Alla ricerca della Bastiglia, o del Palazzo d’Inverno fuori stagione……

            Lo spettacolo non è finito sopra e sotto il balcone di Palazzo Chigi col vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio esultante e il “popolo” grillino che sventolava le sue bandiere per festeggiare Schermata 2018-09-29 alle 05.55.21.jpgil deficit spostato per i prossimi tre anni al 2,4 per cento del prodotto interno lordo e la sconfitta del ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che aveva inutilmente resistito piegandosi alla fine anche alle telefonate dal Colle e dintorni contro le sue dimissioni e una conseguente crisi di governo.

            A sentire il mio amico Walter Verini, deputato del Pd, se Tria si fosse dimesso o avesse vinto la sua partita nel governo grazie al sostegno di un capo dello Stato notoriamente preoccupato dello stato dei conti italiani, il “popolo” di Di Maio, e di Beppe Grillo, si sarebbe mosso con le sue bandiere verso il Quirinale per protestare. E avremmo avuto una versione reale e non digitale dell’”impeachment” invocato a fine maggio proprio da Di Maio contro Mattarella, che aveva appena rifiutato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia e costretto Giuseppe Conte alla rinuncia a formare il governo.

Quel “popolo” in effetti è da più di cinque anni alla ricerca della sua Bastiglia da assaltare, conquistare e abbattere, o del Palazzo d’inverno, magari fuori stagione. I grillini erano arrivati in Parlamento per aprirne le Camere some scatole di tonno, o di alici. Poi si accontentarono di scalare il terrazzo di Montecitorio per inscenarvi manifestazioni di protesta. Ora che ne hanno assunto la presidenza, e occupato anche l’adiacente Palazzo Chigi, mirano altrove.

            Forse il manifesto con quel gigantesco dito  fotomontato in primo piano contro la facciata della Borsa di Milano, dove le decisioni del governo gialloverde hanno provocato svendite che non era certamente difficile prevedere, ha involontariamente suggerito al “popolo” grillino una nuova destinazione. “I mercati se ne faranno una ragione”, hanno del resto dichiarato all’unisono scrollando le spalle contro la salita dello spread Di Maio e l’omologo leghista alla vice presidenza del Consiglio Matteo Salvini. E alla fine, par di capire, se non se ne faranno una ragione, sarà peggio per i mercati secondo gli umori, le opinioni e quant’altro dei due uomini nelle cui facce si identifica il governo più ancora che in quella di chi formalmente lo presiede e dovrebbe guidarlo: l’avvocato, pure lui “del popolo”, Giuseppe Conte: “Giuseppi” per l’amico americano Donald Trump, col quale ha appena cenato a New York.

            Come Stalin chiedeva e diceva del Papa al tavolo della spartizione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, anche Di Maio si chiederà forse di quante divisioni dispongano questi benedetti mercati.

            Breda.jpgA leggere il diligentissimo quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda, il presidente Sergio Mattarella vivrebbe ore e giorni di angoscia, in cui tuttavia egli trova il tempo e soprattutto la voglia di controfirmare e fare entrare in vigore decreti legge dal percorso e dal contenuto quanto meno anomali: come quello sull’emergenza creata a Genova dal crollo del ponte autostradale Morandi. La cui responsabilità, sostituendosi ai magistrati che indagano e ai processi di là da venire, in cui sarà coinvolto anche il Ministero delle Infrastrutture, il decreto legge ha attribuito alla società concessionaria dell’autostrada, paradossalmente esclusa perciò dall’obbligo della ricostruzione. Che le consentirà l’apertura di una lunghissima vertenza.

            Poi, sempre a proposito di Genova, è arrivata la ciliegina sulla torta costituita dalla decisione del governo di nominare commissario straordinario per la ricostruzione un dirigente della Fincantieri: la società preferita dai grillini per realizzare il nuovo ponte, magari in concorso con altri, sempre ad esclusione della società ancora concessionaria dell’autostrada.

            Vauro.jpgA proposito di ciliegina sula torta, mi permetto di segnalare -non dico anche gustare perché non ho il gusto dell’orrido- quella che il Fatto Quotidiano, non sospettabile certamente di pregiudizio verso il governo in  carica, ha posto con la vignetta di Vauro Senesi sul cosiddetto reddito di cittadinanza, alla cui realizzazione dovrebbe servire il maggiore deficit, e debito, festeggiato sopra e sotto il balcone di Palazzo Chigi. Ora il povero -osserva Vauro, disincantato- avrà anche una paga per continuare ad esserlo.

           

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