La frattura mediatica del centrodestra molto più solida di quella politica

             La rottura del fronte mediatico del centrodestra è forse il successo maggiore conseguito dal governo gialloverde: una rottura che resiste anche alle pur saltuarie e contradditorie ricomposizioni dello schieramento guidato per una ventina d’anni da Silvio Berlusconi, e sopravvissuto a livello locale, almeno sinora, alla separazione fra lo stesso Berlusconi e Matteo Salvini, avvenuta a livello nazionale dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso.

            Allineato al Cavaliere è rimasto solo il Giornale di famiglia, che ne riporta costantemente e fedelmente umori, interessi e quant’altro, festeggiando evangelicamente il ritorno del figliol prodigo Matteo Salvini ogni volta che ne avverte la sagoma nei pressi delle residenze berlusconiane, e partecipando alle delusioni e alle proteste non appena il leader leghista torna ad allontanarsene. Come il ministro dell’Interno ha appena fatto rivendicandone peraltro il diritto per essere stato a suo tempo autorizzato da Berlusconi in persona a “provare” a governare con i grillini.

             Questa prova, sempre secondo Salvini, varrebbe non per qualche settimana, mese o anno ma per tutta la legislatura. Che ha, fra gli altri inconvenienti o vantaggi, secondo i gusti, quello di durare per tutta la parte rimanente del mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, per cui la scelta del successore sul colle più alto di Roma  non potrà prescindere dalla coalizione gialloverde.

            Quando non se la sente di tornare a prendere di petto Salvini, forse proprio a causa della licenza a sbagliare, diciamo così, rivendicata dall’alleato prestato ai grillini, il Giornale cavalca contro il governo le occasioni fornitegli da quello che una volta Berlusconi chiamava sprezzantemente “il teatrino della politica”, non immaginando di potervi alla fine contribuire.

            L’occasione appena colta dal Giornale per tornare a fare opposizione dura è quella uscita dalla viva voce del portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino, sceso in guerra contro la dirigenza del Ministero dell’Economia. Che legherebbe  mani e piedi al ministro Giovanni Tria e boicotterebbe il programma del governo, per cui andrebbe rimossa in blocco, una volta varata la legge di bilancio. Vada piuttosto a casa lui, ha gridato il Giornale su tutta la prima pagina, e paragonando Casalino, nell’editoriale del direttore Alessandro Sallusti, al Totò Riina dei tempi più sanguinari: quello che ordinava le stragi pur di indurre i governi di turno ad alleggerire il trattamento ai detenuti di mafia.

            La Verità.jpgCasalino invece ha ragione per La Verità, il cui direttore Maurizio Belpietro, già direttore del Giornale e tuttora di casa nelle televisioni del Biscione, ha steso “la mappa delle stanze del potere” per denunciare, sempre su tutta la prima pagina, “tutti gli uomini del controgoverno”. Ed ha completato personalmente il bombardamento con un editoriale nel quale si riducono a dieci i dirigenti, o alti burocrati, da rimuovere per evitare che l’Italia continui a non cambiare. Una prima pagina perfetta per un giornale non di destra o di centrodestra, come molti lettori forse continuano a credere che sia, ma di fiancheggiamento del movimento grillino, in concorrenza col Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Non a caso i due giornali sono spesso in sintonia nei titoli, negli attacchi e nelle vignette.

            Un posto per Casalino, che è pur sempre un giornalista professionista, potrà sempre esserci alla Verità, se per qualsiasi ragione, magari di convenienza politica, dovesse crollare la solidarietà appena assicuratagli dal presidente del Consiglio e da chi glielo ha consigliato come portavoce: il vice presidente dello stesso Consiglio e capo formale del movimento delle 5 Stelle Luigi Di Maio.

            Libero.jpgDall’affare Casalino, e dintorni o contorni, si è tenuto prudentemente lontana la prima pagina di Libero, il giornale di centrodestra guidato, ispirato e quant’altro da Vittorio Feltri. Che ha preferito rasserenare, anzi entusiasmare i suoi lettori reclamizzando un sondaggio che dà ulteriormente in crescita la Lega sui grillini, “precipitati” dal 32 per cento del 4 marzo scorso al 27. “Salvini mangia voti a Di Maio”, ha raccontato in diretta Libero dal ristorante gialloverde. E tanto dovrebbe bastare a tranquillizzare -par di capire- anche Berlusconi, al netto dei voti che pure Forza Italia continua a cedere al Carroccio.

