In attesa dell’Italia “reinventata” da Conte, siamo alla guerra per bande togate

            In paziente attesa dell’Italia che, a conclusione dei poco gaudiosi Stati Generali dell’Economia a Villa Pamphili, Giuseppe Conte si è proposto addirittura di “reinventare”, evidentemente sicuro di poter durare abbastanza a Palazzo Chigi per realizzare una simile impresa, dobbiamo un po’ meno pazientemente rassegnarci a vivere in questa Italia malmessa. Dove allo stesso Conte è bastato prospettare una riduzione temporanea dell’Iva, finalizzata a incoraggiare l’aumento dei consumi, e quindi della produzione, per trovarsi contestato da più della metà del governo che guida, dove le idee sono evidentemente molto diverse dalle sue.

            Alle solite guerre per partiti e relative correnti sia della maggioranza sia dell’opposizione – i primi uniti nella difesa delle loro poltrone, di governo e sottogoverno, e gli altri solo nel rivendicare di essere ricevuti insieme nelle consultazioni del presidente del Consiglio per tornare a dividersi già al termine dell’incontro di turno, riferendone in modo diverso, o comunque spaccandosi anche nei comportamenti parlamentari non appena ne hanno l’occasione- si è aggiunta Il fatto sulle bande togatequella che lo stesso Fatto Quotidiano, non certo ostile alla magistratura, ha definito sulla prima pagina di oggi “la guerra per bande togate”. E ne ha previsto la fine “solo quando tutti diranno la verità”, evidentemente taciuta da una parte credo non piccola di una categoria sorpresa -si fa per dire- a spartirsi incarichi e carriere per meriti e logiche correntizie, cioè politiche. Ci vorrebbe davvero una faccia tosta per sostenere ancora, come qualcuno ancora fa, che le correnti sono solo “di pensiero”, di sensibilità e altre amenità del genere. Che possono essere state tali all’inizio, forse, ma sono diventate ben altro strada facendo, visto che un magistrato in pensione ma attivissimo sui giornali come Armando Spataro ha appena ricordato l’appello Virginio Rognoni  nel 2009 a “recuperare moralità civile, onestà e coscienza professionale” evidentemente perdute o compromesse già allora, dopo che l’ex ministro democristiano dell’Interno , fra il 2002 e il 2006, aveva affiancato come vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura  prima Carlo Azeglio Ciampi e poi Giorgio Napolitano.

            E’ bastato che Luca Palamara, sotto indagine alla Procura di Perugia, protestando contro l’espulsione dall’associazione nazionale dei magistrati facesse qualche nome per sostenere di non avere da solo gestito la spartizione correntizia degli incarichi giudiziari perché volassero La Verità sulle toghe sraccioquerele e toghe come stracci, per parafrasare il titolo su tutta la prima pagina della Verità. Ma potrebbe anche bastare il più misurato titolo di cronaca, diciamo così, del Corriere dela SeraCorriere della Sera sui “venti giudici” finiti sotto “verifica”, cioè indagini, da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, almeno per ora, se le loro vicende non approderanno in qualche Procura.

            E’ stata ricordata da qualche parte la curiosa circostanza della sinora mancata “rilevanza penale” delle tante cose -fra incontri, messaggi, richieste, solleciti, giudizi, promozioni ottenute o negate- emerse da quella bomba a mano che era diventato il telefonino di Palamara iniettato, o infettato, di “trojan”. Curiosa, davvero, questa circostanza in un Paese in cui tra l’entusiasmo degli stessi magistrati è stato introdotto il reato di “traffico di influenze illecite”, per cui anche per una raccomandazione si rischiano guai giudiziari, anche da 1 a 3 anni e mezzo di galera.

 

 

 

 

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Palamara espulso dal sindacato delle toghe come Chiesa dal Psi nel 1992

            Considerati il ruolo già rilevante assegnato loro dalla Costituzione e quello che si sono presi da soli sostituendosi ai politici in ritirata volontaria, o imposta da Procure e Tribunali che se ne occupavano spesso a ragione, per carità, ma altrettanto spesso anche a torto, i magistrati ne hanno preso tutti i difetti, addirittura peggiorandoli.

            All’indomani, o quasi, del monito opportunamente rivolto anche a loro, come ai politici, a non “ripiegarsi su se stessi”, i magistrati nel loro organismo associativo hanno cercato di risolvere sbrigativamente il problema delle loro pessime abitudini emerse dal caso di Luca Palamara, già presidente del sindacato delle toghe e consigliere superiore della magistratura, espellendolo. E negandogli anche il diritto alla difesa con i soliti cavilli regolamentari: quelli della sede in cui l’interessato avrebbe dovuto intervenire con la sua “memoria” peraltro già scritta. Egli avrebbe dovuto rivolgersi al collegio dei probiviri, promotore della espulsione, anziché al comitato direttivo, limitatosi a ratificarla.

