Il moroteismo breve, molto breve, della segretaria del Pd Elly Schlein

Ho avuto la fortuna di conoscere e raccontare il moroteismo lungo. Quello che Aldo Moro, appunto, praticò per una ventina d’anni, anche a costo di rimetterci la vita per mano terroristica, componendo e scomponendo equilibri all’interno del suo partito, la ormai mitica Democrazia Cristiana, e nei rapporti con gli altri, alleati e persino dichiaratamente alternativi. Come lui stesso diceva del Pci di Enrico Berlinguer, convinto ad appoggiare dall’esterno due governi interamente democristiani presieduti da Giulio Andreotti. Fu l’esperienza della cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale, variante del “compromesso storico” perseguito invece da Berlinguer.

       Ho avuto tuttavia anche la possibilità di conoscere, e ora di scriverne, il moroteismo breve. Quello, per esempio, della segretaria del Pd Elly Schlein, accorsa a celebrare Moro e ad ispirarvisi sotto i soffitti dell’Istituto Luigi Sturzo, a Roma, nel 48.mo anniversario della tragica morte dello statista democristiano.

       A meno di un mese da quell’anniversario e da quella compiaciuta ispirazione, la Schlein è riuscita a perdere altri pezzi del suo Pd. L’ultimo, anzi penultimo, pezzo perduto è quello di Pina Picierno, vice presidente del Parlamento europeo.  Che proseguirà in un’altra casa o capanna la sua esperienza politica di riformista.

       Moro scomponeva e ricomponeva senza perdere pezzi. Lui era un costruttore. Scomporre senza riuscire a ricomporre è solo demolizione. O rottamazione, come reclamò orgogliosamente  da segretario del Pd Matteo Renzi liberandosi persino di Massimo D’Alema: uno che, francamente, pur con i suoi limiti, più caratteriali che politici, non avrebbe mai dovuto essere scaricato, tanto meno in quel modo. E che la Schlein si è ritrovato al Nazareno senza forse meritarselo.

       Che cosa rimarrà del Pd, ma anche dal campo cosiddetto largo inventato da Goffredo Bettini tra le perplessità persino del “suo” Giuseppe Conte, che aspira a quello “giusto” da lui naturalmente capeggiato, è difficile immaginare pensando alla Schlein e alle elezioni politiche dell’anno prossimo. L’anno prossimo, ripeto, non l’autunno prossimo preferito forse non tanto dalla premier Giorgia Meloni, cuoi pure viene attribuito  per la fretta che ha di aggiudicarsi una nuova legge elettorale, quanto dai suoi avversari ancora impreparati per contenuti programmatici e procedure di definizione della leadership.

Pubblicato sul Riformista

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