           

Dal sabato del villaggio al sabato delle capriole, e del capogiro

            Dal sabato leopardiano del villaggio, poeticamente contenuto nella festa, al sabato del capogiro procurato da Matteo Salvini all’informazione, ma soprattutto ai suoi alleati sparsi in più fronti, essendovene al governo e all’opposizione. Tra incontri, dibattiti, dichiarazioni, telefonate, e muovendosi fra Roma e Fregene, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno ne ha dette e fatte, diciamo così, di tutti i colori, come le sue espressioni facciali felicemente scelte dal Corriere della Sera a corredo di una intervista fattagli da Marco Cremonesi.

            Anche a costo, o forse proprio per guastare la festa ai forzisti riuniti a Fiuggi, e mandare di traverso il piatto di riso consumato da Silvio Berlusconi fra gli amici smaniosi di applaudirne oggi il manifesto di rilancio del partito, Salvini ha declassato ad “accordi locali”, soltanto locali, lo scenario del centrodestra ritrovato o rinnovato nei giorni scorsi fra cene e pranzi nella villa brianzola di Arcore e nella residenza romana. E, in più, ha rimpianto l’occasione, mancata per l’indisponibilità dei grillini, di portare nel governo gialloverde, anche la destra di Giorgia Meloni riconoscendo invece come scontata, naturale, giusta e quant’altro il rifiuto opposto, sempre dai grillini, a Forza Italia. Dal cui leader il capo del movimento delle 5 Stelle non volle ricevere neppure una telefonata, quando Salvini gliela prospettò.

            Persino il vigile sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, appena spesosi a fischiare i falli grillini di legalità sulla ricostruzione del ponte crollato a Genova e a ricordare a Rocco Casalino, il portavoce sempre grillino del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che non tocca a lui “cacciare nessuno”, tanto meno o tanto più  i dirigenti del Ministero dell’Economia entrati nel mirino delle sue telefonate d’ordinanza ai giornalisti, è stato spiazzato da Salvini. Che ha declassato a “incauto” l’intervento di Casalino e, sposandone in pratica le proteste contro le frenate imposte dall’alta burocrazia sulla pista della legge di bilancio, ha esortato pure lui il ministro dell’Economia Giovanni Tria ad avere più “coraggio” nella spesa in deficit.

           Csalino.jpg Forte –ha detto- di pareri raccolti fra economisti e “investitori” per niente, o quasi, preoccupati dell’ingente debito pubblico italiano, considerato invece da molti un disincentivo all’acquisto dei nostri titoli di Stato, Salvini ha detto che tanto più sarà “coraggiosa” la manovra economica e finanziaria allo studio di Tria, tanto più sarà possibile una crescita e la conseguente fiducia dei mercati. Che è poi la tesi -ripeto- del portavoce di Conte, e di Di Maio. Il quale dalla Cina si è fatto sentire per difendere Casalino non solo dagli attacchi delle opposizioni ma anche dal malumore di alcuni colleghi di partito e dalle critiche, a sinistra, del quotidiano il manifesto. Che ha pizzicato nella foto di copertina “Rocco e i suoi coltelli”, da usare contro i sabotatori del programma di governo -dal reddito di cittadinanza in su o in giù- all’opera nel superdicastero economico di via XX Settembre, peraltro a poca distanza, non solo fisica, del Quirinale.

            E’ anche al Quirinale, appunto, che  si aspetta con una certa ansia la confezione della legge di bilancio, su cui il capo dello Stato ha detto più volte di sentirsi titolato a vigilare per i suoi risvolti costituzionali. E ciò specie dopo che l’articolo 81 della legge fondamentale della Repubblica è stato modificato nel 2012 per stabilire, fra l’altro, che “il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Fra i quali non è detto che il capo dello Stato consideri, come ritengono invece i grillini e i leghisti, la nomina del governo attuale, da lui stesso effettuata nella convinzione esplicitamente espressa a suo tempo di essersi attenuto al prodotto di una normale dialettica politica fra le forze rappresentate in Parlamento. Nulla di più e nulla di meno.

 

 

 

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Storie di rimpatri e partenze sui binari della politica italiana

            La notizia, salvo smentite, è di Francesco Verderami sul Corriere della Sera. Assente Luigi Di Maio, ancora in Cina sbandierando il controverso biglietto del volo in classe economica effettuato per arrivarvi Verderami 1 .jpgda Roma via Amsterdam, i grillini dissidenti si sarebbero in qualche modo preparati alla crisi di governo, se mai dovesse arrivare davvero fra le tante prove di forza in corso nella coalizione gialloverde sulle materie più disparate, incontrando “in delegazione alcuni dirigenti del Pd”.