            Pensare di risolvere il problema Palamara espellendone l’attore, con quello che il pensionato ma attivissimo Giancarlo Caselli, fra interviste e articoli, ha definito “un colpo di reni per tentare di raddrizzare una situazione da default”, ricorda l’errore compiuto dal mio amico Bettino Craxi nel 1992 cercando di liquidare il problema della cosiddetta Tangentopoli -la città delle tangenti affollatissima di gente Mario Chiesadi ogni partito, come poi avrebbe denunciato alla Camera- espellendo l’appena arrestato Mario Chiesa dal Psi e definendolo “mariuolo” in un comizio. E’ noto come poi sarebbe finita la storia: dalla loquacità dell’espulso con gli inquirenti alla fine del Psi, di tutti gli altri partiti al governo da più di 40 anni e della stessa, cosiddetta Prima Repubblica.

               Anche Palamara ha annunciato di non volere essere “il capro espiatorio” di una situazione di Palamara a Liana Milellacui sono responsabili anche quelli che lo hanno appena cacciato. Ed ha  cominciato a Palamara kamkaze sul Giornalefare nomi in dichiarazioni e interviste, fra le quali spicca senz’altro quella raccolta per Repubblica da Liana Milella. “Palamara kamikaze”, ha titolato La Verità su Palamarain rosso Il Giornale. “I giudici che mi hanno fatto fuori sono lì solo grazie alla politica”, ha titolato La Verità con le parole dell’interessato.

            So bene, senza che ce lo ricordi Caselli, che Palamara e simili non hanno trafficato in tangenti, essendo già caduta l’accusa rivolta all’ex presidente dell’associazione dalla Procura di Perugia di avere intascato non ricordo quante decine di migliaia di euro per la promozione di un collega, ma il traffico di posti, di incarichi, di carriere e di relative inchieste di cui gli interessati si erano occupati o erano destinati ad occuparsi, non è meno grave di un traffico tangentizio. Forse lo è ancora di più per gli effetti sociali e istituzionali. E’ assurdo non capirlo, o fingere di non capirlo.

            In questa situazione, senza volere mancare di rispetto personale ad Eugenio Scalfari e alla sua veneranda età, ho trovato strabiliante che il fondatore di Repubblica abbia preferito dedicare il suo abituale appuntamento domenicale con i lettori occupandosi con più di un anno Scalfari sul Colledi anticipo della cosiddetta corsa al Quirinale. Lo ha fatto anticipando la confidenza fattagli da Mattarella di non volersi fare confermare ed auspicandone la sostituzione con Giuseppe Conte per liberare, finalmente, Palazzo Chigi e consentirvi l’arrivo di Mario Draghi. Stavolta Scalfari non ha proprio azzeccato, diciamo così, l’attualità.

 

 

 

 

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L’Italia che soffre con Zanardi e quella surreale dell’avanspettacolo politico

            E’ bello che per un giorno, fatte poche eccezioni, i quotidiani si siano trovati davvero in sintonia con la gente comune, e non con i soliti palazzi del potere e sottopotere, nello scambio sordido e abituale di messaggi politici per gli addetti ai lavori. Sulle prime pagine ha dominato il dramma del popolarissimo campione paralimpico Alex Zanardi. Che è finito contro un camion con la sua handibike e lotta contro la morte tenendo col fiato sospeso un Paese che gli vuole bene per le tante prove che ha saputo dare della sua forza e generosità. Dai, Alex, siamo tutti con te. Insegnaci ancora una volta a vivere, a sapere trasformare in opportunità anche i momenti più difficili: da una pandemia a un terremoto devastante, da una disgrazia ad un errore.

           E’ l’opposto di quanto ancora una volta ha mostrato di non saper fare la politica, con la dovuta minuscola, scannandosi nell’aula del Senato per un infortunio in cui sono incorsi il governo e la sua variopinta maggioranza-  doveva capitare prima o poi- con l’abuso dei ricorsi alla fiducia, naturalmente palese, per accelerare i percorsi dei provvedimenti e scansare i rischi delle votazioni  a scrutinio segreto. O pure di quelle a voto palese su emendamenti e quant’altro, ugualmente pericolosi per i margini ristretti che ogni coalizione ha ormai a Palazzo Madama anche per i limiti di un sistema elettorale rivelatosi sempre peggiore di quello via via modificato da una trentina d’anni a questa parte.

