I sensori al ponte governativo di Luigi Di Maio e Matteo Salvini

            Lo scontro, sia pure a distanza, fra il governatore forzista, e di centrodestra, della Liguria Giovanni Toti e il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio sulla gestione dell’emergenza genovese creatasi col crollo del ponte Morandi ha creato nel governo gialloverde più problemi di quanti non ne siano emersi pubblicamente.

           Toti, nel contestare il tentativo di Di Maio di cavalcare le proteste degli sfollati dalle case rese inabitabili dalla caduta del viadotto, ha ottenuto da Salvini una piena solidarietà che, dettata dai vincoli personali e politici fra il leader leghista e il governatore della Liguria, non è stata per niente gradita dal vice presidente grillino del Consiglio.

          A Di Maio non sono piaciute nemmeno le mancate solidarietà dei leghisti nell’aula di Montecitorio quando il ministro pentastellato delle Infrastrutture Danilo Toninelli è stato duramente contestato dai deputati di Forza Italia e del Pd per essersi vantato di avere resistito a pressioni interne ed esterne al suo dicastero contro la pubblicazione dei contratti di concessione delle autostrade.

          D’altronde, dell’atteggiamento un po’ vittimistico e un po’ robesperriano del ministro delle Infrastrutture, sfidato dalle opposizioni a denunciare alla magistratura chi avrebbe tentato di ostacolarne l’azione, non sono rimasti convinti neppure al Fatto Quotidiano. Il cui direttore Marco Travaglio ha scritto che Toninelli non può “lanciare il sasso e nascondere la mano”.

          A preoccupare infine i grillini sono giunte le notizie di un solido ravvicinamento nelle ultime ore fra Salvini e Silvio Berlusconi, già nell’aria d’altronde dopo la piena solidarietà espressa pubblicamente dal presidente di Forza Italia al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno per il procedimento giudiziario avviato contro di lui sulla vicenda degli immigrati rimasti bloccati per alcuni giorni nel porto di Catania sulla nave Diciotti della Guardia Costiera.

          Il riavvicinamento fra Salvini e Berlusconi coincide anche con l’atteggiamento più cauto assunto dai leghisti nel cantiere della legge di bilancio, e anche nell’irrigidimento sul tema molto sbandierato da Di Maio dei tagli alle pensioni cosiddette d’oro, che comincerebbero da quattromila euro mensili netti, e forse anche meno.

          Il vice ministro leghista all’Economia Massimo Garavaglia si è richiamato al “contratto” di governo stipulato fra i due partiti che lo compongono, ed esposto al Parlamento dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel discorso di richiesta della fiducia, per precisare che al di sotto dei 5000 euro netti mensili non si potranno effettuare tagli di sorta.

         Sarà forse il caso di applicare qualche sensore al ponte governativo di Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

In difesa di Craxi e persino De Mita dai paragoni con Salvini e Di Maio

In una intervista a Luca Telese per La Verità l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti ha definito l’attuale governo “un nuovo pentapartito 4.0”, che “si divide ma si ricompone”.  Salvini e Di Maio come De Mita e Craxi ?, gli ha chiesto Telese invertendo forse l’ordine avvertito in cuor suo dei personaggi della cosiddetta prima Repubblica, perché vedere in Salvini una riedizione di De Mita e in Di Maio una riedizione di Craxi sarebbe ancor più di un paradosso. Sarebbe una provocazione -credo- per Ciriaco De Mita, ancora felicemente in vita e troppo orgoglioso della sua intellettualità per ritrovarsi nei panni dell’attuale leader leghista.

Ma anche per il grillino Luigi Di Maio credo sia una provocazione dargli del Craxi un po’ per la demonizzazione che si è fatta dello scomparso leader socialista  anche col contributo dei pentastellati, a cominciare da Beppe Grillo in persona, e un po’ per la democristianeria che lo stesso Di Maio ha mostrato più volte di gradire quando gliel’hanno attribuita volenterosi analisti.