            Anche questi ultimi, ad occhio e croce, per quanto non meglio precisati, dovrebbero essere dissidenti rispetto alla linea che l’ex segretario Matteo Renzi è riuscito sino ad ora a imporre al suo partito: quella di non offrire sponde al movimento delle 5 Stelle, neppure per favorirne la rottura con i leghisti, vista la quantità enorme di trappole che sono riusciti imprudentemente a disseminarsi da soli protagonisti e attori del governo, e ormai anche del sottogoverno realizzato in poco più di cento giorni con raffiche di nomine bloccatesi in estate solo alla Rai per l’incidente occorso alla presidenza. Dove comunque si sta rimediando proprio in questi giorni, ma paradossalmente grazie all’accordo sopraggiunto nel centrodestra sul candidato leghista Marcello Foa, appena rieletto dal Consiglio d’Amministrazione dell’azienda pubblica e sicuro ormai di avere questa volta il voto favorevole dei forzisti mancatogli al primo giro nella commissione parlamentare di vigilanza, già convocata per la prossima settimana.

             Sono proprio gli eventi sopraggiunti nel centrodestra, fra incontri, cene e quant’altro, ad avere messo in agitazione i grillini. E non solo i dissidenti, diciamo così, di sinistra ma anche gli altri, ai quali non tornano più i conti del territorio, visto che proprio con le intese raggiunte fra Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine solo alfabetico, con le prossime elezioni regionali il centrodestra potrà fare davvero il pieno. Lo ha sottolineato, compiaciuto nella serie dei suoi editoriali di carta stampata, il conduttore di Porta a Porta Bruno Vespa. Che ha colto l’occasione anche per ricordare agli smemorati che il Cavaliere di Arcore non è “la moglie tradita” da Salvini, ma la moglie che “ha ritrovato il marito”, autorizzato nei mesi scorsi alla “scappatella” con i grillini.

               Questa storia del centrodestra ritrovato, e non solo per la conquista delle regioni non ancora possedute ma anche per vedere realizzato grazie ai leghisti qualcosa del proprio programma dal governo Giannelli.jpgin carica, ha tolto il sonno a quelli del Fatto Quotidiano, come dimostra la vignetta di Vauro sulla prima pagina dedicata al “rimpatrio” di Salvini ad Arcore. Non meno sarcastico è stato Giannelli sul Corriere della Sera con quel Di Maio alla stazione ferroviaria che, appiedato, vede partire Salvini su un altro treno.    

Troppi medici al capezzale del Pd. Ma forse loro sono più ammalati del paziente

Più vedo, ascolto, leggo e conto i medici al capezzale del Pd e più mi chiedo chi sia davvero il malato, o il più malato fra tutti. Ma ancora più paradossalmente mi chiedo se i più anziani o i meno giovani di noi che scriviamo di politica, e che ci siamo convinti, a torto o a ragione, di intendercene non dobbiamo pentirci di quando criticavamo il cosiddetto “centralismo democratico” del Pci di Palmiro Togliatti. E poi anche di Enrico Berlinguer, che con la sua personalità, e non solo per le correzioni apportate alla vecchia linea fra strappi interni per niente nascosti, portò il suo partito a soli 500 mila voti dietro la Dc nelle elezioni regionali del 1975. Di fronte ai cui risultati Indro Montanelli sul Giornale fondato su una storica scissione del Corriere della Sera fece ai partiti laici lo scherzo da prete -come lo definì scherzando ma non troppo il suo amico Ugo la Malfa- di invitare i loro elettori l’anno dopo a votare per lo scudo crociato, anche a costo di “turarsi il naso”. E i punti di distacco fra i due partiti maggiori salirono da due a quattro.

Non mi convincono del tutto le analisi degli specialisti in flussi elettorali, o almeno le interpretazioni che ne hanno date quanti attribuiscono lo sgonfiamento del Pd-ex Pci, ma anche ex sinistra democristiana, ex ambientalisti, liberali e altro ancora, a un ripiegamento a destra, nelle zone centrali a traffico limitato delle grandi città, lasciando le periferie dei poveri e disagiati alle unghie dei grillini o all’astensionismo.

Già prima della caduta del muro di Berlino, e di tutti i miti del comunismo, la sinistra marxista italiana aveva cambiato registro convertendosi a quello che oggi viene liquidato come mercatismo e varianti. Essa si era convinta che in una società moderna non sarebbe mai bastato ridurre le disuguaglianze ridistribuendo la ricchezza, senza crearne di nuova. Sono rimasti al vecchio modo e mondo i grillini, non a caso collocabili per certi versi al posto della vecchia sinistra, teorizzando la decrescita felice e altre amenità del genere. E infiochettando questi ritorni al passato remoto con pretesti legalitari e giustizialisti, convinti per esempio che la rinuncia alle grandi opere e simili, comprese le olimpiadi, serva anche a purificare la politica e, più in generale, la società togliendole tutte le occasioni possibili di cadere in tentazione di corruzione e quant’altro.