          La confusione e l’animosità fra i senatori costretti, per un calcolo sbagliato delle presenze, a ripetere da un giorno all’altro la votazione di fiducia, appunto, per la conversione del Il Fatto su Casellatidecreto legge sulle elezioni d’’autunno, abbinate al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, sono state tali che alla presidente del Senato in persona, Maria Elisabetta Alberti Casellati, è scappata una “bestemmia” evidenziata Caselati in aulasulla prima pagina del Fatto Quotidiano con tanto di foto della signora rivolta ai destinatari della sua protesta. “Per Dio, siete qui come pupazzi o volete parlare?”, è sbottata la presidente mentre i senatori degli opposti, ma a volte anche degli stessi schieramenti, se ne dicevano di tutti i colori e riprendevano lo spettacolo, o avanspettacolo , coi loro telefonini multiuso.

          Una delle più agitate, in aula, era la vice presidente grillina dell’assemblea Paola Taverna, già distintasi in passato per espressioni di una certa vivacità all’altezza involontaria del Tavernasuo cognome, ma indispettita questa volta dalla circostanza in qualche modo sottolineata dalla presidente di essere La Russastata lei il giorno prima a presiedere la seduta nella votazione risultata poi irregolare. No, la colpa -ha gridato l’ìnteressata, lasciando sospettare un agguato  tesole dalla destra- è di Ignazio La Russa, che le aveva chiesto di sostituirla in quell’occasione. Ma il fratello d’Italia di Giorgia Meloni non se l’è tenuta ed ha ricambiato a suo modo, dando praticamente della smemorata alla rivale perché la richiesta di sostituzione alla vice presidenza della seduta risaliva a giorni precedenti, quando non si poteva prevedere quello che sarebbe accaduto.

          A seguire Giannelli su Mattarellala seduta del Senato dal suo ufficio del Quirinale al povero presidente della Repubblica deve essere venuta davvero la tentazione del mattarello attribuitagli per altri versi da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera. Una cosa comunque rimane certa, o confermata: il governo non se la passa bene, fra Roma e Bruxelles, viste anche le difficoltà a livello europeo.

 

 

 

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L’amaro Quirinale…servito da Mattarella alla politica e alla magistratura

            Tutto sembrava congiurare al Quirinale contro Giuseppe Conte e i ministri che l’accompagnavano per il consueto incontro col presidente della Repubblica alla vigilia di appuntamenti importanti come il Consiglio Europeo. Le stesse distanze di sicurezza e gli stessi gesti imposti dall’emergenza virale sembravano funzionali  al disagio che avverte il capo dello Stato di fronte all’oggettiva debolezza del governo e, più in generale, del quadro politico.

            Protetto della mascherina e dalla sanificazione appena praticata presumibilmente alle mani unite in un saluto solo accennato, il presidente Sergio Mattarella sembrava nascondere a distanze sicuezza al Quirinalemalapena una sua amarezza. E ciò non tanto per il carattere scontatamente e ancora interlocutorio del vertice europeo per la definizione delle quantità e modalità degli interventi finanziari, economici e sociali imposti dagli effetti dell’epidemia virale, quanto per la deludente prova appena data dallo stesso governo e dalle opposizioni nel confronto svoltosi in Parlamento su questi problemi.

            Il governo, come si sa, è ancora una volta ricorso all’escamotage della comunicazione trasformata in “informativa” per evitare un voto, sino a procurarsi la censura a Palazzo Madama di una riserva della Repubblica quale dovrebbe essere ritenuto l’ex presidente del Consiglio ma senatore a vita Mario Monti. Che ha denunciato in questo espediente una violazione alla legge che disciplina l’azione del governo nel rapporto con l’Unione Europea.  Anche l’’opposizione, dal canto suo, si è confermata incapace, per le divisioni che l’attraversano, di indicare una linea alternativa: per esempio, di netta e chiara accettazione dell’irripetibile occasione di aiuto offertaci dall’Europa nel campo sanitario col famoso meccanismo di stabilità, inviso nella maggioranza ai grillini e nell’opposizione ai leghisti e ai fratelli e sorelle d’Italia di Giorgia Meloni.

            Il richiamo  alla necessità di “scelte rapide”  fatto da Mattarella valeva quindi sia per Conte e i suoi ministri ospiti al Quirinale sia per l’opposizione assente ma sempre pronta a coinvolgerlo, a volte molto maldestramente, nei suoi Mattarella ai magistratiassalti parlamentari e di piazza al governo. La politica, a questo punto, deve essere apparsa a Mattarella “ripiegata su se stessa” come la magistratura, del cui stato di crisi egli ha parlato nello stesso giorno e nello stesso Palazzo del Quirinale partecipando alla celebrazione di sei magistrati uccisi da terroristi e mafiosi,

