Troppi medici al capezzale del Pd. Ma forse loro sono più ammalati del paziente

Più vedo, ascolto, leggo e conto i medici al capezzale del Pd e più mi chiedo chi sia davvero il malato, o il più malato fra tutti. Ma ancora più paradossalmente mi chiedo se i più anziani o i meno giovani di noi che scriviamo di politica, e che ci siamo convinti, a torto o a ragione, di intendercene non dobbiamo pentirci di quando criticavamo il cosiddetto “centralismo democratico” del Pci di Palmiro Togliatti. E poi anche di Enrico Berlinguer, che con la sua personalità, e non solo per le correzioni apportate alla vecchia linea fra strappi interni per niente nascosti, portò il suo partito a soli 500 mila voti dietro la Dc nelle elezioni regionali del 1975. Di fronte ai cui risultati Indro Montanelli sul Giornale fondato su una storica scissione del Corriere della Sera fece ai partiti laici lo scherzo da prete -come lo definì scherzando ma non troppo il suo amico Ugo la Malfa- di invitare i loro elettori l’anno dopo a votare per lo scudo crociato, anche a costo di “turarsi il naso”. E i punti di distacco fra i due partiti maggiori salirono da due a quattro.

Non mi convincono del tutto le analisi degli specialisti in flussi elettorali, o almeno le interpretazioni che ne hanno date quanti attribuiscono lo sgonfiamento del Pd-ex Pci, ma anche ex sinistra democristiana, ex ambientalisti, liberali e altro ancora, a un ripiegamento a destra, nelle zone centrali a traffico limitato delle grandi città, lasciando le periferie dei poveri e disagiati alle unghie dei grillini o all’astensionismo.

Già prima della caduta del muro di Berlino, e di tutti i miti del comunismo, la sinistra marxista italiana aveva cambiato registro convertendosi a quello che oggi viene liquidato come mercatismo e varianti. Essa si era convinta che in una società moderna non sarebbe mai bastato ridurre le disuguaglianze ridistribuendo la ricchezza, senza crearne di nuova. Sono rimasti al vecchio modo e mondo i grillini, non a caso collocabili per certi versi al posto della vecchia sinistra, teorizzando la decrescita felice e altre amenità del genere. E infiochettando questi ritorni al passato remoto con pretesti legalitari e giustizialisti, convinti per esempio che la rinuncia alle grandi opere e simili, comprese le olimpiadi, serva anche a purificare la politica e, più in generale, la società togliendole tutte le occasioni possibili di cadere in tentazione di corruzione e quant’altro.

Nossignori, il Pd e più in generale la sinistra non si salvano dalle cifre elettorali del 4 marzo scorso, peraltro in discesa come tutta la sinistra nel mondo, tornando indietro, mettendosi a inseguire i grillini sulla strada del cosiddetto populismo. E tanto meno offrendosi a loro a buon mercato per sostituire alla prossima crisi di governo i leghisti ancora di casa nel centrodestra, con tante scuse -che già alcuni al Nazareno e dintorni hanno sostanzialmente chiesto- per non avere colto l’occasione di un’alleanza nella primavera scorsa.

Sarò un ingenuo, un minimalista, uno sprovveduto, o addirittura un anziano scimunito, ma i guai del Pd cominciarono quando Renzi, alla guida del governo da pochissimi mesi, lo portò nelle elezioni europee del 2014 oltre il 40 per cento dei voti, ai migliori livelli della Dc di un tempo.

Fu allora che nel Pd scoppiò il panico, la paura del leader, del padrone, del dittatore, imprudentemente alimentata dallo stesso Renzi con pratiche muscolari e rottamatrici che poteva obiettivamente risparmiarsi. I suoi avversari interni divennero più di pancia che di testa, più ostinati e pericolosi di quelli esterni. E al toscano non gliene fecero passare una, neppure dopo che per placarli, e a costo di perdere il prezioso supporto dell’opposizione berlusconiana sulla strada delle riforme costituzionale ed elettorale, Renzi offrì loro praticamente il Quirinale con la candidatura di Sergio Mattarella, scomodandolo dalla Corte Costituzionale dove sedeva accanto al concorrente Giuliano Amato.

Dopo meno di due anni, pur con tutto il rispetto dovuto alla persona e alla carica, Renzi si chiese forse se non avesse sbagliato quel passaggio istituzionale. Quando perse il referendum confermativo della riforma della Costituzione, ma forte ancora del 40 per cento raccolto a favore del suo progetto, egli bussò inutilmente alla porta del capo dello Stato per chiedere da segretario del Pd le elezioni anticipate. Ne ottenne un  cortese ma motivato e fermo rifiuto, a conferma di una vecchia regola della prima Repubblica sperimentata un po’ da tutti: da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro, da Berlinguer a Bettino Craxi. I presidenti della Repubblica sono destinati a deludere chi li ha spinti al Quirinale aspettandosene eterna gratitudine. Che in politica è il sentimento del giorno prima, dicevano all’unisono due uomini così diversi  fra loro come Giulio Andreotti ed Enzo Biagi.

Mettetevi nei panni di quel 40 per cento non tanto delle elezioni europee del 2014 quanto del referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale. Com’era possibile attendersi che quegli elettori continuassero o cominciassero, a votare più o meno direttamente per Renzi avendo toccato con mano l’inattendibilità e ingovernabilità del suo partito, un pezzo del quale si era mobilitato contro la riforma e brindò alla sua bocciatura? Altro che Parioli piuttosto che il Trionfale o il Tiburtino. Un partito impegnato più a bucare le gomme all’auto del conducente che a sostenerne la corsa è fuori partita, al femminile. C’è solo da meravigliarsi che ci sia ancora qualcuno disposto a candidarsi per esporsi alla pratica che Renzi anche di recente è tornato a chiamare del “fuoco amico”, avendolo sperimentato sulla propria pelle.

Non andrà di moda, con i tempi che corrono, e con la lama della ghigliottina ormai spuntata, condividere un’opinione o una sensazione dell’ex segretario del Pd, ma non gli capita sempre di sbagliare. Né capita sempre ai suoi avversari di avere ragione.

Per favore, risparmiando anche cene, digiuni e consulti psichiatrici, e tornando all’inizio di queste riflessioni, ridateci a sinistra un pò di sano “centralismo democratico”. Che è praticato del resto con buoni risultati, a quanto pare, nei due partiti oggi al governo e ancora sull’onda dei sondaggi, nonostante le prove non sempre esaltanti che stanno dando alla guida del Paese.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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