Nossignori, il Pd e più in generale la sinistra non si salvano dalle cifre elettorali del 4 marzo scorso, peraltro in discesa come tutta la sinistra nel mondo, tornando indietro, mettendosi a inseguire i grillini sulla strada del cosiddetto populismo. E tanto meno offrendosi a loro a buon mercato per sostituire alla prossima crisi di governo i leghisti ancora di casa nel centrodestra, con tante scuse -che già alcuni al Nazareno e dintorni hanno sostanzialmente chiesto- per non avere colto l’occasione di un’alleanza nella primavera scorsa.

Sarò un ingenuo, un minimalista, uno sprovveduto, o addirittura un anziano scimunito, ma i guai del Pd cominciarono quando Renzi, alla guida del governo da pochissimi mesi, lo portò nelle elezioni europee del 2014 oltre il 40 per cento dei voti, ai migliori livelli della Dc di un tempo.

Fu allora che nel Pd scoppiò il panico, la paura del leader, del padrone, del dittatore, imprudentemente alimentata dallo stesso Renzi con pratiche muscolari e rottamatrici che poteva obiettivamente risparmiarsi. I suoi avversari interni divennero più di pancia che di testa, più ostinati e pericolosi di quelli esterni. E al toscano non gliene fecero passare una, neppure dopo che per placarli, e a costo di perdere il prezioso supporto dell’opposizione berlusconiana sulla strada delle riforme costituzionale ed elettorale, Renzi offrì loro praticamente il Quirinale con la candidatura di Sergio Mattarella, scomodandolo dalla Corte Costituzionale dove sedeva accanto al concorrente Giuliano Amato.

Dopo meno di due anni, pur con tutto il rispetto dovuto alla persona e alla carica, Renzi si chiese forse se non avesse sbagliato quel passaggio istituzionale. Quando perse il referendum confermativo della riforma della Costituzione, ma forte ancora del 40 per cento raccolto a favore del suo progetto, egli bussò inutilmente alla porta del capo dello Stato per chiedere da segretario del Pd le elezioni anticipate. Ne ottenne un  cortese ma motivato e fermo rifiuto, a conferma di una vecchia regola della prima Repubblica sperimentata un po’ da tutti: da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro, da Berlinguer a Bettino Craxi. I presidenti della Repubblica sono destinati a deludere chi li ha spinti al Quirinale aspettandosene eterna gratitudine. Che in politica è il sentimento del giorno prima, dicevano all’unisono due uomini così diversi  fra loro come Giulio Andreotti ed Enzo Biagi.

Mettetevi nei panni di quel 40 per cento non tanto delle elezioni europee del 2014 quanto del referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale. Com’era possibile attendersi che quegli elettori continuassero o cominciassero, a votare più o meno direttamente per Renzi avendo toccato con mano l’inattendibilità e ingovernabilità del suo partito, un pezzo del quale si era mobilitato contro la riforma e brindò alla sua bocciatura? Altro che Parioli piuttosto che il Trionfale o il Tiburtino. Un partito impegnato più a bucare le gomme all’auto del conducente che a sostenerne la corsa è fuori partita, al femminile. C’è solo da meravigliarsi che ci sia ancora qualcuno disposto a candidarsi per esporsi alla pratica che Renzi anche di recente è tornato a chiamare del “fuoco amico”, avendolo sperimentato sulla propria pelle.

Non andrà di moda, con i tempi che corrono, e con la lama della ghigliottina ormai spuntata, condividere un’opinione o una sensazione dell’ex segretario del Pd, ma non gli capita sempre di sbagliare. Né capita sempre ai suoi avversari di avere ragione.

Per favore, risparmiando anche cene, digiuni e consulti psichiatrici, e tornando all’inizio di queste riflessioni, ridateci a sinistra un pò di sano “centralismo democratico”. Che è praticato del resto con buoni risultati, a quanto pare, nei due partiti oggi al governo e ancora sull’onda dei sondaggi, nonostante le prove non sempre esaltanti che stanno dando alla guida del Paese.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

C’è chi torna a casa e chi minaccia di farlo fra leghisti e grillini…

          In attesa di capire, si fa per dire, se il recupero della candidatura leghista di Marcello Foa alla presidenza della Rai ne è stato l’effetto o la causa, resta Foa.jpgincontrovertibile lo shock provocato nella sinistra radicale e fra i grillini dal ritorno del centrodestra sulla scena politica nazionale con l’incontro fra  quegli “incredibili 3”, come ha titolato su tutta la prima pagina il manifesto, quotidianoIl Giornale.jpg dichiaratamente e orgogliosamente comunista. Dove si stanno ancora stropicciando gli occhi, mentre il Giornale della famiglia Berlusconi ha potuto annunciare il ritorno di Salvini “a casa”.  