          La politica e la magistratura ripiegate in se stesse nel medesimo momento di crisi del Paese, e di un cambiamento epocale di stili addirittura di vita imposto da un’epidemia più volte paragonata anche da Mattarella per dimensioni ed effetti, o per entrambi, ad una guerra mondiale, erano e sono francamente il peggio che, nella loro combinazione, potesse e possa abbattersi sulla Titolo Giornalecollettività nazionale. A none e per conto della quale parla e soffre il capo dello Stato come un Marzio Bredaprofeta inascoltato, simile non tanto al “picconatore” Francesco Cossiga evocato dal Giornale quanto a Luigi Einaudi -il primo vero e proprio presidente dopo l’esperienza “provvisoria” di Enrico De Nicola- passato alla storia anche per le sue “prediche inutili”. Cui probabilmente si è ispirato sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda attribuendo anche a Mattarella il no alla pratica di “prendere tempo per perderlo”.

 

 

 

 

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Tra indigestioni di voti di fiducia e fughe dagli appuntamenti difficili

Sarà forse per la frustrazione procuratami dallo stato di animale da cortile -ripeto- in cui sono stato ridotto a Montecitorio, insieme con i colleghi della stampa parlamentare, dalla nuova distribuzione degli spazi e dei locali della Camera per l’emergenza virale, con lo storico Transatlantico trasformato da anticamera in appendice dell’aula in cui maggioranza e opposizioni si confrontano discutendo e votando, mi sono perso il conto delle volte in cui il governo, tra la stessa Camera e il Senato, è ricorso in questa legislatura, ma più particolarmente negli ultimi nove mesi, alle cosiddette questioni di fiducia. E mi risparmio la fatica di fare bene i conti, d’altronde facili a chiunque navigando in rete e consultando i siti giusti, per non deprimermi più di quanto già non sia nella doppia veste di cittadino e di giornalista.

E’ ormai una indigestione quella che il governo sta facendo delle fiducie parlamentari, pur sapendo che la loro frequenza è storicamente proporzionale alla sfiducia potenziale derivante dalle turbolenze, dalle divisioni, dagli umori delle componenti della maggioranza, mobili come le donne dell’immortale Rigoletto di Giuseppe Verdi.

Più dei tempi, più delle difficoltà di gestione dei lavori parlamentari intervenute con le distanze ed altre misure di sicurezza o di cautela imposte dai rischi di contagio virale, più delle manovre dilatorie e persino ostruzionistiche, per quanto legittime, delle opposizioni, conta sui ricorsi alla fiducia da parte del governo, con le consuete decisioni e comunicazioni all’aula da parte del ministro dei rapporti col Parlamento o di altri competenti del contenuto del provvedimento all’esame dell’assemblea, la paura di perdere il controllo della situazione a voto sia segreto sia palese.

Col voto segreto i dissidenti non rischiano naturalmente nulla, col voto palese, obbligatorio per la fiducia, rischiano le sanzioni dei loro gruppi. Che quanto meno limitano la tentazione Aula Montecitorioall’indisciplina o all’autonomia, garantita dalla norma costituzionale sulla mancanza del cosiddetto vincolo di mandato, perché alla fine della legislatura il dissidente può anche perdere la ricandidatura. O deve cercare di guadagnarsela altrove, cioè sotto altre insegne o bandiere. E questa è una fatica diventata più difficile del solito in un Parlamento destinato la prossima volta ad avere molti meno seggi di adesso, salvo l’assai improbabile bocciatura referendaria, in autunno, della legge che ne ha disposto la fortissima dieta dimagrante grazie al prezzo disinvoltamente  pagato ai grillini dal Pd per subentrare ai leghisti nel governo e nella maggioranza nella scorsa estate.

Temo che non saranno molti quelli come me tentato dal no referendario alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori per lo spirito antiparlamentaristico della riforma, voluta dai grillini allo scopo dichiarato di risparmiare quella parte pur infinitesimale della spesa pubblica in ballo, lasciando invariate tutte le anomalie e inutili duplicazioni del cosiddetto bicameralismo perfetto voluto più di 70 anni fa dai costituenti. Ma forse -non scandalizzatevi- finirò per votare anch’io a favore solo per togliermi il gusto di favorire l’autorete politica del Movimento delle 5 Stelle. Che, pur interessato com’è dalla sua crisi interna, di voti e di identità, a far durare questa legislatura sino alla scadenza ordinaria del 2023, quando sarà ben difficile che potrà tornare a prendersi più del 30 per cento dei voti e ancor più dei seggi, finirà per delegittimare ulteriormente l’attuale sovraffollatissimo Parlamento. E lo delegittimerà già nella scadenza o nel principale compito che lo attende nel 2022, quando dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica, o confermare quello in carica, se mai Sergio Mattarella si lascerà tentare dalla rielezione. Che è riuscita nei 74 anni della Repubblica solo a Giorgio Napolitano nel 2013 per circostanze credo irripetibili, contrarie alla sua stessa volontà, nonostante gli astuti piani attribuitigli allora dal solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

