La vittoria referendaria che ha curiosamente spiazzato il no

       Un’ora e mezza dopo la chiusura delle votazioni referendarie il fronte del no alla riforma costituzionale della magistratura ha voluto e potuto cominciare a cantare vittoria, in qualche modo doppia perché nel contesto di un’affluenza alle urne molto più alta del previsto. E in quanto tale, questa affluenza, messa dai sondaggi, di ogni colore e tendenza, a vantaggio invece del sì. Che invece è risultata subito perdente, sia pure in una “fornice stretta”, come dicono sempre i sondaggisti.

       E’ di un qualche significato il fatto che dal fronte del no il primo a festeggiare, intestandosi praticamente la vittoria, sia stato l’ex premier Giuseppe Conte parlando di una “primavera” in cui gli alberi più fioriti sarebbero quelli del suo movimento 5 Stelle. E così spingendo per la sua candidatura a Palazzo Chigi, con tanto di primarie, se il campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni dovesse davvero tradursi in una coalizione e in un programma comune, da ricavare confrontando quelli che i vari partiti debbono ancora definire ciascuno per suo conto.

       Non credo, a occhio e croce, che questa tempestività di Conte abbia fatto piacere alla segretaria del Pd e sia destinata a facilitarle il percorso che l’aspetta, fuori ma soprattutto dentro la forza che guida dopo essere arrivata alla sua testa “senza essere avvertita”, come lei stessa si vantò a suo tempo. Quando a spingerla al Nazareno furono con le primarie aperte agli esterni più costoro che gli interni, cioè gli iscritti. Iscritti fra i quali penso che in maggioranza siano quelli che si sono riconosciuti più nel sì referendario  dei dissidenti che nel no praticamente imposto al partito dalla segretaria. Un bel pasticcio, direi. Che paradossalmente fa sfociare il referendum in un risultato opposto, o quasi, a quello numerico e ufficiale.

       Più spedito, mi pare, mi sembra il cammino della sconfitta, che naturalmente è la premier premuratasi ad avvertire in tempo che il suo governo continuerà a lavorare sino alla fine ordinaria della legislatura affidandosi allora, solo allora, al giudizio degli elettori.

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Il funerale a Pontida di Umberto Bossi, non del centrodestra della Meloni

       Secondo gli schemi, gli umori e quant’altro del compianto Umberto Bossi, al cui funerale a Pontida si sono levati più applausi alla premier Giorgia Meoni che a Matteo Salvini, in camicia rigorosamente verde, il segretario del Carroccio dovrebbe appendersi al primo pretesto per provocare la crisi di governo. Come fece appunto Bossi nel 1994 quando si accorse che l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancora fresco di nomina, o quasi, guadagnava consensi fra elettori e parlamentari leghisti.

       Bossi allora andò a consolarsi dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che già sopportava male, anzi malissimo, quell’intruso della politica che considerava in cuor suo il pur vincitore delle elezioni, e incoraggiò quindi il capo della Lega a rompere. E far cadere il governo dove il Carroccio era parcheggiato, diciamo così, al Ministero dell’Interno con Roberto Maroni.

       Poi Bossi andò a consolarsi, fra spuntini a casa con alici e birra, con Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema, che lo incoraggiarono anche loro alla rottura, sia pure più gradualmente, meno lentamente di quanto non gli avesse consigliato Scalfaro. E la crisi precipitò prima di Natale, col companatico -chiamiamolo così- di una iniziativa giudiziaria della Procura di Milano -e di chi, sennò?- contro il presidente del Consiglio informato a mezzo stampa di un cosiddetto avviso a comparire. Per il quale l’ancora sostituto procuratore Antonio Di Pietro si offrì al superiore Francesco Saverio Borrelli per “sfasciare” l’indagato in un interrogatorio  con i suoi metodi. Che ora Di Pietro, nel frattempo uscito dalla magistratura e anche dalla politica dove si era rifugiato per un po’, riconoscerà alquanto bruschi. Come “brusco”, per ammissione poi di Giorgio Napolitano al Quirinale, era stato il cambiamento degli equilibri, cioè la rottura, nei rapporti fra giustizia e politica nella stagione manettara e forcaiola delle cosiddette “mani pulite”.

       Salvini, per tornare al segretario della Lega accolto dal popolo di Pontida non dico come un intruso, ma almeno come un infedele politicamente, non si lascerà prendere dalle tentazioni di Bossi del 1994. Non farà da sponda alle opposizioni. Non si dividerà fra il Quirinale e il Nazareno per liberarsi di un’alleata, questa volta al femminile, diventata troppo scomoda e pericolosa per lui. E già questa è una differenza che segna il cambiamento della Lega e della situazione politica italiana  in 32 anni, quanti ne sono trascorsi dal 1994.

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Il fiato sospeso della seconda giornata di votazione sulla riforma della magistratura

       Quello spettacolo di seggi pieni di scrutatori, seduti e in piedi ai loro posti, e vuoti di elettori, e di cani d’accompagnamento, mi ha angosciato ieri, di prima mattina, quando sono andato a votare in fretta, in una scuola romana a poca distanza da casa. Di prima mattina e in fretta nel timore che qualcosa mi potesse impedire, all’età che ormai ho, di essere puntuale. Naturalmente, all’appuntamento col sì alla riforma costituzionale della magistratura, che rischia di perdere non l’autonomia e l’indipendenza da ogni potere, garantite anche con le sette modifiche apportate alla Costituzione per separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, e tutto il resto: magistratura minacciata, dicevo, di perdere non l’autonomia e l’indipendenza ma solo l’onnipotenza acquisita abusando dell’una e dell’altra.

       Tornato sul posto dopo qualche ora per accompagnarvi mia moglie, ho visto file ad ogni sezione, di elettori e cani, ripeto. E ho tirato un sospiro di sollievo, memore dei sondaggi che condizionavano nelle scorse settimane, quando erano pubblicabili, la vittoria del sì all’affluenza alle urne. Il 46 per cento registrato alla fine della prima giornata di votazioni, salito al 54 a Milano, al 59 a Bologna, al 58 a Firenze e al  52 a Venezia, meno nel Sud dove generalmente si ha la pressione bassa, diciamo così, è stato a sorpresa per giudizio generale,

       “La Costituzione è appesa a un filo”, hanno titolato col fiato in gola  al Fatto Quotidiano. Il filo naturalmente della visione che quel giornale. quasi bandiera del no referendario, ha della Costituzione: alquanto diversa -quella visione- da buona parte dei padri costituenti, disturbati anch’essi nei loro sepolcri per fare loro dire e pensare cose diverse da quelle fatte in vita. A un filo, piuttosto che la Costituzione, vedo appeso l’uso che ne fanno i magistrati associati per tenersi stretto, fra l’altro o soprattutto, l’unico Consiglio Superiore, almeno nel titolo, che le loro correnti hanno praticamente conquistato e preso in ostaggio per il mercato delle carriere emerso dalla vicenda di Luca Palamara. Una vicenda chiusa un po’ troppo frettolosamente, a dir poco, da lorsignori oggi del no.     

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