            Nella lontana Cina, dove è in missione ostentando il biglietto in economica del suo viaggio in aereo, il vice presidente pentastellato del Consiglio Luigi Di Maio è tornato a consolarsi mormorando che gli incontri del suo omologo leghista con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni sono “affari loro”. E ciò anche se comporteranno alle prossime elezioni regionali la riproposizione di un’alleanza, cartello e quant’altro  alternativo al Movimento delle 5 Stelle, con la maiuscola. E forse, prima ancora delle regionali, già nella prossima settimana, la presenza di qualche odiato berlusconiano fra direttori e quant’altri nella Rai “del cambiamento”, come la definiscono i grillini scimmiottando il nome del governo gialloverde in carica da giugno.

            Quella degli “affari loro” è diventata un po’ un’ossessione per Di Maio. Ne vede, disprezza e intima dappertutto. E’ appena toccato anche all’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione economica con sede a Parigi, il vaffa grillino per avere osato intromettersi nelle vicende dell’Italia, che però partecipa volontariamente a quell’associazione dalla fondazione, nel lontano 1948. Ed è stata esortata ad andarci piano con l’ennesima riforma del sistema previdenziale.

            In realtà, già prima di partire per la Cina, quando Salvini era andato a cenare con Berlusconi ad Arcore, Di Maio aveva avvertito una realtà molto diversa dai suoi desideri e dalla sua rappresentazione: la realtà, cioè, di una situazione politica che potrebbe esplodere da un momento all’altro. E dalla quale Salvini ha una via d’uscita, quella appunto, come dicono al Giornale, della “casa” del centrodestra, dove nel frattempo il leader leghista si è ulteriormente rafforzato ridimensionando ruolo e presenza di Berlusconi e della destra ex finiana.  Di Maio invece si è precluso ormai il “forno” del Pd, un po’ perché questo è chiuso, diciamo così, per manutenzione e solite risse interne, e un po’ perché ad accedervi si sono ormai prenotati altri nel movimento delle 5 Stelle, sempre al maiuscolo.

            La prospettiva annunciata o minacciata da Di Maio, come preferite, è quella di un ritorno “a casa”, ma a casa sua o del proprio partito,  se quel testone del ministro dell’Economia Giovanni Tria, spalleggiato magari dal Quirinale, si ostinerà nella sua mancanza di “serietà” e non  gli troverà nella legge di bilancio i soldi necessari a finanziare, con “un po’ di deficit in più”, reddito di cittadinanza e quant’altro.

            Renzi 2.jpgAnche Matteo Renzi -ricordate?- annunciò o minacciò di “tornare a casa” affrontando nel 2016 il referendum sulla riforma costituzionale, ma finendo per scatenare imprudentemente quanti davvero volevano liberarsene, fuori e dentro il suo stesso partito. E perse prima il referendum, poi la presidenza del Consiglio volendosi tenere stretta la segreteria del partito, poi ancora le elezioni alla scadenza ordinaria impostagli imprevedibilmente da Mattarella, contrario all’anticipo reclamato da chi lo aveva pur mandato al Quirinale, e infine la stessa segreteria del Nazareno.

 

 

 

 

 

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Di Maio fra i numeri del ministro dell’Economia e quelli del lotto

            Altro che il sangue di San Gennaro, scioltosi a Napoli con una puntualità agevolata anche dal lotto, sulla cui ruota locale è uscito il 18, che per la smorfia è il numero proprio del sangue.  Il vice presidente campano San Gennao.jpgdel Consiglio Luigi Di Maio, non insensibile da buon meridionale a questa materia, deve avere avvertito dalla pur lontana Cina, dove è in missione ma le notizie italiane gli arrivano ugualmente, qualcosa di ben altro nell’irruzione di quel 18 nel suo Sud.  I cui  elettori  grillini ribollono di paura e rabbia per le sorti ancora incerte dell’agognatissimo reddito di cittadinanza nel cantiere della legge di bilancio, per quanto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in persona abbia appena assicurato che qualcosa ci sarà, pur non potendo precisarne consistenza e tempi, comunque graduali.