Non meno bizzarra o inquietante del frequente ricorso del governo alla fiducia per la paura di perderla con un voto meno vincolato o vincolante, anche a costo di smentire sfacciatamente le aperture verbali Conte alla Cameraalle opposizioni, trovo l’altra abitudine che esso ha preso, questa volta con la complicità piena dei presidenti delle Camere, di trasformare le sue comunicazioni al Parlamento in “informative”. E ciò solo per precludere una votazione al termine della discussione relativa a materie o problemi su cui la maggioranza è divisa.

Questa è un’abitudine che, senza voler mancare di rispetto personale al presidente del Consiglio, credo gli nuoccia come politico, come professore e come avvocato. E mi risulta -anche a costo di rischiare smentite o precisazioni- non molto apprezzata, quanto meno, dalle parti del Quirinale, dove pur si riconosce la questione di esclusiva competenza parlamentare, da regolamento o prassi più che da legge ordinaria o costituzionale.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

L’opposizione attacca ma si spacca e finisce per soccorrere il governo

            Prima il blocco e poi le restrizioni imposte dall’epidemia virale agli spettacoli di qualsiasi tipo, dal cinema al teatro, dai circhi alle arene, hanno forse fatto perdere la testa ai politici, o almeno a quelli che hanno moltiplicato i loro, di spettacoli, all’aperto e al chiuso, fuori e dentro il Parlamento.

            D’altronde, la politica era già diventata spettacolo ai tempi dei congressi -peraltro veri- dei partiti della trapassata prima Repubblica. Lo era diventata ancora di più con l’arrivo o la discesa in campo, come in uno stadio, di quelli che Eugenio Scalfari non ancora tanto avanti negli anni chiamava “impresari” della cosiddetta seconda Repubblica, pensando naturalmente a Silvio Berlusconi e poi a tutti i suoi imitatori. Ma il massimo del divertimento, o dello sconcerto, secondo i gusti, si è avuto con l’irruzione di un comico come Beppe Grillo, riuscito in una decina d’anni a fare del suo movimento 5 Stelle il più votato e/o rappresentato in Parlamento, soppiantando quelle forze centrali -non necessariamente di centro- che erano state a lungo nella storia della Repubblica la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista.

            Ora, a dire la verità, anche o persino il movimento grillino mostra segni di stanchezza o di ripiegamento sul piano dello spettacolo perché è scoppiata al suo interno una crisi che gli impedisce di esibirsi in raduni, stati generali e cose del genere. Prevalgono riti da partiti di vecchio stampo, fra progetti di politburo di tipo sovietico o sedute attorno al “caminetto”, peraltro fuori stagione, come facevano spesso i capicorrente dello scudo crociato incontrandosi in una villa di cui il partito disponeva alla Camilluccia per corsi di formazione poliica, neppure paragonabili a quelli comunisti alle Frattocchie, dall’altra parte di Roma.

            Sotto la regia personale di Matteo Salvini, intervenuto al Senato sulla cosiddetta “informativa” del Salvini al Senatopresidente del Consiglio in vista del Consiglio d’Europa, i leghisti hanno dato il loro spettacolo di uscita dall’aula, particolarmente avvertita alla Camera, per protestare contro il trattamento poco rispettoso del Parlamento da parte del governo. Che, a dire il vero, si presta ad attacchi di questo tipo con l’espediente di chiamare “informativa” ogni comunicazione delicata allo scopo di evitare una votazione alla quale la troppo variegata e contraddittoria maggioranza giallorossa non è preparata per uscirne indenne.

          Ma ad una votazione non erano e non sono preparati neppure i leghisti. Che, contrari all’uso del cosiddetto meccanismo europeo di stabilità per potenziare a buon mercato il sistema sanitario messo duramente alla prova dall’epidemia virale, dovrebbero scontrarsi nel centrodestra col partito di Berlusconi, favorevolissimo a quel tipo di finanziamento, e ritrovarsi con una parte non si sa ancora bene quanto consistente degli ex alleati grillini della stagione gialloverde.

          La confusione del e nel centrodestra si è toccata con mano vedendo i forzisti di Berlusconi fermi ai loro posti, diversamente dai leghisti e dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, pur attaccando duramente il presidenteBrunetta a Montecitorio del Consiglio. Al quale Renato Brunetta nell’aula di Montecitorio ha dato dell’”Azzeccacarbugli” di manzoniana memoria: non proprio il massimo per un avvocato e un professore di diritto, che pure, sotto sotto, spera di poter ricevere prima o poi un soccorso dal cerchio più o meno magico del Cavaliere. I cui ambasciatori frequentano un po’ tutte le chiese politiche di Roma.  

