del Consiglio Francesco Cossiga rischiò di finire davanti alla Corte Costituzionale per notizie fornite all’amico e collega di partito Donat-Cattin sui guai di un figlio terrorista, Marco.

Fu alla buvette adiacente al Transatlantico che nel dicembre del 2010, mangiando insieme un toast, Silvio Buvette CameraBerlusconi mi confidò la voglia di ritirarsi che lo aveva preso di fronte alle “sconcezze” che erano state scritte contro di lui dopo la rottura con Gianfranco Fini. Che aveva appena finito di tentare inutilmente di rovesciarne il governo con una mozione di sfiducia elaborata, o quasi, nel suo ufficio di presidente della Camera.

Poi, nell’autunno del 2011, la crisi sarebbe arrivata lo stesso in un mezzo marasma finanziario destinato a portare a Palazzo Chigi unMario Monti professore ed ex commissario europeo promosso sul campo senatore a vita: Mario Monti. Che si è tenuto freddamente e cautamente lontano dal Transatlantico durante e dopo la sua esperienza di presidente del Consiglio. Ma potrebbe finire per votarvi se in questi tempi di coronavirus dovesse capitare alle Camere di riunirsi in seduta congiunta: scherzi del destino.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Gli occhiali di Salvini non bastano a fermare la discesa elettorale leghista

            Non sembrano fortunati gli occhiali di Matteo Salvini, che pure dovevano migliorarne l’immagine risalente al Papeete romagnolo. Dove il leader leghista investì nella scorsa estate Salvini al Papeete 1.jpegcome peggio forse non poteva la forza acquisita nelle generose urne delle elezioni europee di fine maggio, innescando tardi e male una crisi di governo incautamente Salvini al Papeete 2 .jpegfinalizzata ad ottenere dal popolo i famosi “pieni poteri”.  Che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte prese a pretesto per fargli un mezzo processo al Senato e creare le premesse di un ribaltone come mai si era visto, per tempi e modi, nella storia italiana, rimanendo disinvoltamente a Palazzo Chigi. Dove -per ironia della sorte favorita dall’emergenza virale- si è preso lui i pieni poteri governando con decreti presidenziali neppure bisognosi di ratifica parlamentare.

            In questa situazione, abbandonate peraltro le felpe irrituali di Polizia, Vigili del Fuoco e simili, il leader leghista avrebbe dovuto guadagnare ancora altri voti, dopo quelli riscossi a fine maggio nelle elezioni europee. Invece ne ha persi continuamente, scendendo dal 34,3 per cento al 24,9 appena attribuitogli dal sondaggio Ixè condotto per la trasmissione televisiva “Cartabianca” di Rai3.

            Eppure l’autorevole sondaggista Nicola Piepoli aveva avvisato recentemente gli avversari della Lega compiaciuti delle continue perdite del Carroccio di non cantare tanto vittoria perché a Salvini -aveva detto- “il 25 per cento non glielo toglie nessuno”. D’accordo, il 24,9 -al netto dei sospetti che possono essere nutriti per il committente del sondaggio Ixè- è quasi il 25, ma la cosiddetta tendenza alla discesa c’è. E qualche ragione per compiacersene il Pd di Nicola Zingaretti, distante ormai Zingaretti.jpegdi soli due punti dalla Lega, ce l’ha sia perché Salvini si è sempre vantato dei tanti consensi in più avuti proprio rispetto a quel partito, più ancora che rispetto a Forza Italia nel centrodestra e ai grillini nell’anno trascorso insieme nel governo, sia perché bene o male il Pd è riuscito a contenere bene i danni della scissione di Matteo Renzi. Che nelle intenzioni di voto oscilla lillipuzianamente fra sotto e sopra il 2 per cento, per quanto spazio riesca a ottenere nelle cronache politiche con i grattacapi procurati a Conte e alla maggioranza giallorossa da lui stesso attivata a sorpresa nell’estate passata.  

            Ci sarà pure un motivo diverso dal “destino cinico e baro” che Giuseppe Saragat lamentava ai danni del suo Psdi per cui Salvini sta perdendo terreno, dopo tutto quello che era riuscito a guadagnare raccogliendo la Lega ai minimi termini lasciatigli da Umberto Bossi e da Roberto Maroni. E ciò peraltro mentre, a dispetto dei pieni poteri già ricordati, non brilla certo di chiarezza e successi,  complici le complicazioni da coronavirus, il governo al quale l’ex ministro dell’Interno si oppone in una gara allo scavalco con l’alleata Giorgia Meloni. E Silvio Berlusconi Folli su Repubblica.jpegcon senso addirittura “patriottico” di “responsabilità”, anche a costo di disorientare pezzi di ciò che resta della sua Forza Italia, gioca a fare l’ala sinistra del centrodestra procurandosi gli apprezzamenti pubblici del presidente del Consiglio. Di cui tuttavia Stefano Folli su Repubblica scrive che “non cade e non va avanti”.

            Un motivo del declino di Salvini è il declassamento dell’emergenza migratoria, da lui cavalcata con forza, per la sopraggiunta e maggiore emergenza del coronavirus. Un altro motivo è il suo perdurante sovranismo antieuropeo nel momento in cui la crisi economica e sociale prodotta dal covis 19 ci obbliga ad aggrapparci e non ad allontanarci dall’Europa, come avvertono bene i ceti produttivi nel Nord amministrato dalla Lega anche al massimo livello, come Luca Zaia in Veneto, più ancora di Attilio Fontana in Lombardia.

 

 

 

 

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