            Così anche dalla Cina il capo del Movimento delle 5 Stelle ha lanciato nuovi segnali di guerra al ministro dell’Economia Giovanni Tria -e alla squadra tecnica e burocratica che lo affianca-  scatenando, fra l’altro, la fantasia dei vignettisti sulle prime pagine dei giornali. Alla prova Vauro.jpgdi “serietà” già reclamata pesantemente  prima di partire per l’Asia il vice presidente del Consiglio ha aggiunto quella del coraggio. Che Tria dovrebbe dimostrare facendo “’più deficit” per finanziare il programma elettorale dei grillini, anche a costo di sfidare contemporaneamente i commissari europei a Bruxelles e i mercati finanziari.

            A questi ultimi, d’altronde, Di Maio ha già rivolto personalmente l’invito a imparare a conoscere bene l’Italia, ma più in particolare il governo gialloverde, per cui speculatori e quant’altri dovrebbero darsi finalmente una regolata a giocare a palla con i nostri titoli di Stato. Insomma, anche i mercati, comeRolli.jpg il ministro dell’Economia, dovrebbero decidersi a diventare seri, diciamo così, per attenersi al linguaggio e ai parametri culturali del vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

            Come finirà questa partita, analoga -fanno osservare i più disincantati- a quelle giocate anche dai governi del passato, quando Matteo Renzi, per esempio, reclamava pure lui più deficit per governare direttamente o per interposta persona, dopo avere passato la mano a Palazzo Chigi a Paolo Gentiloni, si vedrà alla scadenza dei tempi ancora a disposizione per l’aggiornamento del documento di programmazione economica e finanziaria e il varo Gazzetta.jpgdella legge di bilancio. E senza perdere di vista gli altri fronti caldi della maggioranza gialloverde: dalla ricostruzione del ponte crollato a Genova alla legittima difesa; dalla mancata riforma delle carceri, che avrebbe evitato la tragedia dei due bambini detenuti con la madre che ha ritenuto di liberare mandandoli a morte, alla gestione della Rai, ora che Matteo Salvini sembra riuscito a sbloccare, d’intesa con Silvio Berlusconi, e perciò tra sospetti e inquietudini degli alleati grillini, il nodo della presidenza strettosi al collo di Marcello Foa con la bocciatura estiva nella commissione parlamentare di vigilanza.

            A proposito di vigilanza,  non calda ma rovente è quella perdurante sulle coste e sui mari per il contenimento dell’immigrazione, che ha già procurato al vice presidente leghista del Consiglio e titolare del Viminale un procedimento giudiziario per sequestro aggravato di persona. E per sua fortuna esso scorre sulla corsia garantita del cosiddetto tribunale dei ministri, che comporta un passaggio decisivo, e tutto politico, per il Senato.    

Si chiama Tria ma è Mattarella il terminale dell’offensiva di Di Maio

            In apparenza, ma solo in apparenza, l’”assalto” del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, come ha titolato in prima pagina il Corriere della Sera, o l’”assedio”, come hanno preferito chiamarlo altri, è al ministro dell’Economia Giovanni Tria. La cui “serietà” è stata messa pubblicamente in discussione dal capo nominale del movimento 5 Stelle perché non è ancora riuscito, o non vuole trovare i miliardi di euro necessari alla legge di bilancio in cantiere per finanziare il “reddito di cittadinanza” promesso agli elettori.

            In realtà, al netto appunto delle apparenze, compreso il documento che i parlamentari grillini starebbero approntando contro Tria non ritenendo sufficienti le parole contro di lui pronunciate da un arrabbiatissimo Di Maio in partenza per la Cina, dove seguirà l’effetto che avranno prodotto per decidere se aggiungerne altre a distanza, l’obiettivo politico della partita è molto più alto. E si chiama Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica che, non a caso, sta seguendo con un’apprensione pari allo sconcerto, secondo quanto mi risulta, la polemica esplosa nel governo e inutilmente minimizzata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in una lunga intervista a La Verità.