La scommessa dell’eminenza gialla del Pd su Conte “gigante” e Grillo “autorevole”

            Visto che non si avverte neppure l’ombra di elezioni anticipate, per quanto richieste a gran voce dalle opposizioni di centrodestra e minacciate dallo stesso presidente della Repubblica in caso di crisi “al buio”, che in Italia è la regola perché manca nella nostra Costituzione l’istituto della cosiddetta sfiducia costruttiva impostasi dai tedeschi, ogni volta che Giannelli su Grillola maggioranza giallorossa vacilla, magari per uno starnuto di Matteo Renzi o per qualcuna delle scosse sismiche che si ripetono fra i grillini, tutti sperano giocoforza sulla tenuta del Pd. Lo fanno, sotto sotto, anche quelli che se ne dichiarano avversari e ne dicono peste e corna in pubblico, consapevoli invece che costituiscono per ora l’unico elemento stabilizzatore, specie nella crisi economica e sociale destinata ad aggravarsi dopo i danni già procurati dall’epidemia virale.

            Anche fisicamente, con quel passo deciso e petto in fuori da fratello del commissario Montalbano mentre cammina per strada, e col piglio verbale delle richieste di “concretezza” e di “svolta” al presidente del Consiglio, pensando ai problemi che Giuseppe Conte ha col suo partito quanto meno Repubblica su grillinidi riferimento, che è il non partito delle 5 Stelle studiato proprio oggi da Carlo Galli su Repubblica, il segretario del Pd Nicola Zingaretti cerca di darsi e dare coraggio pure a chi non lo vota. Ma quando si pensa, o altri ricordano a chi non ci pensa, o svelano a chi non sa, che a reggere in realtà il Pd da molto lontano, visto che trascorre buona parte dell’anno nella lontana e gialla Thailandia, dove ha casa, servitù e quant’altro, ora trattenuto più a lungo a così grande distanza per le complicazioni dei collegamenti aerei e d’altro tipo in tempi di coronavirus, la fiducia comincia a vacillare. E aumenta la paura.

             Mi riferisco naturalmente a Goffredo Bettini, che manda continuamente messaggi per telefono, l’ultimo dei quali è stato appena affidato al Fatto Quotidiano. Dove nel richiamo dell’intervista Il Fattosu Bettiniin prima pagina è stato indicato ai lettori come “l’eminenza grigia” Chi è di Bettinidel Pd, di cui ha allevato un po’ di segretari, è stato segretario capitolino, scopritore di sindaci, fra i quali i fortunati Francesco Rutelli e Walter Veltroni ma anche lo sfortunato Ignazio Marino. Ma nella pagina interna, dove lo spazio era maggiore per descriverlo, è diventato “il grande vecchio”. Che è un po’ un torto ai suoi, in fondo, soltanto 68 anni -se ho contato bene quelli trascorsi dal 1952 assegnato alla sua nascita-  e un po’ uno spettro, visto ciò che durante gli anni di piombo si intendeva appunto per “il grande vecchio”: quello che tirava i fili del terrorismo e ci faceva vivere peggio di quanto non stia facendo adesso la paura del contagio virale. Allora si moriva davvero ammazzati.

            Quel “gigante” dato da Bettini a Conte, con tutto il rispetto -per carità- dovuto al professore, avvocato e quant’altro, mi è parso francamente esagerato. Non vorrei che Bettini pensasse Conte gigantedi destinarlo, il più le tombe dei gigantitardi possibile naturalmente, alle “tombe dei Giganti”, con la maiuscola, della Sardegna nuragica. E poi, scusatemi, mi è sembrato non meno esagerata quella scommessa di Bettini -sentite, sentite- sull’”autorevolezza”, oltre Bettini su Grilloche sull’”intuito e la volontà unitaria” di Beppe Grillo. Di cui tanto valeva allora poco più di 10 anni fa, quando Bettini era già sul mercato politico a dispensare consigli, direttive e quant’altro,  accettare la richiesta di iscrizione al Pd ad Arzachena e il diritto reclamato di partecipare alla competizione per la successione a Walter Veltroni, o al reggente Dario Franceschini, come segretario. Ci saremmo risparmiato il Movimento 5 Stelle, annessi e connessi.

