La corsa del ministro Crosetto alle scuse per la trasferta personale a Dubai

       Al posto delle dimissioni reclamate a gran voce dalle opposizioni, nel processo mediatico e politico svoltosi col solito rito sommario, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiesto pubbliche scuse per il suo sfortunato viaggio a Dubai. Dove, raggiunti i familiari che già vi si trovavano, è stato sorpreso dal blocco dei voli seguìto alla guerra in Iran scatenata da americani e israeliani per interromperne i progetti nucleari di armamento. Nonché la protezione ad ogni sorta di terrorismo in Medio Oriente, e altrove.

       Il ministro ha dovuto rientrare a Roma con un volo di Stato appositamente organizzato in aeroporto omanita, lasciando sul posto i familiari, che forse avrebbero pure avuto il diritto di seguirlo per una parentela ancora legale in Italia. Ma essi hanno dovuto subire i danni collaterali, diciamo così, della demagogia. Da cui lo stesso Crosetto peraltro ha cercato di difendersi pagando di tasca propria, e di sua iniziativa, prima ancora di chiedere pubbliche scuse, il volo di Stato con una tariffa tripla rispetto a quella applicata per eventuali ospiti.

       Naturalmente le scuse del ministro della Difesa sono servite a poco, o nulla, essendo le dimissioni quelle reclamate dagli oppositori. Di quelle scuse, molto personalmente, non condivido il destinatario. Che non doveva e non deve essere il solito tribunale speciale e mediatico allestito contro di lui, senza neppure uno straccio di sorteggio, ma la sua famiglia. Lasciata sul posto, sia pure per una giornata soltanto, o quasi, e aggredita a distanza dalle opposizioni in Italia raccontandone di tutti i colori.  

Eppure lo chiamano ancora Consiglio…superiore della magistratura

Per certi versi ciò che fu in Sicilia Giovanni Falcone nelle indagini e nella lotta alla mafia, dovendosi guardare spesso più dai colleghi magistrati che dai mafiosi, riusciti comunque ad ammazzarlo ad ammazzarlo nella strage di Capaci, è stato a Milano Guido Salvini nelle indagini e nella lotta al terrorismo, per fortuna sopravvivendo come piccione al tiro dei suoi cosiddetti colleghi. E raccontando la sua esperienza in un libro intitolato proprio “Il tiro al piccione”, che meriterebbe di essere letto da quanti temono, addirittura, per la sorte del Consiglio Superiore della Magistratura e della disciplina interna, o domestica, delle toghe. Non sanno davvero, poveretti, di che cosa parlano, caduti nella trappola della campagna del no.

       Guido Salvini si occupava, dicevo, di terrorismo e finì nel mirino, più che dei terroristi, della Procura della Repubblica di Milano. Dove  qualcuno, gonfio del successo popolare delle indagini sul finanziamento illegale dei partiti, improvvisamente scoperto dopo anni di disattenzione, chiamiamola così, cominciò a non gradire il credito che per altri versi, senza clamori e forzature, si guadagnava il giudice Salvini. Contro il quale il Corriere della Sera si prestò a pubblicare l’’intervista del procuratore aggiunto Ferdinando Pomarici in qualche modo propedeutica ad un procedimento contro di lui presso il Consiglio superiore della magistratura per incompatibilità ambientale, finalizzato a destinarlo in chissà quale altra sede, sradicandolo dalla sua vita e dal suo lavoro.

       Ebbene, quel procedimento gestito non da uno ma da due Consigli Superiori della Magistratura succedutisi senza che il primo fosse riuscito a concluderlo, durò sette anni. E si concluse naturalmente con l’assoluzione, senza che Salvini ricevesse poi le scuse da nessuno. Dico: nessuno.  Eppure egli aveva subìto un blocco della carriera, pur in un sistema in cui una promozione per anzianità non si nega a nessuno, e una guerra di nervi, a dir poco, derivata dall’ambiente, diciamo così, in cui doveva muoversi fra alberghi romani e uffici e sale del Consiglio di autogoverno della magistratura. Il suo primo handicap, oltre all’invidia e simili non rari fra colleghi,, era quello di non avere mai fatto parte “per ragioni di indipendenza e di dignità personale, di alcuna corrente organizzata della magistratura”, come si legge nella terza pagina di copertina del suo libro autobiografico. Era quindi finito nel posto sbagliato, in una specie di tribunale speciale dove la corrente valeva più di qualsiasi avvocato e ragione di difesa.

       “Devi difenderti di giorno, acquisire gli atti che dovrebbero acquisire loro, riempire pacchi di carte con le tue difese al Csm, spedirle a Roma e poi essere interrogato dinanzi a quell’emiciclo. Ci pensi di motte”, racconta al presente Salvini la sua esperienza di magistrato accusato, fra l’altro, di avere avuto rapporti indebiti con i servizi segreti. “Il Csm -racconta ancora impietosamente Salvini- non è in grado o finge di non capire che rapportandomi senza inutile e plateale aggressività con il generale Sergio Siracusa, un ufficiale perbene, allora direttore del Sismi, ero riuscito per la prima volta, dopo le collusioni e i depistaggi dei decenni passati, a convincere il Servizio ad aprire i suoi archivi e a fornire molti contributi decisivi per le indagini”, ad  esempio, sulla strage di Brescia. Ma era l’indagine su un’altra strage, quella di Piazza Fontana, che si pretendeva segretamente di fargli lasciare, gli fu confidato da un collega non allineato della Procura di Milano.