            Scontato, visto anche il suo carattere, inversamente proporzionale allo svantaggio fisico nel rapporto con Di Maio, che il ministro dell’Economia preferirà “togliere il disturbo” con le dimissioni, come va dicendo ad amici, conoscenti e interlocutori internazionali, piuttosto che Mago Silvan.jpgconvertirsi alla “serietà” reclamata dal capo dei pentastellati, e intestarsi così un’altra crisi dei titoli del debito pubblico italiano nei mercati finanziari, i grillini pretendono da Mattarella la rinuncia alla pretesa di una crisi di governo. Essi si aspettano dal capo dello Stato una semplice di presa d’atto delle eventuali dimissioni del ministro dell’Economia e la disponibilità a nominarne uno più “serio”, intendendosi per tale uno più gradito a Di Maio. Che forse non reclama di assumere direttamente anche il dicastero dell’Economia solo perché il suo omologo leghista Matteo Salvini non gli permetterebbe mai di farlo, visto che il vice presidente grillino del Consiglio ha già chiesto e ottenuto i Ministeri assai consistenti dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

            Formulare previsioni o scommesse sul capo dello Stato è un esercizio sempre pericoloso, oltre che sgradevole, e di scarsa educazione istituzionale. Ma Mattarella ha già dimostrato nella gestione della crisi post-elettorale, per la formazione del primo governo di questa diciottesima legislatura, quanto ci tenga ad avere voce in capitolo nella scelta e nella nomina del titolare del Ministero dell’Economia. Che è quello di maggiore transito dei rapporti fra l’Italia e l’Unione Europea, ancor più del Ministero che pur si chiama “degli affari europei”, e che Mattarella accettò di assegnare a giugno a Paolo Savona dopo averlo rifiutato proprio come ministro dell’Economia.

            Di Maio, si sa, è giovane e ambizioso, in questi ultimi giorni anche alquanto inquieto per le passeggiate e le cene del suo omologo leghista  ad Arcore, dove sa bene che padrone di casa e ospiti non parlano solo di “affari loro”, come lui li ha sbrigativamente liquidati. Ma forse esagera a riprogrammare un assalto o un assedio anche al Quirinale, visto peraltro il rovinoso ripiegamento cui fu costretto nella scorsa primavera anche dal “garante”, “elevato” e quant’altro del suo movimento, cioè Beppe Grillo.

 

 

 

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La magia, ma anche gli inconvenienti, della cittadinanza d’uso grillino

              Oltre al reddito, c’è anche la pensione “di cittadinanza” nel programma grillino di governo che i leghisti faticano ad assecondare, pur avendo preceduto il Movimento delle 5 Stelle nella riscoperta del valore palingenetico, diciamo pure rivoluzionario, della figura del cittadino. In nome e per conto del quale fu montata più di duecento anni fa a Parigi la ghigliottina, che sarebbe stata usata per decapitare il “cittadino Capeto”, ex re Luigi XVI, la “vedova Capeto”, ex regina Maria Antonietta, ma alla fine anche il rivoluzionario e supercittadino incorruttibile Massimilien Robespierre.

            Ricordo ancora l’ansia rivoluzionaria con la quale nel 1994  l’ancora trentunenne leghista Irene Pivetti approdò alla presidenza della Camera, selezionata a vista da Silvio Berlusconi prima ancora che dal suo capo-partito Umberto Bossi. La signora voleva chiamare non più “onorevoli” ma semplicemente “cittadini” i parlamentari, dando e togliendo loro la parola nell’aula di Montecitorio. I funzionari dovettero sudare le proverbiali sette camicie per convincere la presidente a chiamare i suoi colleghi, vista l’orticaria che le procurava il termine “onorevoli”, almeno come nell’articolo 55 della Costituzione: deputati.

            Col nome “di cittadinanza” i grillini fanno diventare reddito anche quello che non è, se reddito ancora significa quello che dicono i dizionari della lingua italiana, cioè un utile o guadagno derivante dal proprio lavoro o dalla rendita di patrimoni finanziari o d’altro tipo.

            Da sussidio diventa “pensione di cittadinanza” anche quella che i grillini intendono portare a 780 euro mensili senza la condizione contributiva reclamata invece  per tutti gli altri, che sennò diventano automaticamente titolari di “privilegi rubati”, quindi di furti.

            Anche i pedaggi delle autostrade, una volta nazionalizzate per vendicare le vittime del crollo del ponte Morandi a Genova, diventeranno “di cittadinanza”, magari calcolati non più in ragione del mezzo usato e dei chilometri percorsi, ma del reddito -“di cittadinanza” e non- del proprietario o conducente, secondo i casi.

            Diventeranno “di cittadinanza” prima o dopo, nei programmi grillini, anche le tariffe delle utenze telefoniche, elettriche, idriche e quant’altro, destinate anch’esse alla nazionalizzazione per vendicare le vittime, pur sopravvissute fisicamentem, dei guadagni realizzati dai gestori privati col consenso, naturalmente retribuito illegalmente, dei governi passati.

            Anche l’assistenzialismo, con tutto ciò che ne consegue sul piano economico, finisce per diventare tale quando è “di cittadinanza”.

