Una brutta rassegna stampa per l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia

            Già diffidente di suo, avendone contestato ventiquattro ore prima in una intervista la rappresentazione che fanno di un governo gialloverde abitualmente “diviso”, il settantaseienne ambasciatore degli Stati Uniti di Donald Trump a Roma non avrà gradito le prime pagine, e neppure quelle interne, di gran parte dei giornali italiani di questa domenica 16 settembre 2018. Polito.jpgChe hanno fatto un po’ a gara fra di loro nel racconto o nella denuncia delle “divisioni”, appunto, o “tensioni” o “scontri” nella compagine ministeriale sui più diversi temi, malamente celati dall’abitudine ormai del Consiglio dei Ministri di annunciare l’approvazione sostanzialmente fittizia di disegni e persino decreti legge “salvo intese”. Cui ha dedicato sul Corriere della Sera un commento Antonio Polito.

             Ma ben più rilevanti sono, a questo proposito, le “preoccupazioni” trapelate dal Quirinale, dove il  presidente della Repubblica Sergio Mattarella non è per niente rassegnato a firmare qualsiasi provvedimento dovesse arrivare sulla sua scrivania per la controfirma, specie quelli di urgenza, e quindi di immediata applicazione, partoriti dalle intese maturate dietro le quinte della coalizione di governo.

            Sempre sul Corriere della Sera, il giornale peraltro scelto dall’ambasciatore Lewis Michael Eisenberg per compiacersi della buona salute del governo italiano in carica e augurargli successo, il solito impertinente Emilio Giannelli si è divertito nella sua vignetta a rappresentare  Matteo Salvini e Luigi Di Maio in un concorso di “muscolini”, che fa rima e non solo con i “piccoli Mussolini” recentemente avvertiti in Italia dal commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici.

            Non dissimile dalla visione di Moscovici, e di Gianelli, è l’opinione che ha mostrato di essersi fatto di Salvini e di Di Maio sulla sua Repubblica di carta il fondatore Eugenio Scalfari nell’appuntamento festivo con i lettori. Ai quali egli offre da tempo una specie di predica laica, ben più lunga degli otto minuti, non di più, appena raccomandati ai sacerdoti dal suo amico e Papa Francesco, consapevole evidentemente della insofferenza del pubblico, ma forse anche dei limiti di molti preti. 

            Quello fra Salvini e Di Maio, in ordine questa volta non alfabetico, è un concorso un po’ improbo per il peso fisico fra i due. Ma forse non solo fisico, come il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede ha finito perBonafede.jpg denunciare, magari a sua insaputa, esortando i colleghi di partito a “non rincorrere” la Lega. I cui rapporti con la magistratura, cui Bonafede è comprensibilmente interessato come ministro della Giustizia, peggiorano a dispetto delle correzioni, precisazioni, frenate e quant’altro effettuate o attribuite di volta in volta a Salvini.

            L’ultimo scontro fra il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno col presidente dell’associazione nazionale dei magistrati si è consumato sulla legittima difesa, La cui riforma predisposta dal Viminale è stata liquidata dal rappresentante sindacale delle toghe come licenza di uccidere: cosa che naturalmente Salvini non ha gradito, per cui ha reagito a suo modo.

            Anche questo tema potrebbe alla fine arrivare prima o poi sulla scrivania del capo dello Stato, scomodo come tutti gli altri, compreso l’ultimo che lo stesso Mattarella ha appena sollevato prendendo le distanze dagli esponenti grillini, anche di governo, che sempre più insistentemente parlano di “pacchia” da far finire per i giornali e ogni altro mezzo di comunicazione che criticano la coalizione gialloverde, o non ne capiscono i grandissimi meriti e propositi di cambiamento, e contemporaneamente godono di finanziamenti pubblici. Alla cui stregua i pentastellati considerano anche le inserzioni pubblicitarie delle aziende statali o simili.

            Ma diventano finanziamenti ai giornali anche le inserzioni delle aziende private, che quando incorrono in guai, giudiziari e non, diventano automaticamente sospette di volerne e poterne uscire indenni grazie anche al sostegno riconoscente dei giornali e delle televisioni con cui hanno avuto e hanno rapporti pubblicitari.

             La famiglia Benetton  sa qualcosa di questo tipo di polemiche o guerre dopo il crollo del ponte autostradale a Genova gestito da una sua società e il processo interdittivo cui i grillini, dal governo e dalle loro postazioni parlamentari, l’hanno sottoposta non volendo attendere i tempi troppo lunghi della giustizia penale, come dichiarato dal presidente del Consiglio in persona Giuseppe Conte.

            Il capo dello Stato ha profittato dell’occasione offerta dalle feste di due importanti giornali del Sud per invitare “le istituzioni” alla “consapevolezza” del carattere “fondamentale” della libertà di stampa, per cui vanno contrastati “i tentativi di fiaccarne l’autonomia”.  

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