       “Quando sei sottoposto per anni a un procedimento di incompatibilità ambientale -racconta ancora Guido Salvini- diventi un paria, un intoccabile” nel senso di appestato. “Nei corridoi i colleghi ti scansano o, quando proprio non possono, preferiscono far finta di niente. Più ancora della cattiveria di chi fa parte dell’apparato, in magistratura vige la viltà, è un costume diffuso. Del resto, ogni autocrazia si fonda sulla vigliaccheria della maggioranza”.

       Una “autocrazia”, appunto. E’ questa che per me è finalmente in gioco nel referendum del 22 marzo, difesa dal fronte del no alla riforma.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 marzo

Piccoli ayatollah crescono in Italia esercitandosi contro Crosetto

Ne hanno appena ammazzato uno in Iran, che dipendeva da lui, dai suoi ordini, dai suoi umori e naturalmente dalle sue preghiere più o meno d’ufficio.  Si tratta naturalmente di Alì Khamenei, ucciso nella sua residenza a Teheran, distrutta dagli israeliani grazie a informazioni americane nella guerra fra le più annunciate per la dovizia dei preparativi, anche o soprattutto americani, diffusi a mezzo stampa, come gli avvisi di garanzia in Italia.  La più grande disfatta, credo, dei servizi segreti, peraltro compiaciuti di se stessi per avere fatto il loro dovere di tradirsi, essendo state queste le istruzioni o gli ordini ricevuti dall’alto, o dall’altissimo. Una rinuncia alla riservatezza dettata dalla speranza che l’altra parte rinsavisse e si risparmiasse il peggio.

       Kamenei, che nella lotta al Satana americano e, più in generale, occidentale aveva voluto riscattarsi dalle compromissioni del suo predecessore Khomeini abbandonatosi in traffici d’armi con gli Stati Uniti di Reagan, ha avuto -scusate la franchezza- la fine che meritava dopo le repressioni sanguinose non solo del dissenso, ma semplicemente di chi gli capitava, diciamo così, a tiro. O  indossava indumenti non graditi alle sue guardie, manutengole della rivoluzione islamica. Spero, personalmente, che ci venga risparmiato il solito spettacolo, purtroppo, di un successore peggiore di lui.

       Ma ancor più delle successioni ayatollesche nel lontano Iran, a dispetto delle scommesse, aspettative e quant’altro del presidente americano, mi infastidiscono, a dir poco, i piccoli aytollah che crescono da noi, in Italia. Pronti allo sciacallaggio.  E ad alzare patiboli coi loro processi politici e mediatici, senza le lungaggini e le sorprese, qualche volta, dei processi ordinari, nei tribunali. Compresi i tribunali dei ministri per i quali è ancora previsto il preventivo passaggio parlamentare.

       Ha saltato tribunale dei ministri e Parlamento il titolare della Difesa Guido Crosetto salendo direttamente sul patibolo mediatico e politico per essersi lasciato sorprendere a Dubai, dove aveva raggiunto la famiglia, dalla guerra in Iran e dai suoi effetti collaterali. Tre volte colpevole: di essere andato a Dubai, appunto, sia pure a spese sue, di non avere saputo informarsi bene della situazione militare in Medio Oriente, nonostante i pubblici preparativi di guerra, e di ininfluenza internazionale,  insieme con la premier e collega di partito  Giorgia Meloni, per non avere ricevuto adeguate e tempestive informazioni né dagli americani né dagli israeliani, diversamente da quanto sarebbe accaduto col governo tedesco.

       Quando lo sventurato ministro Crosetto ha cercato di difendersi dagli attacchi e dalle insinuazioni, ha peggiorato la situazione, sommerso anche dal sarcasmo degli avversari. Prima di salire, senza la famiglia rimasta a Dubai, sull’aereo di Stato mandatogli da Roma per accelerarne e proteggerne il ritorno egli ha annunciato e disposto un bonifico bancario pari a tre volte la tariffa applicata agli ospiti di questo tipo di voli? Roba da “qualche migliaio di euro”, gli ha rimproverato o rinfacciato, scrivendo di “cortocircuito di Stato”, il giornale Domani. Che ha preso nel cuore del suo editore Carlo De Benedetti il posto della Repubblica di carta svenduta secondo lui, dai figli al nipote più graduato di Gianni Agnelli, peraltro stancatosi relativamente presto dell’acquisto, ora che sta vendendo a sua volta ad un armatore greco il quotidiano fondato 50 anni da Eugenio Scalfari.

       Allo spettacolo del patibolo non sono mancati neppure accessori di perfidia, come l’informazione retroscenista  vantata senza alcuna prova di una perdita della fiducia della premier al  dal ministro col cappio al collo. E questa sarebbe opposizione. Poi si lamentano, i signornò, della fuga dei loro per fare aumentare l’astensionismo, se non per passare direttamente dall’altra parte.

Pubblicato su Libero

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