 

 

 

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La bomba…d’acqua caduta sull’incendio del Movimento 5 Stelle

            Scusatemi tanto, ma pur con tutto il male che penso del Movimento 5 Stelle, della sua origine protestararia-comica e della sovrarappresentanza in un Parlamento eletto solo due anni fa avendo però sulla faccia le rughe di un quasi centenario, non sono riuscito né a stupirmi né a Titolo Veritàindignarmi di fronte alla “bomba di Caracas”. Così l’ha definita in un titolone di prima pagina La Verità di Maurizio Belpietro riferendo dei tre milioni e mezzo, non ho capito se di dollari o di euro, che una decina d’anni fa le 5 Stelle, appunto, avrebbero preso dal Venezuela di Hugo Chavez e Nicolas Maduro.

             Più che di soldi, o “soldi e veleni”, come li ha chiamati Il Gazzettino, mi è sembrata e mi sembra una bomba d’acqua, di fronte alla quale mi Titolo Gazzettinofanno ridere anche le proteste e minacce di querele dei dirigenti di un movimento alle prese, come vedremo, con Titolo Alessandro Campiproblemi molto più seri e reali. Che si riflettono sul governo sino a lasciarlo “appeso al falò cinquestelle”, come al Messaggero hanno titolato l’editoriale di Alessandro Campi.

            Ho trovato alquanto esagerata anche la scelta del maggiore giornale italiano – il Corriere della Sera– di Titolo Corriereaprire con questa vicenda il numero di questo martedì 16 giugno, o la decisione Ceccarellidi Repubblica di mettere sulle piste di questa “storia” addirittura Filippo Ceccarelli. Non parlo poi della Il Riformistacarica di umorismo sfuggita al mio amico Piero Sansonetti aprendo il suo Riformista con la domanda “Ma allora è Maduro il capo politico dei 5 Stelle?”, dopo avere tante volte scritto che il capo è di notte Beppe Grillo e di giorno Marco Travaglio, o viceversa.

            No, questa bomba d’acqua fa il paio con quella, pur supportata dalla solita indagine giudiziaria dai tempi altrettanto solitamente biblici, dei 60 milioni, addirittura, che Matteo Salvini avrebbe cercato, senza neppure riuscirvi, a strappare per la sua Lega a Putin mandando a trattarli personaggi un po’ da operetta in un albergo di Mosca zeppo, come tutti gli alberghi di quella città ben prima di Putin, di spie fisiche ed elettroniche.

            Personalmente, sono abituato alle storie molto più serie e provate dei finanziamenti sovietici al Pci negli anni della cosiddetta guerra fredda e di quelli conseguenti, o a monte, degli americani ai partiti di governo e sindacati più o meno fiancheggiatori. Di fronte a quelle storie, vere, che cosa volete che provi di fronte a quelle presunte di oggi? E poi, via, con tutti i guai che sono riusciti a procurare ai loro connazionali Chavez e Maduro come potete considerarli così intelligenti, così furbi, così bravi da prevedere dieci anni fa le magnifiche sorti dei grillini in Italia e guadagnarsene favori e sudditanza alla modica cifra di tre milioni e mezzo di dollari, o simili? Cerchiamo di essere seri.

            Per una volta condivido “la bufala” cui è ricorso sul Fatto Quotidiano il direttore Travaglio per liquidare la faccenda nel contesto di un editoriale in cui mi sono divertito a vedere tradurreTitolo Travaglio in uno “stallo” quasi banale la crisi in cui si trova il Movimento, di cui egli può quanto Travagliomeno ritenersi tra i più informati in circolazione. Ma dove non riesce neppure lui a scegliere bene fra Grillo e il contestatore appena ripropostosi nella persona di Alessandro Di Battista. Il primo, secondo Travaglio, avrebbe ragione a scommettere su Conte e l’altro a “denunciare l’afasia programmatica e identitaria” di un movimento che “non è più quello di prima, ma non è mai diventato qualcos’altro”. Ben detto, purtroppo, per tutti noi, incolpevoli e costretti a subirne i danni.

 

 

 

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Gli Stati Generali dei quali avrebbe bisogno anche il centrodestra

Mi rendo conto che a parlare o scrivere bene degli Stati Generali dell’Economia voluti dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha dovuto diluirli e adattarli alle prime reazioni quanto meno scettiche del Pd, un partito non certamente all’opposizione, si rischia l’ironia. Che è un po’ quella involontariamente opposta domenica su Repubblica dall’urticante Francesco Merlo all’editoriale invece compiaciuto del veneratissimo e venerando anche per età Eugenio Scalfari. Che, con la cultura storica di cui dispone, ha protetto Conte anche dal fantasma degli Stati Generali costati la testa e il trono più di 200 anni fa a Luigi XVI, ricordando appuntamenti analoghi risoltisi più fortunatamente per i loro promotori. Fra i quali egli ha messo anche Cavour: sì, proprio lui, il conte Camillo Benso di Cavour.

