La grazia di Sergio Mattarella a Nicole Minetti, rinata a vita nuova dopo il passato dei bunga bunga berlusconiani, e conseguenti inconvenienti giudiziari, è dunque scampata alla campagna del Fatto Quotidiano. Il cui direttore può vantarsi ora di avere “spaventato” -letteralmente, dal suo editoriale di ieri- il presidente della Repubblica inducendolo alla pubblica richiesta inusuale, clamorosa e quant’altro di un supplemento di indagini giudiziarie. Che si è concluso con la conferma del parere favorevole, pur apparso in un primo momento forse troppo affrettato alla stessa magistratura, quella mitica di rito ambrosiano.
E’ consolante scoprire che, quando vogliono, oltre che possono, i magistrati riescono a correre come su una Ferrari. E non a lasciare appeso ai loro tempi abitudinari anche il presidente della Repubblica in ansia di errore.
Pure Giorgio Napolitano, a dire il vero, riuscì sul colle più alto di Roma a fare funzionare la giustizia in tempi decenti, a dir poco, ottenendo dalla Corte Costituzionale l’incenerimento di intercettazioni telefoniche nelle quali era incorso per la vicenda delle trattative immaginate fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, a cavallo fra la prima e la seconda Repubblica.
Ciò che forse ha stupito anche Mattarella, restituito alla serenità dopo lo “spavento”- ripeto- orgogliosamente procuratogli dal giornale di Travaglio, è il tentativo dello stesso Travaglio di ridurre la vicenda a una questione enologica. Di magistrati, ma non solo, che lavorerebbero con la stessa disinvoltura, leggerezza e altro di chi siede a tavola e beve il vino accontentandosi della certificazione “ottima” dell’oste. Uscendo alla fine ubriaco dal ristorante. Non a caso, d’altronde, lo stesso Travaglio scrive spesso del ministro della Giustizia Carlo Nordio come di “mezzo litro” o “fiasco” intero, riuscendo -temo- persino a divertirlo.
Ciascuno tuttavia ha il suo oste. Lo hanno anche Travaglio e i suoi sostituti, chiamiamoli così in gergo giudiziario, fidandosi ciecamente delle informazioni cercate e ottenute nelle loro investigazioni. E nei loro processi col solito rito sommario di quelli di piazza, di carta stampata o di emittenti radiotelevisive. E tutto naturalmente nell’esercizio della libertà di opinione, prima ancora d’informazione. Opinione o diffamazione?
Pubblicato sul Dubbio
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