 

 

 

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Inosservato il governo gialloverde avvolto nella bandiera americana

Diversamente dal passato neppure tanto lontano, quando un intervento del genere avrebbe provocato il finimondo politico e diplomatico, è passata quasi inosservata l’intervista in difesa totale del governo gialloverde di Giuseppe Conte rilasciata dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, e pubblicata sabato scorso dal Corriere della Sera.

Richiamo Dubbio.jpgDichiaratamente reduce da incontri e colloqui avuti anche col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oltre che col presidente del Consiglio e i suoi due vice che lo marcano stretto, sin quasi a soffocarlo, Lewis Michael Eisenberg ha polemizzato con i giornali, italiani e stranieri, che danno una rappresentazione, diciamo così sofferta, del governo grillo-leghista. Giornali che anche dopo l’intervento dell’ambasciatore americano hanno continuato a vedere e indicare divisioni, tensioni, polemiche e quant’altro nella compagine ministeriale, rincarando anzi la dose.

Da 48 ore compaiono con una certa frequenza sulla stampa anche spifferi sulle “preoccupazioni” al Quirinale per la piega che hanno preso le cose  con la pratica -non nuova, in verità, ma cresciuta dei provvedimenti annunciati o addirittura varati dal Consiglio dei Ministri con la formula “salvo intese”. Che significa un vuoto, appunto di intese, ancora da colmare per contrasti non risolti fra grillini e leghisti, refrattari a ricorrere anche ai modi previsti dal loro “contratto” di governo per dirimerli: una specie di collegio arbitrale tutto ancora da sperimentare.

Pur abituato ai metodi e alla scenografie del suo amico e presidente Donald Trump, che firma e ostenta davanti alle telecamere nello studio ovale della Casa Bianca le sue direttive categoriche,  l’ambasciatore americano in Italia ha  promosso a pieni voti il governo italiano dei decreti e disegni di legge “salvo intese”. Che arrivano poi, quando e se arrivano, senza che i provvedimenti ripassino per il Consiglio dei Ministri: l’unica sede -che si sappia- dove è garantita la collegialità prescritta dalla Costituzione quando parla dei provvedimenti, specie quelli urgenti e di applicazione immediata, adottati “dal Governo”, con la maiuscola.

Nella difesa del governo, con la minuscola, prodotto dai risultati elettorali del 4 marzo scorso, anche sul terreno tanto controverso dell’immigrazione l’ambasciatore americano ha parlato di gestione “umanitaria” del fenomeno da parte del ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini. Che, non potendo erigere sulle acque i muri di cui Trump dispone lungo i confini terrestri fra gli Stati Uniti e il Messico, cerca di trattenere i migranti sulle navi della Guardia Costiera, che li hanno soccorsi,  per il tempo necessario a tentare una loro distribuzione all’interno dell’Europa, anche a costo di finire sotto processo per sequestro di persona.

Interrotto dall’intervistatore all’uso dell’aggettivo “umanitario” per definire il tipo di gestione del fenomeno migratorio da parte di Salvini, l’ambasciatore americano non ha fatto una piega. Ha ribadito la sua convinzione esortando a considerare le dimensioni del fenomeno.

In cambio di tante aperture di credito alla solidità del governo italiano Eisenberg ha auspicato di ricevere uguale solidarietà nell’adesione alle sanzioni volute dalla Casa Bianca verso la Russia e l’Iran, sui cui affari con l’Italia peraltro egli si è mostrato molto ben informato.

Ad occhio e croce, il soccorso dell’ambasciatore di Trump al governo gialloverde dovrebbe favorire più la componente leghista che quella grillina, pur diventata assidua frequentatrice anch’essa di Palazzo Margherita e Villa Taverna, dove si distribuiscono gli uffici e la residenza privata di Eisenberg. Che suole conservare buona memoria anche fotografica degli ospiti.

Non a caso, pur compiaciuto della copertina appena dedicata da Time  al ministro dell’Interno italiano come la nuova faccia dell’Europa, Eidenberg si è doluto che la rivista americana non abbia preferito una foto di Salvini alle prese voraci con un hamburger nel ricevimento del 4 luglio scorso a Villa Taverna. Alle prese, ripeto, con un hamburgher, non con la testa, come il leader leghista preferirebbe forse in questi giorni, del ministro degli Esteri del Granducato di Lussemburgo. Che gli ha appena dato del fascista per come si comporta in Europa, dopo avergli gridato in faccia a Vienna la parola che ha reso celebre il generale Pierre Cambronne sul campo di Waterloo, fatale per Napoleone.

 

 

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