Va detto pure che Conte, al maiuscolo, e i suoi collaboratori hanno fatto tutto quello che era necessario per rendere l’evento indigesto a quanti per mestiere debbono seguirlo e scriverne. Con tutto lo spazio esterno e interno della Villa Doria Pamphili, non si è riusciti a mettere a disposizione dei giornalisti neppure un cortile come quello di Montecitorio, dove la stampa parlamentare è stata confinata dopo la promozione, o il declassamento, come si preferisce, dello storico Transatlantico in appendice dell’aula per interventi, votazioni e quant’altro. Neppure come animali da cortile sono stati trattati i giornalisti nella grande villa sull’Aurelia antica, fra le sacrosante proteste di ordini e associazioni professionali, a cominciare da quella della stampa parlamentare. Migliore fortuna forse avremmo avuto nella più modesta ma pur sempre appropriata Villa Lubin, sede nel parco di Villa Borghese del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, sopravvissuto all’abrogazione tentata da Matteo Renzi nel 2016 con la sua riforma costituzionale.

Eppure, nonostante questi ed altri limiti ancora, compresi i sospetti a torto o a ragione caduti su Conte di avere cercato un’occasione di altissima esposizione personale fine a se stessa, raccolti persino da Ezio Mauro su Repubblica scrivendo di “operazione in proprio di Palazzo Chigi”, sono portato ad apprezzare più chi ha accettato di partecipare a questi Stati Generali che quanti hanno sdegnosamente rifiutato. Parlo  naturalmente del centrodestra, ritrovatosi insieme anche in questa occasione dopo qualche tentennamento, nel rivendicare il diritto di fare opposizione solo in Parlamento, nelle piazze e nelle strade. SalviniDove si sgomitolano bandiere a metraggio, con e senza mascherine, com’è recentemente accaduto a Roma mentre il capo dello Stato celebrava dignitosamente i 74 anni della Repubblica dividendosi fra l’Altare della Patria e le località emblematiche, da Codogno a Roma, della tragica epidemia virale da cui non siamo ancora usciti davvero.

Gli assenti hanno sempre torto, non solo dai tempi dell’Aventino. Hanno torto anche come assenti ai seggi elettorali quando si è chiamati alle urne, magari dopo averle reclamate prima della scadenza ordinaria. A sentire commenti non allarmati ma compiaciuti sull’assenteismo elettorale, a volte superiore anche al 50 per cento, inorridisco perché la considero la peggiore sconfitta dell’opposizione, masochisticamente contenta di farsi così governare, ai vari livelli, dalla minoranza e non dalla maggioranza.

L’errore per me imperdonabile commesso dal centrodestra nella vicenda degli Stati Generali dell’Economia è stato quello di disertarli dopo avere apprezzato il piano predisposto da Vittorio Colao sulle riforme necessarie per risanare il Paese e spendere bene i finanziamenti europei: un piano invece liquidato dai grillini come inaccettabile perché infarcito di “lobbismo”. Se c’era un tema e un momento per inserirsi nei soliti conflitti interni alla maggioranza e svolgere un ruolo attivo erano questi: altro che disertare la partita. E farsi poi infilzare letteralmente da Conte, almeno per quanto riguarda la Lega di Salvini, ma in parte anche per la destra di Giorgia Meloni, con l’invito a chiarirsi con gli amici e alleati sovranisti dei paesi europei -Visigrad- da cui provengono gli unici o maggiori ostacoli alla quantità e qualità di finanziamenti comunitari di cui ha bisogno l’Italia per riprendersi.

Fermo restando il quadro altre volte già esposto qui dei due schieramenti, di maggioranza e di opposizione, ugualmente eterogenei e divisi, temo che le cose stiano ormai peggiorando Meloniaddirittura più nel centrodestra, forse bisognoso dei suoi Stati Generali, cheBerlusconi e Tajani nell’area giallorossa. Alla quale Matteo Salvini, Giorgia Merloni e Silvio Berlusconi, in ordine della loro consistenza elettorale, stanno dando con i loro errori un soccorso forse immeritato, e -temo- dannoso per il Paese e, in fondo, per lo stesso Conte. Cui il direttore della Stampa Massimo Giannini, forse non a torto, ha voluto ricordare, al di là delle smentite già opposte dall’interessato, che più di fare un nuovo partito dovrebbe preoccuparsi di mettere un po’ d’ordine in quello che, avendolo designato due volte alla guida del governo, rimane pur sempre il suo o il quasi suo. E’ naturalmente il Movimento delle 5 Stelle, dove solo a parlare di un’assemblea costituente o di un congresso presumibilmente chiarificatore, come ha appena fatto il barricadiero Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, a Beppe Grillo sono venute le paturnie.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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