Comunque sia, e a parte l’inversione dei personaggi che credo sia sfuggita a Telese, il buon Minniti gli è andato dietro dicendo che “quei due”, intesi come De Mita e Craxi ai tempi del primo pentapartito, “litigavano ogni mattina e si rimettevano insieme con un caminetto”. Ai loro assai presunti eredi “basta una chat  su Watsapp: cambiano i tempi, ma la dinamica è la stessa”, ha concluso l’ex ministro.

Di quei tempi, per quanto Minniti nel 1983, alla nascita del primo governo Craxi, avesse già 27 anni e anche una certa dimestichezza con la politica nel suo Pci, ho un ricordo un po’ diverso e più realistico. De Mita e Craxi litigavano costantemente, in effetti, ma più del caminetto riusciva a ricomporre i contrasti un marchigiano d’infinita pazienza. Era il vice presidente del Consiglio e presidente della Dc Arnaldo Forlani.

Se fosse dipeso da De Mita, il governo Craxi sarebbe durato molto meno dei quattro anni scarsi che durò, peraltro in due edizioni, perché già tre anni dopo l’insediamento del leader socialista, nell’estate del 1986, l’allora segretario della Dc cercò seriamente di liberarsene rivendicando una staffetta a Palazzo Chigi per Giulio Andreotti. Che però vi si sottrasse. E tornò a sottrarvisi sei mesi dopo, quando De Mita per schiodare Craxi e imporre a tutti le elezioni anticipate dovette scomodare dalla presidenza del Senato Amintore Fanfani.

Più ancora della pur clamorosa vicenda del sequestro della nave Achille Lauro nelle acque del Mediterraneo, nell’ottobre del 1985, delle convulse trattative con i terroristi palestinesi perché interrompessero l’azione liberando croceristi ed equipaggio, dopo avere purtroppo ucciso un passeggero ebreo di nazionalità americana, dell’approdo a Sigonella dei dirottatori in fuga su un aereo egiziano verso la Tunisia intercettato dai caccia statunitensi, del rifiuto di Craxi di consegnarli alle forze speciali  armate sino ai denti nella base italiana e agli ordini diretti della Casa Bianca, delle dimissioni poi rientrate del ministro della Difesa Giovanni Spadolini di fronte al chiarimento intervenuto direttamente fra Craxi e il presidente Ronald Reagan, ricordo una grigia mattina di giugno di quello stesso anno a proposito delle difficoltà incontrate dal leader socialista alla guida del suo pentapartito.

Incontrai per caso De Mita alla Camera, a pochi giorni dal referendum abrogativo dei tagli alla scala mobile apportati l’anno prima dal governo per ridurre ad una cifra l’inflazione che divorava  il valore dei salari.

Contro  quei tagli si era consumata una rottura tragica fra Craxi ed Enrico Berlinguer. Che, già fischiato nel congresso nazionale del Psi a Verona,  ne era morto arringando la folla a Padova in una campagna elettorale. Quel referendum, formalmente  promosso dalla Cgil guidata da Luciano Lama,  era il lascito politico del più popolare fra i segretari del Pci, raccolto alle Botteghe Oscure dal successore Alessandro Natta.

Ebbene, chiesi a De Mita quella mattina perché nella campagna referendaria ormai alle battute finali egli non avesse ritenuto di intervenire. Mi colpì la sua risposta più mimica che verbale, di una indifferenza o distanza abissale. Ricavai l’impressione, magari sbagliata, per carità, che il segretario della Dc considerasse quella battaglia perduta per il governo. E non gliene importasse niente. Craxi invece vinse, ma non a Nusco, il paese di De Mita, dove i sì all’abrogazione dei tagli prevalsero sui no, come notò pubblicamente Bettino con malizia forse non ingiustificata.

Vedere ora paragonare quegli anni, quei partiti, quegli uomini e quei problemi alle vicende del governo gialloverde mi lascia un po’ l’amaro in bocca.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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